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FANTASCIENZA RETRÒ O UCRONIA FANTASCENTIFICA

Risultati immagini per invasione atto terzoQuando alcuni anni fa lessi il primo volume della doppia saga di romanzi “Invasione” e “Colonizzazione” di Harry Turtledove, lo feci in quanto questi libri mi erano stati segnalati come un interessante esempio di ucronia, genere cui appartengono molte delle mie opere. In effetti, si tratta di un genere particolare di ucronia, se vogliamo prendere alla lettera la definizione che ne fa wikipedia “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

A voler essere rigorosi se si parla di “eventi ipoteticamente possibili”, tra questi le invasioni aliene dovrebbero avere un grado di probabilità piuttosto basso, ma possiamo davvero considerarle impossibili?

Nel mondo della narrativa credo che si possa anche accettare l’ipotesi ucronica di Turtledove che la Seconda Guerra Mondiale sia interrotta da un’invasione aliena, come avviene in “Invasione”.

Inoltre, questi alieni sono piuttosto plausibili, la loro tecnologia è piuttosto simile a quella nostra attuale e non giungono sino a noi attraverso varchi spazio-temporali o viaggiando più veloci della luce, ma con un viaggio di secoli attraverso lo spazio.

Il loro problema è che la sonda che avevano inviato sulla Terra per valutare le condizioni del pianeta arriva da noi nel Medioevo e le navi che la Risultati immagini per invasione atto terzoseguono impiegano alcuni secoli, ritrovandosi così a incontrare un’umanità tecnologicamente assai più evoluta e per giunta in pieno assetto di guerra, come nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale.

La Razza (così si autodefiniscono gli alieni), è abituata a lenti mutamenti e non si aspettava che la storia umana evolvesse così in fretta. Del resto se fossero arrivati sulla Terra cinquecento anni prima e lo stesse avesse fatto la loro sonda, le differenze non sarebbero state così marcate neanche da noi.

Oltre che un bell’esempio di ucronia, queste storie sono anche un esempio quasi unico di qualcosa che oserei definire “fantascienza retrò”, se non “vintage”. Innanzitutto, per la scelta di ambientare l’invasione aliena nel passato, ma anche per il tipo di alieni, dei lucertoloni scagliosi che tanto ricordano, in piccolo, i Godzilla di certa fantascienza del secolo scorso, con armamenti in cui le bombe atomiche, i radar e i missili sono ancora tecnologia futuristica.

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Harry Turtledove

Questi romanzi, poi, sono anche un gran bell’esempio di opera corale, dove il protagonista è l’Invasione, più che un singolo personaggio, ma dove ognuno di questi ha comunque sufficiente spessore da ricavarsi un posto nel cuore e nell’immaginario del lettore. Personaggi, poi, presi da ogni parte del conflitto, che possiamo così osservare con gli occhi degli americani, dei nazisti tedeschi e degli ebrei tedeschi o polacchi, dei polacchi, dei cinesi, dei giapponesi e, soprattutto, dei Maschi della Razza, poiché il punto di vista degli alieni, siano essi semplici combattenti, scienziati o comandanti, ha un ampio spazio. Ogni tanto compare, persino, qualche accenno alla nostra piccola Italia (in questo terzo volume si accenna a Mussolini, a Pio XII, Enrico Fermi e si sente parlare con disprezzo di noi dai greci, che, vittime della nostra recente aggressione fascista, ci considerano “tiranni da operetta”).

Ho ora completato la lettura del terzo volume “Invasione – Atto Terzo” (1996) e, sebbene, anche questo tomo sia alquanto voluminoso con le sue oltre seicento pagine che si aggiungono alle altrettanto numerose dei precedenti “Invasione – Anno Zero” (1994) e “Invasione – Fase Seconda” (1994) , e le descrizioni di scontri militari non manchino, devo dire che i momenti di noia sono stati davvero pochissimi e la lettura è proceduta spedita e piacevolmente, creando una buona empatia con i numerosi personaggi, di cui si desidera sapere sempre di più. Interessante, poi, come i nemici di poco prima, riescano a trovare un modo per allearsi e combattere assieme.

Non potrò quindi che leggere, prima o poi, anche il quarto volume della quadrilogia (“Invasione Atto Finale”) e quindi iniziare anche il ciclo successivo sulla “Colonizzazione”, che, visto la sempre più serrata resistenza dei Toseviti (così ci chiama la Razza), davvero ci si chiede come sarà mai possibile.

GLI JUCKER, UNA FAMIGLIA DI COLLEZIONISTI D’ARTE

L'incanto dei MacchiaioliNei mesi scorsi, a Milano, il Museo Poldi Pezzoli ha riunito la collezione di pittori macchiaioli (Fattori, Lega, Signorini, Costa, Borrani, Cabianca, Abbati, Banti, Ranzoni, Segantini, Reycend, Fontanesi, Favretto, Gigante e altri) realizzata da Giacomo Jucker (all’anagrafe Hans Jakob Jucker).

Già prima di visitare l’interessante mostra, ne ho acquistato il catalogoL’incanto dei macchiaioli nella collezione di Giacomo e Ida Jucker” curato da Andrea Di Lorenzo e Fernando Mazzocca per la SilvanaEditoriale.

Il bel volume illustrato e di ampio formato, comprende i capitoli:

  • Dialogo tra collezionisti – di Annalisa Zanni;
  • I macchiaioli a Milano. Enrico Somaré, Lamberto Vitali, Luchino Visconti e la collezione di Giacomo Jucker – di Fernando Mazzocca
  • Un “Gran Lombardo” innamorato dei macchiaioli – di Giuliano Matteucci
  • Jucker: una famiglia di imprenditori, mecenati e collezionisti – di Andrea Di Lorenzo
  • Giacomo Jucker (Ricordi di un nipote) – di Augusto Mercandino
  • Il Catalogo (con foto e descrizione delle opere in mostra)
  • Appendice
  • Bibliografia

Devo confessare che il mio interesse per il volume e la mostra riguardava più la famiglia Jucker che non i Macchiaioli. La famiglia, infatti, è quella di mia nonna Sylvia.

Sylvia Jucker

Sylvia Jucker Menzinger

Ho, dunque, trovato di particolare interesse il capitolo dedicato alla famiglia, ma anche altri che, più indirettamente ne parlano.

Nel capitolo e, in genere, nel volume, si parla, infatti, non solo di Giacomo, ma anche di altri membri della famiglia, collezionisti o meno.

 

Mia nonna era “inglese” essendo nata a Manchester, di lingua inglese e cittadina britannica, ma la sua famiglia (materna e paterna, dato che era figlia di due cugini Jucker) veniva dalla Svizzera tedesca.

Gli Jucker nel XIX secolo da periti tessili si trasformarono in industriali, avviando imprese in Italia e Inghilterra, pur mantenendo la cittadinanza svizzera.

Lo zio di Giacomo, J. Jacob Jucker, sposò la scozzese Selina Anderson e si trasferì in Inghilterra a Manchester, rilevando la ditta di produzione ed esportazione di macchinari tessili J.Felber & Co., poi Felber, Jucker & Co., ampliando l’attività al montaggio di campi di gara, allo sfruttamento delle foreste del Sud Africa, al finanziamento di linee di navigazione, alla fabbricazione di tegole e fogli in amianto, importazione di prodotti coloniali, commercio di legname e cellulosa. La figlia di Jakob era la madre di mia nonna, Dora Selina Jucker (1880-1961).

Giacomo Jucker con la moglie Ida

Alla morte di Jakob (1908) la ditta passò nelle mani del nipote di Jakob, Enrico Fontana Jucker (1878-1935), che sposò appunto la cugina Dora. Enrico sviluppò ulteriormente l’impresa familiare, entrando anche nel commercio del cemento e divenendo amministratore delegato di varie aziende inglesi come la British Everite and Asbestilit (amianto) o la British Rayopane Ltd (cellulosa) e divenendo nel 1920 console onorario di Manchester.

Morì prematuramente nel 1935, avendo ingoiato un’ostrica, lasciando cinque figli, Philip, Sylvia (mia nonna), Nina, Angela e Adrian. Alla sua morte le imprese familiari passarono sotto la direzione del fratello di Jakob, Albert, essendo anche il primogenito di Enrico (Philip) morto prematuramente nel 1937 mentre si allenava su un’auto da corsa nell’isola di Mann.

Alberto o Albert (all’anagrafe Hans Heinrich Albert, nato a Wila nel 1849, non lontano da Juckern, cittadina da cui potrebbe derivare il cognome) sposò il 04/10/1877 Luigi Antonia Regina Fontana (nata a Fagnano Olona il 12/10/1851).

Alberto ebbe sei figli:

Enrico (1878-1935 – mio bisnonno), Anna (1880-1962), Giacomo (Nese, oggi Alzano Lombardo 30/03/1883 – il collezionista cui è dedicata la mostra), Lina (morta bambina nel 1898), Alberto, detto Albertino (1889-1979), Carlo Amedeo (1893-1984).

Mostra Macchiaioli Jucker

Un altro collezionista della famiglia fu Carlo Jucker (1878-1971), discendente da Hans Ulrich, zio di Alberto e suo fratello Jakob, che venne in Italia per lavorare con il cugino Alberto. Anche Carlo sposò una (seppur lontana) cugina, Anna Jucker, figlia di Alberto e sorella di Giacomo. Diresse gli stabilimenti di Castellanza e Legnano del cotonificio Cantoni, come presidente, divenendo poi anche presidente del cotonificio Bresciano Ottolini, della Banca di Legnano e della Società del Gas di Legnano e Saronno. Fu promotore di importanti istituti filantropici e sociali e committente di realizzazioni architettoniche di avanguardia quali la Colonia Elioterapica di Legnano, capolavoro dell’architettura razionalista italiana. Carlo fu collezionista di opere d’arte dal Rinascimento al XX secolo.

 

Collezionista di maggior rilievo, però, fu suo figlio Riccardo Jucker (1909-1987) che raccolse numerose opere delle avanguardie storiche attive nei primi anni del Novecento, in particolare, del Futurismo. Tra gli artisti di cui raccolse i dipinti, ricordiamo Braque, Picasso, Carrà, Mondrian, Léger, Boccioni, Balla, Severini, Soffici, Simoni, Rosai, De Pisis, Morandi, Modigliani, Matisse, Klee e Kandinskji. Opere cedute, dopo la sua morte, al Comune di Milano.

 

Il volume riporta anche fotografie di vari membri della famiglia, Giacomo, Jakob, Enrico e altri.

 

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FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

LA CINA E IL TRAUMA DEL PROGRESSO – IL XX SECOLO VISTO DAL MIGLIOR PREMIO NOBEL DEL XXI SECOLO.

 

Tra tutti i vincitori di un premio Nobel nel corso di questo millennio, forse quello che sto apprezzando maggiormente è il cinese Mo Yan, vincitore nel 2012.

Di sicuro lo considero molto al di sopra di Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice Munro, Patrick Modiano o persino della recentemente premiata Svetlana Aleksievic. Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con un Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

Di Mo Yan, sinora, ho letto “Il supplizio del legno di sandalo” (2001), “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti” (1986) e, ora, “Grande seno, fianchi larghi” (1996), cui, se devo attribuire un difetto, direi che, con le sue oltre 900 pagine è davvero lungo, ma, per come scorre e per quanto è ricco, non sarebbe giusto dire che sia troppo lungo. Solo un grande autore poteva creare un’opera così monumentale senza annoiare e restando sempre diretto, chiaro, leggibile e coinvolgente.

Essere leggibile e coinvolgente è la maggior dote di un autore. Per una volta è un pregio che appartiene a un nobel. Anche questo rende Mo Yan superiore agli altri.

Ne ho apprezzato, soprattutto, la vivacità descrittiva, l’abbondanza di immagini vivide ed efficaci, la ricchezza delle storie che si dipanano attorno alla trama principale, che altro non è se non la vita del protagonista, che attraversa gran parte del XX secolo, mostrandoci l’evoluzione della Cina, dal periodo pre-rivoluzionario a quello contemporaneo. Eccezionali sono anche molti dei personaggi, dal protagonista ad alcuni minori, come i fratelli muti. Ottima l’idea di chiamare spesso le sorelle con un numero ordinale. Ci parla, infatti, di una Sorella Maggiore, una Seconda Sorella, una Terza Sorella e così via. Trattandosi di nomi cinesi si sarebbe, infatti, fatto fatica a riconoscerle l’una dall’altra, ma forse sarebbe stato complesso, anche conoscendo la lingua, dato che ciascuna delle prime sette sorelle ha nomi che si somigliano per significato, dato che se una si chiama con una parola che vuol dire “aspettare il fratellino”, un’altra “evocare il fratellino”, un’altra “ottenere il fratellino” e altre simili varianti[1].

Ogni sorella apporta alla trama la propria vicenda, il proprio matrimonio con personaggi pittoreschi ma realistici.

La Storia, quella ufficiale, quella dei grandi nomi e grandi eventi, rimane in secondo piano, ma vediamo l’evolversi del mondo e della Cina attraverso le vicende di una regione (quella di Gaomi in cui è nato lo stesso Mo Yan), della famiglia Shangguan e, in particolare, del nono figlio, Jingtong, il più inatteso e vezzeggiato ma anche il più inetto dell’enorme progenie della vedova Shangguan Lu. Si passa così dalle invasioni tedesche e giapponesi all’avvento del comunismo e alla sua trasformazione. Si vede la Cina trasformarsi da impero feudale in potenza industriale, ma sempre sullo sfondo delle vicende di questo personaggio, che vediamo nascere, primo maschio tanto atteso, dopo ben sette sorelle, più un’ottava, sua gemella.

Mo Yan (in cinese: 莫言S, Mò YánP), pseudonimo di Guan Moye (管謨業T, 管谟业S, Guǎn MóyèP; Gaomi, 17 febbraio 1955) è uno scrittore e saggista cinese. È considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2012.

Assistiamo alle peripezie di sua madre (rimasta vedova subito dopo la sua nascita) per allevare così tanti bambini, cui presto si aggiungeranno anche i nipoti. Assistiamo ai matrimoni delle sorelle con i personaggi più disparati, ognuno di diversa appartenenza politica, così da permettere alla famiglia di cadere e risorgere più volte, al diverso soffiare della politica e della Storia.

Scopriremo poi come il presunto padre di una simile progenie fosse in realtà sterile e come la madre, per accontentare marito e suocera, sia andata a ricercare di volta in volta un nuovo padre nella speranza di generare alfine il tanto atteso maschio.

Ne viene fuori una carrellata di personaggi che, nell’insieme sembrano mostrarci le molteplici facce della Cina.

Se l’abbondanza di donne potrebbe far pensare a un’opera al femminile, tra tutti spicca per la sua particolarità il protagonista Jingtong, prima per il suo rifiuto di abbandonare il seno materno e accettare, persino da grande, altro cibo che non sia il latte, prima materno e poi caprino, poi per il lasciarsi andare alla sua malata passione per i seni, divenendo, grazie all’aiuto di un nipote, proprietario di un negozio e poi di una fabbrica di reggiseni. Attraverso di lui, Mo Yan ci lascia una singolare ode al seno femminile e al suo potere evocatore.

Mo Yan dunque ha l’abilità di dipingere una grande saga familiare dal sapore ottocentesco e con un numero di pagine non meno ottocentesco, ma con un piglio narrativo così visivo e intenso da ricordare piuttosto il cinema contemporaneo. La capacità che più colpisce è quella di sommergere il lettore con immagini dettagliate e vivaci, senza per questo essere superflue per la trama, ma costituendone anzi la sostanza.

Se “Il supplizio del legno di sandalo” era certo più crudo e violento, anche qui proviamo sensazioni forti, accanto ad altre poetiche e non manca qualche tocco magico, sebbene non si possa dire di essere dalle parti del soprannaturale, poiché la magia che ci offre questo poeta (tale è spesso Mo Yan, sebbene scriva in prosa) è quella del quotidiano e delle superstizioni popolari ed è tutta nelle menti dei personaggi.

Come ne “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”, anche qui Mo Yan ci parla della difficoltà di un popolo di contadini che si è visto proiettato nel giro di meno di un secolo dal medioevo nell’età moderna. La violenza che troviamo nelle sue opere nasce da qui, dal dolore di questo popolo plurimillenario e dal suo dolore per questa crescita inumana. La magia che ci regala è quella antica, quella dell’anima e della Storia, che il progresso sta violentando e uccidendo.

Non oserei dire che le sue siano opere di denuncia delle contraddizioni del progresso, ma ne sono certo una delle più eccelse testimonianze.

[1]  Aspettare il Fratellino – Laidi
Evocare il Fratellino – Zhaodi
Ottenere il Fratellino – Lingdi
Pensare al Fratellino – Xiangdi
Desiderare il Fratellino – Pandi
Sognare il Fratellino – Niandi
Implorare il Fratellino – Qiundi

PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

IL PASSATO CHE CI CAMBIA

Una scrittura femminile azzurro pallida” del praghese Franz Werfel (1890-1945) è un romanzo breve ambientato a Vienna nel 1936, mentre in Germania si imponevano le leggi razziali. Narra di un tale che, nato da una famiglia povera, grazie all’eredità di un frac lasciatogli da un amico suicida, sposa una delle donne più ricche e potenti della città. Anni dopo, quando ormai è divenuto un alto funzionario statale, all’età di 51 anni (e non posso non notare che questa è anche la mia età ora), riceve una lettera scritta con “una scrittura femminile azzurro pallido” che non vedeva da 15 anni, ma che subito riconosce per quella della ragazza di cui era innamorato prima di conoscere la moglie e con cui diciotto anni prima aveva avuto una velocissima relazione extra-matrimoniale, cui il solo seguito era stato un’analoga missiva, tre anni dopo, che aveva strappato senza leggere.

Questa volta non strappa la lettera ma ne è subito tormentato, già prima di aprirla. Anche la moglie la nota e ne nascono numerosi equivoci. A rischio è non solo il suo matrimonio, ma la sua stessa esistenza, vissuta fino ad allora all’ombra della potente famiglia della consorte.

Franz Werfel

Questo romanzo delicato, attento agli sviluppi psicologici, mostra tutto l’impatto che un piccolo evento inatteso può avere sull’esistenza delle persone, ma mostra anche come il semplice sospetto di avere un figlio ebreo possa trasformare questo rigido funzionario austriaco, portandolo a sostenere apertamente una candidatura ebraica, che fino al giorno prima aveva osteggiato, mettendosi in contrasto con lo stesso Ministro, nonostante la paura che le medesime leggi razziali imposte in Germania potessero arrivare anche in Austria e che questa sua posizione avrebbe potuto rovinargli la carriera.

In poche pagine, con maestria, Werfel ci tratteggia uno splendido ritratto d’uomo, che teme il cambiamento ma lo affronta, e ci mostra, con tagliente delicatezza, uno spaccato drammatico della storia.

UN CINICO VIGLIACCO A ZONZO NEL MARCIUME DELL’OCCIDENTE

Viaggio al termine della notte” (1932) di Luis-Ferdinand Céline è un viaggio attraverso la nefandezza umana: gli orrori della Prima Guerra Mondiale, la decadenza del colonialismo africano, le bassezze del lavoro fordiano e del consumismo americano, gli aspetti più triviali della professione medica, i bordelli, la miseria che conduce all’omicidio, la prigionia della famiglia, amori omicidi, la claustrofobia dei manicomi.

Tutto è visto attraverso la vita di un uomo, Ferdinand Bardamu, che partendo dalla Francia di un secolo fa, attraversa il mondo, in un’irrequietezza che nasce dalla sua stessa incapacità di adattarsi e di emergere in un mondo difficile. Un personaggio che non si fa amare e in cui, credo, difficilmente ci si può riconoscere. Sostanzialmente un vigliacco o, più precisamente, un cinico smidollato.

Louis-Ferdinand Céline

Eppure questa Notte della civiltà occidentale che attraversa non è poi così cupa come ben peggiori distopie c’hanno mostrato, la sua non è affatto una piena abiezione. Rimane un uomo grigio e tutto sommato noioso e questo rende il romanzo, a tratti interessante, a tratti altrettanto pesante. La condanna della guerra, vista attraverso la sua vigliaccheria, perde spessore. Il suo essere meschino lo rende parte di questo mondo oscuro, privandolo della forza morale per condannarlo veramente. Mi viene da pensare a “I miserabili” di Hugo, ma qui è tutto rovesciato. Non c’è nessuna grandezza interiore in Ferdinand, nessun afflato divino. In Céline c’è solo squallore, che penetra nel profondo dei cuori umani.

Tanti sono gli eventi narrati, troppi. Tanti i luoghi attraversati, geografici e dell’anima: troppi. Troppi per far sì che quest’opera conservi una solida unitarietà. Non basta la centralità del protagonista, non basta il narrare della nefandezza della civiltà occidentale.

Questo pavido cinismo di Ferdinand Bardamu non ci fa amare lui e, in definitiva, ci rende difficile amare il romanzo stesso e con esso il suo autore.

L’opera è stata molto lodata dalla critica soprattutto come opera di denuncia dei difetti del XX secolo e spesso criticata proprio perché letta in chiave politica, ma i difetti “politici” che possono venirle ascritti io credo trovino la propria sostanza nella negatività nichilistica di queste pagine, nella totale mancanza di eroismo, di speranza, di sogno. Anche un’opera politica deve essere in qualche modo propositiva o, se non lo è, più fortemente negativa. La sensazione, invece, è di un generale grigiore, formato, è vero, da numerose sfumature di grigio (non cinquanta, eh!), ma non per questo meno grigio di un film in bianco  e nero nell’era del technicolor.

Leggendo la biografia di Luis-Ferdinand Cèline si vede che il “Viaggio al termine della notte” ha una forte componente autobiografica. Questo forse è un bene, perché quando un autore scrive di cose che ben conosce, ne scrive meglio, ma forse è anche un male, perché è difficile liberare la fantasia nelle autobiografie. Forse anche per questo Cèline non riesce a condannare veramente Ferdinand Bardamu e non condannandolo, lui che è un esponente del XX secolo, non condanna veramente, con la dovuta forza questo tempo. E dico questo non in senso politico, perché io ritenga il secolo da condannare (questo non rileva), ma in senso letterario: si ha una debolezza narrativa.

Non vorrei aver dato un’impressione totalmente negativa di questa lettura, perché è comunque degna d’esser fatta. Io ho letto in traduzione italiana, ma chi può credo che farebbe bene a leggerlo in francese, perché uno dei pregi di questo romanzo, a quanto leggo, pare sia proprio l’uso della lingua, la capacità di Céline di ricostruire i dialoghi, di mescolare linguaggio volgare e colto. In traduzione molto di tutto ciò si perde.

Rimangono comunque un personaggio ricco, una trama articolata, un quadro del XX secolo come poche altre opere sono mai riuscite a fare e tutto ciò può bastare per dedicare al “Voyage au bout de la nuit” qualche ora. Del resto in molti (troppi!) lo considerano uno dei capolavori del Novecento (se non IL Capolavoro)! Certo, non dobbiamo dimenticarci che fu pubblicato nell’ormai lontano 1932 e che per quei tempi aveva una fortissima carica anticonformista, sia nei contenuto che nello stile. Se l’avessi letto allora, probabilmente anche io ne sarei rimasto scioccato. Letto, invece, oggi non mi ha soddisfatto pienamente. Ne capisco la grandezza e profondità, ma, a pelle, non è uno di quei libri che riescono a colpirmi a fondo, a stendermi. Purtroppo, in alcune parti mi ha persino annoiato. I libri amo giudicarli a prescindere dal contesto storico (di questo si occupi chi è più titolato di me). Mi piace capire cosa mi danno oggi, come lettore: mi ha fatto riflettere, mi ha lasciato perplesso, ma non molto di più. Un altro dei capolavori della letteratura che non tocca esattamente le mie corde! Non uno di quei libri, che non posso digerire, ma uno che forse rischio di digerire troppo in fretta e che, quindi, mi lascerà poco. Eppure mentre scrivo queste righe continuo a dirmi che c’è qualcosa nel romanzo che oggi mi sfugge e che forse domani potrebbe riaffiorare. Penso a quando vidi “Stalker” di Tarkovskij: alla fine mi dissi “ma che razza di film!” e cancellai la cassetta. Un attimo dopo mi resi conto di aver visto un capolavoro!

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