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LEONARDO DA VINCI INDUSTRIALIZZATO DA VENEZIA

libroImmane è il potenziale narrativo dell’ucronia. Negli universi divergenti si nascondono non solo infiniti sviluppi storici, ma anche infinite linee narrative. Quando cominciai a scriverne, negli anni ’90, dedicandomi alla stesura del mio “Il Colombo divergente” gli autori e le opere che si potevano far ascrivere al genere erano davvero pochi. Oggi, dopo un paio di decenni, i cultori del genere vanno crescendo ed è sempre un piacere scoprirne uno nuovo, come mi è ora accaduto con Paolo Ninzatti, di cui ho appena letto “Il volo del Leone”, opera ambientata, come le mie prime, ai tempi del Rinascimento, tra XV e XVI secolo.

L’idea qui è, direi, duplice, una tecnica e l’altra politica e spero di non rivelare troppo della trama dicendo che la prima ucronia consiste nell’immaginare che i progetti di Leonardo da Vinci potessero trovare non solo attuazione pratica ma un sistema di produzione quasi industriale, mentre la seconda anticipa i moti per l’unità d’Italia, o meglio immagina le aspirazioni di Venezia e dei Turchi di soggiogarla sotto un unico dominio.

Ci si trova quindi proiettati in un’anticipazione delle atmosfere steampunk, con una miriade di disegni leonardiani che prendono vita e addirittura evolvono.

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Paolo Ninzatti

Ci si ritrova così tra automovili a molle, uomini meccanici, architroniti (i cannoni a pressione di Archimede riscoperti dal vinciano) trasformati in sistemi di propulsione, ornitotteri che ricordano le macchine aeree ad ala mobile del toscano. Il tutto utilizzato in grande scala in una guerra ricca di intrighi, inganni e colpi di scena per la creazione di una repubblica italiana di ispirazione veneziana.

Una narrazione vivace e visiva, che ci fa sognare attraverso un mondo alternativo che già guarda ai giorni d’oggi, anticipandoli di mezzo millennio, ma rendendoci un Cinquecento ben studiato e reso.

Anche l’ucronia non ama le incongruenze storiche e quando mi sono trovato a scoprire tanti lettori di romanzi tra i protagonisti di questa storia, ho pensato a una debolezza dell’autore, giacché tendiamo a pensare il romanzo come opera ottocentesca. Ma già le opere in lingua d’oïl (XI secolo), che recuperavano temi greco-romani o che rielaboravano temi cavallereschi, venivano indicate con il termine roman. Oltre a ciò, però, va detto, che i tanti riferimenti al romanzo sono ben spiegati dall’autore, la cui ucronia ha immaginato uno sviluppo anticipato della stampa e quindi una maggior diffusione della stampa, ma, grazie all’ucronia politica, anche un tentativo inedito di acculturazione del Paese, che già produceva i suoi frutti.

Lo stesso sospetto mi sorse sentendo parlare di ingegneri, ma anche questo termine, che ci pare così moderno, risale all’alto medioevo.

Insomma, opera di fantasia, ma ben radicata nella realtà storica, il che non è poco.

 

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VENEZIA, LA RAGAZZA E I RACCONTI DEL COLONNELLO CHE FU UN GENERALE

Ho letto di recente in “Scrivere un libro e farselo pubblicare” che Ernest Hemingway era solito buttar giù lunghe liste di titoli che poi cancellava progressivamente fino a che non restava quello definitivo. Nell’introduzione a “Di là dal fiume, tra gli alberi” si dice che ha usato questo metodo anche con questo libro. In effetti, il risultato è stato ottimo. Il titolo mi piace molto. Tanto è vero che, volendo leggere un libro di Hemingway, senza andare a leggere trame o commenti, ho scelto proprio questo, solo e soltanto per il nome. Ora che l’ho letto però mi dico: che cavolo di titolo! Non nel senso che non mi piace più, ma nel senso che non c’entra quasi nulla con il romanzo. Sarebbe stato più onesto chiamarlo (orribilmente) “Chiacchiere di un colonnello degradato con la sua amante”! Questo lo considero il classico “tradimento del lettore”. Il lettore di solito si tradisce (pubblicità e promozioni varie a parte) con il titolo o con l’incipit. Direi che in un certo senso anche l’incipit qui è un piccolo tradimento, perché fa pensare a un romanzo di caccia o pesca, tipicamente hemingwaiano, ma queste hanno poco spazio (forse per fortuna, dato che, quando sono sportive mi interessano ben poco).

Insomma, con un titolo così, un incipit così e un autore come Hemingway, mi sarei aspettato qualcosa tipo “Il vecchio e il mare” o, alla peggio, una sua versione sottotono: tradito.

Qui si parla di Venezia, dell’Italia (anche se non molto), di alcuni pittori e autori italiani, come D’Annunzio e Dante, citati con la raffinatezza e l’opportunità che ci si può aspettare da un telefilm americano. Si parla di guerra. Si parla. Sì, si parla e questo è l’altro grande difetto di questo libro.

Non insegnano nelle scuole di scrittura che occorre evitare di “raccontare”, ma gli avvenimenti vanno mostrati? Indubbiamente, ogni regola è fatta per essere violata e chi meglio di un premio nobel e mostro sacro della letteratura americana e mondiale potrebbe essere autorizzato a violare regolette così banali? Ben venga la narrazione indiretta, allora, con il colonnello che racconta alla ragazza com’è la guerra. Certo se spesso si interrompe per chiederle se non la sta annoiando, viene da pensare che questo sospetto sorga anche all’autore. La giovane innamorata risponde sempre di no al suo vecchio amato ultracinquantenne e, spesso, siamo anche d’accordo con lei, ma mica sempre!

Personalmente non amo il ripetersi dei “ti amo” che si scambia questa coppia un po’ male assortita, non amo questa struttura quasi da metaromanzo, con i suoi flashback raccontati. A volte il colonnello (che un tempo era stato generale ma fu degradato) non avendo sottomano l’amata, si mette persino a ricordare tra sé e sé o a parlare con il quadro che la ritrae!

Se l’autore voleva parlarci della guerra, perché non l’ha fatto, mostrandocela in atto? Se voleva mostrarci questo amore veneziano, perché l’ha infarcito di altre storie. Se voleva farci vedere delle scene di caccia, perché le ha unite a una storia d’amore e guerra? Se ha scelto un’ambientazione “esotica” come quella di Venezia, perché c’ha raccontato così poco di questa città, a parte dirci che è splendida?

Se fosse l’opera prima di uno sconosciuto, avrei detto che è un ragazzo che scrive davvero bene e che il romanzo è piacevole e scorre bene, con personaggi gradevoli e simpatici. Per un’opera della maturità di sua maestà Ernest Hemingway, francamente mi pare un po’ pochino.

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