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PERCHÉ ROLAND DESCHAIN NON È HARRY POTTER

Credo che le due più grandi eptalogie scritte a cavallo del cambio di millennio siano la saga di Harry Potter e quella Roland Deschain di Gilead, la prima realizzata da J.K. Rowling, la seconda da Stephen King. Non conosco il numero di copie vendute da King per la saga della Torre Nera che ha per protagonista il pistolero di Gilead, ma sebbene immagino siano moltissime, credo che difficilmente possano essere comparate per quantità con quelle del maghetto di Hogwarts. Del resto la fama della saga fantasy della scrittrice inglese è planetaria anche grazie agli otto film tratti dai sette romanzi, mentre altrettanto non è ancora stato fatto con l’opera dell’americano.

Entrambi comunque hanno il vantaggio di aver scritto in lingua inglese, cosa che è già un primo passo avanti verso il successo.

Che cosa ha reso però Harry Potter un bestseller più della Torre Nera?

Tempo fa avevo esaminato quelli che mi parevano i principali ingredienti della saga fantasy inglese e, in seguito, ho ripetuto l’analisi anche su altre opere (per esempio “Il cacciatore di aquiloni”, “La setta degli assassini”, “Amabili resti” “It”, “Il seggio vacante”, “I miserabili”). Quale scritto però si presta meglio del ciclo di King per un’analisi di questo tipo, se non altro per l’ampiezza comparabile delle due saghe e per la base fantasy di entrambe, con lunghe parti ambientate nel mondo “reale”?

Gli elementi che avevo individuato nella saga di Harry Potter sono: trama, strutturazione, ambientazione costante, ripetitività e ritualità, magia come estraniazione dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance, paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte. Notavo anche che l’amore, pur presente, spesso centrale in tante opere, aveva un ruolo marginale.

 

Vediamo, allora che uso fa Stephen King degli elementi usati dalla Rowling.

 

Trama: nessuna saga di sette romanzi di centinaia di pagine ciascuno si può reggere senza una trama principale e alcune trame secondarie. Sembra scontato, ma ci sono romanzi corposi con trame troppo esili che come un corpo senza spina dorsale, si flettono sotto il peso delle pagine. Alla Quest di Roland si aggiungono le imprese che lui e i suoi amici dovranno affrontare in ciascun volume, a volte più di una per romanzo.

 

Strutturazione: struttura e trama sono quasi la stessa cosa, ma la struttura è qualcosa di più, che nasce dall’unione di trama, ambientazione, morale e che presume un certo equilibrio tra le parti. I romanzi di King, in questo sono più caotici di quelli dell’inglese, sia per la pluralità di ambientazioni, sia per una morale meno definita.

 

Ambientazione costante: in Harry Potter abbiamo due o tre ambienti centrali (la casa degli zii nel mondo reale, Hogwarts e magari Hogsmeade). I romanzi di King descrivono un viaggio e l’ambiente cambia continuamente, con salti avanti e indietro dall’uno all’altro, dal deserto delle aramostre alla New York del “lato americano” a New York alternative e ucroniche, al Medio-Mondo, al Fini-Mondo, al Entro-Mondo, al Oltre-Mondo, con Rombo di Tuono, Gilead, l’Eld, le Terre Desolate, in una geografia fantastica in cui non è facile orientarsi anche perché attraversa non solo lo spazio ma il tempo. Questo è per me un elemento affascinante di lettura, ma temo che possa disorientare i lettori più distratti e allontanarli dai libri.
Ripetitività e ritualità: qualcosa di ripetitivo c’è, innanzitutto la costanza della ricerca della Torre Nera, poi l’apparizione delle Porte tra i mondi, le apparizioni di robot, alcune frasi rituali, ma King ama sorprendere  e la sua è una storia in continuo movimento, non abbiamo certo la ciclicità del tempo scolastico di Hogwarts, anzi qui, addirittura, il tempo accelera, rallenta, va indietro, fa continui salti nel futuro e nel passato ed ere lontanissime si toccano. I Pistoleri hanno i loro mantra, le loro superstizioni, ma non sono veri riti. Questo allenta l’unitarietà dei romanzi e, soprattutto, non crea quel senso “domestico” che fa sentire il lettore a casa sua nei romanzi della Rowling.
Magia come estraniazione dalla realtà: Harry Potter vuole fuggire da un mondo reale di “babbani” in cui si sente insoddisfatto. Gli amici americani di Roland sono strappati via da New York contro la loro volontà e Roland attraversa gli spazi tra i mondi non per un desiderio di soddisfazione personale, ma per una missione da cui non può prescindere. Anche lui è obbligato, seppure dalla propria stessa volontà. La magia è subita, non dominata e cercata, come dai maghetti di Hogwarts che cercano di studiarla e controllarla nella loro scuola di incantesimi. È dunque una magia con un fascino diverso e, temo, minore.
Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: in questo King credo lasci indietro di qualche giro la Rowling. La saga della Torre Nera è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, della psiche disturbata. Persino le macchine, come il treno pensante Blaine il Mono sono schizofreniche, persino lo stesso autore compare nel romanzo sia di persona che una trinità di sosia dissociati. Gli amici di Roland hanno grossi problemi. Eddie Dean era un tossico, Susannah-Odetta-Detta è una schizofrenica con ben tre personalità, cui se ne aggiungerà una quarta che è più che altro possessione demoniaca (Mia)!


Linguaggio inventato: mancano forse termini espliciti come in Harry Potter, ma già solo i nomi della geografia di Tutto-Mondo potrebbero bastare per riempire un piccolo vocabolario. Ci sono poi le espressioni usate ritualmente, come i ringraziamenti e i saluti, ci sono le storpiature di termini fatte da Roland che non capisce totalmente la nostra lingua, ci sono oggetti particolari cui vengono da nomi appositi, come i piatti assassini, le palle “modello Harry Potter” (con cui la saga di King rende omaggio a quella della Rowling). Nel complesso, però, non sia ha percezione di una struttura linguistica innovativa capace di entrare nel linguaggio comune dei lettori o almeno nella loro fantasia.

 

Amicizia: a Hogwarts troviamo soprattutto l’amicizia sincera e spontanea dei bambini e degli adolescenti, ma non mancano amicizie mature e adulte. Lungo il sentiero della Torre Nera, Roland stringe amicizie profondissime, che vanno al di là delle esperienze comuni, al punto da doverle definire con un termine specifico: Ka-tet. Roland e i suoi, sono amici legati da un vincolo forte, che fa di loro più che una famiglia. Eppure l’essere questa amicizia così speciale, la rende irreale e quindi affievolisce il senso di immedesimazione. Alcuni personaggi si aggiungono lungo la via, a offrire la loro amicizia ai nostri eroi, ma sono più che altro compagni di avventure.
Lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: Roland lotta contro il male (qui è Rosso, più che Nero, dato che il Nero è il colore della Torre, dell’ordine, dell’equilibrio), difende il Bianco, cerca di impedire il crollo della Torre Nera, lo spezzarsi dei Vettori che la reggono, perché la fine dei Vettori e della Torre Nera significherebbe la fine di tutto, ma il male è sempre mescolato con un po’ di bene, sebbene tenda sempre a prevalere e, forse, non è davvero degno di essere scritto con la maiuscola. Roland per raggiungere il suo obiettivo sacrifica tutto, amici, famiglia, Ka-tet. La sua è certo una lotta del Bene contro il Male, ma se il Male appare con molte facce, quelle del Bene sono poche e spesso sono sul corpo di persone all’apparenza poco raccomandabili.
Compenetrazione tra il Bene e il Male: si è detto sopra. I nostri eroi non sono dei santi, ma Pistoleri dal passato oscuro.
Tanti nemici, grandi e piccoli: i nemici da affrontare sono davvero tanti, la “principessa da salvare” è soprattutto una: la Torre Nera, ma se alla fine incontreremo il drago che la custodisce (il Re Rosso), questo non è Voldermort, la cui presenza compenetra tutti i romanzi della serie di Harry Potter, vero antagonista del piccolo mago. Roland combatte contro tutto e tutti per salvare l’universo, ma non ha un vero antagonista e questo lo rende più fragile come personaggio. Non ha un nemico alla sua altezza in cui riflettersi.
Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: la trasformazione da debole a forte non riguarda il protagonista, che conosciamo già forte, seppure con le sue debolezze,, ma tanti altri personaggi, dall’ex-tossico Eddie Dean, alla storpia schizofrenica cleptomane razzista di colore Odetta/Detta/Susannah/Mia, al bambino Jake Chambers che si trasforma in pistolero.
Spettacolarità: non avremo le battaglie aeree contro i draghi e le partite di Quidditch, ma abbiamo epici scontri contro i robot-lupi, la corsa folle del treno schizofrenico Blaine il Mono, il deserto con le aramostre, i conflitti contro i gangster di New York!
Competizione: nessuna gara, nessuna squadra l’una contro l’altra, ma la lotta per la sopravvivenza, gare mortali di indovinelli, duelli, battaglie. Qualcosa per cui parteggiare non manca, anche se non si può fare il tifo per i Grinfondoro e odiare i Serpeverde.
Mistero: anche qui il Re dell’horror ha qualcosa da insegnare alla donna più ricca di Inghilterra. Anche se forse troppo mistero rimane tale e chi (non sono tra costoro), vorrebbe sempre sapere e capire tutto, potrebbe restare insoddisfatto. La magia narrativa di King sta proprio nel creare mondi quasi onirici, a volte dal sapore lovecraftiano, in cui non tutto è spiegato, in cui non occorre sapere tutto, perché la verità non è una sola, perché ogni cosa è vera, anche il suo opposto, come è vero che Jake è morto, ma anche vivo accanto a Roland, come è vero che una certa località si trova in un quartiere, ma anche in un altro. Che cosa siano davvero la Torre Nera e i Vettori non è dato sapere, ma solo intuire. Questo mi piace di questa serie, questo lasciare la verità e il senso delle cose in sospeso, questo lasciare spazio alla fantasia del lettore. Se altri “ingredienti” sono usati da King con maggior parsimonia, il Mistero lo sa padroneggiare alla grande, forse più dell’horror e della paura, per cui è celebre. In questo è molto diverso anche da Asimov, spesso citato nella saga per i suoi robot positronici, perché lo spirito da giallista del russo-americano non lascerebbe mai nulla senza una spiegazione razionale.


Suspance: tutta quella che si può volere in un libro. Una suspance portata avanti per migliaia e migliaia di pagine, fatta forse più di consuetudine con i personaggi, di curiosità per le sempre nuove trovate dell’autore, di desiderio di proseguire lungo il sentiero del Vettore, più che di ansia o angoscia per gli eventi futuri.
Paura: King per molti è un autore horror. Qui siamo davanti a una storia di diverso genere, ma non mancano brani ed elementi horror e l’americano sa bene come usarli.
Avventura: se non è avventura questa! Un incredibile viaggio di un pistolero e i suoi compagni in una saga che mescola fantasy, western, horror, ucronia, romanzo gotico, fantascienza e molto altro ancora, in cui saranno affrontati killer spietati, robot assassini, gangster, trafficanti di droga e altri malavitosi,, treni pazzi, mostri lovecraftiani, incubi, crisi d’astinenza, ferite, malattie e molto altro ancora.
Iniziazione e crescita verso l’età adulta: ogni avventura porta con sé una crescita. Certo il protagonista non è un ragazzino come Harry Potter, ma anche un adulto può aver bisogno di scoprire se stesso, i propri sentimenti repressi, l’amore, l’amicizia, il dolore. Ci sono poi il drogato, che trova nell’avventura la strada per disintossicarsi, la schizofrenica che combattendo ritrova unitarietà, il bambino che diventa ragazzo, se non adulto.

Rowling e King

Morte: di morte ne troverete tutta quella che vi serve. La strada di Roland verso la Torre Nera è disseminata di cadaveri, da quelli che non vediamo, ma che lui ricorda, per esserli lasciati indietro prima che la saga avesse inizio, a quelli che provoca tra i suoi nemici, a quelli che perde tra i suoi amici. C’è un vero confronto con la Morte, quella con la M maiuscola? Forse no. Forse neppure nel confronto con il Re Rosso. Roland alla fine è sopraffatto da tante morti, più che dalla Morte come concetto in sé.

 

Amore: certo Roland ancora ripensa alla sua amata perduta, Eddie e Susannah si amano e si sposano, si perdono e si ritrovano, ma come nella saga di Harry Potter, anche qui l’amore o il sesso non mi paiono elementi centrali. Se c’è amore è più quello per la missione da compiere, per i compagni di avventura, per il Ka-tet.

In conclusione, King usa in quantità maggiore della gran parte degli autori che conosco quelli che sono gli elementi fondamentali per un romanzo di successo. Come in cucina, non è certo la quantità di ingredienti a rendere speciale un piatto, ma il loro uso e il loro dosaggio e certo l’americano conosce come pochi il mestiere di cucinare storie, eppure sempre più mi convinco che un romanzo (e una saga ancor più) è tanto più buono, avvincente, coinvolgente, tanto più sono presenti gli ingredienti di cui sopra. Non a caso la Rowling è l’autrice più venduta del mondo e King uno dei maggiori autori mondiali di bestseller. A poco senso parlare di qualità di un romanzo, se non piace al pubblico. Se piace al pubblico, viceversa, un motivo ci deve essere.

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IL RE È MORTO, SALVATE IL RE

Un grande scrittore si riconosce anche dal coraggio. Un grande scrittore non ha paura di non essere capito e, anche se scrive cose complesse, viene compreso. Nel settimo volume del ciclo “La Torre Nera”, intitolato anch’esso “La Torre Nera” (2004), Stephen King ci proietta subito nelle primissime pagine in una girandola di salti spazio-temporali, ci mostra una donna nera senza gambe e una bianca che non ne è priva e ci dice che sono la stessa persona, eppure non ci confonde. Tutto è chiaro e scorre bene. Almeno per chi, come me, ha già letto i precedenti sei volumi, ma direi anche per chi li dovesse ignorare (meglio però leggere i volumi in ordine, dato che formano un romanzo unitario). Spesso però gli autori, in questi casi hanno paura e si preoccupano di spiegare subito ai lettori cosa è successo prima, perché succedono certe cose e chi abbiamo davanti. Il risultato sono dei “sequel” in cui si perdono pagine e tempo nel tracciare inutili mappe di lettura.

Di recente, per esempio ho letto i 3 volumi di “1Q84” dove il pur grande Haruki Murakami, dimostra di non avere questo coraggio e scrive un terzo volume che, in prevalenza, ripete cose già dette negli altri due. Un altro esempio di questo difetto potrebbe essere il ciclo “Hunger games”. Non è il caso di King, che con coraggio ci lancia subito nell’arena. I re non cercano il consenso, lo hanno, perché gli spetta.

 

Il romanzo continua a muoversi tra mondi diversi (Medio-Mondo, Fine-Mondo, America, Rombo di Tuono…), epoche diverse, generi letterari diversi, ma dopo altri sei libri, sono tutti spazi-tempo che conosciamo, in cui il lettore si trova a casa e King sa essere un ottimo ospite, capace di far sentire a suo agio il lettore in qualunque casa lo ospiti.

 

Se “La Torre Nera” è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, anche questo settimo volume non manca di produrre i suoi esempi. Vi troviamo addirittura un triplo sosia freudiano di Stephen King (il personaggio più che l’autore, se c’è una differenza), un terzetto, Fimalo (Superego), Feemalo (Ego) e Fumalo (Id), che vuole imitare le tre parti della psiche dell’autore, ma che, essendo solo imitazione, non sono veramente King. L’autore però è qui comunque uno dei personaggi determinanti della storia. Addirittura dalla sua salvezza dipende il destino dell’universo, anzi di tutti gli universi retti dalla Torre Nera. Dovranno essere i suoi stessi personaggi a entrare nel suo “Quando” per salvarlo.

La visione dello spazio-tempo in questa saga di King, ricorda molto quella dell’ucronia nei miei romanzi, in particolare di quelli del ciclo di “Jacopo Flammer”. Per me, però, il tempo è un frattale, una serie infinita di linee che si dipartono da una serie infinita di punti delle infinite linee temporali, insomma, un “infinito alla terza potenza!!! La visione di King è più semplice: vede una principale linea spazio-temporale dalla quale si dipartono innumerevoli (non direi infinite) linee alternative.

La linea temporale principale è quella in cui vive Stephen King (il “lato americano”). Lì se uno muore, muore veramente. Nelle altre linee temporali non esiste una vera morte, in quanto nulla di ciò che avviene è definitivo perché in altre linee temporali (io direi “Universi Divergenti”, King li chiama “Quando”) quel fatto, quella morte, possono non essere avvenuti. È così che Jake riesce a tornare sebbene l’abbiamo visto morire.

Quello che avviene sul “lato americano” però è importante e determina tutto il resto. Per questo Roland deve a ogni costo salvare Stephen King, magari sacrificando se stesso o qualcuno dei suoi amici. Perché è King a scrivere la loro storia e se King morisse, il loro tempo si arresterebbe. Eppure King non è del tutto padrone del tempo del loro universo. Tutto è legato, lui può creare storie, ma quello che scrive è, in un certo senso, già scritto.

In questo romanzo compare anche un secondo “autore-personaggio”, Patrick Danville, un ragazzo tenuto prigioniero forse dall’infanzia dal vampiro Joe Collins. È debole, scheletrico, malato, ingenuo, ma ha una capacità incredibile nel disegnare. È veloce come un pistolero con la matita al posto della pistola! E i suoi disegni hanno il potere di creare o modificare la realtà. Il suo ruolo sarà determinante nella lotta contro il Re Rosso, antagonista principale di Roland in questo volume.

 

La Torre Nera” è il settimo e conclusivo volume della saga, sebbene ci sia un ottavo che racconta fatti antecedenti e moltissimi romanzi di King siano fortemente connessi con questi, innanzitutto l’imprescindibile “Le notti di Salem”, ma anche “Insomnia”, qui più volte citato.

Anche la saga di Harry Potter si conclude con il settimo volume e in entrambi si nota una moria impressionante di personaggi: sarà il Sette a portar loro sfiga o il fatto di essere giunti alla fine e di dover far piazza pulita?

Eppure King come la Rowling cedono alla tentazione del lieto fine.

 

Inevitabile, con il volume conclusivo di una lunga saga, parlare del finale e sempre i lettori si dividono tra quelli che approvano la scelta dell’autore e quelli che la disapprovano.

Vorrei cercare di dire il meno possibile in merito alla soluzione adottata da King per concludere le vicende di Roland, ma anche qui, come nel suo uso dello spazio-tempo, sono rimasto colpito dalla comunanza di visione con i miei romanzi, in particolare “Giovanna e l’angelo”.

Cercando di non entrare in dettagli, devo dire che il finale, pur unico, è, come i sosia di King, triplo. Non nel senso che King lasci tre finali alternativi, ma che per tre volte ho avuto la sensazione che la storia stesse per finire, ma il libro ha continuato ad andare avanti. La somiglianza con i miei finali, però, non è qui, ma nel fatto che il finale può essere considerato aperto, dato che molto altro ancora potrebbe succedere (ci sarebbe spazio sia per una saga prequel che per una sequel), e, soprattutto nel fatto che e è ciclico, nello stesso identico modo di “Giovanna e l’angelo”.

Stephen King

Che il finale (pubblicato nel 2004) non sia veramente la conclusione di questo ciclo (iniziato nel 1982 con “L’ultimo cavaliere” e a cui King e i suoi fan sono particolarmente affezionati) è dimostrato non solo dalla pubblicazione nel 2012 di un nuovo episodio, “La leggenda del vento” (sebbene, a quel che leggo, narri fatti antecedenti il settimo), ma dall’appendice che segue il finale. Anche qui King mi ha stupito, anticipando i miei desideri di lettore. Leggendo i primi sei volumi, in effetti, ero stato incuriosito dalle citazioni di “Childe Roland alla Torre Nera giunse” di Robert Browning, ma proprio finendo di leggere “La Torre Nera” mi è venuta una particolare voglia di leggere quest’opera (e avevo persino pensato di pubblicarla sul mio blog). Ebbene, King piazza il poema di Browning proprio alla fine del romanzo, là (temporalmente parlando) dove avrei voluto trovarlo!

Prima del “terzo finale” King blocca la macchina da presa, sale sul palco e si rivolge direttamente ai lettori per dir loro che in un romanzo il finale non è importante, perché un romanzo è come la vita, come un’avventura: va vissuto, va amata la strada che percorriamo assieme, non la meta, non la conclusione, non il finale, perché il finale è l’addio, la fine, la morte (dov’è il tasto per “condividere”?). Sarebbe come vivere una vita con l’obiettivo di morire! Invita allora il lettore a scegliere di fermarsi lì, di accontentarsi di quel finale aperto oppure di andare avanti (ma lo sconsiglia) e di affrontare il vero addio della storia. Ma King, come si diceva, non ama gli addii e il suo non lo sarà!

 

Tante profezie di insuccesso avevo subito, ero stato iscritto

Tante volte nella <<Banda>>, uno cioè dei cavalieri

Che volsero i passi alla ricerca della Torre Nera,

Che mi sembrava giusto fallire come loro,

E ora mi tormentava il dubbio: ne sarò capace?

(“Childe Roland alla Torre Nera giunse” di Robert Browning)

UN SARTO IN VIAGGIO ATTRAVERSO LE ERE

Non ho mai amato i gialli, neanche da ragazzo, ma ai tempi del liceo amavo molto Isaac Asimov e la fantascienza. Sto ora rileggendo, con calma, tutti i romanzi dei cicli asimoviani che descrivono la storia della Galassia e sono arrivato a leggere “Paria dei cieli”, del Ciclo dell’Impero. “Paria dei cieli” non è certo un giallo, ma qui, come in altri romanzi di Asimov, soprattutto nelle indagini di Elijah Baley, nel Ciclo dei Robot, si nota un forte tocco da giallista dell’autore russo-americano. Come mai allora, tra tanti autori di fantascienza, prediligevo proprio Asimov, così vicino al mondo del giallo? Diciamo che la sua mentalità da giallista, in realtà è più una mentalità razionale, che lo porta a descrivere le sue storie come dei misteri all’apparenza inspiegabili, ma che, con la forza della ragione, trovano uno sviluppo e una spiegazione.

Paria dei cieli”, in realtà, ci mostra più che la tipica trama di una detective story, quella di un complotto, che Asimov svela poco per volta. In questo romanzo si parla del conflitto tra una Terra che un tempo era stata il centro dell’espansione dell’umanità, ma che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti di un Impero che conta milioni di pianeti, con una superficie radioattiva e devastata. Eppure gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, alcuni in particolare, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli abitanti della Galassia, eccetto loro. La strana prospettiva vede i terrestri nell’insolito ruolo dei malvagi e gli uomini che popolano gli altri mondi in quello degli oppressori che rischiano di restare vittime di una vendetta / rivalsa sproporzionata e spropositata.

Su questa vicenda si introduce l’arrivo di un uomo proveniente dal nostro presente, con un viaggio nel tempo di centinaia di migliaia di anni. Questa componente mi pare una novità nel continuum temporale dei cicli che dà un buon mordente alla storia. Insolito anche l’eroe, un sarto in pensione, Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui, unico uomo ad aver attraversato il tempo, finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere. Il potenziamento della sua mente sembra più che altro un espediente per fargli apprendere in fretta la nuova lingua e fornire un deus ex-machina alla vicenda.

Isaac Asimov

Un’altra cosa che mi convince poco nell’intero ciclo è anche il fatto che dopo centinaia di migliaia di anni dai nostri tempi alcune cose siano molto mutate (come l’uso dei viaggi interstellari e la colonizzazione di milioni mondi) ma per il resto la società e la tecnologia non sembrano cambiati di molto. Persino i nomi delle città ricordano troppo quelli attuali (per esempio Chica per Chicago). Il vecchio paralitico legge il giornale (cartaceo) sebbene si dice siano disponibili dei supporti video. La gente si sposta in macchina o in moto coperte. Le armi sono solo un po’ più evolute delle nostre. I robot del primo ciclo, come noto, non esistono più. Possiamo immaginare che anche altri aspetti siano regrediti ai livelli attuali, ma nel complesso mi pare poco plausibile che tutto sembri così simile a ora, a parte il limite massimo imposto agli anni di vita (60) e la radioattività diffusa (che, come scrive lo stesso Asimov in una postfazione successiva, sarebbe in realtà incompatibile con la vita umana, ma la cosa negli anni ’50 non era nota).

Se rinunciamo a preoccuparci di queste debolezze, la lettura rimane comunque gradevole, varia e interessante e persino la tendenza asimoviana a far perdere i propri personaggi in lunghe discussioni tecniche, che sembrano più che altro delle disquisizioni, non disturba troppo. Avrei però evitato di descrivere in modo tanto dettagliato la partita a scacchi (giocano ancora a scacchi dopo centinaia di migliaia di anni, anche se con qualche piccola variante!!!)

Paria dei cieli” (del 1950) è il terzo romanzo del ciclo dell’Impero e segue, per eventi narrati, “Il tiranno dei mondi” (del 1951) e “Le correnti dello spazio” (del 1952), anche se fu pubblicato prima, essendo il primo romanzo pubblicato da Asimov (che in precedenza aveva pubblicato solo racconti). Come noto, il Ciclo dell’Impero segue, cronologicamente parlando, il Ciclo dei Robot.

La mia lettura progressiva dei cicli asimoviani potrà ora passare al Ciclo della Fondazione, partendo dal volume di collegamento “Preludio alla Fondazione” che descrive la decadenza dell’Impero e la nascita della psicostoria.

L’ECCLETTISMO DEL RE

Risultati immagini per stephen king i lupi del callaCredo che ben pochi autori sarebbero in grado di mescolare fantascienza, western, romanzo gotico, ucronia e fantasy. Ci vuole una grande penna per fare questo, un “re” della tastiera. Probabilmente ci vuole uno che si chiami King, Stephen King. Quello che ha fatto nel romanzo fiume che potremmo chiamare “La Torre Nera” e che riunisce ben otto lunghi romanzi di grande ecclettismo e poliedricità.

C’è ancora qualcuno che, quando gli dico che sto molto apprezzando questo autore, storce il naso e risponde che non ama l’horror. Certo King è quello di “Carrie” e “Shinning”, ma non potrebbe esserci errore (eresia?) peggiore di definirlo un autore horror. I suoi romanzi sono solo apparentemente di genere, tanta è la loro ricchezza e tanto in essi i generi sono mescolati, e solo talora, direi, sono davvero horror.

Per ora ho letto solo alcune delle sue opere, ma più vado avanti è più apprezzo la grandissima fluidità di scrittura, che gli permette di dilatare delle storie per centinaia o migliaia di pagine (come per “La Torre Nera”) senza creare mai momenti di noia o di fiacchezza. Del grande autore horror ha la capacità di tenere sempre altissima l’attenzione, ma questo lo fa con storie di bambini come il romanzo “La bambina che amava Tom Gordon”, in storie sullo spirito profondo delle nostre paure come “It”, in ucronie geniali come “22/11/’63”, in romanzi gotici come “Salem’s Lot”, che sono anche affreschi di vita di provincia americana, in thriller psicologici come “Mr Mercedes”, con i racconti di “Tutto è fatidico”, in uno dei quali compare anche Roland di Gilead in un momento antecedente la saga de “La Torre Nera”.

Leggendo il primo romanzo della serie “L’ultimo cavaliere”, che ci parla di infinitamente grande e infinitamente piccolo, di passato che è futuro, l’avevo definito un western-fantasy; leggendo il secondo romanzo “La chiamata dei tre”, mi ero appassionato vedendo mutare quel mondo pseudo-western in un immaginifico mondo fantascientifico con aramostre e porte del tempo, in una storia che ci parla di schizofrenia, droga, follie omicide; leggendo il terzo volume “Terre desolate” veniamo proiettati in un capolavoro fantascientifico popolato da antiche macchine pensanti che è un vero trattato narrativo della schizofrenia; leggendo il
quarto “La sfera del buio” ci ritroviamo nella medesima atmosfera del precedente per poi essere proiettati in un America ucronica.

Sono così, infine, giunto a leggere il quinto volume della serie “I lupi della Calla”. La storia narrata segue immediatamente quella di “Terre desolate”, eppure precede anche quella dell’ottavo volume “La leggenda del vento” e persino il secondo romanzo scritto da King “Salem’s Lot” o “Le notti di Salem” (1975).

Il primo volume è del 1982. “I lupi della Calla” è del 2003, l’ottavo volume è del 2012, a testimonianza del ricorrente impegno dell’autore su questa storia.

Vi compare (grazie all’amore di King per i collegamenti tra le proprie opere) per la prima volta nella saga un nuovo personaggio l’ex-prete Pére Callahan, che già avevamo incontrato ne “Le notti di Salem”, ma i riferimenti a opere di altri autori sono numerosissimi, dall’omaggio all’altra grande autrice del nostro secolo, che si ritrova nel nome delle bombe volanti intelligenti dette “Harry Potter”, in ricordo del famoso boccino da Qidditch inventato dalla Rowling, a quello a “2001 Odissea nello Spazio” di Clarke nel confronto tra il robot Andy e l’ex-eroinomane Eddie, alle spade laser di “Guerre stellari” a “Uomini e topi” di Steinbeck, all’”Ulisse” di Joyce a Elton John. Ci sentirei persino un po’ di Isaac Asimov, con la scomparsa dei robot, che caratterizza il passaggio dal ciclo dei robot a quello della Fondazione.

La vera ispirazione di questo volume sono però, soprattutto, “I sette samurai” di Akira Kurosawa e il loro remake americano “I magnifici sette”, vera ispirazione di questa storia in cui il pistolero Roland (che fa pensare allo Yul Brinner del film), affiancato da un improbabile quartetto composto dall’ex-tossicomane Eddie, dal ex-prete ubriacone Callahan, dalla schizofrenica Susannah priva delle gambe, al bambino Jake, per non parlare dello strano animaletto parlante simil-cane Oy, si preparano ad affrontare l’arrivo, che si ripete a ogni generazione nella valle di Calla Bryn Sturgis, di un’orda di esseri famelici, chiamati Lupi, per la maschera lupina che indossano sul volto, ma che si sospetta possano essere zombie inviati da vampiri o vampiri loro stessi.

Troviamo, insomma, in questo volume, grande esempio di mescolanza di generi, il romanzo gotico con vampiri, licantropi (richiamati se non altro dal nome delle misteriose creature), zombie, robot, pistoleri, donne guerriere lanciatrici di piatti fatali, gangster, bibliofili, viaggi nel tempo, mondi onirici. Insomma, tutto il fantastico concentrato con innegabile maestria in qualche centinaio di pagine!

La lotta contro i lupi si pone come un intermezzo necessario nella ricerca della Torre Nera, vera missione di Roland di Gilead, che non viene accantonata. Nelle loro escursioni – tramite “contezza” (qualcosa che mi fa pensare a la mia “La bambina dei sogni”, in cui, pure, guarda caso, compare una Torre Nera) o porte del tempo – nella New York del XX secolo, infatti, i nostri eroi hanno modo di difendere dai gangster il bibliofilo Calvin Torre (che, forse, è un richiamo a “La prosivendola” di Pennac oltre ad avere nel proprio nome il suffisso “Cal” che accomuna il villaggio e il prete e il nome della meta di Roland “Torre”). Calvin Torre è, infatti, il difensore,
forse inconsapevole, della Rosa, che, a sua volta, potrebbe essere la chiave per salvare la Torre Nera.

Nel volume non manca la minaccia dell’arrivo di una gravidanza diabolica, che fa pensare a “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, ma di questo probabilmente sapremo di più nel prossimo volume, la cui lettura faticherò a rimandare ancora per un po’.

 

 

Stephen King

Niccolò Pizzorno – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Niccolò Pizzorno nasce a Genova il 4 dicembre 1983. Vive a Tiglieto un paese dell’entroterra ligure fino al 1995, poi si trasferisce a Genova, dove  segue gli studi artistici: Liceo Artistico N. Barabino, Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova e, infine, la Scuola Chiavarese del fumetto.

Si occupa principalmente di illustrazione e grafica ma anche di tecniche calcografiche: acquaforte, aquatinta, puntasecca.

È stato l’artista presente con il maggior numero di disegni nel progetto editoriale per la gallery novelIl Settimo Plenilunio” e ha illustrato, assieme a Ludwig Brunetti il romanzo “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”, realizzandone anche la copertina. È sua anche quella di “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”.

Lo trovate su facebook qui:

http://www.facebook.com/niccolo.pizzorno

Questo è il dodicesimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ, il nono aRoberta Losito, il decimo ad Alessio Luna Pilia e l’undicesimo a Antonio Morgia. Il prossimo e ultimo posta sarà dedicato a Evelyn Storm.

Con questi articoli intendo ringraziare tutti gli illustratori, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

Niccolò Pizzorno ha realizzato per questo libro i seguenti disegni:

Jacopo Flammer con due suricati, osservato da Gruhum.

Govinia, la sede dei Guardiani dell’Ucronia, dove tutti i passati e futuri possibili si incontrano.
I suricati osservano Jacopo Flammer.
 
Suricato con gli occhiali di Jacopo Flammer.

 

L’AMORE ADOLESCENZIALE NEL WEST UCRONICO

Temo purtroppo che in una splendida serie di otto romanzi (senza contare gli innumerevoli spin-off) ce ne debba essere almeno uno più debole degli altri, anche se a scriverli è un maestro come Stephen King. Spero solo che il seguito della serie torni ai livelli dei primi romanzi.

Sto leggendo, infatti, la saga de “La Torre nera” e dopo un primo volume (“L’Ultimo Cavaliere”) che mi aveva incuriosito ma non appassionato, sono stato trascinato con entusiasmo dal fascino del secondo (“La chiamata dei tre”), che non ha esaurito il suo effetto neanche durante la lettura del terzo romanzo (“Terre desolate”) (a parte il finale monco).

Arrivo così a leggere di slancio anche il quarto racconto del ciclo (“La sfera del buio”), che comincia dove il terzo volume ci aveva brutalmente abbandonati, sul folle treno amante degli indovinelli, ci trascina in un’America ucronica di cui vorremmo sapere di più, ma che dobbiamo abbandonare subito per essere risucchiati indietro nel tempo all’infanzia dell’Ultimo Cavaliere Roland, per poi tornare nel finale nel Kansas ucronico, incontrare  il fantasma del Mago di Oz e riprendere, infine, il sentiero del vettore.

Ho trovato deludente “La sfera del buio” rispetto ai precedenti episodi soprattutto per la mancanza di unitarietà, come si capisce dall’abbozzo di trama che ho appena tratteggiato, ma anche per essere stato illuso di scoprire un Kansas ucronico e ritrovarmi invece in un western non meno ucronico ma dalle tinte un po’ troppo western per i mei gusti e che occupa quasi interamente le 1.026 pagine della mia edizione.

Il libro, per carità, è ben scritto e nonostante la forse eccessiva lunghezza si legge con un certo piacere, ma il western mi appassiona assai meno delle riflessioni sulla mente umana e la schizofrenia dei precedenti volumi. È vero che l’ambientazione del racconto di Roland è particolare, mescolando elementi tecnologici e magici con i classici ingredienti del western (pistoleri, cowboy, cavalli, mandrie, pistole), ma forse lo stesso King, che pure pare amare molto questo ciclo, deve essersi reso conto che se la suspance è il suo pane quotidiano, le storie d’amore non lo sono (come scrive nella post-fazione). Eppure non ci risparmia la passione adolescenziale del quattordicenne Roland con la coetanea Susan, facendole assumere un ruolo centrale nel romanzo. Altra cosa che mi ha lasciato perplesso è che questo lunghissimo prequel inserito all’interno della trama principale dovrebbe essere, per come ci viene presentato, un racconto di Roland ai suoi nuovi compagni, ma è scritto in terza persona anziché in prima e con un punto di vista solo occasionalmente accentrato sul narratore, come se fosse un romanzo inserito in quello principale e non un racconto, per quanto lungo, di eventi passati.

Rimane comunque affascinante, anche se secondo me poco sviluppata, l’idea ucronica di un futuro che dovrebbe essere piuttosto lontano ma in cui si sia tornati agli usi e ai costumi (intesi sia come comportamenti che come abiti) della conquista del ovest americano. La componente magica non tocca qui le profondità lovecraftiane cui King ci ha abituato con altre storie (persino di questo ciclo) e la sua superficialità sfiora a volte l’ingenuità, mentre il richiamo alla fiaba del Mago di Oz, più che una citazione sembra un’espediente per inventarsi qualcosa. Gli elementi tecnologici, poi, sono poco spiegabili: come è possibile che in un futuro così lontano da aver generato millenni prima cyborg come l’orso affrontato dagli amici di Roland in precedenza o il tecnologicissimo treno assassino Blaine il Mono, possa avere ancora residui ottocenteschi come le pistole di Roland o cisterne e pozzi petroliferi con marche nostre contemporanee? Basta a spiegarlo il concetto, più volte ripetuto, che in queste storie il tempo è impazzito e scorre in modo particolare?

Temo purtroppo che in una splendida serie di otto romanzi (senza contare gli innumerevoli spin-off) ce ne debba essere almeno uno più debole degli altri, anche se a scriverli è un maestro come Stephen King. Spero solo che il seguito della serie torni ai livelli dei primi romanzi.

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Leggi anche:

– Il western fantasy di King – L’ultimo Cavaliere (La Torre Nera) – Stephen King

– La chiamata del libro – La chiamata dei tre (La Torre Nera) – Stephen King

La chimata del quarto: la schizofrenia e il suo opposto – Terre desolate (La Torre Nera) – Stephen King

– La bambina che sconfisse la natura – La bambina che amava Tom Gordon – Stephen King

– King for President of Ucronia – 22/11/’63 – Stephen King

– IT: un mostro lovecraftiano emerso da arcani abissi spazio-temporali – IT – Stephen King

– The Second King – Le notti di Salem – Stephen King

– Tutto è kinghiano – Tutto è fatidico – Stephen King

Antonio Morgia – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Antonio Morgia nasce a Pescara il 27 Marzo del 1985. Fin dall’infanzia nutre una forte passione per l’arte, maturando un particolare interesse verso il disegno a matita. Da autodidatta migliora la sua tecnica grazie all’interesse verso l’iperrealismo dal quale trae ispirazione per le sue più recenti opere unendo così la passione a una grande continuità e a una spinta costante al miglioramento. Oltre al disegno nutre interessi verso la musica, la letteratura, l’informatica e la psicologia, conseguendo, in relazione a quest’ultime, il diploma in Perito tecnico industriale Informatico e la laurea in Scienze Psicologiche.

Per visionare le sue opere potete visitare il suo blog: http://zeroperinfinito.wordpress.com/

 

Antonio Morgia ha fatto questo disegno (un suricato che disegna una lontra) per il romanzo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI:

Questo è l’undicesimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ, il nono aRoberta Losito e il decimo ad Alessio Luna Pilia.

Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori, che qui ringrazio tutti, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

 

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