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LA SAGA DEI FIGLI DEL PADRE ASSENTE

Risultati immagini per i fratelli michelangelo vanni santoniRisale ormai a oltre dieci anni fa la mia prima lettura di qualcosa scritto da Vanni Santoni, conosciuto negli anni gloriosi di anobii, la piattaforma letteraria in cui ho conosciuto tantissimi autori. Lessi allora due volumi, la raccolta di micro-racconti “Personaggi precari” e “Gli interessi in comune”, la prima edita nel 2007 da RGB Scrittomisto e poi ripubblicata da Voland nel 2017, il secondo edito da Feltrinelli nel 2008 e ora uscito da poco (2019) per Laterza.

Organizzo degli incontri letterari con Barbara Carraresi per conto del GSF Gruppo Scrittori Firenze e cercavamo qualcuno che potesse testimoniare di un percorso da una piccola casa editrice a una grande e ripensai così a Santoni, che dopo Feltrinelli, oltre che a Laterza era anche approdato a Mondadori.

Santoni è stato così protagonista di un interessante serata il 5 Settembre 2019, presso la Laurenziana di Firenze dal titolo “Come pubblicare con un grande editore”.

In seguito, lo abbiamo ospitato ancora per presentare il suo nuovo romanzo familiareI fratelli Michelangelo”, (Mondadori, 2019). È stata così per me occasione per leggere ancora qualcosa di suo.

I fratelli Michelangelo” è opera, con le sue oltre seicento pagine, assai più corposa non solo del veloce libretto “Personaggi precari”, ma anche del romanzo “Gli interessi in comune”. Oserei quasi dire che si tratta di una saga familiare e che per quattro dei cinque fratelli Michelangelo che ne sono protagonisti si sarebbe ben potuto fare un singolo romanzo, magari con un quinto a chiusura, che ne vedesse l’incontro con il padre Antonio Michelangelo.

Ovviamente, non si parla qui di Michelangelo Buonarroti, anche se siamo a Firenze. La storia è contemporanea, o meglio ambientata in un passato ancora recente. Vi si narra di un padre importante e piuttosto famoso, ingegnere, artista e regista, che, ormai anziano, dà appuntamento a Saltino nella località climatica di Vallombrosa (a est di Firenze) a quattro dei suoi cinque figli, avuti da diverse donne.

Ne seguiamo così le vicende di ciascuno, con le loro perplessità sulle motivazioni che possono aver indotto quel padre sempre così assente a richiamarli e a farli incontrare tra loro.

Non ne nasce tanto un’opera corale, quanto, appunto, una serie di romanzi brevi strettamente collegati, in cui, in ogni racconto, un figlio ha la sua centralità e che sembrano voler essere storie sull’assenza del padre ma finiscono per essere più che altro vicende di figli con un padre assente.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

A Firenze e al Valdarno, luoghi che direi tipici della narrativa di Santoni, cui qui si aggiunge quella propaggine della città che è Vallombrosa, si uniscono località assai diverse e le storie si allargano verso altri continenti.

Trovo, in particolare, rilevante il viaggio in India di uno di loro, così diversi da certi pellegrinaggi in quel Paese alla ricerca del sé o di una diversa religiosità o magari di esperienze allucinogene. Dato che “Gli interessi in comune” era praticamente una piccola enciclopedia sulle sostanze stupefacenti, mi sarei aspettato che in una simile occasione Santoni c’avrebbe parlato di droghe e così è stato ma qui non è come nel primo romanzo un narrare di esperienze di stati alterati della mente, ma si parla traffico di droga. Il ragazzo parte con degli amici con le migliori intenzione per impiantare un business in India, le cose vanno male e pensano bene di ripiegare sul traffico di sostanze illegali, ma le cose volgono in fretta al peggio.

Altro figlio, altre ambientazioni ed ecco con Cristiana, la figlia artista, lo spunto per parlare di arte, del difficile mondo dell’arte contemporanea, con la lotta per emergere e farsi vedere, con il quasi disperato tentativo di cercare di inventare qualcosa di originale e non possono non colpire i formicai riempiti di metallo, la borsa fatta con la pelle del proprio gatto, il drone ricoperto dalla pelle di un altro, i materiali messi a disposizione di certe mosche perché ne facciano nidi “artistici”.

Non si tratta di un romanzo d’avventura, ma non manca l’azione qua e là a vivacizzarlo e penso, per esempio, al cinematografico scontro con i ladri.

Del resto, oltre al mondo dello spaccio internazionale, incontriamo anche quello delle arti marziali, praticate ad alti livelli da Rudra, un altro dei figli, che, tanto per dare un po’ di colore sociale è anche omosessuale, con quel che ne consegue in termini familiari, sebbene i genitori si dimostrino al passo con i tempi attuali e tutto sommato discretamente aperti.

E in tutto questo affannarsi per il successo, economico, artistico o sportivo, è forse proprio il padre, che più dei figli sembra essersi dato da fare nel ricercare il successo, persino in campi diversi, a dire verso la fine il vero senso di ogni cosa: “Essere felici a casa è il massimo risultato dell’ambizione, diceva Samuel Johnson, e basterebbe questa frase a misurare la portata dei miei fallimenti…”.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

I figli si interrogano su che cosa abbia da dire loro il padre, se sia morente e abbia qualcosa da rivelare, se ci sia un’eredità da dividere, ma mentre camminano tutti assieme nel bosco di Vallombrosa, verso questa misteriosa meta dove ogni cosa, forse, sarà svelata, cogliamo un’altra riflessione di Antonio Michelangelo, che ci dà, forse, il senso della storia:

Sai, già farsi ascoltare è molto, per un vecchio. È un miracolo, in effetti, un miserabile miracolo, come avrebbe detto Michaux, che un vecchio riesca a farsi ascoltare dai propri figli, a farsi seguire lungo una strada, quale che sia; ma è pur vero, ghigna, che con una messinscena così stramba, ormai che siete qui, vi verrebbe difficile non farlo: anche solo per vedere dove voglio arrivare!”

Johnson, Michaux: ho riportato due frasi e, entrambe, contengono una citazione. Non è un caso, perché Santoni è uno che non solo scrive, ma, come dovrebbe essere sempre, legge anche molto e sembra amare i libri, al punto che questo “I fratelli Michelangelo” è quanto mai ricco di citazioni e rimandi ad altri autori e altre storie.

Non solo Santoni legge, ma, come ha ottimamente dimostrato nell’incontro con la nostra associazione, è uno che la scrittura la insegna (tra l’altro all’importante Scuola Holden) e ne conosce bene i metodi e la tecnica, come anche qui si vede. Insomma, uno che ha storie da raccontare e sa come farlo.

PISA BOOK FESTIVAL E ALTRI EVENTI

Gli ultimi giorni sono stati tutti una successione di eventi letterari, che mi hanno visto coinvolto in vari modi.

Venerdì 8 Novembre 2019 sono stato ospite dell’Associazione Arcobaleno (Firenze) per la presentazione del volume collettivo “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, curato da Massimo Acciai Baggiani, con la partecipazione di 11 autori, e i cui proventi vanno all’associazione stessa. È stata per me occasione per raccontare le mie esperienze di scrittura collettiva e le diverse tecniche di coordinamento usate in tali occasioni. “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” è stato, per esempio scritto con la tecnica del round robin, ovvero ogni autore riprende quanto scritto dagli autori precedenti e lo sviluppa. Tra gli undici autori c’è anche un misterioso K. Von Zin.

Poiché il romanzo presentato era  una storia di vampiri, ho anche fatto un piccolo approfondimento sulle motivazioni che spingono, a mio avviso, oggi gli autori a scrivere storie di licantropi e vampiri, riprendendo quanto da me scritto ai tempi della pubblicazione del volume collettivo illustrato da me curato “Il Settimo Plenilunio” (Ed. Liberodiscrivere, 2010). Da una parte credo che le creature della notte rappresentino un po’ la paura del diverso e siano espressione delle perplessità verso l’arrivo di “migranti”, dall’altra, credo che il successo del genere presso gli adolescenti deriva dal fatto che i giovani vivono in tale fase un forte mutamento e provano una sorta di paura-attrazione verso l’adulto che emerge in loro, che ricorda in qualche modo la mutazione in lupo del licantropo o la trasformazione in vampiro di chi è morso da uno di essi (non dimentichiamone le implicazioni sessuali a questo spesso connesse).

 

Paolo Ciampi e l’editore Luca Betti

Sabato 9 Novembre ero al Porto Seguro Show, che questo mese si è tenuto al Porto di Mare (Firenze). Come da consuetudine venivano presentati i nuovi autori del mese della casa editrice Porto Seguro, questa volta circa una ventina, più alcuni dei precedenti. Come di consueto, mi sono ritagliato un piccolo spazio per presentare la mia trilogia ucronica “Via da Sparta”, che descrive le avventure di una giovane schiava violentata e incinta in fuga attraverso un presente distopico in cui Sparta domina il mondo e la cultura ateniese è stata cancellata. A luglio, infatti, è uscito il terzo volume della saga “La figlia del ragno”. L’editore Paolo Cammilli mi ha coinvolto in un dibattito pubblico sul mondo dell’editoria. Non ha, infatti, condiviso l’analisi fatta durante il recente

Gaia Rau, vanni Santoni e Alberto Casadei

incontro da me organizzato assieme a Barbara Carraresi, per il GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana con Vanni Santoni sul tema “Come pubblicare con un grande editore”, tema poi approfondito nel successivo incontro “Riflessioni sull’editoria”. Cammilli, sostiene, infatti, che le grandi casi editrici prendono in considerazione gli autori solo dopo che hanno venduto grandi numeri e che questi si possono fare anche con case editrici come Porto Seguro e che, anzi, alcuni loro autori già hanno raggiunto vendite significative. Nell’incontro della Laurenziana era stato sostenuto, invece, che alle grandi case editrici, si passa solo arrivando da certe riviste letterarie e da queste a case editrici di un  certo tipo.

 

Domenica 10 Novembre sono stato a visitare il Pisa Book Festival assieme a Massimo Acciai Baggiani, che ha già scritto un ampio resoconto della nostra giornata, cui rimando per chi ne volesse sapere di più. In sostanza, a parte il giro degli stand, soprattutto di case editrici di media e piccola dimensione, ho partecipato a quattro incontri, la presentazione dell’antologia di climate fiction “Antropocene” curata da Roberto Paura e Francesco Verso (era presente quest’ultimo); la presentazione della nuova antologia di racconti del poeta della narrativa di viaggio Paolo CiampiTra una birra e un racconto”; la presentazione dell’ultimo giallo di Vichi da parte del giallista Leonardo Gori (di recente incontrato alla relazione di Sergio Calamandrei sulla “Struttura nascosta del giallo e del noir”, tenuta alla Laurenziana per il GSF) e, infine, la presentazione del nuovo romanzo familiare di Vanni SantoniI fratelli Michelangelo”, edito da Mondadori, e della riedizione del romanzo “Gli interessi in comune” con Laterza (la prima edizione era Feltrinelli).

Con l’occasione ho conosciuto gli autori del Collettivo Scrittori Uniti e Claudio Secci è stato così gentile da farmi intervistare da Chiara De Muro

Francesco Verso

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

Arrighetta Casini, Vincenzo Sacco e Clara Vella

 

Lunedì 11 Novembre mi sono recato presso la SMS di Rifredi dove le professoresse Clara Vella e Arrighetta Casini tenevano il loro consueto incontro letterario del lunedì e presentavano il nuovo romanzo di Vincenzo Sacco, già presidente del GSF Gruppo Scrittori Firenze,  “L’uguaglianza delle ossa”. Il romanzo giallo ambientato nella Napoli di fine XVIII secolo, ci porta nel mondo dei lazzeri napoletani. Ne avevo già una copia, che spero di leggere presto. Di Sacco, ho  apprezzato di recente “Come la sabbia nel deserto”.

 

Martedì 12, Vanni Santoni, reduce dal Pisa Book Festival, è stato di nuovo ospite del GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana, questa volta per presentare, da me intervistato, i medesimi libri appena illustrati a Pisa “I fratelli Michelangelo” e “Gli interessi in comune”. Santoni c’ha raccontato come i personaggi de “Gli interessi in comune” si siano nel tempo sviluppati in altri tre romanzi e abbia quindi sentito l’esigenza di riproporre la storia di partenza. “I fratelli Michelangelo” sono, invece, un grande affresco familiare nel quale Santoni racconta di un padre con cinque figli, avuti da quattro madri diverse, che non si conoscono tra loro e, ormai adulti, sono chiamati a incontrarsi, per motivi misteriosi, da questo padre assente. È occasione per parlare di paesi diversi, spostando la scena in varie parti del mondo, e per descrivere il nostro tempo, così svuotato d’ideali. Il tema della droga, centrale ne “Gli interessi in comune”, come momento di sperimentazione ed esperienza, ritorna qui soprattutto nella sua accezione economica. Anche l’India che vi compare è più un contesto economico sociale, che non il mondo in cui nel secolo scorso, si andava alla ricerca di sé, di nuovi cammini spirituali o di esperienze con sostanze stupefacenti.

Come evidenziavo durante l’incontro, mi sono riletto la mia recensione del 2008 della prima edizione de “Gli interessi in comune”, dove concludevo: “E segnatevi questo nome: Vanni Santoni, perché ne sentirete parlare presto ancora”. Credo di non essermi sbagliato.

Carlo Menzinger presenta Vanni Santoni

Infine, ieri, mercoledì 13, sono stato ospite della più antica associazione ambientalista italiana, Pro Natura, di cui sono membro, per presentare il mio nuovo romanzo, pubblicato con il Gruppo Editoriale Tabula Fati, con marchio World SF Italia, uscito in occasione del festival Stranimondi 2019 di Milano, “Apocalissi fiorentine”.

Massimo Acciai Baggiani presenta “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Introdotto dal presidente di Pro Natura Firenze, Gianni Marucelli, Massimo Acciai Baggiani, già autore della mia biografia letteraria “Il sognatore divergente”, ha fatto un excursus sulle mie opere precedenti e introdotto il volume.

Era presente anche il professor Marcello Scalzo, curatore delle immagini che arricchiscono il volume con rielaborazioni grafiche della città di Firenze, che ha illustrato il progetto grafico portato avanti con i suoi studenti per vari anni, di cui il volume riporta solo una selezione.

Apocalissi fiorentine” è un’antologia di racconti distopici che, in ordine cronologico, affronta momenti di crisi della città di Firenze, dalla sua fondazione a un futuro immaginario, con l’intento di evidenziare la fragilità della storia, delle città e del mondo nel suo insieme, in una sorta di piccolo campanello d’allarme per le tante problematiche che ci minacciano, quali perdita di biodiversità, surriscaldamento, deforestazione, desertificazione, inquinamento, tensioni sociali, terrorismo, guerre. Il volume si muove così tra ucronie, fantascienza, climate fiction e surreale.

La serata è stata intensa e le tematiche affrontate hanno scatenato un acceso dibattito.

Carlo Menzinger intervistato da Chiara Di Muro

Come risultato di queste intense giornate letterarie, la già lunghissima lista dei libri da leggere si è arricchita di nuovi volumi che vanno ad aggiungersi ai miei scaffali (per fortuna che ora leggono soprattutto e-book, perché gli spazi vanno scarseggiando):

  • Lamberto Burgassi – Social control – La verità di Tim Works – PSE
  • Renato Campinoti – Non mollare Caterina – PSE
  • Marcovalerio Bianchi – Il precipizio – PSE
  • Vincenzo Sacco -L’uguaglianza delle ossa – PSE
  • Roberto Paura e Francesco Verso, a cura di – Antropocene – Future fiction
  • Jean-Pierre Filiou – Le apocalissi nell’Islam – O barra O Edizioni
  • Paolo Ciampi – Tra una birra e una storia – Betti
  • Vanni Santoni – I fratelli Michelangelo – Mondadori
  • Alberto Pestelli – Un etrusco tra i nuraghes – Vol. III – Youcanprint

Oggi poi mi è arrivato per posta anche:

  • Pierparide Tedeschi – La mutazione – Edizioni Solfanelli

Di seguito i link ai video:

Chiara Di Muro intervista Carlo Menzinger al Pisa Book Festival

Presentazione di Apocalissi fiorentine

Presentazione di “Perché non siamo fattio per vivere in eterno?”

COME PUBBLICARE CON UN GRANDE EDITORE

Giovedì 5 Settembre 2019 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ha ospitato presso la Laurenziana un accurato, meticoloso e molto illuminante intervento dello scrittore ed editor toscano Vanni Santoni sul tema:Come pubblicare con un grande editore.

Vanni Santoni – Firenze, 5.9.2019 presso ASD Laurenziana

Vanni Santoni, poliedrico autore la cui produzione spazia dal mainstream al fantastico, all’umoristico, passando per l’esperienza giornalistica, ha pubblicato con numerose case editrici di tutte le dimensioni (Mondadori, Feltrinelli, La Terza, Minimum Fax, Voland, Mattioli, Duepunti, GAMM), è editor per Tunuè (responsabile della narrativa), autore di articoli, saggi e interviste per Il Corriere della Sera, Internazionale, Linus, Il manifesto, Mucchio Selvaggio, Vice, Orwell, Le parole e le cose, Nazione Indiana, Carmilla, Nuovi Argomenti, Alfabeta2, minima&moralia, GAMMM, Rolling Stone, pagina99, docente di importanti scuole di scrittura creativa come la Scuola Holden, finalista del Premio Strega.

È insomma persona che ben conosce il mondo dell’editoria in tutti i suoi aspetti.

 

Il GSF è stato dunque onorato di averlo ospitato nella serie di incontri letterari organizzati da Barbara Carraresi e Carlo Menzinger presso l’ASD Laurenziana di Firenze.

Dopo che Barbara Carraresi ha illustrato questa serie di eventi e il Presidente dell’associazione Vincenzo Sacco ha raccontato le molteplici attività portate avanti dal GSF (concorsi letterari, corsi di scrittura, presentazioni letterarie, libri collettivi e libri d’arte…), Carlo Menzinger ha introdotto Vanni Santoni.

 

L’intervento di Vanni Santoni è partito dalla definizione di casa editrice “importante”, illustrando innanzitutto la composizione dei principali gruppi editoriali italiani (Mondadori, GEMS, Feltrinelli, Giunti), elencando e descrivendo le altre principali realtà editoriali (Adelphi, Nave di Teseo, Newton, Sellerio, Fazi, Neri Pozza, E/O, Minimum Fax, marcos y marcos, Add, Suv, Voland, Tunué, Keller, Nutrimenti…).

La serata è diventata particolarmente interessante quando Santoni ha spiegato quali siano le case editrici con cui merita pubblicare. Limitandosi a un accenno a quelle a pagamento, che non sono neanche da prendere in considerazione se si vuole puntare a raggiungere, prima o poi, la grande editoria, ha evidenziato che le sole case editrici che possono dare qualche speranza di successo sono quelle che distribuiscono in modo capillare i propri libri nelle librerie di tutto il territorio nazionale. Tra queste ci sono ovviamente i grandi editori, ma anche alcuni editori medi. Santoni ha spiegato come la mancanza di una massa critica di volumi in libreria decreti il pressoché sicuro flop di vendite del libro.

Avevo presente la suddivisione delle case editrici in piccole, medie e grandi in base al numero di volumi pubblicati e venduti, ma in questo modo ritroviamo come medie case editrici che pubblicano molti libri ma non li distribuiscono, limitandosi ad attendere che siano ordinati.

Per un autore, dunque, è più importante sapere quanto e come distribuisca una casa editrice piuttosto che quanti libri pubblichi.

In merito alle case editrici che hanno una buona distribuzione, mi è parso di poter dedurre che queste siano anche quelle che non solo non chiedono contributi agli autori (orrore!) ma (a qualcuno forse parrà incredibile), pagano degli anticipi, come nelle storie di autori americani. E questo in Italia!

Ebbene, nota Santoni, tanto maggiore è l’anticipo che l’editore paga per un libro, tanto più ci crede e tanto più ci investe.

Verrebbe, dunque, da dire: evitiamo di pubblicare se non riceviamo un anticipo, perché questo è sintomo che non ci sarà sul nostro libro alcuna campagna promozionale.

Quando ha dovuto spiegare come si faccia a farsi pubblicare da un grande editore, Santoni è partito con dire che cosa non si deve fare.

Mi permetterei di riportare la simpatica metafora calcistica che ha usato per illustrare il più classico degli errori di approccio in cui temo molti di noi siano caduti: inviare il nostro romanzo all’editore!

Farlo, spiega Santoni, è come se volessimo giocare nel Milan e per farlo ci mettessimo in calzoncini con una palla in mano davanti a San Siro aspettando che qualcuno ci noti. Anche palleggiare un po’, aggiungo io, sarebbe del tutto inutile!

Una casa editrice che si vede recapitare un dattiloscritto da uno sconosciuto lo guarderà allo stesso modo, ovvero come uno sciocco che non ha capito nulla dell’editoria.

Altro classico errore in cui molti di noi incorrono, incluso il sottoscritto, è quello di credere che pubblicare con un piccolo editore sia un primo passo verso uno più grande.

Non solo non è vero (contrariamente a quanto ho comunemente sentito sostenere da tali piccoli editori), ma è addirittura deleterio, perché crea un curriculum negativo.

Se siamo esordienti, la casa editrice può solo valutare il nostro testo e come ci presentiamo come autore (aspetto forse più importante). Se, invece, malauguratamente, abbiamo già pubblicato due o tre libri (o peggio una ventina) con piccoli editori senza distribuzione (e che quindi non hanno piazzato almeno 2, 3 copie in ogni libreria che conta del nostro libro e quindi -logica conseguenza- abbiamo venduto solo qualche centinaio di copie o magari meno e, per giunta, per canali non ufficiali (le copie, per esempio, che vendiamo direttamente), ecco che quando e qualora l’editore importante ci prendesse in considerazione, prima ancora di guardare il nostro testo, andrà a vedere chi siamo e scoprirà, ahimè,  che pur avendo pubblicato, non siamo mai finiti nelle classifiche di vendita, ecco che sul nostro nome metterà una bella croce e il libro neppure lo aprirà.

Fin qui, quello che non si deve fare, ovvero:

  • mandare i testi al grande editore e
  • pubblicare con editori senza vera distribuzione (il fatto che i volumi, come per il self-pubblishing siano ordinabili in ogni libreria fisica o elettronica, non conta nulla: i volumi devono essere presenti in libreria).

 

Come fare, allora, per raggiungere i principali editori, quelli che contano davvero?

La cosa positiva è che, a sentire Santoni, questo non è impossibile, del resto lui, per esempio, c’è riuscito.

Di nuovo una metafora calcistica: invece, di palleggiare davanti San Siro, cominciamo a giocare in una piccola squadra locale, passiamo alle giovanili, arriviamo in serie C, in serie B e, infine, all’agognata serie A. Se saremo molto bravi, magari salteremo un po’ di passaggi, ma la gavetta, cari signori, va fatta! A meno che non siate nati dal lato giusto della barricata. Se siete già famosi, per esempio, potete anche puntare dritti a meta.

Fin qui, tutto ovvio, direte voi. Già. E la traduzione nel mondo editoriale parrebbe banale: prima pubblico con un editore piccolo, poi con uno più grande, fino ad arrivare dove voglio (a patto di valere, perché il nostro è un mondo meritocratico; qualcuno ne dubita forse?).

Troppo facile! Come detto, pubblicare con un editore così piccolo da non avere reale distribuzione e non dare anticipi, è peggio che non farlo.

Le nostre “giovanili”, infatti, non sono i piccoli editori, ma le riviste letterarie.

C’avevate pensato? Avete pensato che invece di sfornare subito un bel romanzo di mille pagine, forse prima occorre apparire sulle riviste che contano o pensavate che ci sareste finiti dopo, per effetto del vostro meritato e agognato successo?

 

Dobbiamo allora pubblicare sulle riviste. Qualunque rivista? Certo che no. Solo quelle che vengono lette. Lette da chi? Lette dagli addetti ai lavori. E questi chi sarebbero? Le case editrici che fanno scouting, che cercano “talenti”. Magari piccole case editrici (ma abbastanza grandi da aver distribuzione, va ripetuto. È un concetto basilare). Magari ti pubblicheranno. Se avrai successo, case editrici più grandi ti cercheranno e così via. Immaginerei, però, non troppi passaggi, forse dai due ai quattro, se si vuole aver successo.

E che libri pubblicano poi le case editrici? Altra sorpresa: non necessariamente libri già scritti. Individuato il nuovo autore, gli editori preferiscono dargli da scrivere qualcosa piuttosto che prendere un testo preconfezionato. Con le dovute eccezioni, sia chiaro.

Ma torniamo all’inizio del nostro percorso: le riviste.

Quali sarebbero queste riviste? Per esempio, l’Indice, Nazione Indiana, Il Rifugio del Ircoocervo, Le parole e le cose, GAMMM, Minima & Moralia, L’Indiscreto, Doppio Zero, Carmilla, Alfabeta 2, Poetarum silva, Nuovi argomenti, Zest, Crapula, Il tascabile, Il primo amore, Finzioni, Colla. A Firenze c’è Street Book Magazine, ma non ha rilevanza nazionale.

E che cosa dovremmo pubblicare nelle riviste? Verrebbe da dire: estratti del nostro romanzo, nostri racconti. Meglio di no. Si devono pubblicare invece recensioni di altri libri, se possibile libri su cui l’editoria punta ma poco recensiti. E come dovrebbero essere fatte? Non una paginetta e via. Belle corpose. Autentiche analisi di qualche testo, autori o nuova tendenza, cosa da una ventina di pagine (mi sembrano tante per essere letti).

Sembra una strada tortuosa per chi voglia farsi notare per la narrativa che scrive e non per come commenta quella degli altri, ma è così che si entra nel giro, pare. Prima qualche recensione sulle riviste, poi qualche racconto e poi, chissà, magari qualcuno ci nota. Un vero lavoro, non certo attività da dilettanti allo sbaraglio.

 

Sarà questa la ricetta per il successo letterario? Forse sì o forse è solo una delle possibili.

Di recente ho sentito lo scrittore Franco Forte, editor Mondadori per Urania che diceva che i testi, invece, vanno mandati alle case editrici e che l’importante è come lo si fa e, soprattutto a chi si mandano. Dobbiamo individuare, diceva Forte, l’editor della collana in cui riteniamo il nostro libro vada pubblicato e scrivere direttamente a lui. Secondo Forte, questo aumenterebbe molto le probabilità di essere letti, rispetto a invii generici che fanno fare lunghi giri al dattiloscritto.

Del resto, anche la storia di Vanni Santoni, farebbe pensare che l’immagine del tipo a San Siro sia un po’ esagerata, offerta più che altro per rendere il concetto. “Gli interessi in comune” di Santoni, infatti, fu pubblicato da Feltrinelli proprio mediante l’invio di un manoscritto. Qual’era la differenza tra lui e l’aspirante giocatore del Milan? Non da poco.  Santoni non era sconosciuto: aveva pubblicato già “Personaggi precari”, aveva vinto due concorsi nazionali ed era apparso su Nazione Indiana, GAMMM e altre riviste.

 

Insomma, gli editori importanti se gli mandiamo i nostri testi ci guardano davvero come dei tipi fuori dal mondo o ci prendono in considerazione?

Sinceramente, tendo a credere di più alla versione di Santoni, se non altro perché immagino che più grande sia una casa editrice, più sia sommersa di testi e, dato che le redazioni non sono mai immense, leggerli tutti è impossibile. Penso sia già tanto se ricevono un’occhiata generica alla scheda di accompagnamento. Pubblicare, distribuire e promuovere costa. È un investimento. I libri da pubblicare e seguire vanno scelti con cura. Immagino che Forte, quando diceva che gli editor leggono i manoscritti si riferiva, forse, a quelli di gente come Santoni e non di perfetti sconosciuti.

 

E le agenzie letterarie? Se è vero che nel mondo anglosassone, spiega Vanni Santoni, si arriva agli editori tramite loro, questo in Italia è assai meno vero e, soprattutto, occorre stare attenti agli pseudo-agenti che chiedono soldi per rappresentare gli autori: la rappresentanza si paga ma in percentuale sui proventi dell’autore sulle vendite future (circa il 10%), non in importi predeterminati e anticipati. Altra cosa è la predisposizione di una scheda di presentazione del libro o un lavoro di editing. Inoltre, aggiungo io, alcuni agenti non lo sono per nulla, nel senso che non offrono il servizio fondamentale che è la rappresentanza dell’autore. Per raggiungere gli editori maggiori, direi poi che occorre farsi rappresentare dagli agenti maggiori e questi sono solo pochi nomi, altrettanto irraggiungibili delle grandi case editrici. Farsi rappresentare da un agente senza mercato (senza un track-record di autori pubblicati presso editori rilevanti) è, a mio avviso, una semplice perdita di denaro (a meno che non ci si ritenga totalmente incapaci di raggiungere un editore da soli, ma se avete contattato l’agente potete anche contattare l’editore, no?).

Per quanto riguarda i Premi Letterari che non siano di rilevanza nazionale, la mia impressione personale, è che siano del tutto inutili sia per farsi notare dalle case importanti, sia per incrementare le vendite dei libri.

Talora possono servire per raggiungere un editore.

Santoni, per gli esordienti, ha segnalato il Premio Italo Calvino e il Premio Neri Pozza. In particolare, dal Premio Calvino sono emersi alcuni importanti autori.

Credo che un altro concorso interessante sia quello del Gruppo Mauri-Spagnol IoScrittore. Chi vince viene pubblicato dalla casa editrice. A parte questo, trovo che meriti come esperienza, perché ogni autore oltre a essere giudicato, giudica i testi degli altri partecipanti in forma anonima. Si ricevono così giudizi sinceri e taglienti che sui social neppure i nickname riescono a rendere tanto espliciti.

Tra i concorsi minori, possono forse meritare quelli di genere.

 

E le scuole di scrittura servono? Più che per imparare a scrivere (cosa che si impara soprattutto leggendo e scrivendo molto) sono utili per conoscere altri autori e addetti ai lavori.

 

Per chi volesse approfondire ulteriormente Vanni Santoni consiglia il suo articolo “Guida dell’aspirante scrittore: tutti i segreti e retroscena dell’editoria per l’esordio”, pubblicato su “Il Rifugio dell’Ircocervo”.

 

Gli incontri letterari del GSF presso la Laurenziana, via Magellano 13 Rosso (Firenze Nova), continuano giovedì 19 Settembre 2019 alle ore 18,00 sul tema “Creare mondi immaginari”, un confronto tra autori su fantascienza, fantasy e ucronia. Introducono la tavola rotonda Barbara Carraresi, Carlo Menzinger, Massimo Acciai e Barbara Mancini.

Ingresso libero anche per i non iscritti. Vi aspettiamo.

 

5/9 /2019: INCONTRO DEL GSF CON VANNI SANTONI PER PARLARE DI EDITORIA

Domani, 5 Settembre 2019, alle ore 18,00 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ospiterà presso l’ASD Laurenziana  di Firenze Nova in via Magellano 13 Rosso, il poliedrico scrittore toscano Vanni Santoni, che racconterà le sue esperienze di pubblicazione con numerosi editori, tra cui Mondadori, La Terza e Minimum Fax.

Vanni Santoni (Montevarchi, 30 settembre 1978), come si legge su wikipedia (quanto segue viene tutto da lì), laureato in scienze politiche, comincia a scrivere nel 2004 sulle pagine della rivista Mostro; nel 2005 vince il concorso “Fuoriclasse” della casa editrice Vallecchi con il testo “Vasilij e la morte”. Nel 2006 vince il concorso “Scrittomisto” della casa editrice indipendente RGB ed esordisce con “Personaggi precari”, un libro sperimentale, dove sono presentati centinaia di personaggi,  la ricostruzione della cui storia è affidata al lettore, con una tecnica di introspezione psicologica “momentista”, in cui il precariato è anzitutto condizione esistenziale. I suoi “Personaggi precari” sono tradotti in inglese(dal poeta Linh Dinh), in francese e in spagnolo. Personaggi precari esce per la seconda volta, in versione ampliata, nel 2013, per Voland e una terza volta, con ulteriori ampliamenti, nel 2017.

Nel 2007 fonda il progetto di scrittura collettiva SIC, il cui romanzo storico “In territorio nemico” esce poi nell’aprile 2013 per minimum fax.

Nel 2008 pubblica il suo secondo libro, e primo romanzo, “Gli interessi in comune” per Feltrinelli, “un romanzo corale sull’impossibilità di raccontarsi nella società contemporanea”, in cui si narrano dieci anni di scorribande di un gruppo di giovani di provincia alla ricerca di un proprio mito di fondazione. Il romanzo vince il premio selezione “Scrittore toscano dell’anno”.

Il suo terzo libro è il romanzo “Se fossi fuoco arderei Firenze”, che utilizza una struttura corale a “ronda”,è uscito nell’ottobre 2011 per la collana Contromano di Laterza.

Sempre nel 2011 pubblica il romanzo “L’ascensione di Roberto Baggio” (Mattioli 1885), scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni.

Nel 2012 pubblica il romanzo breve Tutti i ragni (:duepunti), per la collana “ZOO”, diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, tradotto in tedesco nel 2014.

Nel 2013, oltre a In territorio nemico, pubblica la versione definitiva di “Personaggi precari” per Voland e il romanzo fantastico ”Terra ignota” per Mondadori, a cui segue “Terra ignota 2 – Le figlie del rito” nel 2014. Quando, come in questi casi, firma testi fantastici, aggiunge alla firma la sigla HG per sottolineare che si tratta di un percorso parallelo a quello principale; tale sigla sarebbe un omaggio a Guido Morselli.

Nel 2015 pubblica il romanzo “Muro di casse” che apre la collana Solaris di Laterza. Sempre nel 2015 è incluso nell’antologia minimum fax “L’età della febbre dei migliori scrittori italiani under-40”.

Nel 2017 pubblica, sempre per Laterza, il romanzo “La stanza profonda”, che costituisce la prima partecipazione al Premio Strega della storia dell’editore. Il libro conosce un immediato successo di pubblico. Sempre nel 2017 esce per Mondadori “L’impero del sogno”, concepito per essere allo stesso tempo un romanzo fantastico “stand-alone” ma anche il prequel di “Terra Ignota”.

Nel 2019 pubblica per Mondadori “I fratelli Michelangelo”.

Santoni scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e su altri giornali e riviste.

L’ingresso all’incontro è libero e sono gradite domande all’autore.

GLI INTERESSI IN COMUNE DI SANTONI

Risultato immagini per gli interessi in comune Feltrinelli Santoni"A fine maggio sono stato in Feltrinelli, a Firenze, per sentire la presentazione del nuovo romanzo di Vanni SantoniGli interessi in comune”, edito dalla stessa Feltrinelli.

Avevo incontrato per caso, solo pochi giorni prima, Santoni su aNobii, l’immenso portale dei libri e dei lettori. Due cose mi avevano incuriosito e spinto ad andare a questa presentazione: che questo autore avesse effettuato il mitico “salto” da un editore minore come RGB a una “major” come Feltrinelli e che venisse da un’esperienza di scrittura collettiva, essendo trai fondatori di SIC, il progetto di “Scrittura Industriale Collettiva”.

Dalla presentazione già mi ero fatto l’idea di trovarmi davanti un romanzo che parlasse di amicizia, in particolare di gruppi di amici, quelli che scherzosamente chiamo “romanzi di compagnia”.

Fin da allora, prima di leggere il libro, mi era chiaro quali fossero gli “interessi in comune” di questi ragazzi: le droghe, di ogni tipo. Il libro è, infatti, diviso in capitoli che hanno ognuno il nome di uno stupefacente, dalle psichedeliche a quelle più innocue come il caffè e… il sesso. Mi ero anche fatto l’idea che rispetto alla descrizione delle droghe prevalesse la descrizione dei personaggi.

Dopo averlo letto posso confermare la centralità della descrizione delle dinamiche di un gruppo di amici e l’importanza delle droghe nella narrazione, questa, però, forse superiore a quanto avessi immaginato. In un certo senso il romanzo è quasi una piccola enciclopedia sugli effetti delle droghe!

Per chiarire l’argomento trattato, occorre, innanzitutto, dire che i personaggi descritti sono un gruppo di ragazzi, di cui seguiamo la storia da metà degli anni novanta al 2006.

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Vanni Santoni

Dai tempi del liceo a quelli dell’università, sebbene non siano esattamente dei secchioni. L’autore è un trentenne “spaccato”: è nato nel 1978 a Montevarchi, in provincia di Firenze. E questa zona della Toscana, alle porte di Firenze, il Valdarno, fa da sfondo attivo alle loro avventure. Si respira dunque un certo spirito autobiografico.

I personaggi che sono descritti in questo romanzo di Santoni, mi fanno un po’ pensare ai vitelloni di felliniana memoria o ai bamboccioni citati tempo addietro dal nostro Presidente Napolitano. Sono ragazzi che vivono a spese e a carico delle famiglie d’origine, direi piccolo borghesi, che studiacchiano ma che sembrano privi di alcun vero interesse e di alcuna maturità emotiva. Ne è un esempio il fatto che le donne in questo libro non compaiano quasi mai, se non come oggetti occasionali di un rapporto. Questi ragazzi passano il tempo al bar e a giocare (tra tutti i giochi prevale Magic).

Su cosa si regge allora la loro amicizia? Un po’ su queste chiacchiere da bar, su queste partite, ma soprattutto su quelli che sono i loro “interessi in comune”: le droghe.

Queste sono per loro quasi un vero interesse culturale: ne provano sempre di nuove, come studiosi continuano a sperimentarne di diverse, eppure in loro non c’è alcuno spirito o volontà scientifica o analitica, solo il desiderio di fare esperienza. Non viene detto ma la vera molla sembra essere il tentativo di combattere una sorta di noia esistenziale.

Anch’io vivo in Toscana, a Firenze, ma ci sono arrivato ormai laureato e appartengono ad un’altra generazione, quella dei quarantacinquenni, quindi non posso dire di conoscere veramente bene i trentenni fiorentini. Conosco però alcune persone della zona e della stessa fascia d’età, ma il mondo descritto da Santoni non corrisponde particolarmente né alla mia impressione della Toscana, né a quanto mi raccontano. A leggere queste pagine si ha l’impressione che il Valdarno pulluli di gente “fatta” o “allucinata” (per come sono presentati definirli drogati non parrebbe quasi corretto). È possibile che il mondo descritto abbia proporzioni assai più estese di quanto comunemente si crede? È possibile che siano così tanti i sedicenni/ventiquattrenni che fanno uso di sostanze stupefacenti di vario genere? E davvero circola una così grande varietà di droghe?

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I vitelloni

Qualunque sia la risposta, questa non conta per valutare la qualità di questo libro. Non stiamo parlando di un saggio ma di un romanzo. La narrativa, superati i tempi del realismo, è libera di esprimere qualunque realtà, anche totalmente inventata. Se qualcuno vuole scrivere che a Firenze le massaie comprano l’eroina a chili nei supermercati (tanto per esagerare, nulla del genere viene scritto dall’autore!) è libero di farlo e magari il suo libro, con un certo sapore almodovariano, potrebbe essere godibilissimo.

Segnalo, inoltre, che l’argomento “droghe” è trattato con la più assoluta indifferenza e normalità. L’autore non condanna né giudica nessuno, né i drogati, né gli spacciatori, né le droghe in sé. Neppure però si inserisce in quel filone letterario che osanna l’uso degli stupefacenti. Santoni si limita a raccontare il rapporto di un gruppo di ragazzi con queste sostanze. Mi verrebbe da dire la loro “esperienza” con gli stupefacenti, eppure il termine mal si addice a questo tipo di narrazione. Fa troppo pensare ad un approccio al fenomeno tipico degli anni ’60. Il modo di parlarne qui è molto diverso. Più moderno. Più disincantato. Più, appunto, indifferente. La droga ha perso, qui, ogni valenza politica o liberatoria.

È giusto parlare così di prodotti che indubbiamente sono nocivi per la salute e lo spirito? Certamente non offrirei questo libro in lettura ad un minorenne. Chi lo legge deve avere la maturità necessaria per capire che quello che qui viene descritto come normale, normale non è affatto ed è anzi pericoloso. Detto ciò, però non vorrei dare giudizi morali sul libro.

Vorrei ora, piuttosto, dire qualcosa su come è scritto.

Recentemente ho avuto modo di scrivere quanto io ritenga importante la presenza di una trama per fare un buon romanzo. Qui, sebbene la trama sia ridotta all’osso e non sia essenziale, abbiamo comunque una storia che scorre bene lo stesso. Si descrive l’evoluzione di un’amicizia, con i suoi alti e bassi. Non si sente l’esigenza di una vera trama. Ogni capitolo, in effetti, ne ha una propria. Ugualmente siamo curiosi di vedere cos’altro inventeranno questi ragazzi e un capitolo tira dietro il successivo. L’essere poi questi (che son ben 23!) dedicati ciascuno ad una droga diversa, rende il volume, come scrivevo sopra,quasi una piccola enciclopedia narrativa del genere e non può non suscitare una discreta curiosità.

Si aggiunga che il tutto è scritto bene, con uno stile diretto ma non banale, immediato ma non asciutto, e capirete di avere davanti un prodotto di qualità.

Vorrei ancora sottolineare che questo libro, sebbene edito da un editore importante come Feltrinelli, è un romanzo scritto da un esordiente (o quasi), con alle spalle solo (o principalmente) la pubblicazione di una raccolta di racconti, “Personaggi precari”, di cui ho già scritto. Mi chiedo allora cosa può aver indotto la Feltrinelli a decidere di pubblicarlo, a decidere di dare alle stampe questa storia e non tanti altri romanzi che certo devono venir proposti loro ogni giorno, alcuni sicuramente di qualità.

La risposta, credo sia in parte nel tema trattato, nella capacità di questo giovane autore di descrivere con assoluta normalità un mondo marginale che minaccia di diventare “centrale”, un mondo di giovani che vivono un po’ ai limiti, pur facendo parte a pieno titolo di una comunità più ampia che è quella dei giovani italiani e forse dei giovani di tutto il mondo. Forse Iacopo, Paride, Sasso, Malpa, Mimmo, Mella e gli altri non saranno davvero rappresentativi del mondo di oggi per il loro rapporto con le droghe ma lo sono certo per la loro immaturità, svogliataggine e disillusione.

Dunque, credo che un editore possa aver trovato in queste pagine la descrizione di un modo di vivere che deve aver ritenuto potesse interessare il pubblico. Farlo riflettere su se stesso e sui propri figli. Credo che in questo non si sia sbagliato. Penso che questo libro potrà far parlare ancora molto di sé. Potrà essere oggetto di analisi e discussione.

Posso dunque senz’altro consigliarvi, se avete almeno diciott’anni e vi ritenete poco suscettibili al fascino delle sostanze allucinogene (!!!), la lettura di questo libro.

E segnatevi questo nome: “Vanni Santoni”, perché ne sentirete parlare presto ancora.

 

 

QUALCHE CENTINAIO DI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

L’opera prima del fiorentino Vanni Santoni, “Personaggi precari”, edita da RGB Scrittomisto, non è un romanzo e non è neppure, propriamente, una raccolta di racconti.

Personaggi precari - Vanni Santoni - copertinaMi sono chiesto spesso quale sia il confine, che separa il romanzo dal racconto. Che il racconto possa avere, oltre ad una dimensione massima, anche una dimensione minima, al di sotto del quale non sia corretto parlare di racconto, era un’idea a cui non avevo, invece, ancora pensato.

Eppure, leggendo “Personaggi precari” il dubbio su come definire i brevissimi “racconti” che lo compongono mi è venuto. Nelle 111 pagine che formano il libro, incontriamo infatti qualche centinaio di “scenette”, ciascuna del tutto indipendente dalle altre. Ognuna rappresenta un ritratto. Ci incontriamo così, uno dopo l’altro con qualche centinaio di personaggi, su ciascuno dei quali potrebbe, in effetti, esser scritto un racconto vero e proprio se non un romanzo: qualche centinaio di personaggi in cerca d’autore (magari lo stesso Santoni) che li renda protagonisti di una storia.

Ogni ritratto è scritto in modi diversi, a volte c’imbattiamo in descrizioni più fisiche, a volte più incentrate sul carattere, a volte che colgono un tic, altre volte che caratterizzano il personaggio per un suo gesto, una sua azione.

Questi brani hanno quasi sempre la lunghezza dell’aforisma. Di aforismi, però, non si tratta giacché “l’aforisma o aforismo (dal greco aphorismós, definizione) è una breve frase che condensa – similmente alle antiche locuzioni latine – un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale”. Santoni, invece, non vuole trasmetterci nessun tipo di sapere.

Definirei allora il libro come una raccolta di veloci ritratti (se non erro solo un paio superano la lunghezza della pagina), di sketch.

Credo che il modo migliore per darne un’idea, sia con degli esempi.

 

<<Federico stanotte si è alzato, ha finalmente preso lo spray fluorescente comprato varie settimane prima, è andato davanti a casa di Lidia e ha scritto sull’asfalto “Chicca pedonami”. Senza la R. Che nervi.>>

 

<<A Luca piacerebbe far fare un sondaggio dalla Doxa sul tema “Come Luca è percepito dagli altri”.

Il risultato, inimmaginabile per lui così pieno di sé, sarebbe “Un tizio pelato che sembra scemo”>>

 

<<Ore 20:10 Marco manda un sms a una tipa che ha conosciuto in fila alla Coop.

Ore 20:20 la tipa non ha ancora risposto. Marco manda altro sms: “E rispondi brutta troia!”>>

 

Sono, dunque, ritratti fulminanti, spesso ironici, che con brevissime pennellate riescono a renderci a pieno un’intera storia, a volte un’intera vita.

Il risultato è un libro senz’altro originale, proprio per la forma in cui è scritto, di facile e veloce lettura, da consumarsi ovunque, al mare, come in piedi in autobus, assaporando uno dietro l’altro queste veloci miniature dalle quali traspare tutta una provincia italiana di gente che ciascuno di noi ha incontrato almeno una volta, a volte con il sapore di certi aneddoti passati di bocca in bocca.

Vanni Santoni, che ho conosciuto su aNobii come Sarmigezetusa poi ha scritto un romanzo che è stato edito da Feltrinelli. Ho letto anche quello e ne parlerò a breve anche su questo blog. Si intitola gli “Interessi in comune“.

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di assistere alla sua prima presentazione pubblica. Ne ho parlato qui.

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