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L’ECCLETTISMO DEL RE

Risultati immagini per stephen king i lupi del callaCredo che ben pochi autori sarebbero in grado di mescolare fantascienza, western, romanzo gotico, ucronia e fantasy. Ci vuole una grande penna per fare questo, un “re” della tastiera. Probabilmente ci vuole uno che si chiami King, Stephen King. Quello che ha fatto nel romanzo fiume che potremmo chiamare “La Torre Nera” e che riunisce ben otto lunghi romanzi di grande ecclettismo e poliedricità.

C’è ancora qualcuno che, quando gli dico che sto molto apprezzando questo autore, storce il naso e risponde che non ama l’horror. Certo King è quello di “Carrie” e “Shinning”, ma non potrebbe esserci errore (eresia?) peggiore di definirlo un autore horror. I suoi romanzi sono solo apparentemente di genere, tanta è la loro ricchezza e tanto in essi i generi sono mescolati, e solo talora, direi, sono davvero horror.

Per ora ho letto solo alcune delle sue opere, ma più vado avanti è più apprezzo la grandissima fluidità di scrittura, che gli permette di dilatare delle storie per centinaia o migliaia di pagine (come per “La Torre Nera”) senza creare mai momenti di noia o di fiacchezza. Del grande autore horror ha la capacità di tenere sempre altissima l’attenzione, ma questo lo fa con storie di bambini come il romanzo “La bambina che amava Tom Gordon”, in storie sullo spirito profondo delle nostre paure come “It”, in ucronie geniali come “22/11/’63”, in romanzi gotici come “Salem’s Lot”, che sono anche affreschi di vita di provincia americana, in thriller psicologici come “Mr Mercedes”, con i racconti di “Tutto è fatidico”, in uno dei quali compare anche Roland di Gilead in un momento antecedente la saga de “La Torre Nera”.

Leggendo il primo romanzo della serie “L’ultimo cavaliere”, che ci parla di infinitamente grande e infinitamente piccolo, di passato che è futuro, l’avevo definito un western-fantasy; leggendo il secondo romanzo “La chiamata dei tre”, mi ero appassionato vedendo mutare quel mondo pseudo-western in un immaginifico mondo fantascientifico con aramostre e porte del tempo, in una storia che ci parla di schizofrenia, droga, follie omicide; leggendo il terzo volume “Terre desolate” veniamo proiettati in un capolavoro fantascientifico popolato da antiche macchine pensanti che è un vero trattato narrativo della schizofrenia; leggendo il
quarto “La sfera del buio” ci ritroviamo nella medesima atmosfera del precedente per poi essere proiettati in un America ucronica.

Sono così, infine, giunto a leggere il quinto volume della serie “I lupi della Calla”. La storia narrata segue immediatamente quella di “Terre desolate”, eppure precede anche quella dell’ottavo volume “La leggenda del vento” e persino il secondo romanzo scritto da King “Salem’s Lot” o “Le notti di Salem” (1975).

Il primo volume è del 1982. “I lupi della Calla” è del 2003, l’ottavo volume è del 2012, a testimonianza del ricorrente impegno dell’autore su questa storia.

Vi compare (grazie all’amore di King per i collegamenti tra le proprie opere) per la prima volta nella saga un nuovo personaggio l’ex-prete Pére Callahan, che già avevamo incontrato ne “Le notti di Salem”, ma i riferimenti a opere di altri autori sono numerosissimi, dall’omaggio all’altra grande autrice del nostro secolo, che si ritrova nel nome delle bombe volanti intelligenti dette “Harry Potter”, in ricordo del famoso boccino da Qidditch inventato dalla Rowling, a quello a “2001 Odissea nello Spazio” di Clarke nel confronto tra il robot Andy e l’ex-eroinomane Eddie, alle spade laser di “Guerre stellari” a “Uomini e topi” di Steinbeck, all’”Ulisse” di Joyce a Elton John. Ci sentirei persino un po’ di Isaac Asimov, con la scomparsa dei robot, che caratterizza il passaggio dal ciclo dei robot a quello della Fondazione.

La vera ispirazione di questo volume sono però, soprattutto, “I sette samurai” di Akira Kurosawa e il loro remake americano “I magnifici sette”, vera ispirazione di questa storia in cui il pistolero Roland (che fa pensare allo Yul Brinner del film), affiancato da un improbabile quartetto composto dall’ex-tossicomane Eddie, dal ex-prete ubriacone Callahan, dalla schizofrenica Susannah priva delle gambe, al bambino Jake, per non parlare dello strano animaletto parlante simil-cane Oy, si preparano ad affrontare l’arrivo, che si ripete a ogni generazione nella valle di Calla Bryn Sturgis, di un’orda di esseri famelici, chiamati Lupi, per la maschera lupina che indossano sul volto, ma che si sospetta possano essere zombie inviati da vampiri o vampiri loro stessi.

Troviamo, insomma, in questo volume, grande esempio di mescolanza di generi, il romanzo gotico con vampiri, licantropi (richiamati se non altro dal nome delle misteriose creature), zombie, robot, pistoleri, donne guerriere lanciatrici di piatti fatali, gangster, bibliofili, viaggi nel tempo, mondi onirici. Insomma, tutto il fantastico concentrato con innegabile maestria in qualche centinaio di pagine!

La lotta contro i lupi si pone come un intermezzo necessario nella ricerca della Torre Nera, vera missione di Roland di Gilead, che non viene accantonata. Nelle loro escursioni – tramite “contezza” (qualcosa che mi fa pensare a la mia “La bambina dei sogni”, in cui, pure, guarda caso, compare una Torre Nera) o porte del tempo – nella New York del XX secolo, infatti, i nostri eroi hanno modo di difendere dai gangster il bibliofilo Calvin Torre (che, forse, è un richiamo a “La prosivendola” di Pennac oltre ad avere nel proprio nome il suffisso “Cal” che accomuna il villaggio e il prete e il nome della meta di Roland “Torre”). Calvin Torre è, infatti, il difensore,
forse inconsapevole, della Rosa, che, a sua volta, potrebbe essere la chiave per salvare la Torre Nera.

Nel volume non manca la minaccia dell’arrivo di una gravidanza diabolica, che fa pensare a “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, ma di questo probabilmente sapremo di più nel prossimo volume, la cui lettura faticherò a rimandare ancora per un po’.

 

 

Stephen King

Niccolò Pizzorno – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Niccolò Pizzorno nasce a Genova il 4 dicembre 1983. Vive a Tiglieto un paese dell’entroterra ligure fino al 1995, poi si trasferisce a Genova, dove  segue gli studi artistici: Liceo Artistico N. Barabino, Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova e, infine, la Scuola Chiavarese del fumetto.

Si occupa principalmente di illustrazione e grafica ma anche di tecniche calcografiche: acquaforte, aquatinta, puntasecca.

È stato l’artista presente con il maggior numero di disegni nel progetto editoriale per la gallery novelIl Settimo Plenilunio” e ha illustrato, assieme a Ludwig Brunetti il romanzo “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”, realizzandone anche la copertina. È sua anche quella di “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”.

Lo trovate su facebook qui:

http://www.facebook.com/niccolo.pizzorno

Questo è il dodicesimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ, il nono aRoberta Losito, il decimo ad Alessio Luna Pilia e l’undicesimo a Antonio Morgia. Il prossimo e ultimo posta sarà dedicato a Evelyn Storm.

Con questi articoli intendo ringraziare tutti gli illustratori, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

Niccolò Pizzorno ha realizzato per questo libro i seguenti disegni:

Jacopo Flammer con due suricati, osservato da Gruhum.

Govinia, la sede dei Guardiani dell’Ucronia, dove tutti i passati e futuri possibili si incontrano.
I suricati osservano Jacopo Flammer.
 
Suricato con gli occhiali di Jacopo Flammer.

 

L’AMORE ADOLESCENZIALE NEL WEST UCRONICO

Temo purtroppo che in una splendida serie di otto romanzi (senza contare gli innumerevoli spin-off) ce ne debba essere almeno uno più debole degli altri, anche se a scriverli è un maestro come Stephen King. Spero solo che il seguito della serie torni ai livelli dei primi romanzi.

Sto leggendo, infatti, la saga de “La Torre nera” e dopo un primo volume (“L’Ultimo Cavaliere”) che mi aveva incuriosito ma non appassionato, sono stato trascinato con entusiasmo dal fascino del secondo (“La chiamata dei tre”), che non ha esaurito il suo effetto neanche durante la lettura del terzo romanzo (“Terre desolate”) (a parte il finale monco).

Arrivo così a leggere di slancio anche il quarto racconto del ciclo (“La sfera del buio”), che comincia dove il terzo volume ci aveva brutalmente abbandonati, sul folle treno amante degli indovinelli, ci trascina in un’America ucronica di cui vorremmo sapere di più, ma che dobbiamo abbandonare subito per essere risucchiati indietro nel tempo all’infanzia dell’Ultimo Cavaliere Roland, per poi tornare nel finale nel Kansas ucronico, incontrare  il fantasma del Mago di Oz e riprendere, infine, il sentiero del vettore.

Ho trovato deludente “La sfera del buio” rispetto ai precedenti episodi soprattutto per la mancanza di unitarietà, come si capisce dall’abbozzo di trama che ho appena tratteggiato, ma anche per essere stato illuso di scoprire un Kansas ucronico e ritrovarmi invece in un western non meno ucronico ma dalle tinte un po’ troppo western per i mei gusti e che occupa quasi interamente le 1.026 pagine della mia edizione.

Il libro, per carità, è ben scritto e nonostante la forse eccessiva lunghezza si legge con un certo piacere, ma il western mi appassiona assai meno delle riflessioni sulla mente umana e la schizofrenia dei precedenti volumi. È vero che l’ambientazione del racconto di Roland è particolare, mescolando elementi tecnologici e magici con i classici ingredienti del western (pistoleri, cowboy, cavalli, mandrie, pistole), ma forse lo stesso King, che pure pare amare molto questo ciclo, deve essersi reso conto che se la suspance è il suo pane quotidiano, le storie d’amore non lo sono (come scrive nella post-fazione). Eppure non ci risparmia la passione adolescenziale del quattordicenne Roland con la coetanea Susan, facendole assumere un ruolo centrale nel romanzo. Altra cosa che mi ha lasciato perplesso è che questo lunghissimo prequel inserito all’interno della trama principale dovrebbe essere, per come ci viene presentato, un racconto di Roland ai suoi nuovi compagni, ma è scritto in terza persona anziché in prima e con un punto di vista solo occasionalmente accentrato sul narratore, come se fosse un romanzo inserito in quello principale e non un racconto, per quanto lungo, di eventi passati.

Rimane comunque affascinante, anche se secondo me poco sviluppata, l’idea ucronica di un futuro che dovrebbe essere piuttosto lontano ma in cui si sia tornati agli usi e ai costumi (intesi sia come comportamenti che come abiti) della conquista del ovest americano. La componente magica non tocca qui le profondità lovecraftiane cui King ci ha abituato con altre storie (persino di questo ciclo) e la sua superficialità sfiora a volte l’ingenuità, mentre il richiamo alla fiaba del Mago di Oz, più che una citazione sembra un’espediente per inventarsi qualcosa. Gli elementi tecnologici, poi, sono poco spiegabili: come è possibile che in un futuro così lontano da aver generato millenni prima cyborg come l’orso affrontato dagli amici di Roland in precedenza o il tecnologicissimo treno assassino Blaine il Mono, possa avere ancora residui ottocenteschi come le pistole di Roland o cisterne e pozzi petroliferi con marche nostre contemporanee? Basta a spiegarlo il concetto, più volte ripetuto, che in queste storie il tempo è impazzito e scorre in modo particolare?

Temo purtroppo che in una splendida serie di otto romanzi (senza contare gli innumerevoli spin-off) ce ne debba essere almeno uno più debole degli altri, anche se a scriverli è un maestro come Stephen King. Spero solo che il seguito della serie torni ai livelli dei primi romanzi.

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Leggi anche:

– Il western fantasy di King – L’ultimo Cavaliere (La Torre Nera) – Stephen King

– La chiamata del libro – La chiamata dei tre (La Torre Nera) – Stephen King

La chimata del quarto: la schizofrenia e il suo opposto – Terre desolate (La Torre Nera) – Stephen King

– La bambina che sconfisse la natura – La bambina che amava Tom Gordon – Stephen King

– King for President of Ucronia – 22/11/’63 – Stephen King

– IT: un mostro lovecraftiano emerso da arcani abissi spazio-temporali – IT – Stephen King

– The Second King – Le notti di Salem – Stephen King

– Tutto è kinghiano – Tutto è fatidico – Stephen King

Antonio Morgia – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Antonio Morgia nasce a Pescara il 27 Marzo del 1985. Fin dall’infanzia nutre una forte passione per l’arte, maturando un particolare interesse verso il disegno a matita. Da autodidatta migliora la sua tecnica grazie all’interesse verso l’iperrealismo dal quale trae ispirazione per le sue più recenti opere unendo così la passione a una grande continuità e a una spinta costante al miglioramento. Oltre al disegno nutre interessi verso la musica, la letteratura, l’informatica e la psicologia, conseguendo, in relazione a quest’ultime, il diploma in Perito tecnico industriale Informatico e la laurea in Scienze Psicologiche.

Per visionare le sue opere potete visitare il suo blog: http://zeroperinfinito.wordpress.com/

 

Antonio Morgia ha fatto questo disegno (un suricato che disegna una lontra) per il romanzo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI:

Questo è l’undicesimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ, il nono aRoberta Losito e il decimo ad Alessio Luna Pilia.

Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori, che qui ringrazio tutti, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

 

LA CHIAMATA DEL QUARTO: LA SCHIZOFRENIA E IL SUO OPPOSTO

Risultati immagini per stephen king Terre desolateIl ciclo della Torre Nera di Stephen King è qualcosa di complesso e quindi difficilmente definibile. Il primo volume (“L’Ultimo Cavaliere”), conservava toni da western e faceva quasi pensare che ne fosse solo una versione un po’ futuribile, eppure già lì c’erano tutti gli elementi per farci capire quanto fosse rilevante la componente fantascientifica. Pensate anche solo all’incipit della serie: “L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì. Il deserto era l’apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni.” In quella singola parola “parsec” c’è già la promessa di tutta la magia fantascientifica che seguirà. Già “L’Ultimo Cavaliere” ci parla di viaggi nel tempo, viaggi tutt’altro che lineari ed elementari, il secondo volume (“La chiamata dei tre”) è incentrato su  questi. Ci sono delle porte (nel terzo volume si parlerà di “sinapsi temporali” e credo che queste porte potrebbero esserle, anche se King ancora non ce lo dice). Non sono solo banali aperture tra un “quando” e un altro, ma aperture attraverso le quali il Pistolero Roland riesce a entrare nella mente dei tre, alla ricerca di nuovi compagni per la sua avventura. Sinapsi appunto, come quelle della mente. Si parla molto della mente nel secondo volume e si continua a farlo nel terzo. Si capisce la centralità di questo argomento forse maggiormente leggendo “Terre desolate”, ma già nel volume precedente era un concetto evidente. I primi volumi de “La Torre Nera” sembrano quasi il risultato di uno studio sulla schizofrenia in tutte le sue forme e persino nel suo opposto.

Il primo chiamato è il tossico Eddie Dean, la sua è una schizofrenia artificiale, tra lo stato di lucidità e quello di allucinazione, la seconda chiamata è una vera schizofrenica, Detta-Odetta Holmes, con due personalità che si combattono tra di loro. Roland Deschain di Gilead guarisce entrambi. Anche lui però è in qualche modo schizofrenico, alla rovescia (forse per questo è la cura per gli altri due). Quando abbandona il proprio corpo sulla spiaggia infestata di aramostre e entra nei corpi dei suoi ospiti è una mente sola con due corpi!

Nel terzo volume “Terre desolate” ritroviamo il ragazzino Jake Chambers che Roland aveva lasciato cadere e morire nel primo volume. In realtà non è morto ma si è sdoppiato. Una metà vive nel tempo di Roland e una nella New York in cui il ragazzino è nato e di questo Jake soffre. Anche Roland ne soffre e la sua sofferenza non è solo dovuta al rimpianto per averlo dovuto sacrificare in nome della ricerca della Torre Nera (questa storia è una grande Quest e Roland un cavaliere alla ricerca del suo particolare Santo Graal), ma anche alla necessità di consentire al bambino di ricongiungere la propria personalità e di farlo ricongiungere a Roland e agli altri due. Sarà lui il quarto del Ka-tet, di quel gruppo di unione psichico-spirituale costituita da Roland, Eddie e Susannah Dean (la schizofrenica Detta-Odetta ora guarita e riunita). Ne “La chiamata dei tre”, il terzo a essere chiamato è l’uomo che ha ferito due volta Detta-Odetta e fatto morire Jake. Anche lui è una sorta di schizofrenico, un serial-killer (o “serial-feritore”, se preferite) che si nasconde sotto i rispettabili panni di un uomo normale. Il destino per lui è la morte. Sarà Jake, non lui, a completare nel terzo volume il quartetto. Un altro ricongiungimento è tra Eddie e Susannah, che divengono marito e moglie, nella più ovvia delle ricongiunzioni di due anime gemelle, ma all’interno del ka-tet, come parte di un disegno più grande.

Cosa poi dire dell’altro grande schizofrenico del terzo episodio, il treno malandrino Blaine il mono? Oltre che pazzo ha una personalità divisa tra il Grande Blaine e il Piccolo Blaine. Perché poi è rosa se ha un’identità maschile, mentre la sua gemella, che ha lasciato morire, si chiama Patricia ma è azzurra? Nel terzo libro non si dice ma sorge il sospetto che in realtà il perfido Blaine sia la depressa Patricia e che il suo suicidio sia in realtà stato un “trenicidio”.

In “Terre desolate” l’ambientazione diventa decisamente fantascientifica, eppure gli elementi magici sono rilevanti, quasi a dirci che tra scienza e magia il confine è labile, è solo una questione di punti di vista, di conoscenza della realtà. In questo mondo di un lontanissimo futuro, la civiltà tecnologica è un ricordo perduto del passato, le cui vestigia talora riappaiono. Il mostro che custodisce l’accesso al Vettore, la strada per la Torre Nera, è un orso gigantesco che sopravvive da millenni, temuto dalla popolazione locale come un demone. Gli amici di Roland lo sconfiggeranno e uccideranno, scoprendo che è solo un cyborg con cervello positronico (e qui immagino che King debba ringraziare Isaac Asimov). Lo assistono piccoli mostri, che altro non sono che robot. La figura centrale del volume è un essere mostruoso che vive in una zona proibita e che si rivelerà essere un treno ipertecnologico, in grado di correre alla velocità del suono e dotato di un cervello folle degno di quello HAL 9000 che vediamo in “2001 odissea nello spazio”.

Con lui Roland e i suoi amici intraprenderanno un nuovo duello, ma non con le pistole, bensì a colpi di indovinelli, come se si trattasse di un’antica sfinge (non per nulla uno di quelli che gli pongono è proprio quello edipico).

Il volume finisce in modo improvviso e tronco, lasciando i nostri eroi a combattere con il treno folle. King ci spiega che vuole prendersi tempo per decidere come andare
avanti. Mi pare una scelta saggia, dato che è meglio fermarsi piuttosto che rovinare una buona storia, però poteva anche aspettare a trovare il seguito prima di pubblicare, no? Sono favorevole ai finali aperti, soprattuto in quella che è una serie, ma anche questi hanno le loro regole. Ci si sarebbe, insomma, aspettati che il duello si completasse e che il treno li depositasse, lasciandoli partire per nuove avventure, prima di scrivere la parola fine in fondo al libro, no?

Comunque, continua, a maggior ragione, la voglia di andare avanti, con questa bella e ricca storia (anche se non adoro gli indovinelli) e così ho già iniziato a leggere “La sfera del buio”. King ha fatto aspettare i suoi lettori dal 1991 (anno di pubblicazione di “Terre Desolate”) al 1997, anno dell’uscita del quarto volume. Il vantaggio di aver scoperto in ritardo questa storia e questo autore è nel dover aspettare!

Leggi anche:

– Il western fantasy di King – L’ultimo Cavaliere (La Torre Nera) – Stephen King

La chiamata del libro – La chiamata dei tre (La Torre Nera) – Stephen King

– La bambina che sconfisse la natura – La bambina che amava Tom Gordon – Stephen King

– King for President of Ucronia – 22/11/’63 – Stephen King

– IT: un mostro lovecraftiano emerso da arcani abissi spazio-temporali – IT – Stephen King

– The Second King – Le notti di Salem – Stephen King

– Tutto è kinghiano – Tutto è fatidico – Stephen King

Alessio Pilia – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Alessio Pilia, illustratore, grafico e musicista NON professionista. Nato a San Vito (CA) nel 1976, la situazione locale non gli ha permesso un’istruzione specializzata e si è formato in modo autodidatta. Appassionato di tutti i tipi di fumetti, in particolare è stato ispirato da Galep, Claudio Villa, John Buscema, e tanti altri. Alternava le passioni del disegno con quella della musica (suonò in varie band locali come bassista, voce, chitarra e batteria). Dopo le scuole superiori emigra in Veneto e per 15 anni fa vari lavori tra cui anche il grafico ( per una tipografia e come freelancer) e il web designer (creazione siti web). Il tempo per gli hobby era poco e i disegni sono saltuari. Illustra ritratti di politici veneti per il Corriere del Veneto durante il periodo elettorale. Crea il progetto musicale solista Invernomuto, che propone un misto di folk ed elettronica, dark, industrial rock., ispirandosi alle credenze popolari sarde e Das Ich, Wumpscut,ecc. Nel 2012 essendo rimasto senza lavoro si mette in proprio con Alexgrafx.it, promozione marketing & web design, e riprende con illustrazioni proponendosi a varie testate giornalistiche. Nel frattempo compone la colonna sonora per il film “Servo di Dio” di Tiziano Pillittu.

Lo si trova in rete qui:

http://www.alexgrafx.it
http://www.alexgrafx.wordpress.com
http://www.facebook.com/promoemktg
https://twitter.com/AleXgrafx_it
http://flickr.com/alexpilia
http://www.behance.net/alexgrafx
http://pinterest.com/alexgrafx

 

Ha partecipato al progetto JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI con questi disegni:

 

 

Il Guardiano dell’Ucronia Ortuz

Il Colonnello Gruhum, un malvagio intelliraptor che insegue Jacopo Flammer.

L’intelliraptor Gruhum cerca Jacopo Flammer a Otto Buche, la città dei suricati.

 

Questo è il decimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ e il nono a Roberta Losito. Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori, che qui ringrazio tutti, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

 

ESISTE UNA TEORIA UNIFICATRICE CHE SPIEGI TUTTI I FENOMENI DELL’UNIVERSO?

La “Storia del tempo – Dal Big Bang ai buchi neri” del fisico Stephen Hawking è un trattato divulgativo che affronta i grandi dilemmi della fisica, offrendoci una carrellata dei suoi sviluppi, dalle prime teorie sulla forma e la struttura dell’universo a quelle più recenti (la mia edizione del volume è della fine degli anni ’90), parlando dei tentativi di trovare una legge unificatrice per tutti i fenomeni fisici, dall’immensamente piccolo all’immensamente grande, mostrandoci, secondo le conoscenze attuali, quali sono le componenti più microscopiche della materia, le loro caratteristiche e quali quelle dello spazio intergalattico che ci circonda. Ampio spazio viene dato a buchi neri e warmhole e alla teoria dello spazio a più dimensioni, esaminando la possibilità di effettuare viaggi nel tempo, ipotesi che non può essere esclusa dalle più recenti teorie sulla struttura dell’universo. Chiudono il volume, un po’ off-topic, le biografie “politiche” di Einstein, Galileo e Newton.

Una cosa non viene detta però in questo libro ed è un quesito che, da profano, talora mi pongo: perché cercare di unificare le varie teorie “fisiche” e dimenticarsi della vita, delle regole che ne determinano lo sviluppo e l’evoluzione?

Come noto, sono state individuate dagli studiosi quattro forze o interazioni fondamentali: l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, l’interazione nucleare debole e l’interazione nucleare forte. Per energie dell’ordine dei 100 GeV la forza elettromagnetica e la forza debole si presentano come un’unica interazione, definita elettrodebole. Il grande tentativo della scienza di questi anni è trovare una forza o regola che spieghi ciò che ora si spiega con le quattro forze.

Hawking ci fa capire che l’universo, man mano che lo si studia appare sempre più complesso, quindi mi chiedo se davvero possa bastare una sola regola generale per spiegare ogni cosa. Il desiderio di razionalizzare e semplificare, trovando delle sintesi, delle regole unitarie è tipico del modo di ragionare della mente umana, ma non è detto che corrisponda a come è fatto l’universo. Questo forse è molto più caotico di quanto vorremmo. Mi pare che questa ricerca di una forza unica, sia un po’ come nell’antichità si credeva nelle sfere celesti e nelle orbite circolari dei pianeti. Cerchiamo di ricondurre il complesso a modelli facilmente comprensibili e con una loro dignità ed eleganza, che gli deriva dall’essere forme “perfette”. Come le orbite planetarie non sono circolari, forse così non esistono leggi unificanti. Eppure le teorie che si sono succedute nel tempo, pare che trovino, sempre di più, man mano che da una si passa a un’altra più sofisticata, una rispondenza nella realtà.

Se però cerchiamo una legge che spieghi al contempo l’esistenza e il movimento delle particelle subatomiche e dei corpi spaziali, perché questa non dovrebbe spiegare anche come la vita si evolve da forme semplici a forme complesse e il perché dell’esistenza di una razza tecnologica come la nostra?

Hawking, nel testo, a volte accenna alla formazione della vita sulla terra e alla sua evoluzione, ma è fondamentalmente concentrato nello spiegare la natura di quark, galassie e buchi neri, come del resto è giusto aspettarsi da un fisico.

Fa comunque un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

Eppure, da ignorante della materia, continuo a non capire come sia possibile un fenomeno come la vita, che va nel verso opposto alla seconda legge della termodinamica e che sostanzialmente, nel suo piccolo in termini delle dimensioni dell’universo, contribuisce a ridurre l’entropia.

Stephen Hawking

Stephen Hawking

Probabilmente pecco della classica visione antropocentrica del passato, considerando la vita un fenomeno importante, mentre nell’economia dell’universo potrebbe essere un accidente inessenziale tipico di questo granello di polvere che è il nostro pianeta. Eppure, se è vero quel che scrive Hawking in merito al fatto che l’universo, su grande scala è omogeneo e che in qualunque direzione lo osserviamo è uguale a se stesso, mi parrebbe anomalo e singolare che la vita si sia sviluppata solo sulla Terra. Condizioni uguali dovrebbero presumere lo sviluppo di fenomeni simili. Non mi aspetto di trovare omini verdi nella Galassia, ma fenomeni che contrastino la seconda legge della termodinamica, creando ordine ed espandendolo, cioè forme di vita, che crescono, si riproducono e evolvono verso forme sempre più complesse. Mi aspetterei anzi che, con tempistiche diverse, la vita (magari non a base di carbonio, magari senza ossigeno, magari in forme non riconducibili né al mondo animale né a quello vegetale e neppure a quello micotico) compaia in quasi tutti i sistemi solari. Oppure siamo una rarissima eccezione? Mi parrebbe improbabile. Mi chiedo, quindi, se la comparsa della vita è un evento frequente, ci sarebbe allora una legge fisica da cui la sua comparsa e sviluppo dipende? Una formula matematica che ne spieghi il fenomeno? Una formula che leghi la vita alle altre forze generali? Qualcosa di correlato al secondo principio della termodinamica, di cui costituisce l’opposto?

Il propagarsi della vita segue regole matematicamente e fisicamente prevedibili? Lo sviluppo di civiltà tecnologiche rientra in questa regola? La nascita di una civiltà tecnologica è un “trucco” dell’evoluzione per consentire il diffondersi della vita su pianeti dove non è nata spontaneamente? Se così fosse potrà esistere una civiltà in grado di muoversi da una stella all’altra? Potremo mai sfruttare, se esistono, i warmhole di cui parla Hawking per spostarci da una parte all’altra dell’universo?

warmhole

warmhole

Queste sono domande che il saggio di Hawking non si pone e alle quali non mi risulta ci siano risposte. Forse sono domande sciocche, in quanto viziate dal solito antropocentrismo da cui fatichiamo a liberarci, ma mi piacerebbe che qualcuno, debitamente competente, se le ponesse. Non potranno, infatti, spiegare il senso della nostra esistenza, ma almeno il suo perché.

Storia del tempo” si interroga invece su quark e antiquark, materia e antimateria e sulla natura dei buchi neri. Sentir parlare di cose che vanno oltre ogni nostra forma di percezione mi fa pensare alle antiche discussioni teologiche, pare, insomma, un po’ come parlare del sesso degli angeli, eppure senza la meccanica quantistica, per esempio, non penso che saremmo mai riusciti a circondarci di tutti quei magici manufatti che chiamiamo, non a caso, elettronici. Gli studi della fisica possono apparire quanto mai astratti, ma è grazie alle loro scoperte e teorie che la nostra civiltà si è evoluta sempre più rapidamente negli ultimi anni. Sarà, un giorno, la fisica a farci capire la biologia e il senso della vita?

 

 

 

 

 

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