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IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

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“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Jonathan Safran Foer - Se Niente Importa

Jonathan Safran Foer – Se Niente Importa

A volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, anche perché l’ho finito di leggere solo ieri e magari domani l’avrò dimenticato, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. Magari non mi cambierà l’esistenza, ma forse mi cambierà il modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno fa, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già ora ho ridotto i miei consumi di carne al minimo (a quando, cioè, me la trovo nel piatto – prima la consumavo due volte al giorno) e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, dice il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

Risultati immagini per safran foer

Jonathan Safran Foer

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di soluzioni saline e di brodi.macellazione mucca

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che si immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Firenze, 29/08/2012

Un video in argomento: http://myscienceacademy.org/2013/08/19/without-saying-a-word-this-6-minute-short-film-will-make-you-speechless/

 

 

 

macellazione maiale

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