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UN’AMERICANA ALLA CORTE DI KHOMEINI

Risultati immagini per Leggere LolitaIl bestseller “Leggere Lolita a Teheran” (2003) dell’iraniana Azar Nafisi, non è un romanzo, non è un saggio e non è neppure un’autobiografia ma è un po’ di tutto ciò. Il romanzo racconta delle sue esperienze di insegnamento di anglistica in Iran (ci sono, però, anche delle parti che descrivono la sua vita negli Stati Uniti e la sua militanza ai tempi della guerra del Vietnam). Assistiamo alla nascita della Repubblica Islamica Iraniana e al conflitto Iran-Iraq, peraltro non descritti in modo particolarmente dettagliato. Si tratta più che altro di impressioni e sensazioni dell’autrice e di particolari da lei colti, come quando ricorda che sotto i bombardamenti iracheni a Teheran alle donne si consigliava di vestire in modo decoroso anche a letto, nel caso la loro casa fosse crollata! Come se, in un simile frangente l’abbigliamento fosse il vero problema! Si citano morti e persecuzioni, ma è tutto sullo sfondo, lontano.

L’immagine che ci fornisce dell’Iran mi pare, parecchio occidentale. Pare quasi di leggere le cronache di un’Americana a Teheran, più che di una del posto.

Quanto alla letteratura, cita molti autori e vari libri, ma di fatto parla soprattutto di Nabokov, Fitzgerald, James e Austen.

 

“Tema del seminario era il rapporto tra realtà e finzione letteraria. Leggevamo i classici della letteratura persiana, per esempio alcuni racconti della nostra «signora delle storie», Shahrazad, tratti dalle Mille e una notte, insieme ai classici dell’Occidente -Orgoglio e pregiudizio, Madame Bovary, Daisy Miller, Il dicembre del professor Corde e, appunto, Lolita.”

 

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Azar Nafisi

Come si deduce dal titolo, nelle sue lezioni, in effetti, un autore che ha un particolare rilievo è Nabokov, di cui esamina soprattutto “Lolita”, ma non solo. Ampio spazio viene anche dato a Scott Fitzgerald e al suo “Grande Gatsby” cui l’’aula, a un certo punto, intenta pure una sorta di processo. Ai tempi di Khomeini, infatti, la censura stava facendo sparire quasi tutti i libri occidentali. In classe ci sono studenti mussulmani e no. “Il Grande Gatsby” è stata una lettura che mi lasciò, vari anni fa, alquanto indifferente, è mi suona strano vedere l’aula accalorarcisi tanto pro e contro.

Riporto qui alcuni interventi in merito:

 

“«E se volete un esempio di stupro culturale, non dovete cercare più in là di questo libro». Prese la sua copia di Gatsby da sotto la pila di fogli e cominciò a sventolarla nella nostra direzione.”

 

“«Gatsby è un disonesto» strillò. «Si arricchisce con mezzi illeciti e cerca di comprare l’amore di una donna sposata. Questo libro dovrebbe parlare del sogno americano, ma che diavolo di sogno è? L’autore vuol forse incoraggiarci a diventare tutti adulteri e delinquenti? L’America è in declino proprio perché il suo sogno è questo. Sta affondando! Quello che oggi siamo chiamati a giudicare è l’estremo rantolo di una cultura moribonda!» concluse gongolante”.

 

“«E se,» continuò scaldandosi «se, signor Farzan, Fitzgerald nella vita reale era ossessionato dai ricchi e dalla ricchezza, nelle sue opere mostra proprio quanto la ricchezza possa corrompere una persona sostanzialmente perbene, come Gatsby, o creativa e vitale come Dick Diver in Tenera è la notte. Se non riesce a capire questo, il signor Nyazi fraintende completamente il romanzo».”

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“Alcuni tra i militanti di sinistra difesero il romanzo, secondo me anche per contraddire i colleghi musulmani. In sostanza, la loro difesa non fu poi così diversa dalla condanna di Nyazi. Sostennero che avevamo bisogno di opere come Il grande Gatsby per toccare con mano l’immoralità intrinseca nella società americana. Anche loro pensavano che dovessimo leggere più materiale rivoluzionario; tuttavia, per conoscere il nemico Gatsby era utilissimo.”

 

“E quello che un libro così poteva insegnarci, disse, non era certo come diventare un truffatore senza scrupoli, o un’adultera. Forse che tutti scioperavano o emigravano in California dopo aver letto Steinbeck? O andavano a caccia di balene dopo aver letto Melville? Le persone sono un po’ più complicate, no? E com’è, i rivoluzionari non hanno sentimenti, non provano emozioni? Non si innamorano mai, non apprezzano la bellezza? Questo è un libro straordinario, disse. Ci insegna a tenerci stretti i nostri sogni, ma anche a diffidarne, a cercare l’integrità in luoghi insoliti. «A ogni modo» concluse «mi è piaciuto da pazzi, e anche questo vorrà dire qualcosa, non vi pare?».”

 

Se “Gatsby” non fu un personaggio significativo nella mia formazione letteraria e, men che mai lo fu la Daisy Miller di Henry James cui tanto si ispirano le studentesse della Nafisi, “Lolita” è stato romanzo che ha lasciato dei segni in me e nella mia scrittura, tanto che persino il mio “La bambina dei sogniall’inizio vi allude e il protagonista lo legge nell’incipit. Ne “La bambina dei sogni”.

Le riflessioni letterarie in questo volume sono importanti e interessanti. Le parti biografiche un po’ meno, forse perché la protagonista non resta simpatica, mostrandosi come una ragazza cresciuta, figlia di 800 anni di aristocrazia letteraria, che gioca far la ribelle, con le spalle ben coperte da una tradizione familiare di letterati e soprattutto si muove in Iran come un’Americana, che ben conosce il Paese, ma che non sembra sentirlo come suo, nonostante alcune sue dichiarazioni in queste stesse pagine.

 

Tra le riflessioni sulla letteratura, vorrei ricordare le seguenti:Risultati immagini per donne iraniane

 

Esordii dichiarandomi assolutamente d’accordo con Nabokov, quando sostiene che ogni grande romanzo è in realtà una fiaba. Le fiabe, spiegai, sono piene di streghe terrificanti che mangiano i bambini, di matrigne cattive che avvelenano le belle figliastre e di padri vigliacchi che abbandonano i figli nella foresta. Ma l’aura magica nasce dalla forza del bene: è questa a ricordarci che non dobbiamo cedere agli obblighi e alle restrizioni imposti da McFatum, come lo chiama Nabokov.

Ogni fiaba offre la possibilità di trascendere i limiti del presente e dunque, in un certo senso, ci permette certe libertà che la vita ci nega. Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto cupa sia la realtà che descrivono, hanno in sé il nocciolo di una rivolta, l’affermazione della vita contro la sua stessa precarietà.”

 

“Una volta le chiesi come mai avesse abbandonato il realismo per l’astrazione. «La realtà è diventata così insopportabile,» rispose «così deprimente, che ormai so dipingere soltanto i colori dei miei sogni».

«I colori dei miei sogni» ripetevo tra me. Mi piaceva. Quanti possono dipingere i colori dei propri sogni?”.

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“«Un romanzo non è un’allegoria» dissi verso la fine della lezione. «È l’esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare.”

 

 

Leggere Lolita a Teheran”, però non parla solo di letteratura, altrimenti la seconda parte del titolo non avrebbe avuto particolare importanza. Ci parla dell’Iran, dell’Islam che si va radicalizzando e di come questo tratti i libri e la letteratura. Del rapporto dell’Islam con il grande diavolo americano:

“Noi che abitiamo in paesi antichi, spiegai, abbiamo un passato, e non ce ne stacchiamo mai. Loro, gli americani, hanno un sogno: sentono nostalgia per la promessa del futuro.”

 

“«L’Islam è la sola religione al mondo che ha assegnato alla letteratura il sacro compito di guidare ognuno di noi a una vita retta e devota» intonò. «Ciò appare ancor più evidente se consideriamo che il Corano, la parola di Dio, è il miracolo compiuto dal Profeta. Attraverso la Parola l’uomo può sanare e può distruggere. Può guidare e può corrompere. Ecco perché la Parola può appartenere a Satana o a Dio.”Risultati immagini per Lolita Nabokov

 

Gli anni trattati sono quelli dall’avvento di Khomeini al giugno 1997, con il cambiamento dei costumi e della morale e con la gente morta e scomparsa.

La lettura dei classici di lingua inglese è filtrata da questo ambiente, come scrive Nafisi verso la fine del volume:

“Gli spiego che voglio scrivere un libro in cui ringrazio la Repubblica islamica per tutto quello che mi ha insegnato ad amare Henry James e Jane Austen e il gelato e la libertà. «Non mi basta più godere di tutte queste cose» proseguo. «Voglio anche scriverne».

Risultati immagini per Daisy Miller«Non potrai scrivere della Austen» risponde lui «senza scrivere anche di noi, e di questo posto dove hai riscoperto le sue opere. Non potrai fare a meno di noi. Provaci e vedrai. La Austen che conosci è irrimediabilmente legata a questo posto, a questa terra e a questi alberi. Non crederai che sia la stessa Austen che leggevi con il professor French – si chiamava French, vero? No, vero? Questa è la Austen che hai letto qui, in un paese dove il censore è cieco e dove impiccano la gente per strada e stendono un telone nell’acqua del mare per tenere separati gli uomini e le donne mentre fanno il bagno»”.

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FANTASCIENZA RETRÒ O UCRONIA FANTASCENTIFICA

Risultati immagini per invasione atto terzoQuando alcuni anni fa lessi il primo volume della doppia saga di romanzi “Invasione” e “Colonizzazione” di Harry Turtledove, lo feci in quanto questi libri mi erano stati segnalati come un interessante esempio di ucronia, genere cui appartengono molte delle mie opere. In effetti, si tratta di un genere particolare di ucronia, se vogliamo prendere alla lettera la definizione che ne fa wikipedia “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

A voler essere rigorosi se si parla di “eventi ipoteticamente possibili”, tra questi le invasioni aliene dovrebbero avere un grado di probabilità piuttosto basso, ma possiamo davvero considerarle impossibili?

Nel mondo della narrativa credo che si possa anche accettare l’ipotesi ucronica di Turtledove che la Seconda Guerra Mondiale sia interrotta da un’invasione aliena, come avviene in “Invasione”.

Inoltre, questi alieni sono piuttosto plausibili, la loro tecnologia è piuttosto simile a quella nostra attuale e non giungono sino a noi attraverso varchi spazio-temporali o viaggiando più veloci della luce, ma con un viaggio di secoli attraverso lo spazio.

Il loro problema è che la sonda che avevano inviato sulla Terra per valutare le condizioni del pianeta arriva da noi nel Medioevo e le navi che la Risultati immagini per invasione atto terzoseguono impiegano alcuni secoli, ritrovandosi così a incontrare un’umanità tecnologicamente assai più evoluta e per giunta in pieno assetto di guerra, come nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale.

La Razza (così si autodefiniscono gli alieni), è abituata a lenti mutamenti e non si aspettava che la storia umana evolvesse così in fretta. Del resto se fossero arrivati sulla Terra cinquecento anni prima e lo stesse avesse fatto la loro sonda, le differenze non sarebbero state così marcate neanche da noi.

Oltre che un bell’esempio di ucronia, queste storie sono anche un esempio quasi unico di qualcosa che oserei definire “fantascienza retrò”, se non “vintage”. Innanzitutto, per la scelta di ambientare l’invasione aliena nel passato, ma anche per il tipo di alieni, dei lucertoloni scagliosi che tanto ricordano, in piccolo, i Godzilla di certa fantascienza del secolo scorso, con armamenti in cui le bombe atomiche, i radar e i missili sono ancora tecnologia futuristica.

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Harry Turtledove

Questi romanzi, poi, sono anche un gran bell’esempio di opera corale, dove il protagonista è l’Invasione, più che un singolo personaggio, ma dove ognuno di questi ha comunque sufficiente spessore da ricavarsi un posto nel cuore e nell’immaginario del lettore. Personaggi, poi, presi da ogni parte del conflitto, che possiamo così osservare con gli occhi degli americani, dei nazisti tedeschi e degli ebrei tedeschi o polacchi, dei polacchi, dei cinesi, dei giapponesi e, soprattutto, dei Maschi della Razza, poiché il punto di vista degli alieni, siano essi semplici combattenti, scienziati o comandanti, ha un ampio spazio. Ogni tanto compare, persino, qualche accenno alla nostra piccola Italia (in questo terzo volume si accenna a Mussolini, a Pio XII, Enrico Fermi e si sente parlare con disprezzo di noi dai greci, che, vittime della nostra recente aggressione fascista, ci considerano “tiranni da operetta”).

Ho ora completato la lettura del terzo volume “Invasione – Atto Terzo” (1996) e, sebbene, anche questo tomo sia alquanto voluminoso con le sue oltre seicento pagine che si aggiungono alle altrettanto numerose dei precedenti “Invasione – Anno Zero” (1994) e “Invasione – Fase Seconda” (1994) , e le descrizioni di scontri militari non manchino, devo dire che i momenti di noia sono stati davvero pochissimi e la lettura è proceduta spedita e piacevolmente, creando una buona empatia con i numerosi personaggi, di cui si desidera sapere sempre di più. Interessante, poi, come i nemici di poco prima, riescano a trovare un modo per allearsi e combattere assieme.

Non potrò quindi che leggere, prima o poi, anche il quarto volume della quadrilogia (“Invasione Atto Finale”) e quindi iniziare anche il ciclo successivo sulla “Colonizzazione”, che, visto la sempre più serrata resistenza dei Toseviti (così ci chiama la Razza), davvero ci si chiede come sarà mai possibile.

GLI JUCKER, UNA FAMIGLIA DI COLLEZIONISTI D’ARTE

L'incanto dei MacchiaioliNei mesi scorsi, a Milano, il Museo Poldi Pezzoli ha riunito la collezione di pittori macchiaioli (Fattori, Lega, Signorini, Costa, Borrani, Cabianca, Abbati, Banti, Ranzoni, Segantini, Reycend, Fontanesi, Favretto, Gigante e altri) realizzata da Giacomo Jucker (all’anagrafe Hans Jakob Jucker).

Già prima di visitare l’interessante mostra, ne ho acquistato il catalogoL’incanto dei macchiaioli nella collezione di Giacomo e Ida Jucker” curato da Andrea Di Lorenzo e Fernando Mazzocca per la SilvanaEditoriale.

Il bel volume illustrato e di ampio formato, comprende i capitoli:

  • Dialogo tra collezionisti – di Annalisa Zanni;
  • I macchiaioli a Milano. Enrico Somaré, Lamberto Vitali, Luchino Visconti e la collezione di Giacomo Jucker – di Fernando Mazzocca
  • Un “Gran Lombardo” innamorato dei macchiaioli – di Giuliano Matteucci
  • Jucker: una famiglia di imprenditori, mecenati e collezionisti – di Andrea Di Lorenzo
  • Giacomo Jucker (Ricordi di un nipote) – di Augusto Mercandino
  • Il Catalogo (con foto e descrizione delle opere in mostra)
  • Appendice
  • Bibliografia

Devo confessare che il mio interesse per il volume e la mostra riguardava più la famiglia Jucker che non i Macchiaioli. La famiglia, infatti, è quella di mia nonna Sylvia.

Sylvia Jucker

Sylvia Jucker Menzinger

Ho, dunque, trovato di particolare interesse il capitolo dedicato alla famiglia, ma anche altri che, più indirettamente ne parlano.

Nel capitolo e, in genere, nel volume, si parla, infatti, non solo di Giacomo, ma anche di altri membri della famiglia, collezionisti o meno.

 

Mia nonna era “inglese” essendo nata a Manchester, di lingua inglese e cittadina britannica, ma la sua famiglia (materna e paterna, dato che era figlia di due cugini Jucker) veniva dalla Svizzera tedesca.

Gli Jucker nel XIX secolo da periti tessili si trasformarono in industriali, avviando imprese in Italia e Inghilterra, pur mantenendo la cittadinanza svizzera.

Lo zio di Giacomo, J. Jacob Jucker, sposò la scozzese Selina Anderson e si trasferì in Inghilterra a Manchester, rilevando la ditta di produzione ed esportazione di macchinari tessili J.Felber & Co., poi Felber, Jucker & Co., ampliando l’attività al montaggio di campi di gara, allo sfruttamento delle foreste del Sud Africa, al finanziamento di linee di navigazione, alla fabbricazione di tegole e fogli in amianto, importazione di prodotti coloniali, commercio di legname e cellulosa. La figlia di Jakob era la madre di mia nonna, Dora Selina Jucker (1880-1961).

Giacomo Jucker con la moglie Ida

Alla morte di Jakob (1908) la ditta passò nelle mani del nipote di Jakob, Enrico Fontana Jucker (1878-1935), che sposò appunto la cugina Dora. Enrico sviluppò ulteriormente l’impresa familiare, entrando anche nel commercio del cemento e divenendo amministratore delegato di varie aziende inglesi come la British Everite and Asbestilit (amianto) o la British Rayopane Ltd (cellulosa) e divenendo nel 1920 console onorario di Manchester.

Morì prematuramente nel 1935, avendo ingoiato un’ostrica, lasciando cinque figli, Philip, Sylvia (mia nonna), Nina, Angela e Adrian. Alla sua morte le imprese familiari passarono sotto la direzione del fratello di Jakob, Albert, essendo anche il primogenito di Enrico (Philip) morto prematuramente nel 1937 mentre si allenava su un’auto da corsa nell’isola di Mann.

Alberto o Albert (all’anagrafe Hans Heinrich Albert, nato a Wila nel 1849, non lontano da Juckern, cittadina da cui potrebbe derivare il cognome) sposò il 04/10/1877 Luigi Antonia Regina Fontana (nata a Fagnano Olona il 12/10/1851).

Alberto ebbe sei figli:

Enrico (1878-1935 – mio bisnonno), Anna (1880-1962), Giacomo (Nese, oggi Alzano Lombardo 30/03/1883 – il collezionista cui è dedicata la mostra), Lina (morta bambina nel 1898), Alberto, detto Albertino (1889-1979), Carlo Amedeo (1893-1984).

Mostra Macchiaioli Jucker

Un altro collezionista della famiglia fu Carlo Jucker (1878-1971), discendente da Hans Ulrich, zio di Alberto e suo fratello Jakob, che venne in Italia per lavorare con il cugino Alberto. Anche Carlo sposò una (seppur lontana) cugina, Anna Jucker, figlia di Alberto e sorella di Giacomo. Diresse gli stabilimenti di Castellanza e Legnano del cotonificio Cantoni, come presidente, divenendo poi anche presidente del cotonificio Bresciano Ottolini, della Banca di Legnano e della Società del Gas di Legnano e Saronno. Fu promotore di importanti istituti filantropici e sociali e committente di realizzazioni architettoniche di avanguardia quali la Colonia Elioterapica di Legnano, capolavoro dell’architettura razionalista italiana. Carlo fu collezionista di opere d’arte dal Rinascimento al XX secolo.

 

Collezionista di maggior rilievo, però, fu suo figlio Riccardo Jucker (1909-1987) che raccolse numerose opere delle avanguardie storiche attive nei primi anni del Novecento, in particolare, del Futurismo. Tra gli artisti di cui raccolse i dipinti, ricordiamo Braque, Picasso, Carrà, Mondrian, Léger, Boccioni, Balla, Severini, Soffici, Simoni, Rosai, De Pisis, Morandi, Modigliani, Matisse, Klee e Kandinskji. Opere cedute, dopo la sua morte, al Comune di Milano.

 

Il volume riporta anche fotografie di vari membri della famiglia, Giacomo, Jakob, Enrico e altri.

 

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FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

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Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

LA CINA E IL TRAUMA DEL PROGRESSO – IL XX SECOLO VISTO DAL MIGLIOR PREMIO NOBEL DEL XXI SECOLO.

 

Tra tutti i vincitori di un premio Nobel nel corso di questo millennio, forse quello che sto apprezzando maggiormente è il cinese Mo Yan, vincitore nel 2012.

Di sicuro lo considero molto al di sopra di Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice Munro, Patrick Modiano o persino della recentemente premiata Svetlana Aleksievic. Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con un Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

Di Mo Yan, sinora, ho letto “Il supplizio del legno di sandalo” (2001), “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti” (1986) e, ora, “Grande seno, fianchi larghi” (1996), cui, se devo attribuire un difetto, direi che, con le sue oltre 900 pagine è davvero lungo, ma, per come scorre e per quanto è ricco, non sarebbe giusto dire che sia troppo lungo. Solo un grande autore poteva creare un’opera così monumentale senza annoiare e restando sempre diretto, chiaro, leggibile e coinvolgente.

Essere leggibile e coinvolgente è la maggior dote di un autore. Per una volta è un pregio che appartiene a un nobel. Anche questo rende Mo Yan superiore agli altri.

Ne ho apprezzato, soprattutto, la vivacità descrittiva, l’abbondanza di immagini vivide ed efficaci, la ricchezza delle storie che si dipanano attorno alla trama principale, che altro non è se non la vita del protagonista, che attraversa gran parte del XX secolo, mostrandoci l’evoluzione della Cina, dal periodo pre-rivoluzionario a quello contemporaneo. Eccezionali sono anche molti dei personaggi, dal protagonista ad alcuni minori, come i fratelli muti. Ottima l’idea di chiamare spesso le sorelle con un numero ordinale. Ci parla, infatti, di una Sorella Maggiore, una Seconda Sorella, una Terza Sorella e così via. Trattandosi di nomi cinesi si sarebbe, infatti, fatto fatica a riconoscerle l’una dall’altra, ma forse sarebbe stato complesso, anche conoscendo la lingua, dato che ciascuna delle prime sette sorelle ha nomi che si somigliano per significato, dato che se una si chiama con una parola che vuol dire “aspettare il fratellino”, un’altra “evocare il fratellino”, un’altra “ottenere il fratellino” e altre simili varianti[1].

Ogni sorella apporta alla trama la propria vicenda, il proprio matrimonio con personaggi pittoreschi ma realistici.

La Storia, quella ufficiale, quella dei grandi nomi e grandi eventi, rimane in secondo piano, ma vediamo l’evolversi del mondo e della Cina attraverso le vicende di una regione (quella di Gaomi in cui è nato lo stesso Mo Yan), della famiglia Shangguan e, in particolare, del nono figlio, Jingtong, il più inatteso e vezzeggiato ma anche il più inetto dell’enorme progenie della vedova Shangguan Lu. Si passa così dalle invasioni tedesche e giapponesi all’avvento del comunismo e alla sua trasformazione. Si vede la Cina trasformarsi da impero feudale in potenza industriale, ma sempre sullo sfondo delle vicende di questo personaggio, che vediamo nascere, primo maschio tanto atteso, dopo ben sette sorelle, più un’ottava, sua gemella.

Mo Yan (in cinese: 莫言S, Mò YánP), pseudonimo di Guan Moye (管謨業T, 管谟业S, Guǎn MóyèP; Gaomi, 17 febbraio 1955) è uno scrittore e saggista cinese. È considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2012.

Assistiamo alle peripezie di sua madre (rimasta vedova subito dopo la sua nascita) per allevare così tanti bambini, cui presto si aggiungeranno anche i nipoti. Assistiamo ai matrimoni delle sorelle con i personaggi più disparati, ognuno di diversa appartenenza politica, così da permettere alla famiglia di cadere e risorgere più volte, al diverso soffiare della politica e della Storia.

Scopriremo poi come il presunto padre di una simile progenie fosse in realtà sterile e come la madre, per accontentare marito e suocera, sia andata a ricercare di volta in volta un nuovo padre nella speranza di generare alfine il tanto atteso maschio.

Ne viene fuori una carrellata di personaggi che, nell’insieme sembrano mostrarci le molteplici facce della Cina.

Se l’abbondanza di donne potrebbe far pensare a un’opera al femminile, tra tutti spicca per la sua particolarità il protagonista Jingtong, prima per il suo rifiuto di abbandonare il seno materno e accettare, persino da grande, altro cibo che non sia il latte, prima materno e poi caprino, poi per il lasciarsi andare alla sua malata passione per i seni, divenendo, grazie all’aiuto di un nipote, proprietario di un negozio e poi di una fabbrica di reggiseni. Attraverso di lui, Mo Yan ci lascia una singolare ode al seno femminile e al suo potere evocatore.

Mo Yan dunque ha l’abilità di dipingere una grande saga familiare dal sapore ottocentesco e con un numero di pagine non meno ottocentesco, ma con un piglio narrativo così visivo e intenso da ricordare piuttosto il cinema contemporaneo. La capacità che più colpisce è quella di sommergere il lettore con immagini dettagliate e vivaci, senza per questo essere superflue per la trama, ma costituendone anzi la sostanza.

Se “Il supplizio del legno di sandalo” era certo più crudo e violento, anche qui proviamo sensazioni forti, accanto ad altre poetiche e non manca qualche tocco magico, sebbene non si possa dire di essere dalle parti del soprannaturale, poiché la magia che ci offre questo poeta (tale è spesso Mo Yan, sebbene scriva in prosa) è quella del quotidiano e delle superstizioni popolari ed è tutta nelle menti dei personaggi.

Come ne “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”, anche qui Mo Yan ci parla della difficoltà di un popolo di contadini che si è visto proiettato nel giro di meno di un secolo dal medioevo nell’età moderna. La violenza che troviamo nelle sue opere nasce da qui, dal dolore di questo popolo plurimillenario e dal suo dolore per questa crescita inumana. La magia che ci regala è quella antica, quella dell’anima e della Storia, che il progresso sta violentando e uccidendo.

Non oserei dire che le sue siano opere di denuncia delle contraddizioni del progresso, ma ne sono certo una delle più eccelse testimonianze.

[1]  Aspettare il Fratellino – Laidi
Evocare il Fratellino – Zhaodi
Ottenere il Fratellino – Lingdi
Pensare al Fratellino – Xiangdi
Desiderare il Fratellino – Pandi
Sognare il Fratellino – Niandi
Implorare il Fratellino – Qiundi

PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

IL PASSATO CHE CI CAMBIA

Una scrittura femminile azzurro pallida” del praghese Franz Werfel (1890-1945) è un romanzo breve ambientato a Vienna nel 1936, mentre in Germania si imponevano le leggi razziali. Narra di un tale che, nato da una famiglia povera, grazie all’eredità di un frac lasciatogli da un amico suicida, sposa una delle donne più ricche e potenti della città. Anni dopo, quando ormai è divenuto un alto funzionario statale, all’età di 51 anni (e non posso non notare che questa è anche la mia età ora), riceve una lettera scritta con “una scrittura femminile azzurro pallido” che non vedeva da 15 anni, ma che subito riconosce per quella della ragazza di cui era innamorato prima di conoscere la moglie e con cui diciotto anni prima aveva avuto una velocissima relazione extra-matrimoniale, cui il solo seguito era stato un’analoga missiva, tre anni dopo, che aveva strappato senza leggere.

Questa volta non strappa la lettera ma ne è subito tormentato, già prima di aprirla. Anche la moglie la nota e ne nascono numerosi equivoci. A rischio è non solo il suo matrimonio, ma la sua stessa esistenza, vissuta fino ad allora all’ombra della potente famiglia della consorte.

Franz Werfel

Questo romanzo delicato, attento agli sviluppi psicologici, mostra tutto l’impatto che un piccolo evento inatteso può avere sull’esistenza delle persone, ma mostra anche come il semplice sospetto di avere un figlio ebreo possa trasformare questo rigido funzionario austriaco, portandolo a sostenere apertamente una candidatura ebraica, che fino al giorno prima aveva osteggiato, mettendosi in contrasto con lo stesso Ministro, nonostante la paura che le medesime leggi razziali imposte in Germania potessero arrivare anche in Austria e che questa sua posizione avrebbe potuto rovinargli la carriera.

In poche pagine, con maestria, Werfel ci tratteggia uno splendido ritratto d’uomo, che teme il cambiamento ma lo affronta, e ci mostra, con tagliente delicatezza, uno spaccato drammatico della storia.

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