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SE IL CORAGGIO FOSSE LA SOLA VIRTÙ

Nel filone dei romanzi fantastici che vedono come protagonisti dei ragazzi, accanto al ciclo di “Harry Potter” della Rowling, a quello di “Hunger games” della Collins, alla serie di “Twilight” della Meyer  e a quello de “Il labirinto” di Dashner, si colloca il romanzo distopico per young adultsDivergent” (2011) di Veronica Roth (giovanissima autrice statunitense che non parrebbe imparentata con il più celebre Philip Roth, autore di un romanzo davvero divergente come “Il complotto contro l’America”), anch’esso parte di una serie, che per ora sembrerebbe una trilogia.

La storia è ambientata in un futuro in cui la gente ha deciso che il miglior sistema per evitare le guerre sia dividersi in fazioni, sulla base delle proprie inclinazioni.

La società (vediamo però solo una piccola fetta di mondo) è dunque divisa tra (cito wikipedia):

  • I Candidi, che ritengono che la colpa della guerra sia l’ipocrisia, sono sinceri e dicono sempre la verità. Si occupano della legge.
  • I Pacifici, reputando la malvagità la maggiore causa della guerra, sono gentili e rigettano l’aggressività. Sono assistenti sociali, consulenti e coltivatori di terre.
  • Gli Eruditi, secondo cui la guerra è conseguente all’ignoranza, seguono la via della conoscenza e dedicano la vita alla cultura. Lavorano come insegnanti, scienziati o ricercatori.
  • Gli Abneganti sono convinti che l’egoismo sia il motivo principale della guerra, perciò sono altruisti e per questo ricoprono posizioni di potere governativo.
  • Gli Intrepidi, che credono che la guerra sia causata dalla codardia, sono coraggiosi e forti e proteggono la popolazione.

Spesso le premesse in fantascienza sono poco plausibili ma vanno accettate per tali, purché la trama ne sostenga tutte le conseguenze. Pur considerando dunque del tutto assurdo immaginare di impedire la guerra dividendo così la gente (cosa che pare il preludio proprio di ben più aspri conflitti), caliamoci in questo mondo.

La stessa autrice ci mostrerà come il sistema non funzioni affatto, nascendo subito odio viscerale tra una fazione e l’altra e di questo le rendiamo merito.

Il romanzo si presenta come una dilatazione della scelta delle case a Hogwarth in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Anche la Rowling, infatti, ha immaginato che i ragazzi, nel momento in cui arrivano nella scuola di magia debbano scegliere se appartenere a Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso o Corvonero e a ogni casa sono attribuite particolari virtù.

La Rowling si mostra però assai più moderata e non ci angoscia per un romanzo intero su questa scelta.

Indubbiamente la scelta dell’appartenenza è il massimo dilemma di ogni adolescente e i romanzi che si rivolgono a questo target fanno bene a porre la questione.

La Roth dopo il primo test per la scelta della fazione, ci fa seguire la protagonista in una serie di ulteriori prove di conferma della sua scelta. La ragazza, Beatrice Prior, è un’Abnegante e decide di diventare un’Intrepida, prendendo il nome di Tris, dunque le prove saranno tutte prove di coraggio, rendendo la storia ricca di azione, ma un po’ vacua, almeno fino alle ultime pagine (un quinto del romanzo?) in cui dal mondo virtuale dei test si passa allo scontro frontale tra Eruditi e Abneganti, con la partecipazione degli Intrepidi. Avrei ribaltato le proporzioni tra le parti, considerando la preparazione dei ragazzi propedeutica allo scontro, che avrebbe dovuto rappresentare la vera storia, ma l’equilibrio delle parti andrebbe valutato nell’ambito della trilogia.

L’autrice, anch’essa poco più che adolescente, capisce e fa capire ai suoi lettori che una sola virtù non basta, non per nulla la sua protagonista scopre di non appartenere davvero a nessuna fazione ma di essere una Divergente, ovvero di essere dotata di diverse virtù, cosa che la rende più difficilmente manipolabile dai malvagi Eruditi. Ma perché proprio gli Eruditi debbono fare la parte dei malvagi? Non dovrebbe essere una società di saggi proprio la più giusta?

Veronica Roth (New York, 19 agosto 1988)

Una nota sul termine “Divergente”, che è stato il motivo percui ho scelto di leggere questo libro: il mio primo romanzo edito fu “Il Colombo divergente” e in vari altri miei romanzi faccio riferimento agli universi divergenti e ai tempi ucronici alternativi e mi chiedevo se la Roth avesse scritto qualcosa di simile, ma siamo ben lungi dall’immaginare concetti di tempo diverso da quello lineare.

Il romanzo si legge piacevolmente, anche se avrei ridotto a un terzo la fase dei test e tutto sommato, se non fosse per questo squilibrio, avrei chiuso con il primo volume, anche se finisce con varie questioni sospese, ma può comunque rappresentare un punto d’arrivo. Mentre leggendo “Hunger games”, “Harry Potter” e i primi due romanzi de “Il Labirinto” la voglia di leggere il seguito alla fine di ogni volume è forte, in questo caso, l’esperienza mi pare compiuta e non sento alcun desiderio di leggere il seguito. Anzi mi sono trovato a sperare non esistesse, ma mi è bastato dare una veloce occhiata in rete per vedere che invece ci attendono: Insurgent (del 2012) e Allegiant (del 2013) oltre a vari racconti con gli stessi personaggi! Del primo romanzo è già uscito il film e il 20 marzo 2015 uscirà quello basato su “Insurgent”.

Certo, per un amante della distopia definire tale questa storia (che indubbiamente ha elementi distopici) è come credere che “Twilight” sia un romanzo gotico o i romance dei romanzi storici. Se annacquiamo il vino, cosa ne rimane? Ultimamente si sta prendendo generi che rappresentavano i dolori e le angosce dell’umanità e li si sta trasformando in romanzi rosa o in storie per ragazzini. Non dico che sia un male, ognuno deve poter avere libri adatti ai propri gusti, ma si crea confusione nel mettere le etichette.

In ogni caso, considerata la giovane età della Roth, mi aspetto che in futuro potrà produrre opere interessanti, se già ora è riuscita a scrivere un romanzo egregio come questo, anche se un po’ ingenuo. L’ambientazione e la struttura sono, infatti, assai meno sviluppati che nelle altre serie che ho appena citato e la trama è sbilanciata e abbastanza banale. Manca poi un’adeguata dose di mistero e di suspance. I personaggi, essendo mono-virtù, tendono a essere un po’ piatti, ma forse è bene così. Di sicuro i sedicenni lo possono apprezzare pienamemte, non per nulla è già un bestseller da un milione di copie almeno. Consiglierei loro però, magari, altre storie che parlano di loro ma con una diversa maturità, come, tanto per fare degli esempi, “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan, “Antichrista” di Natalie Northomb, “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides o “Kafka sulla sulla spiaggia” di Haruki Murakami.

 

LE VIRTÙ CHE NON ABBIAMO

Gli “Apoftegmi spartani, in greco “Αποφθεγματα Λακονικα (Apophtegmata Laconica), tradotto in italiano (da Adelphi) come “Le virtù di Sparta, sono un’opera letteraria di Plutarco, correntemente catalogata all’interno dei Moralia.

Leggendo questo volumetto possiamo gettare un occhio sulla vita di questa città tanto spesso vituperata in una visione scolastica della storia greca che vede Atene, con la sua cultura, opporsi alla “violenta” Sparta.

Non uno sguardo moderno ma neppure uno contemporaneo agli aneddoti citati, poiché a descriverli è Plutarco, un beota, nato a Cheronea, tra Atene e Delfi (non uno spartano dunque) nel 47 d.c. e vissuto a lungo a Roma, in un tempo cioè in cui la gloria di Sparta era già storia passata.

Il volume di 166 pagine (più le note), si divide in tre capitoli: “Detti degli Spartani”, “Gli antichi costumi degli Spartani” e “Detti delle Spartane”.

La prima parte è la più corposa ed è costituita da una serie di citazioni di frasi attribuite a vari spartani, alcune a dir il vero, sono attribuite, più o meno uguali, a persone diverse.

Questo non credo sia dovuto tanto a un’inadeguatezza delle fonti di Plutarco, quanto piuttosto al fatto che certi detti erano veramente parte della cultura di quella città e quindi venivano spesso ripetuti.

Analogo discorso riguarda la terza parte, dedicate alle loro donne. La parte centrale sono aneddoti non dissimili da quelli dele altre due parti, ma privi della parte di dialogo.

Quello che emerge assai bene da queste pagine è lo spirito e la cultura di questo popolo o, meglio, le sue virtù.

Quali erano? Direi che al primo posto ogni spartano avrebbe posto il coraggio e con esso lo sprezzo per il dolore e la morte, venivano poi l’amore per la libertà, il disprezzo per il lusso e le mollezze della vita agiata, l’orgoglio di essere spartani e l’amore per Sparta, il valore guerriero, la dignità, l’onesta, il disprezzo per le chiacchiere, le fatiche inutili e i lavori comuni (che non fossero quelli del soldato).

Nel risvolto della quarta di copertina ne possiamo leggere un tipico esempio, attribuito a Leonida, l’eroe dei Trecento delle Termopili:

<<Uno disse: “Non riusciamo neanche a vedere il sole, tanto sono fitte le frecce dei Barbari”. Egli replicò “Meglio così: potremo combattere all’ombra”>>.

 Altri esempi sono:

<<Di conseguenza, quando uno gli chiese quale vantaggio avessero dato a Sparta le leggi di Licurgo, (Agesilao) rispose: “quello di disprezzare i piaceri”>>.

 

<<Una volta in Asia (Agesilao – ma l’episodio è attribuito anche ad altri, ad esempio Leotichida I) vide una casa con un soffitto fatto di travi squadrate, e domandò al proprietario se dalle sue parti i tronchi crescevano così. Quello rispose che crescevano rotondi; Agesilao gli chiese: “Allora, se crescessero quadrati voi li arrotondereste?”>>

 

<<Un’altra volta gli venne chiesto perché gli Spartani avevano più successo di tutti gli altri popoli; (Agesilao) rispose: “Perché più di tutti gli altri si esercitano a dare ordini e a riceverne”.>>

 

<<Gli abitnti dell’Asia erano abituati a chiamare il re dei Persinai Gran Re, ma Agesilao faceva notare: “In che cosa è più grande di me, se non è più giusto e più saggio?”>>

 

<<Quando uno gli chiese perché gli Spartani affidavano i campi agli Iloti e non se ne occupavano personalmente, (Anassandrida) rispose: “Vedi, abbiamo conquistato tante terre proprio perché coltiviamo noi stessi, non i campi”>>.

 

<<Quando Dionisio, il tiranno di Siracusa, mandò alle figlie di Archidamo vesti assai preziose, egli rifiutò dicendo: “Ho paura che le mie ragazze, con quella roba addosso, mi sembrino brutte”>>.

 

<<Quando gli efori lo condannaro a morte, Tettamene si allontanò con un sorriso sulle labbra. Allora uno dei presenti chiese se era un segno di disprezzo per le leggi di Sparta, ma egli rispose: “No, anzi! È un segno di gioia, perché posso scontare questa pena senza fare debiti e senza chiedere niente a nessuno”>>

Plutarco

Plutarco

<<”Solo voi spartane comandate ai vostri uomini”. Gorgo replicò: “Sì, perché solo noi mettiamo al mondo uomini”>>.

 

<<Quando un tale una volta gli chiese perché aveva disposto che le ragazze si sposassero senza dote, (Licurgo) rispose: “Non deve succedere che una sia trascurata perché è povera o un’altra sia ambita perché è ricca. Gli uomini devono guardare il carattere di una ragazza e fare la scelta in base alla virtù”>>.

 

<<Sentendosi chiedere da un tale perché gli spartani si lasciavano crescere barba e capelli, (Nicandro) rispose: “Perché per un uomo l’ornamento più bello e a buon mercato è quello naturale”>>.

 

<<Un ateniese gli fece osservare: “Voi Spartani siete rigidissimi nel rifiutare ogni occupazione fissa, Nicandro”. Egli ribattè: “ È vero; ma il fatto è che non vogliamo sprecare il nostro tempo in qualsiasi sciocchezza, come voi”>>.

 

<<Quando uno gli chiese perché a Sparta non era consentito modificare nessuna delle antiche leggi, Pausania, figlio di Plistoanatte, rispose: “Sono le leggi che devono governare gli uomini, non gli uomini le leggi”>>.

 

<<Quando uno gli domandò per quale motivo gli Spartani volevano che le donne sposate si presentassero in pubblico col velo e le ragazze senza, (Carillo) rispose: “Perché le ragazze devono trovare marito, le donne devono tenersi quello che hanno”>>.

 

<<Quando gli chiesero che cosa sapesse fare, uno spartano rispose: “Esssere libero”>>

 

<<Uno straniero in visita a Sparta, vedendo gli onori tributati agli anziani da parte dei giovani, commentò: “Sparta è la sola città dove conviene essere vecchi”>>

 

<<Una volta una donna della Ionia si vantava di una tela di gran valore che aveva tessuto: sentendola, una spartana le indicò i suoi figli, quattro splendidi ragazzi, e le disse: “Queste devono essere le occupazioni di una donna virtuosa: è di questo che dobbiamo andare fiere e vantarci”>>.


Vi sembrano così male questi spartani? La propaganda filo-ateniesi ce li ha dipinti come assassini di bambini storpi, ignoranti e con il solo pensiero della guerra, ma non si può negare che avessero delle “virtù”, molto lontane dalla nostra cultura moderna e consumistica, ma non prive di valore.

Forse non sarebbe male se anche da noi alcuni di questi detti tornassero di moda: magari così i nostri politici (quelli meno sciocchi e meno corrottti, gli altri sono senza speranza) – e non solo loro – potranno cominciare a provare un po’ di vergogna.

 

Firenze, 19/02/2010

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