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UNA TOMBA DEI TEMPI DI GESÙ

Come la sabbia del desertoHo conosciuto di recente Vincenzo Maria Sacco, cominciando a frequentare come socio la vivace associazione culturale GSF- Gruppo Scrittori Firenze, di cui Sacco è presidente.

Leggo ora il suo romanzo storico “Come sabbia nel deserto”, edito dalla medesima casa editrice con cui ho pubblicato i miei ultimi quattro lavori, Porto Seguro Editore, iperattiva realtà editoriale del capoluogo toscano.

Come sabbia nel deserto” è opera storica che si snoda su due piani temporali, due millenni fa e nel 1941, sempre in Palestina. Narra del ritrovamento (avvenuto anche nella realtà – il romanzo sviluppa un’ipotesi dello studioso americano Tom Powers) di un’antica tomba dei tempi di Gesù Cristo e del mistero che vi gravita attorno, tale da indurre i due archeologici (le figure reali Eleazar Lipa Sukenik  e Nahman Avigad) a rimandare la comunicazione al mondo della loro scoperta.

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Vincenzo Maria Sacco

Anni intensi, quelli in cui è ambientato, i primi per lo sviluppo del cristianesimo, i secondi per il diffondersi del nazismo e il dilagare della Seconda Guerra Mondiale e, sebbene ambientato in luoghi esotici e lontani, se ne sentono fin lì gli echi.

La scrittura di Sacco scorre precisa e determinata, con rigorosa attenzione alla ricostruzione storica e alle tecniche archeologiche ma anche allo spirito di quei ricercatori (“noi studiosi ridiamo loro la luce, mettiamo un piccolo tassello al suo posto nel grande mosaico della Storia” – pag. 145), offrendoci il ritratto di una “famiglia di immigrati ebrei vissuta in questa terra quasi duemila anni fa” (pag. 8), spunto per alcune veloci riflessioni sui migranti d’oggi e le similitudini con allora (“erano state tassativamente limitate le immigrazioni e le concessioni di terre agli ebrei” – pag. 19) e nel contempo occasione per descrivere una Storia  che “in fondo, è fatta dagli uomini” (pag. 145) ma anche per interrogarsi sul divino (“Se fosse davvero risorto perché non mostrarsi a tutti?” – pag. 37) e sul messaggio evangelico (“Essere tutti uguali! Sarebbe bello ma è un’utopia, non è così e non lo sarà mai!” e “Se è il Messia come dicono i cristiani, allora, credetemi, Dio ha sbagliato tempo e luogo” – pag. 90).

L'immagine può contenere: 7 persone, persone in piedi

Simone di Cirene porta la croce di Gesù

 

SE TUA FIGLIA DIVENTA UNA TERRORISTA

LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA AMERICANA

Che cosa succede in una famiglia americana quando, dopo tre generazioni dedite al miglioramento e all’avanzamento sociale, un uomo dalla vita perfetta, un ebreo così alto e biondo da essere chiamato Lo Svedese, sempre primo nello sport, amato e invidiato da tutti, sposato con una cattolica che è stata tra le candidate a fare Miss America, si ritrova una figlia balbuziente, fa di tutto per curarla e lei guarisce ma diventa prima una terrorista e poi una barbona?

Di questo ci parla “Pastorale americana” di Philip Roth, un romanzo sulla caduta delle certezze, sulla difficoltà di essere genitori (padri soprattutto), sull’illusione del sogno americano, sulla vacuità della “pastorale americana”, sulla crisi degli ideali e del modello borghese, sui traumi dell’adolescenza, sui conflitti intergenerazionali e interreligiosi.

Siamo nel secolo scorso. Durante la guerra del Vietnam, quando mette la sua prima bomba in paese, la figlia dello Svedese ha sedici anni. Il padre s’interroga, alla ricerca delle motivazioni che anno fatto della sua bambina prima una balbuziente e poi un’assassina. La cerca, perché dopo la prima bomba la ragazzina fa perdere le sue tracce. Lui e la moglie falliscono nel tentativo, mai convinto, di ricostruire le proprie vite attorno al vuoto lasciato dalla figlia. Un vuoto che forse è piuttosto il suo opposto, con il peso opprimente di quel primo delitto a tormentarli.

Il padre cerca le cause nei propri comportamenti, ma anche nella difficoltà di coniugare l’educazione ebraica con quella cattolica. Roth ricostruisce poco per volta la vita dei genitori, modelli irraggiungibili per la figlia, così carichi di successi, eppure anche loro intimamente deboli. Ce li mostra quando cercavano di conciliare i loro diversi credo e le loro diverse famiglie, ma anche, dopo il tracollo, mentre nel ricostruire le proprie vite in realtà annullano tutto ciò che erano stati.

Questo è per me il secondo romanzo di Philip Roth che leggo dopo “Complotto contro l’America”, altro volume che parla di ebrei nella provincia America, mostrando il disgregarsi di una famiglia. In “Pastorale americana” l’elemento scatenante è la ribellione della figlia, nell’ucronia “Complotto contro l’America” è, invece, un elemento esterno, l’ascesa al potere (immaginaria) di Lindberg, simpatizzante di Hitler e non interventista, che terrà l’America fuori dalla Seconda Guerra Mondiale. Se nell’ucronia Roth mostra di credere nel Destino, nella “Pastorale americana” c’è comunque una totale impotenza del protagonista che molto somiglia all’ineluttabilità del fato.

Philip Roth

Mi chiedo se questa disgregazione della famiglia americana per Roth sia qualcosa di specifico della comunità degli ebrei d’America, i cui principi sono così in contrasto con il consumismo e l’arrivismo americano o se ci parli di ebrei solo perché sono la comunità che conosce meglio, ma percepisca comunque una generale crisi degli ideali familiari americani e occidentali. Dovrò leggere altro di suo per capirlo meglio. Cosa che farò volentieri, perché, nonostante una scrittura un po’ “indiretta”, che non arriva con precisione alla sostanza, l’autore sa affrontare con capacità temi interessanti e importanti, non per nulla è stato citato spesso il suo nome tra i candidati al Premio Nobel (anche se non credo più molto nella qualità di questo riconoscimento).

 

P.S.: non credo ci sia alcuna parentela tra Philip e Veronica Roth, la giovane autrice di “Divergent”, ma se così non fosse fatemi sapere.

OGNI COSA É CONFUSA

Avendo letto l’illuminante e imperdibile saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, mi stupiva un po’ pensare che un simile autore potesse anche aver scritto dei romanzi. Ho dunque avuto qualche esitazione ad accostarmi a “Ogni cosa è illuminata”, romanzo pubblicato da Safran Foer nel 2002. Avrei indubbiamente preferito leggerne un altro saggio. Come romanziere, però riscuote un certo successo, così ho voluto tentarne la lettura.

L’opera mi ha in parte affascinato, spingendomi a considerarla un libro originale e appassionante, dall’altra parte, però, mi ha piuttosto deluso.

Quel che mi ha spinto a considerarlo un romanzo interessante è poi stato anche ciò che forse mi ha disturbato di più. Non amo e non capisco gli autori che, conoscendo e praticando la lingua nazionale scrivono in dialetto, sembrandomi una furbata per risultare più “simpatici” e per nascondere nella forma la debolezza della sostanza, come si copre il sapore di un cibo un po’ troppo vecchio con il sapore forte delle spezie.

Safran però non scrive in dialetto. Fa un’operazione più seria: crea una parlata per uno dei suoi personaggi, cosa che mi ispira e incuriosisce. Se questo è uno dei punti di forza dei grandi autori fantasy da Tolkien alla Rowlings, non sempre farlo, però, suona corretto e in linea con la narrazione.

Il protagonista di “Ogni cosa è illuminata” è un giovanissimo ucraino che cerca di parlare un inglese elegante, ma, conoscendo poco la lingua, la reinventa a modo suo, usando malamente sinonimi sofisticati. La cosa all’inizio stuzzica e forse diverte persino, poi ci si chiede come faccia uno che conosce così poco la lingua a conoscere termini così particolari, pur usandoli così male e, soprattutto, dopo un po’ ho avuto la stessa sensazione che provo leggendo alcuni autori dialettali: che bisogno c’era? È solo una spezia per nascondere il sapore di un piatto poco saporito?

L’altra cosa che mi ha convinto poco, sebbene sia una tecnica ampiamente sfruttata, è stato dividere il romanzo in due (anzi tre) piani temporali, raccontando in sostanza una storia ambientata nel passato, una nel presente e un’altra quasi fuori dal tempo (lo scambio di corrispondenza tra il protagonista e il cosiddetto “eroe”, l’ebreo americano che viene guidato attraverso l’Ucraina dal protagonista alla ricerca della storia della sua famiglia).

Le due (tre) storie hanno indubbiamente punti in comune, ma ho atteso invano il momento in cui avrei potuto esclamare “Ogni cosa è illuminata” (che nel gergo del protagonista vorrebbe dire “tutto chiaro!”), perché finalmente mi si sarebbe chiarito ogni legame tra di esse.

Inoltre, avendo letto da poco il pregevole “Il complotto contro l’America” di Roth, che ci parla in modo davvero intelligente di ebrei e antisemitismo, questa nuova storia di ebrei perseguitati mi è parsa decisamente inferiore  e assai meno incisiva nel descrivere il vero dramma degli ebrei di fronte al razzismo che li perseguita e poco conta che l’intento qui era probabilmente di scrivere un altro tipo di storia, perché il raffronto con altre storie sull’antisemitismo (per esempio il bel “La bambina che salvava i libri”, “Il cielo cade”, “I cani e i lupi” – anch’esso con ucraini – o “Bastardi senza gloria”) non si può evitare.

Ci sono, per di più alcuni passaggi, non troppo lunghi nel complesso dell’opera, che ho trovato inutili e noiosi.

Peccato, perché il romanzo ha un grosso potenziale e partiva bene, ma se Safran Foer mi è parso un ottimo investigatore della società e un ottimo saggista in “Se niente importa”, in questo romanzo, per molti aspetti affascinante, mi è parso che abbia ancora da maturare.

 

Firenze, 11/10/2013

 

Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer

UN UCRONICO CHE CREDE NEL DESTINO

Risultati immagini per il complotto contro l'americaQuando si elencano le migliori ucronie sul nazismo si pensa quasi sempre a “La svastica sul sole” (1962) di Dick o a “Fatherland” (1992) di Harris, ma “Complotto contro l’America” (2004) di Philip Roth, pur trattando i medesimi temi, si presenta, a mio giudizio, dal punto di vista letterario, come un’opera migliore.

Innanzitutto per il forte realismo con cui viene bilanciata la fantasia ucronica, mostrando con precisione un’America di provincia, nella miglior tradizione del genere, dal punto di vista di un bambino ebreo. L’approccio ucronico qui viene reso mostrando come l’avvento al potere negli Stati Uniti nel 1940 di un personaggio non interventista e moderatamente simpatizzante di Hitler, porti a una trasformazione lenta ma inesorabile del modo di pensare e di agire di una grande democrazia, facendo riaffiorare sacche nascoste di razzismo e antisemitismo.

Perfettamente ucronica è la trovata che un singolo uomo, qui l’aviatore ed eroe americano Lindberg, possa stravolgere e mutare la storia del mondo, vincendo le elezioni al termine del secondo mandato di Roosevelt (nella realtà il Presidente vinse per quattro mandati successivi e guidò l’America nella Seconda Guerra Mondiale).

L’arresto del New Deal, dovuto al termine della sua presidenza, unitamente all’avanzata di Giappone e Germania nelle loro conquiste, porteranno alla trasformazione culturale dell’America.

Il dramma ebraico non viene visto mediante persecuzioni, ma tramite il disgregarsi dell’unità familiare, vero obiettivo delle moderate politiche anti-semitiche di Lindberg.

Il cugino orfano che vive con i Roth (i protagonisti si chiamano come l’autore), parte come volontario in guerra arruolandosi nell’esercito canadese (alleato di Gran Bretagna e Francia). Torna deluso e amareggiato e privo di una gamba, in conflitto con lo zio che ancora vede in Lindberg un pericolo, rifiuta di occuparsi della politica. Il fratello maggiore del bambino viene inserito in un programma subdolo di “americanizzazione” (qualcosa tipo i balilla nostrani, ma dedicato espressamente agli ebrei) dietro pressione della zia, che sposa un rabbino collaborazionista. Il padre viene trasferito in Kentucky dalla propria azienda, come varie altre famiglie ebraiche, ma rifiuta di partire e si licenzia, passando a un lavoro più umile alle dipendenze del proprio fratello. Insomma, niente campi di concentramento in America, ma una vita sempre più difficile, fino all’entrata in guerra deli Stati Uniti contro l’Asse. A tal punto però, Lindberg muore in un incidente aereo, Roosvelt diventa presidente per la terza volta (negli anni del suo reale quarto mandato) e la Storia ritorna nei suoi binari originari.

Ho voluto citare questo finale (ritenendo peraltro che nulla tolga alla lettura, dato che, per come è impostato il romanzo, quello che interessa il lettore sono soprattutto le vicende familiari), perché è lì, secondo me, che la visione ucronica di Roth, per il resto eccellente, ha un calo. Personalmente ritengo, infatti, che se la Storia muta, non ci sia verso di riportarla sul suo cammino originario. Credo che ogni piccolo gesto diverso, ci consegni un futuro irrimediabilmente nuovo. Quattro anni di guerra mondiale, poi, con l’embargo americano verso gli Alleati e un ostinato non interventismo, sono qualcosa che neanche l’entrata in Guerra, con Pearl Harbour, come avvenne davvero, può cancellare. Del resto Roth poco ci dice degli anni successivi, ma la sensazione che lascia è che ogni cosa torni al suo posto. A un certo punto cita persino l’attentato futuro a Robert Kennedy!

Philip Roth

Philip Roth

Non concordo insomma in una visione determinista della Storia, in cui il Destino, alla fine è immutabile. E non tanto una questione di perdita del Libero Arbitrio, ma di un approccio alla Storia che esclude il ruolo delle singole persone, dei piccoli eventi, credendo in un flusso inarrestabile, in cui le grandi forze sociali ed economiche prevalgono su tutto. Eppure mi pare evidente dalle cronache del nostro Paese e dalle vicende storiche, come la presenza di alcuni uomini abbiano da sempre orientato in modo netto e determinante il corso degli eventi. Trovo persino ridicolo pensare che se non ci fossero stati un Giulio Cesare, un Einstein, un Darwin, un Napoleone, un Mozart, un Dante altri avrebbero portato a termine la loro opera. Forse qualcosa di confrontabile, in alcuni casi sarebbe stato realizzato, ma nulla di uguale. Senza un solo versetto dell’Inferno di Dante la nostra stessa vita sarebbe stata un’altra. Questo credo sia il massimo insegnamento dell’ucronia. La “Storia senza se e senza ma” è solo uno slogan politico, ma non ha alcun senso reale.

 

Firenze, 29/09/2013

 

 

 

 

Charles Lindberg

Charles Lindberg

IL FRATRICIDA CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO BIBLICO

Risultati immagini per Caino SaramagoSe José Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”.

Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze della Morte” (2005).

Caino”, una delle ultime opere del premio Nobel portoghese scomparso il 18 giugno 2010 è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.

Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.

Caino è proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.

Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.

José Saramago

Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.

Ora questo nome, Lilith, ci porta già in un’altra dimensione di questo romanzo.

Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.

Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l’origine verso il VIII secolo a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.

La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati!

Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.

Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi gli era caro.

Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che manderà alla rovina il buon Giosuè, in combutta con Satana, per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.

Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo sarà Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).

Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.

Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?

Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrando quegli aspetti che vengono messi meno in evidenza nei sermoni domenicali.

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Caino e Abele

Leggi anche:

–          Cecità

–          Il Vangelo secondo Gesù Cristo

–          Le Intermittenze della Morte

Firenze, 07/05/2013

IL GIOCO DELLA GUERRA

Ci sono romanzi che nascono dall’esigenza di raccontare momenti di vita che ci hanno segnato profondamente. Questo è il caso di “Il Cielo cade” di Lorenza Mazzetti, con il quale l’autrice ricorda la sua infanzia sotto il fascismo e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Lo fa scegliendo un punto di vista particolare: gli occhi di una bambina simile a quella che era lei in quegli anni. La piccola Penny è un’orfana che è stata accolta in casa di un ricco zio ebreo assieme alla sorellina Baby, dopo la morte dei genitori, di cui ricorda ormai poco. La sua famiglia è diventata quella dello zio e vive un’esistenza, all’apparenza, spensierata.

È in realtà, come molti ai suoi tempi, una bambina plagiata due volte: dal Fascismo e dalla Chiesa.

Le insegnano ad amare Gesù e Mussolini, anche se vive in una famiglia ebraica. Suo zio si dimostra di vedute aperte e, considerando che la piccola è cattolica e battezzata, le lascia frequentare i preti, anche se non la porta a Messa.

Le due bambine crescono preoccupandosi per l’anima dello zio, che, in quanto ebreo, sanno che andrà all’inferno. Sarà proprio il prete, però, a dir loro, infine, che chi è buono, come lo zio, non va all’inferno, nonostante quel che dice la gente intorno a loro.

Tutto è visto con lo sguardo ingenuo della bambina: l’indottrinamento fascista, l’arrivo dei tedeschi, la loro fuga, l’arrivo dei partigiani, la morte.

Il gioco prevale su tutto, ma la paura e il dolore si fanno strada, fino al momento in cui cade il Cielo, in cui il loro mondo si disgrega.

I tedeschi, prima tanto gentili, mentre occupavano la loro villa, fuggendo diventano cattivi, uccidono la zia e le cugine e bruciano la grande casa che li ha ospitati. Lo zio sopravvive, ma per poco, e, affranto, si ammazza.

Il punto di vista infantile rende la storia simpatica e originale, ponendola dalle parti del celeberrimo “Diario di Anna Frank” o di “La Bambina che salvava i Libri”, di cui però non ha la ricchezza di trama e l’approfondimento. Può essere comunque considerato una lettura da consigliare per la Giornata della Memoria, anche perché per leggerlo non ci vuole che qualche ora. Arrivato a due terzi del libricino, cominciavo, però, a essere un po’ stufo di osservare i giochi di Penny, Baby e dei loro amici. Arriva, poi, per fortuna, la svolta finale e il libro riprende brio.

Lorenza Mazzetti

Lorenza Mazzetti

Nel complesso è una lettura piacevole e un modo interessante per mostrare, in modo semplice ma non meno irritante, la potenza del plagio fascista praticato in quegli anni e della forza di persuasione esercitata dalla Chiesa negli ultimi secoli.

A qualcuno i pensieri e i giochi sul Paradiso e l’Inferno, i Peccati, Gesù e la Genesi di queste bambine potranno forse sembrare normali e ingenui, ma la sensazione di forzatura e di plagio praticati nei loro confronti è stata per me piuttosto forte.

 

Firenze, 10/02/2013

UN MONDO DIVISO

Irene Némirovsky - I Cani e i Lupi

Irene Némirovsky – I Cani e i Lupi

I Cani e i Lupi” di Irene Nemirovsky narra di un mondo diviso, spezzato. Diviso tra ricchi e poveri, tra ebrei ucraini e cattolici francesi, tra ebrei poveri ed ebrei ricchi, tra cani e lupi, animali simili, ma dalle anime così diverse. È un mondo che è fuggito via da una Guerra Mondiale e si appresta sprofondare in una ancora peggiore, con una grande rivoluzione alle porte della Russia, da cui vengono i protagonisti e l’autrice.

Irene Némirovsky

Irene Némirovsky

I Cani e i Lupi” è anche una storia d’amore eterno, uno di quelli che nascono da un colpo di fulmine infantile, un amore quasi ossessivo e capriccioso e non riescono a esaurirsi, forse proprio perché non trovano mai appagamento. Ada Sinner, ebraica Giulietta, vuole amare con tutte le forze il suo ricco cugino, il Romeo Harry Sinner. A separarli non è l’appartenenza a famiglie nemiche come in Shakespeare, ma l’appartenenza alla medesima, spezzata però da un abisso di differenza censuaria. Ada è tanto povera, quanto Harry è ricco. Eppure tutti e due ambiscono a cambiare, a confondersi in una Parigi dal sapore mitico.

La Nemirovsky ci mostra allora con delicatezza l’amore di Ada snodarsi tra l’Ucraina e Parigi, mentre la Storia scorre avanti crudele e inesorabile.

 

Firenze, 17/07/2012

cane e lupo

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