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OTTOCENTO FANTASTICO: IN ARRIVO IL N. 13 DI IF – INSOLITO E FANTASTICO

IF - Ottocento fantastico

E’ in preparazione il n. 13 di IF (Giugno 2013), dedicato all’OTTOCENTO FANTASTICO. 
La rivista ha 128 pagine, costa solo € 8 ed è acquistabile presso l’editore Solfanelli (Chieti) o in abbonamento postale 
(€ 30 per quattro numeri).
Anche in questo numero ci sarà un mio articolo: “L’evoluzione del vampiro ottocentesco“.

In questo numero un omaggio a E.T.A. Hoffmann e i seguenti interventi:

Maria Teresa ChialantIl ritratto e la cornice
Riccardo Valla, Il viaggio spaziale nella prima fantascienza
Marco Lauri“Io avrò fatto l’uomo”: Nievo tra i precursori della SF
Giuseppe PanellaMaupassant. La fascinazione dell’altrove
Romolo RunciniL’irrazionalismo fantastico nel dottor Jekyll di Stevenson
Michele MartinelliFantastico e avventuroso in Emilio Salgari
Gianfranco de TurrisTradizione o tentazione fantastica italiana?
Morena CorradiIl fantastico nelle riviste milanesi dell’Italia post-unitaria
Errico PassaroTre collane storiche specializzate nell’Ottocento fantastico
Walter Catalano“Bitter” Bierce. Da solo in cattiva compagnia
Max MilnerIl vampiro di Nodier dal romazo al melodramma
Carlo Menzinger, L’evoluzione del vampiro ottocentesco
Carlo BordoniDonne vampiro. Le sorelline di Carmilla

Le rassegne:   
Claudio AsciutiPikadon. Emergenze nucleari in Giappone
Arielle SaiberI dischi volanti non sbarcano a Lucca. Storia della SF italiana
Valerio EvangelistiSinistre presenze. Nuove mappe dell’orrore
e le consuete recensioni…

L’EVOLUZIONE DEL VAMPIRO OTTOCENTESCO

Vorrei esaminare, da semplice lettore, il nascere e l’evolversi della figura del vampiro, limitandomi qui al solo XIX secolo e ad alcune mie letture più recenti, dalle quali ho notato il progressivo emergere delle caratteristiche fondamentali del vampiro.

Comincerei questo e veloce e parziale excursus dal volumetto intitolato “Il Vampiro” (pubblicato da Edizioni Studio Tesi) e che rappresenta l’inizio della storia letteraria del vampiro nelle sue fattezze ottocentesche, che saranno poi, fondamentalmente, anche quelle dell’intero secolo successivo. L’autore che figura sulla copertina del volume è John W. Polidori.

Il libro, in realtà, riunisce più scritti, dei quali solo quello che reca il titolo in copertina è del su menzionato autore. Il testo comprende anche un “Frammento” di Lord Byron e un racconto di Anonimo proveniente dalla tradizione popolare. Vi sono inoltre vari brani di commento, tra cui l’interessante Antefatto di Giovanna Franci e Rosella Marangoni, in cui si spiega come in questo testo siano racchiuse le origini romanzate di questa figura leggendaria.

A quanto si legge, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

George Gordon Byron

Lord George Gordon Byron

Byron e Shelley si  erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il “Frammento” presente nel volume di cui scrivo. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

In entrambi i brani, così come in quello di Anonimo intitolato “La Sposa delle Isole”, il vampiro compare con molte delle caratteristiche moderne: è un nobile signore dai modi misteriosi, ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, necessita del sangue di una giovane donna (vergine per l’Anonimo), inganna un altro gentiluomo che si illude di poter essere suo amico, risorge misteriosamente.

Mancano ancora i famosi canini acuminati e non si dice che soffra il contatto con la luce. È però pallido, in quanto, tornato innaturalmente in vita, il sangue non scorre più regolarmente nelle sue vene. Inoltre, si ciba normalmente (per l’Anonimo non usa il sale) e dorme come tutti, non certo in una bara. Per l’Anonimo, nel momento in cui non riesce a portare a compimento la propria missione di sposare la vergine e nutrirsi del suo sangue finché dura la luna di Halloween, il vampiro scompare dissolvendosi nel nulla. Non vive ancora nei Carpazi ma in Inghilterra. Il cimitero appare come scenario già nel “Frammento”.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

John W. Polidori

John W. Polidori

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Dunque, se né PolidoriByron sono certo gli inventori della figura del vampiro, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sono peraltro gli iniziatori della tradizione letteraria moderna che ancora oggi, a due secoli di distanza ha tanto successo e seguito, fino ai recenti romanzi della Meyer.
Non mi è chiaro se “La Sposa delle Isole” sia antecedente o successivo al Frammento di Byron e come mai il vampiro si chiami Lord Ruthven anche nel brano dell’Anonimo, se Polidori abbia scelto quel nome copiandolo dal romanzo “Glenarvon” con cui Lady Caroline Lamb si prendeva gioco del suo ex-amante Lord Byron, chiamandolo proprio Lord Ruthven.
Grazie al mio incontro con Antonio Daniele sulle pagine del numero di IF dedicato ai Vampiri, cui abbiamo collaborato entrambi, ho avuto modo di scoprire il raro libello curato dal medesimo Daniele e scritto da Franco Mistrali “Il Vampiro – Storia vera”.

Come si legge in quarta di copertina, questo volume, edito ora in una nuova edizione da Keres, anticipa di un trentennio il “Dracula” di Bram Stoker e di tre anni la “Carmilla” di Le Fanu, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Rappresenta dunque uno dei primissimi romanzi di vampiri della letteratura italiana ed è uno trai primi in assoluto, seguendo solo di pochi decenni “Il Vampiro” di John Polidori e quello di Lord Byron, entrambi del 1816.

Bram Stoker

Bram Stoker

Il Barone Franco Mistrali (1833-1880) fu un personaggio eclettico e interessante. Scrittore, garibaldino, anticlericale, pubblicò vari romanzi – spesso storici – diresse e fondò riviste, fu oggetto di scandali e incarcerato.

“Il Vampiro” è opera romantica, ma che ancora fortemente risente degli influssi neo-classici, come si può notare dalle abbondantissime citazioni letterarie presenti. L’autore stesso (pag. 67) arriva così a scusarsi dal “nuovo stile”:

I narratori classici grideranno al barocchismo, ma li lasceremo gridare: le grammatiche sono una gran bella cosa, ma vi è qualche cosa che sta sopra tutti i codici a tutte le regole: la musica di Rossini quando comparve fu dichiarato che violava i regolamenti: non ci è che dire: i pedanti trovavano le violazioni sulla partitura e le segnavano con tanto di croce: il pubblico applaudiva: Shakespeare anche cotesto è un gran violatore di regole: Voltaire che pure avea talento, lo chiamavano barbaro saltimbanco: ma i drammi del barbaro seppelliranno tutte le tragedie del classico: a me basta che nelle evoluzioni che andrò facendo in questa curiosa storia, non mi manchi l’indulgenza del lettore: chi mi ama mi segua.
Da buon autore di romanzi storici, Mistrali ci offre un’ambientazione precisa e alcuni personaggi reali compaiono da protagonisti, in primis il Principe di Monaco, che con il narratore e l’ispettore Ledru al suo servizio, indaga sulle misteriose vicende narrate, ma anche lo Zar di Russia, causa di tutte le vicende narrate.
Si tratta, infatti, di un’indagine su strani fatti, che al narratore fanno subito pensare a vicende di vampiri, e che coinvolgono la nascita di figli illegittimi del medesimo Zar.  Dietro al mistero ci sono storie di vendette e su tutto il racconto si muove un misterioso personaggio, dall’aspetto vampiresco, che muta più volte nome e identità.

Compare, infine, una setta di vampiri. Ci sono esperimenti di alchimia e l’esperimento sul sangue (pag. 224) porta a conclusioni che ricordano, seppur romanticamente, quelle della moderna clonazione.

La vita vive nel sangue ed ogni gocciola del fluido rubicondo trae seco un atomo vitale. Se noi potessimo avere conservato del sangue di Sesostri o di Faraone, noi avremmo in esso un atomo vivo della loro vita, una fibra dell’anima loro, un’eco degli affetti e delle passioni che li dominavano”.

Franco Mistrali

Franco Mistrali

Più che alle teorie sul vampirismo, il romanzo sembra far riferimento a quelle pitagoriche sulla reincarnazione e di vampiri, in realtà, in queste pagine non se ne incontrano mai, salvo quelli della Setta, che tali non sembrano veramente. Di loro però si parla. Una particolarità delle creature della notte immaginate da Mistrali è che non mordono le loro vittime sul collo, ma sul petto, vicino al cuore.
Si tratta, però, più che altro di un giallo con tinte gotiche, con un mistero da risolvere e svelare, e in cui non mancano riferimenti alla vita del tempo e piccole osservazioni o critiche sociali come la seguente (pag. 25): “la civiltà invece dovrebbe realizzare l’ideale della libertà anche nelle tasse, e pertanto gli inglesi sostengono che in fatto d’imposte l’ideale è la generalizzazione del tributo indiretto: fuma chi vuole, beve chi vuole, consuma chi vuole oggetti di lusso: ma non mangia chi vuole.

Romanzo dunque imperdibile per chi voglia conoscere e approfondire la storia del romanzo gotico, piacevole souvenir per chi ami esplorare la letteratura del XIX secolo, curioso libello per chi cerchi una testimonianza della storia europea e, cosa quanto mai rara, leggere una storia che sia ambientata nel ristretto Principato di Monaco.

Un nuovo progresso alla figura del vampiro, mi pare sia favorito dall’opera di Le Fanu.

Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu è nato a Dublino (Irlanda) nel 1814 e morto nel 1873. A lui dobbiamo un interessante rivisitazione della figura del vampiro in un racconto del 1872 intitolato “Carmilla”, scritto dunque venticinque anni prima della pubblicazione di “Dracula” di Bram Stoker e cinquantasei anni dopo “Il Vampiro” di Polidori.

Si tratta probabilmente della prima versione femminile di questo non-morto apparsa in un’opera di narrativa moderna. Il racconto si presenta più articolato e psicologicamente evoluto del racconto di Polidori ma, non essendo un romanzo, ha una struttura più semplice di “Dracula”, e sviluppa la natura particolarmente sensuale della (apparentemente) giovane donna-vampiro.

Bisogna dire che gli elementi fondamentali di questa figura sono gli stessi che avevamo notato in Polidori, solo che volti al femminile: è di aspetto e origini nobili, ha modi misteriosi (nasconde il proprio passato), ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, cerca il sangue di una giovane donna, inganna un’altra fanciulla (in Polidori un gentiluomo) che si illude di poter essere sua amica.
In Polidori è meno evidente, mentre qui la donna-vampiro ha chiaramente la capacità di rimanere giovane e immutata per vari decenni e, infatti, viene ritrovato un ritratto antico la cui somiglianza con Carmilla stupisce la protagonista (ma non suo padre).

Compaiono alcuni elementi nuovi, che ritroveremo in seguito, per esempio in Dracula: i denti aguzzi, il fatto di dormire in una tomba, di assentarsi per lunghe ore, una dieta che comincia a essere sospetta.
Carmilla non sembra avere un particolare bisogno di sangue umano, nel senso che Le Fanu non dice che le sia impossibile vivere senza, ma se ne nutre, a volte colpendo velocemente la sua preda, altre volte seducendo lentamente la propria vittima.

L’ambientazione, questa volta, è la Stiria (in Austria) e ci avviciniamo dunque un po’ ai Carpazi di Stoker, rispetto all’Inghilterra di Polidori.

Quello che rende particolare questo racconto è una certa natura lesbica del rapporto di Carmilla con le propria vittime. Si tratta di un racconto ottocentesco, percui non aspettatevi scene di sesso né passioni travolgenti, però Carmilla bacia teneramente la sua vittima, s’infila nel suo letto e questa è affascinata da lei, anche se il padre della protagonista non vede in questo rapporto nulla di più di un’intensa amicizia femminile.

Il romanzo “Dracula” di Bram Stoker, fece la sua comparsa nelle librerie il 26 maggio 1897, ottantuno anni dopo la scrittura de “Il Vampiro” di Polidori e centotto anni prima di “Twilight”.

Cronologicamente si pone dunque a metà della storia del romanzo gotico con protagonisti i vampiri, ma è sicuramente l’opera più nota di questo genere e quella cui maggiormente gli autori successivi si sono rifatti in seguito.

Dracula” (che significa in realtà “piccolo drago”) è diventato sinonimo di vampiro. Se Polidori aveva delineato molti dei caratteri fondamentali del personaggio, Stoker completa l’opera, dotando il Conte Dracula di poteri sovrannaturali, quali la capacità di mutare forma (assumendo, in particolare, quella di pipistrello e di nebbia), la forza sovrumana e l’agilità estrema (è capace di arrampicarsi a testa in giù per i muri del castello).  Come per Polidori, anche per Stoker il vampiro necessita del sangue umano per sopravvivere. Le sue vittime sono attratte da lui e, alla fine, si mutano in vampiri.

Stoker ci mostra anche molte delle debolezze di questa creatura: la sua mente è tornata infantile e impiega secoli per tornare a capacità intellettuali da adulto. I suoi poteri di trasformazione di giorno non esistono e dopo l’alba è costretto a tornare a dormire su terra sconsacrata. Vive, da non-morto, in eterno, ma si consuma per la mancanza di sangue e può essere ucciso mediante il taglio della testa e un paletto piantato nel cuore. L’ostia e le croci lo tengono lontano e gli impediscono persino di tornare nella sua terra sconsacrata.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Il romanzo di Stoker non è però solo interessante, come quello di Polidori, per la sua rilevanza nella storia di questo genere di romanzi, ma anche perché è una bella narrazione, che si legge con piacere ancora oggi, a oltre un secolo di distanza da quando fu scritta.

Certo ha molte delle caratteristiche del romanzo razionalista ottocentesco, ma si caratterizza anche per una struttura narrativa di un certo interesse, per l’alternarsi delle voci narranti e delle forme narrative. Si passa, infatti, dalle pagine del diario di Johnatan Harker, alle lettere di Mina e Lucy, ai diari degli altri personaggi. Non mancano poi alcuni brani che assumono addirittura la forma del telegramma o della nota. I poteri, poi, del Conte anticipano una visione novecentesca del vampiro visto come superuomo malvagio e antieroe.

Di discreto spessore, poi, sono i vari personaggi e memorabile rimane la figura del Dottor Van Helsing, al punto che ci si domanda chi sia veramente il protagonista di questa storia: il Conte Dracula o il suoi avversario.

Colpisce la forte razionalità di Stoker nel descrivere una vicenda così innaturale. Mi chiedo come avrebbe potuta descriverla un autore di poco successivo ma più visionario, come Lovecraft. La componente religiosa è importante e contribuisce a chiarire senza troppi dubbi dove sia il male e dove il bene, cosa che con vampiri a noi temporalmente più vicini si è un po’ persa: per Stoker il vampiro (e con lui le sue vittime) è un dannato, un essere per il quale la morte non può che essere un sollievo. Il maggior spessore umano di Dracula, rispetto alle precedenti opere ottocentesche, rende però il vampiro meno mostro e quindi meno marcata ed evidente la dicotomia, pur forte, tra bene e Male.

Gli autori più recenti ci hanno abituato a convivere con vampiri che frequentano i licei, dall’aria affascinante, a volte persino di animo buono (e non parlo solo della saga di “Twilight). Fu, del resto, forse “Dracula” di Stoker, il primo vampiro a presentarsi con aspetto da gentiluomo, pur essendo un essere la cui malvagità prevaleva su ogni caratteristica positiva.

Ci dimentichiamo, allora, le origini di questa figura letteraria e leggendaria assieme. Ci dimentichiamo l’orrore che suscitava nei lettori ottocenteschi. Ci dimentichiamo le sue origini animalesche, la sua parentela con il pipistrello e, in particolare, con quella razza detta, appunto, vampiro.

Ben venga allora l’opera meritevole di Antonio Daniele, che ha riunito nel volume “Vampiriana”, edito da Keres, otto racconti di altrettanti autori italiani, scritti tra il 1885 e il 1917, tutti antecedenti “Dracula”, che è del 1922, ma successivi all’opera di Mistrali, del 1869.

Tra gli autori ritroviamo persino Emilio Salgari, che si associa comunemente a storie di pirati e corsari, ma che aveva invece allargato la sua opera anche ad altri generi, come la fantascienza (vedi “Le Meraviglie del Duemila) e il romanzo gotico.

A dir il vero anche il suo “Il Vampiro della Foresta” ha un sapore molto salgariano, a partire dall’ambientazione, che non è un castello dei Carpazi, ma una foresta pluviale dell’Uruguay. I protagonisti non sono dei gentiluomini inglesi, ma due avventurieri siciliani in cerca di fortuna e il vampiro è proprio un pipistrello succhia-sangue, ammaestrato da un indigeno, che per opera dell’animale cerca di scacciare gli invasori del suo territorio. Per estensione, nel racconto anche l’indigeno verrà definito vampiro.

In “Vampiriana” troviamo poi due esempi di storie narrate da un pazzo, quella di Francesco Ernesto Morando, “Vampiro Innocente”, e quella di Giuseppe Tonsi, “Il Vampiro”. Nel primo il narratore vendica la morte di una fanciulla uccisa dal fratello, un bambino-vampiro. Nel secondo il protagonista finisce in manicomio per l’omicidio del direttore di una scuola, che sospetta di aver ucciso, vampirescamente, la figlia.

Chi parla di vampiri, insomma, non può essere capito o creduto e la sua sorte è il manicomio. Il vampirismo è, ancora, un fenomeno misterioso, non accettato e non accettabile. Le vittime sono bambini, ad accentuare l’orrore.

No, non ridere!” sono le prime parole di “Un Vampiro” di Luigi Capuana. Chi parla di vampiri, se non è preso per pazzo, nel XIX secolo, viene infatti quantomeno deriso. Poi il personaggio aggiunge “vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione”. Il vampirismo, anche qui, è visto come follia di chi lo descrive, come orrore che devasta la vita. Quello che segue è un dialogo tra un uomo di scienza e un poeta, con i diversi punti di vista che ci si può ben immaginare dalle due figure. Il vampiro descritto ha i tratti del fantasma, se non dello zombie. Si tratta di un marito morto che torna a perseguitare la moglie e il figlio.

Daniele Oberto Marrama, con il suo “Il Dottor Nero”, ci offre una storia che fa quasi pensare a “Il Ritratto di Dorian Gray”, con un vampiro che sembra riprender vita attraverso un ritratto antico per tornare a vendicarsi dell’amata, colpevole di non averlo atteso dopo che egli è morto, sposandosi con un altro.

In queste due storie, appare dunque già la figura del vampiro-amante, anche se, rispetto ai racconti moderni, nel momento in cui l’uomo cessa di essere amante o marito diviene vampiro e non c’è mescolanza dei due momenti. L’orrore nasce dal fatto che chi prima amavamo ora è causa di paura, dolore e morte.

Un’altra trasformazione la troviamo nel sacerdote che si muta in vampiro descritto da Vittorio Martella nel suo “Il Vampiro”. Qui non è l’amato che diviene mostro, ma una figura rispettata e ritenuta buona, per sua natura e per ruolo, che si muta in malefica. L’ambientazione, come per Salgari, è nuovamente nelle foreste del Sudamerica.

Ne “Il Vampiro” di Giuseppe De Feo siamo quasi dalle parti degli esseri notturni che riemergono dalle tombe. Il vampiro comincia a confondersi con lo zombie.

L’ambientazione, sebbene si svolga in Tripolitania, è egizia, come egizio è il vampiro, che, di notte, sembra prendere vita da un’antica statua sepolcrale. L’esotismo aggiunge fascino al mistero e alla paura.

Con “Vampiro”, Enrico Boni, ci offre, infine, un bell’esempio di una delle prime caccie a questi morti-viventi. Un gruppo di uomini si unisce e con i consigli di uno di loro, si reca a piantare un chiodo nel cuore di uno stregone che, dopo tempo, giace integro nella sua bara. Chiodi, paletti di frassino, croci, aglio… l’armamentario del cacciatore di vampiri pare ormai essersi consolidato nell’immaginario del genere.

Se le vittime sono talora donne, mai lo sono, in questa antologia, i vampiri. Carmilla (racconto del 1872) di Le Fanu, la donna-vampiro, non vi trova imitatori.

Che queste creature della notte in quegli anni fossero ancora una novità per i lettori, lo si desume, io credo, anche dalla frequenza con cui il termine “vampiro” compare nei titoli di questi racconti. Gli autori, evidentemente, non sentivano l’esigenza di differenziare particolarmente i loro personaggi da quelli esistenti. D’altra parte, però, il termine doveva essere già ben noto ai lettori e sufficiente a far capir loro di cosa si parlasse. Passerà ancora qualche decennio prima di arrivare a dare per scontate, come facciamo oggi, tutte le principali caratteristiche del vampiro.

Sarà il XXI secolo a innovare questa figura o, divenuta ormai scontata, si estinguerà dopo gli ultimi successi di questi anni? Difficile credere che, dopo secoli di storia letteraria e leggendaria, il vampiro possa davvero sparire.

UNO SPIN-OFF DE “IL SETTIMO PLENILUNIO”

Sangue Gratis e Altri Favolosi Racconti - Sergio Calamandrei

Sangue Gratis e Altri Favolosi Racconti – Sergio Calamandrei

Come potremmo definire “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte”, il primo dei tre racconti lunghi che compongono il volume “Sangue Gratis e Altri Racconti” scritto da Sergio Calamandrei?

È una storia che nasce dalla costola del romanzo “Il Settimo Plenilunio” da me scritto assieme a Simonetta Bumbi e, come ha voluto lui di dicesse “con la collaborazione determinante di Sergio Calamandrei”.

Avevo definito “Il Settimo Plenilunio”, edito da Liberodiscrivere nel 2007, una gallery novel, per dire che è un’opera collettiva, scritta da tre autori e reintepretata da ben 17 artisti tra illustratori, pittori e fotografi.

Ebbene “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte” si potrebbe forse considerare come una nuova reinterpretazione del romanzo, questa volta non in forma grafica, ma narrativa. Non è ne un sequel, né un prequel, né una storia parallela.

L’interessante esperimento di Sergio Calamandrei, autore di numerosi racconti e del romanzo L’Unico Peccato”, consiste nel prendere uno dei personaggi de “Il Settimo Plenilunio”, Piero De Mastris, e riraccontare la sua storia a modo suo.

Ritroviamo così sia i contatti del vampiro con la società telefonica, con la banca, con il venditore ambulante, ma cambia l’approccio, non più incentrato sullo scontro epico tra vampiri e licantropi, ma volto a utilizzare ironicamente la figura del vampiro per descrivere (come solo in parte faceva il romanzo originale) un mondo consumistico prossimo venturo, che, come Calamandrei nota nell’introduzione, si sta già avverando con tempi ancor più stretti di quelli che potevamo immaginare solo sei, sette anni fa, quando romanzo e racconto furono concepiti.

In quel periodo, tra l’altro, il romanzo gotico non aveva ancora ritrovato la sua rinnovata attuale popolarità e ci stupimmo del contemporaneo successo di altre storie, come il celeberrimo ciclo di “Twilight”. Ho dunque avuto modo di interrogarmi sul perché di questo rionnovato interesse per vampiri e licantropi e ne ho scritto sulla rivista “IF – Insolito & Fantastico”, nella monografia dedicata ai vampiri e sul mio blog  https://carlomenzinger.wordpress.com/2011/09/17/perche-scrivere-di-vampiri-e-licantropi-nel-terzo-millennio/. Rimando dunque a quegli scritti per un approfondimento, limitandomi a dire che le motivazioni sono molteplici: il vampiro può raffigurare lo straniero che incombe in un mondo globalizzato, può essere la natura violenta che ciascuno reprime in sé, la paura dell’adolescente per un nuovo essere che cresce dentro di lui e lo trasforma, un simbolo della moderna schizofrenia e non solo. Insomma, credo che, in tempi di crisi come il nostro, i mostri fantastici tornino per simboleggiare e esorcizzare i mostri reali.

Sergio Calamandrei - Firenze, Settembre 2012

Sergio Calamandrei – Firenze, Settembre 2012

Dunque ben venga questa raccolta di Sergio Calamandrei.

Gli altri due racconti sono “Tsunami” e “Alba a Chinde”. Con il primo dei due, Calamandrei ci porta negli orrori delle isole di Sumatra, dello Sri Lanka e dell’Indonesia, devastate non solo dallo tsunami del 2004, ma anche dalla presenza di un vampiro che si rifà non alla tradizione europea e “transilvana”, ma a quella locale, sebbene non si differenzi molto da quelli che conosciamo.

In “Alba a Chinde” troviamo un vampiro malinconico e viveur, un ricco Conte, che per sfuggire alla maledizione della luce del giorno, che ogni vampiro teme, vive in un’eterna notte volando di città in città, di continente in continente, cercando sempre di precedere l’alba, ma questa, lo sanno tutti, prima o poi arriva. Questo racconto non è in fondo una metafora delle nostre vite? Non corriamo sempre in avanti, cercando di essere più veloci di una morte che comunque sappiamo che prima o poi arriverà?

Firenze, 06/04/2013

Il Settimo Plenilunio - Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei

Il Settimo Plenilunio – Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e con la partecipazione determinante di Sergio Calamandrei

IO SONO UN MOSTRO

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Richard Matheson – Io sono Leggenda

Io sono leggenda” di Richard Matheson è un romanzo del 1954 che ha già ispirato tre film, “L’ultimo uomo della Terra (1964) dei registi Sidney Salkow e Ubaldo Ragona, “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man) di Boris Sagal e, di recente, da “Io sono leggenda” diretto nel 2007 da Francis Lawrence.

Si tratta di una storia di fantascienza distopica e nel contempo di un romanzo gotico popolato da vampiri (che somigliano quasi più a degli zombie, che al vecchio Dracula).

L’ambientazione è futurista, essendo la vicenda collocata una ventina d’anni dopo la data della pubblicazione, negli anni settanta e descrive uno scenario post-apocalittico.

Insomma, si tratta di un’affascinante sintesi di varie forme di letteratura fantastica, cosa che rende il romanzo particolarmente ricco e suggestivo.

Come storia di vampiri, si pone sul filone “scientifico” del genere, come già lo stesso “Dracula” di Stoker, dato che l’autore cerca di fornire una spiegazione medica all’esistenza dei vampiri, che si sarebbero propagati per una sorta di epidemia. Sarebbe un batterio a farli tornare in vita. Il batterio è però” aerofobo”, percui quando si “fora” un vampiro (a esempio con il classico paletto di frassino), l’aria fa “morire” di nuovo il corpo ospitante. Le croci sono un problema solo per i non-morti cristiani, che conservano reminiscenze religiose della vita passata. L’aglio ha strane proprietà bio-chimiche che influiscono sul batterio.

L’altra peculiarità è il fatto che si descrive un mondo in cui sono tutti diventati vampiri tranne il protagonista Neville, che si ostina a sopravvivere, nascondendosi in casa la notte, quando i vampiri si svegliano, e andando a cacciarli di giorno, quando dormono.

È dunque una di quelle storie alla Robinson Crusoe, in cui si descrive l’angoscia e le difficoltà di un uomo che vive da solo in un ambiente ostile, genere sempre stimolante e qui reso in modo nuovo e affascinante. Anche lui troverà il suo venerdì in una donna, Ruth, però l’incontro non sarà duraturo.

Richard Matheson

Richard Matheson

Il messaggio forte del libro è nel finale: quando i mostri popolano il mondo, chi era normale diventa a sua volta un mostro. Se un tempo (nel nostro) i vampiri erano solo una leggenda, nel mondo di Neville sono gli umani a essere ormai solo un ricordo, una leggenda appunto. Siamo in pieno relativismo.

Storia, insomma, affascinante e modernissima, anche se scritta oltre mezzo secolo fa.

Singolare ritrovare il biondo ariano Neville nel film di Lawrence interpretato dal piuttosto “abbronzato” Will Smith.

Will Smith in "Io sono Leggenda"

Will Smith in “Io sono Leggenda”

DISTOPIE PER UN MONDO DISTOPICO

DISTOPIE - IF - Insolito & Fantastico n. 7

DISTOPIE – IF – Insolito & Fantastico n. 7

E così la rivista “IF – Insolito & Fantastico” è arrivata al numero 7 e io continuo a leggerla in abbonamento con grande soddisfazione. È difficile trovare un’altra pubblicazione con impostazione monografica, che tratti così sistematicamente, direi quasi in modo enciclopedico, la letteratura fantastica. Credo che trattare un tema prevalente in ogni numero renda i volumi assai più piacevoli da leggere, donandogli quell’unità d’argomento che spesso alle riviste manca.

Il tema di questo numero è uno dei più affascinanti della fantascienza, la “distopia”.  Per chi non lo sapesse le distopie o antiutopie sono utopie alla rovescia, in cui si immagina un mondo peggiore di quello attuale (mica facile, con i tempi che corrono, eh!), in cui certi aspetti della società sono ampliati, come fa ad esempio Orwell in “1984”, immaginando un Grande Fratello che, tramite la televisione controlla il mondo. Scenario inconcepibile, vero?

Il volume parte con un’analisi dell’opera di Aldous Huxley, l’autore de Il Mondo Nuovo (di cui ho già parlato qui). Oltre che di “Brave New WorldRomolo Runcini ci parla anche di “Point Counter Point”, “Ape and essence” (che anticipa i temi de “Il pianeta delle scimmie”, il cui prequel cinematografico sta per uscire sugli schermi in questi giorni) e “The Perennial Philosophy”.

Il curatore della rivista, Carlo Bordoni, ci parla di Margaret Atwood e del suo “L’ultimo degli uomini” (“Orix and Crake”) che immagina un nuovo mondo nato dalla manipolazione genetica (come non pensare allora al “Libro degliYilané” e al mondo nato dall’attività genetica dei dinosauri) con uomini “eletti” che vivono in Recinti per difendersi dalla plebe (una razza umana divisa come ne “La macchina del tempo” di Wells). Bordoni tratta anche altre opere dell’Atwood, quale”Il racconto dell’ancella”, un mondo sterile post-nucleare in cui la maternità torna a essere unìesigenza vitale per la sopravvivenza della specie, e “Il Canto di Penelope”, la storia di Ulisse vista con gli occhi della moglie.

Gianfranco De Turris tenta quindi di fare un’opera di sistematizzazione delle opere utopiche e antiutopiche e ci parla, tra le altre cose, di “Ecotopia” (1975) di Ernest Callebach, con alcuni stati americani secessionisti in nome dell’ecologia, della satira grottesca di Emile Souvestre (“Le monde tel qu’il sera” – 1845), della distopia catto-comunista di Ira Levin (“This Perfect Day” – 1970).

Giuseppe Panella ci parla di Herbert George Wells e Evgenj Zamjatin. Quest’ultimo in “Noi” immagina un mondo in cui si crede che “la felicità sia raggiungibile solo attraverso la soppressione della libertà ‘selvaggia’ dell’arbitrio individuale”.

Richard Matheson - Io sono Leggenda

Richard Matheson – Io sono Leggenda

L’articolo di Domenico Gallo è dedicato alle “società distorte di Anthony Burgess” e in particolare al romanzo che ispirò Kubrik “Un’arancia a orologeria” (1982), ma anche “Il Seme Inquieto” e “1985”. Come nota Gallo, Burgess riprende il tema di Orwell che “nel regime totalitario è diffusa la mancanza di memoria” e che “la carta stampata fosse un elemento imprescindibile di memoria perché, essendo di proprietà del singolo, può essere conservata e consentire il confronto critico”.

Ne “Il seme inquieto”, in un mondo sovrappopolato, “la procreazione è scoraggiata e lo Stato incentiva l’omosessualità e la sterilizzazione” e “gli eserciti sono mandati allo scontro al solo scopo di provocare la morte dei soldati mentre i cadaveri sono destinati all’industria alimentare” (come ne “La fuga di Logan” e in “Cloud Atlas”).

Riccardo Gramantieri ci parla delle forme di automazione per il controllo della società, dal geniale Panopticon ideato da Jeremy Bentham (e studiato da Michel Foucault), un carcere in cui un solo carceriere può scrutare numerosi carcerati senza essere visto, all’occhio onnipresente del Grande Fratello di Orwell, al controllo televisivo di Vogt (“Colosso anarchico” – 1977).

 

Dopo i saggi, si passa quindi alla sezione narrativa, con “E-topia” di Errico Passaro, in cui l’umanità è così concentrata su se stessa da non notare l’arrivo evidente di un’invasione aliena.

Seguono “Collateral Damages” di Renato Pestriniero con il suo mondo post-apocalittico, “Fino all’ultima generazione” di Gian Filippo Pizzo” in cui il pericolo, in una terra devastata, può anche venire da chi sembra il più innocente e inoffensivo.

Si chiama “Amenia” il racconto di Mario Farneti, con le sue città-isole utopiche ma che celano gravi distopie.

Chiude la sezione narrativa “L’ultimo tramonto” di Michele Nigro, con una società in cui anche osservare il sole che cala può essere un delitto.

 

La terza parte di IF, di solito è quella degli articoli non legati al tema del volume, ma questa volta il tema è talmente ricco che anche qui domina la sezione.

Si comincia con un articolo di Antonio Daniele su “Io sono leggenda” il romanzo del 1954 di Richard Matheson che descrive un mondo abitato solo da vampiri (non è distopia anche questa?). Matheson però lo fa con il tipico spirito fantascientifico del decennio, cercando una spiegazione “naturale” all’esistenza di questi esseri (un batterio che altera la natura dei corpi e diffuso dal vento e dalle zanzare).

Anche Carlo Asciuti con “la fine del mondo vista da Abel Gance” ci parla ancora di realtà distopiche  nei film del regista del secolo scorso.

Disarmante è il quadro che fa Gianfranco De Turris nel descrivere le distopie scritte dagli autori italiani contemporanei (Walter Veltroni, Massimo Fini, Francesco Alberoni, Oliviero Beha, Mauro Corona, Pierfrancesco Prosperi, Sergio Sozi, Paolo Pasi e altri). Ben pochi di questi romanzi hanno una trama allettante. Andrebbero però letti per giudicare meglio.

Viene poi riportata un’intervista fiorentina del 2002 a Douglas Preston.

Le recensioni finali riguardano “Il Quinto principio” di Vittorio Catani, opera di Giuseppe Panella, “Il Gran Notturno” di Jean Ray, scritta da Walter Catalano, l’antologia di autrici varie (solo donne) “Eros e Thanatos” sul mondo dell’erotismo macabro (Carlo Bordoni ci parla di questo testo curato da Lia Volpati).

1984 - George Orwell

1984 – George Orwell

Giuseppe Panella recensisce “Lazarus” di Alberto Cola, in cui si immagina la clonazione di Yukio Mishima.

Vito Tripi parla di “Apocalisse Z” dello spagnolo Manuel Loureiro, con la sua epidemia che trasforma tutti in zombi (siamo dalle parti di Matheson, insomma).

Otto racconti di autori italiani compongono l’antologia “Mistero” curata da Nicola Roserba.

Ben cinquanta sono invece quelli di “Riso nero” la silloge di umorismo noir curata da Graziano Braschi e Mauro Smocovich (recensore Giuseppe Panella).

Claudio Asciuti ci parla delle riflessioni sulla morte del regista Clint Eastwood e in particolare del suo “Hereafter”.

Chiude il volume la recensione di Carlo Menzinger (il sottoscritto) al volume “Il Vampiro” di Franco Mistrali, uno dei primissimi romanzi gotici (del 1869) che trattano di queste creature. L’edizione è curata da Antonio Daniele. Ne parlo anche qui.

 

Firenze, 11/09/2011

CARI VECCHI VAMPIRI DI UN TEMPO ANDATO

Nicole Kidman - Stoker

Nicole Kidman – Stoker

Gli autori più recenti ci hanno abituato a convivere con vampiri che frequentano i licei, dall’aria affascinante, a volte persino di animo buono (e non parlo solo della saga di “Twilight). Fu, del resto, forse “Dracula di Stoker il primo vampiro a presentarsi con aspetto da gentiluomo, pur essendo un essere la cui malvagità prevaleva su ogni caratteristica positiva.

Ci dimentichiamo, allora, le origini di questa figura letteraria e leggendaria assieme. Ci dimentichiamo l’orrore che suscitava nei lettori ottocenteschi. Ci dimentichiamo le sue origini animalesche, la sua parentela con il pipistrello e, in particolare, con quella razza detta, appunto, vampiro.

vampiro

Vampiro

Ben venga allora l’opera meritevole di Antonio Daniele, critico esperto di narrativa gotica e già curatore della nuova edizione de “Il Vampiro” di Mistrali, il primo romanzo italiano sull’argomento. Daniele ha riunito nel volume “Vampiriana”, edito da Keres, otto racconti di altrettanti autori italiani, scritti tra il 1885 e il 1917, tutti antecedenti “Dracula”, che è del 1922, ma successivi all’opera di Mistrali, del 1869.

Tra gli autori ritroviamo persino Emilio Salgari, che si associa comunemente a storie di pirati e corsari, ma che aveva invece allargato la sua opera anche ad altri generi, come la fantascienza (vedi Le Meraviglie del Duemila) e il romanzo gotico.

A dir il vero anche il suo “Il Vampiro della Foresta” ha un sapore molto salgariano, a partire dall’ambientazione, che non è un castello dei Carpazi, ma una foresta pluviale dell’Uruguay. I protagonisti non sono dei gentiluomini inglesi, ma due avventurieri siciliani in cerca di fortuna e il vampiro è proprio un pipistrello succhia-sangue, ammaestrato da un indigeno, che per opera dell’animale cerca di scacciare gli invasori del suo territorio. Per estensione, nel racconto anche l’indigeno verrà definito vampiro.

Vampiriana - a cura di Antonio Daniele

Vampiriana – a cura di Antonio Daniele

Vedete, insomma, come possa essere diverso l’approccio al tema, rispetto alla saga della Meyer.

In “Vampiriana” troviamo poi due esempi di storie narrate da un pazzo, quella di Francesco Ernesto Morando,Vampiro Innocente”, e quella di Giuseppe Tonsi, “Il Vampiro”. Nel primo il narratore vendica la morte di una fanciulla uccisa dal fratello, un bambino-vampiro. Nel secondo il narratore finisce in manicomio per l’omicidio del direttore di una scuola, che sospetta di aver ucciso, vampirescamente, la figlia.

Chi parla di vampiri, insomma, non può essere capito o creduto e la sua sorte è il manicomio. Il vampirismo è, ancora, un fenomeno misterioso, non accettato e non accettabile. Le vittime sono bambini, ad accentuare l’orrore.

No, non ridere!” sono le prime parole di “Un Vampiro” di Luigi Capuana. Chi parla di vampiri, se non è preso per pazzo, nel XIX secolo, viene infatti quantomeno deriso. Poi il personaggio aggiunge “vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione”. Il vampirismo, anche qui, è visto come follia di chi lo descrive, come orrore che devasta la vita. Quello che segue è un dialogo tra un uomo di scienza e un poeta, con i diversi punti di vista che ci si può ben immaginare dalle due figure. Il vampiro descritto hai i tratti del fantasma, se non dello zombie. Si tratta di un marito morto che torna a perseguitare la moglie e il figlio.

Antonio Daniele

Antonio Daniele

Daniele Oberto Marrama, con il suo “Il Dottor Nero”, ci offre una storia che fa quasi pensare a “Il Ritratto di Dorian Gray” con un vampiro che sembra riprender vita attraverso un ritratto antico per tornare a vendicarsi dell’amata, colpevole di non averlo atteso dopo che egli è morto, sposandosi con un altro.

In queste due storie, appare dunque già la figura del vampiro-amante, anche se, rispetto ai racconti moderni, nel momento in cui l’uomo cessa di essere amante o marito diviene vampiro e non c’è mescolanza dei due momenti. L’orrore nasce dal fatto che chi prima amavamo ora è causa di paura, dolore e morte.

Un’altra trasformazione la troviamo nel sacerdote che si muta in vampiro descritto da Vittorio Martella nel suo “Il Vampiro”. Qui non è l’amato che diviene mostro, ma una figura rispettata e ritenuta buona, per sua natura e per ruolo, che si muta in malefica. L’ambientazione, come per Salgari, è nuovamente nelle foreste del Sudamerica.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Ne “Il Vampiro” di Giuseppe De Feo siamo quasi dalle parti degli esseri notturni che riemergono dalle tombe.

L’ambientazione, sebbene si svolga in Tripolitania, è egizia, come egizio è il vampiro, che, di notte, sembra prendere vita da un’antica statua sepolcrale.

Con “Vampiro”, Enrico Boni, ci offre, infine, un bell’esempio di una delle prime cacce a questi morti-viventi. Un gruppo di uomini si unisce e con i consigli di uno di loro, si reca a piantare un chiodo nel cuore di uno stregone che, dopo tempo, giace integro nella sua bara.

Se le vittime sono talora donne, mai lo sono, in questa antologia, i vampiri. Carmilla (racconto del 1872) di Le Fanu, la donna-vampiro, non vi trova imitatori.

Che queste creature della notte in quegli anni fossero ancora una novità, lo si desume, io credo, anche dalla frequenza con cui il termine “vampiro” compare nei titoli di questi racconti. Gli autori, evidentemente, non sentivano l’esigenza di differenziare particolarmente i loro personaggi da quelli esistenti. D’altra parte, però, il termine doveva essere già ben noto ai lettori e sufficiente a far capir loro di cosa si parlasse.

IL SETTIMO PLENILUNIO: UN ROMANZO COLLETTIVO – Recensione di Antonio Daniele

Il Settimo Plenilunio - Menzinger, Calamandrei, Bumbi

Il Settimo Plenilunio – Carlo Menzinger, Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi

Ho appena finito di leggere il numero 8 di “IF – Insolito & Fantastico“, numero dedicato ai “Fumetti“, di cui vi parlerò a breve.

Segnalo qui che, verso la fine della rivista, c’è una bella recensione di Antonio Daniele (uno che di vampiri se ne intende: ha curato la nuova edizione de Il Vampiro di Franco Mistrali). Per esigenze di spazio è stata un po’ tagliata dall’editore (solo un po’!). Per chi la volesse leggere per intero ecco il testo che mi ha inviato lo stesso Antonio Daniele (che qui ringrazio):

Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei, Il Settimo Plenilunio, Genova, Liberodiscrivere, 2010, pp. 240, € 19,00

 

Il Settimo Plenilunio è un interessante esperimento letterario di Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei (non accreditato in copertina, ma, a tutti gli effetti, un terzo autore). Come spiega lo stesso Menzinger nell’introduzione, si tratta di un “romanzo collettivo”, e al tempo stesso di una “gallery novel”, a cui hanno contribuito diciassette artisti con numerose illustrazioni.

Siamo in un imprecisato futuro. Alla conferenza “Vampirismo e licantropia: origini della leggenda”, il professor Michele Moretti annuncia la sensazionale scoperta di due divinità alla base delle leggende sulle creature della notte: il dio degli abissi Ecatron e la dea della notte Saravhan. Tutto è partito dal ritrovamento di un manoscritto del X secolo, che anticiperebbe di centinaia d’anni la nascita di questi miti. Una giovane donna, dalla folta chioma rossa, segue attenta tra il pubblico, poi avvicina lo studioso,

Antonio Daniele

Antonio Daniele

Ben costruita è anche la mitologia alla base della società dei vampiri e dei licantropi, creature

IF - Insolito & Fantastico n. 9 - Fumetti

IF – Insolito & Fantastico n. 9 – Fumetti

nate in seguito ad una maledizione di Ecatron, alle quali Saravhan, mossa a pietà, fece dono dell’immortalità. Per la verità i vampiri non risultano particolarmente attraenti, essendo tratteggiati come esseri arroganti e sadici. Ne escono meglio i lupi mannari, che, pur essendo mostri sanguinari, hanno un cuore: si innamorano, soffrono, sono solidali, semplici nei loro istinti primari. Bello, in particolare, il passaggio in cui viene descritto il funzionamento del cervello di Chew: «i pensieri nella sua mente di lupo scorrevano in modo strano, diverso, più lento, più essenziale. Erano pensieri animaleschi. Non era più capace di veri ragionamenti. I sentimenti, però, erano sempre vivi e forti. La mente funzionava bene nel cercare modi per predare o per fuggire ai pericoli. Non aveva spazio per molto altro. C’era, comunque, uno spazio per l’amore».

(Antonio Daniele)

CARMILLA E ALTRE STORIE: QUANDO IL VAMPIRO DIVENTA DONNA

Joseph Sheridan Le Fanuè nato a Dublino (Irlanda) nel 1814 e morto nel 1873. A lui dobbiamo un interessante rivisitazione della figura del vampiro in un racconto del 1872 intitolato “Carmilla”, scritto dunque venticinque anni prima della pubblicazione di “Dracula” di Bram Stoker e cinquantasei anni dopo “Il Vampiro” di Polidori.
Si tratta probabilmente della prima versione femminile di questo non-morto apparsa in un’opera di narrativa moderna. Il racconto si presenta più articolato e psicologicamente evoluto del racconto di Polidori ma, non essendo un romanzo, ha una struttura più semplice di “Dracula”, e sviluppa la natura particolarmente sensuale della (apparentemente) giovane donna-vampiro.
Bisogna però dire che gli elementi fondamentali di questa figura sono gli stessi che avevamo notato in Polidori, solo che volti al femminile: è di aspetto e origini nobili, ha modi misteriosi (nasconde il proprio passato), ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, cerca il sangue di una giovane donna, inganna un’altra fanciulla (in Polidori un gentiluomo) che si illude di poter essere sua amica.
In Polidori è meno chiaro, ma qui la donna-vampiro ha chiaramente la capacità di rimanere giovane e immutata per vari decenni e, infatti, viene ritrovato un ritratto antico la cui somiglianza con Carmilla stupisce la protagonista (ma non suo padre).
Compaiono però alcuni elementi nuovi, che ritroveremo in seguito, ad esempio in Dracula: i denti aguzzi, il fatto di dormire in una tomba, di assentarsi per lunghe ore, una dieta che comincia a essere sospetta.
Carmilla non sembra avere un particolare bisogno di sangue umano, nel senso che Le Fanu non dice che le sia impossibile vivere senza, ma se ne nutre, a volte colpendo velocemente, altre volte seducendo lentamente la propria vittima.
L’ambientazione, questa volta, è la Stiria (in Austria) e ci avviciniamo dunque un po’ ai Carpazi di Stoker, rispetto all’Inghilterra di Polidori.
 
Quello che rende particolare questo racconto è una certa natura lesbica del rapporto di Carmilla con le propria vittime. Si tratta di un racconto ottocentesco, percui non aspettatevi scene di sesso né passioni travolgenti, però Carmilla bacia teneramente la sua vittima, si infila nel suo letto e questa è affascinata da lei, anche se il padre della protagonista non vede in questo rapporto nulla di più di un’intensa amicizia femminile.
 
Ho letto “Carmilla” in un volume edito da Newton Compton, (nella collana Biblioteca Economica Newton, che vanta prezzi davvero competitivi) intitolato “Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri”. Edizione curata da Gianni Pilo, che riunisce oltre alle 55 pagine del racconto principale, che chiude il volume, altri quattordici racconti che parlano di fantasmi (“Il testamento del gentiluomo Toby”, “Il dissoluto Capitano Walshave di Wauling”, “Il fantasma della signora Crowl”), non-morti e morti viventi (“Schalken il pittore” e “La notte alla Locanda della Campana”), case infestate (“Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”), quadri che prendono vita (“Il fantasma e il conciaossa”), una strana mano, che mi ha fatto capire da dove, forse, derivi la famosa Mano della Famiglia Addams (“Racconti di fantasmi della Tiled House”), misteriosi animali (“Il gatto bianco di Drumgunniol”), assassini (“La cugina assassinata”), demoni (“La persecuzione”, “Il Patto con il Diavolo”), visite all’inferno (“Il sogno dell’ubriaco”) e processi onirici infernali (“Il Giudice Harbottle”).
 
L’intero volume è ancora oggi una piacevole lettura per gli amanti del genere, anche se lo stile è decisamente quello del XIX secolo, con frasi introduttive e rassicurazioni al lettore sulla veridicità dei fatti raccontati e l’attendibilità delle fonti, e per noi risulta ormai difficile spaventarsi.
 
Firenze, 18 Giugno 2010
 
Joseph Sheridan Le Fanu è nato a Dublino (Irlanda) nel 1814 e morto nel 1873. A lui dobCarmilla - Le Fanubiamo un interessante rivisitazione della figura del vampiro in un racconto del 1872 intitolato “Carmilla”, scritto dunque venticinque anni prima della pubblicazione di “Dracula” di Bram Stoker e cinquantasei anni dopo “Il Vampiro” di Polidori.
Si tratta probabilmente della prima versione femminile di questo non-morto apparsa in un’opera di narrativa moderna. Il racconto si presenta più articolato e psicologicamente evoluto del racconto di Polidori ma, non essendo un romanzo, ha una struttura più semplice di “Dracula”, e sviluppa la natura particolarmente sensuale della (apparentemente) giovane donna-vampiro.
Bisogna però dire che gli elementi fondamentali di questa figura sono gli stessi che avevamo notato in Polidori, solo che volti al femminile: è di aspetto e origini nobili, ha modi misteriosi (nasconde il proprio passato), ha un grande fascino e un incredibile potere Carmilla - Le Fanudi seduzione, cerca il sangue di una giovane donna, inganna un’altra fanciulla (in Polidori un gentiluomo) che si illude di poter essere sua amica.
In Polidori è meno chiaro, ma qui la donna-vampiro ha chiaramente la capacità di rimanere giovane e immutata per vari decenni e, infatti, viene ritrovato un ritratto antico la cui somiglianza con Carmilla stupisce la protagonista (ma non suo padre).
Compaiono però alcuni elementi nuovi, che ritroveremo in seguito, ad esempio in Dracula: i denti aguzzi, il fatto di dormire in una tomba, di assentarsi per lunghe ore, una dieta che comincia a essere sospetta.
Carmilla non sembra avere un particolare bisogno di sangue umano, nel senso che Le Fanu non dice che le sia impossibile vivere senza, ma se ne nutre, a volte colpendo velocemente, altre volte seducendo lentamente la propria vittima.
L’ambientazione, questa volta, è la Stiria (in Austria) e ci avviciniamo dunque un po’ ai Carpazi di Stoker, rispetto all’Inghilterra di Polidori.
 
Le Fanu Quello che rende particolare questo racconto è una certa natura lesbica del rapporto di Carmilla con le propria vittime. Si tratta di un racconto ottocentesco, percui non aspettatevi scene di sesso né passioni travolgenti, però Carmilla bacia teneramente la sua vittima, si infila nel suo letto e questa è affascinata da lei, anche se il padre della protagonista non vede in questo rapporto nulla di più di un’intensa amicizia femminile.
 
Ho letto “Carmilla” in un volume edito da Newton Compton, (nella collana Biblioteca Economica Newton, che vanta prezzi davvero competitivi) intitolato “Carmilla e altri racconti di fantasmi e vampiri”. Edizione curata da Gianni Pilo, che riunisce oltre alle 55 pagine del racconto principale, che chiude il volume, altri quattordici racconti che parlano di fantasmi (“Il testamento del gentiluomo Vampira. Illustrazione di Luca Oleastri per Il Settimo Plenilunio - www.innovari.itToby”, “Il dissoluto Capitano Walshave di Wauling”, “Il fantasma della signora Crowl”), non-morti e morti viventi (“Schalken il pittore” e “La notte alla Locanda della Campana”), case infestate (“Cronaca di alcune stranezze occorse in Augier Street”), quadri che prendono vita (“Il fantasma e il conciaossa”), una strana mano, che mi ha fatto capire da dove, forse, derivi la famosa Mano della Famiglia Addams (“Racconti di fantasmi della Tiled House”), misteriosi animali (“Il gatto bianco di Drumgunniol”), assassini (“La cugina assassinata”), demoni (“La persecuzione”, “Il Patto con il Diavolo”), visite all’inferno (“Il sogno dell’ubriaco”) e processi onirici infernali (“Il Giudice Harbottle”).
 
L’intero volume è ancora oggi una piacevole lettura per gli amanti del genere, anche se lo stile è decisamente quello del XIX secolo, con frasi introduttive e rassicurazioni al lettore sulla veridicità dei fatti raccontati e l’attendibilità delle fonti, e per noi risulta ormai difficile spaventarsi.
 

Firenze, 18 Giugno 2010
 

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Perché scrivere di vampiri e licantropi nel terzo millennio?
– "Il vampiro" di John W. Polidori
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Vampiri – N. 5 di IF – Insolito & Fantastico
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–>" di Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei
"Bestiario stravagante" di Massimiliano Prandini
"Twilight" di Stephenie Meyer – l'amore ai tempi dei vampiri
"Werewolf" di Francesca Angelinelli

 

 

   

IL PICCOLO DRAGO DI STOKER

Dracula - Bram StokerIl romanzo “Dracula” di Bram Stoker, fece la sua comparsa nelle librerie il 26 maggio 1897, ottantuno anni dopo la scrittura de “Il vampiro” di Polidori e centotto anni prima di Twilight. Cronologicamente si pone dunque a metà della storia del romanzo gotico con protagonisti i vampiri, ma è sicuramente l’opera più nota di questo genere e quella cui maggiormente gli autori successivi si sono rifatti in seguito.
Dracula” (che significa in realtà “piccolo drago”) è diventato sinonimo di vampiro. Se Polidori aveva delineato molti dei caratteri fondamentali del personaggio, Stoker completa l’opera, dotando il Conte Dracula di poteri sovrannaturali quali la capacità di mutare forma (assumendo, in particolare, quella di pipistrello e di nebbia), la forza sovrumana e l’agilità estrema (è capace di arrampicarsi a testa in giù per i muri del castello).  Come per Polidori, anche per Stoker il vampiro necessita del sangue umano per sopravvivere. Le sue vittime sono attratte da lui e, alla fine, si mutano in Bram Stokervampiri.
Stoker ci mostra anche molte delle debolezze del vampiro: la sua mente è tornata infantile e impiega secoli per tornare a capacità intellettuali da adulto. I suoi poteri di trasformazione di giorno non esistono e dopo l’alba è costretto a tornare a dormire su terra sconsacrata. Vive, da non-morto, in eterno, ma si consuma per la mancanza di sangue e può essere ucciso mediante il taglio della testa e un paletto piantato nel cuore. L’ostia e le croci lo tengono lontano e gli impediscono persino di tornare nella sua terra sconsacrata.
Il romanzo di Stoker non è però solo interessante, come potrebbe essere il caso di Polidori, per la sua rilevanza nella storia di questo genere di romanzi, ma anche perché è una bella narrazione, che si legge con piacere ancora oggi, a oltre un secolo di distanza da quando fu scritta.
Certo ha molte delle caratteristiche del romanzo razionalista ottocentesco, ma si caratterizza anche per una struttura narrativa di un certo interesse, per l’alternarsi delle voci narranti e delle forme narrative. Si passa, infatti, dalle pagine del diario di Johnatan Harker, alle lettere di Mina e Lucy, ai diari degli altri personaggi. Non mancano poi alcuni brani che assumono addirittura la forma del telegramma o della nota.
 Il Conte DraculaDi discreto spessore poi sono i vari personaggi e memorabile rimane la figura del Dottor Van Helsing, al punto che ci si domanda chi sia veramente il protagonista di questa storia: il Conte Dracula o uno dei suoi avversari.
Mi ha colpito la forte razionalità di Stoker nel descrivere una vicenda così innaturale. Mi chiedo come avrebbe potuta descriverla un autore quasi contemporaneo ma più visionario come Lovecraft. La componente religiosa è importante e contribuisce a chiarire senza troppi dubbi dove sia il male e dove il bene, cosa che con vampiri a noi temporalmente più vicini si è un po’ persa: per Stoker il vampiro (e con lui le sue vittime) è un dannato, un essere per il quale la morte non può che essere un sollievo.
 
Un appunto in merito alla mia edizione (Barbera Editore): c'è qualche refuso di troppo e non sono stato troppo convinto dalla scelta di tradurre il cockney con sgrammaticature.
 
Firenze, 08/04/2010

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"Twilight" di Stephenie Meyer – l'amore ai tempi dei vampiri
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  <!–

–>Il Conte Dracula  

L'amore ai tempi dei vampiri

Edward e Bella in TwilightQuando l’anno scorso è stato pubblicato il romanzo curato e in parte scritto da me “Il Settimo Plenilunio”, che narra la storia di un’umana fidanzata con un licantropo e che s’inamora di un vampiro, mi è parso giusto leggere finalmente “Twilight” di Stephenie Meyer, storia che, in estrema sintesi potrebbe somigliare a quella del nostro romanzo. Quando l’abbiamo scritto (nel 2007) ne ignoravamo (siamo tre autori) l’esistenza, trovo dunque curioso ritrovarci alcune somiglianze, sebbene gli intenti dei due romanzi siano assai diversi.
Questo del resto è abbastanza scontato, quando si scrive una storia di “genere”. Il romanzo gotico, poi, ha regole e canoni ben più stringenti di altri generi letterari ed è facile che due storie abbiano alcuni punti in comune. Parlerò altrove delle somiglianze con “Il Settimo Plenilunio”. Qui vorrei dire invece solo di “Twilight”.
Quello che la Meyer ha fatto di originale con questo libro è stato di trasformare una storia gotica, tradizionalmente fatta di paura, orrore, magari disgusto e, certo, passione, in una storia d’amore adolescenziale.
Con questo non intendo fare una notazione negativa. Semplicemente constato un’innovazione nel genere e una sua interesante miscela con il romanzo rosa e con il romanzo adolescenziale.
I vampiri che ne escono fuori sono dei ragazzi bellissimi, che vivono isolati all’interno della scuola, ignorando gli altri e ignorati da tutti, sino al ritorno nell’umida Forks, di una ragazzina imbranata ma attraente di nome Bella. Noto per inciso il ricorso a un’ambientazione scolastica per una storia con personaggi fantastici, come in Harry Potter.
Per qualche strana alchimia, scoppia l’amore tra il bel vampiro e la ragazzetta.
I vampiri vivono tutti assieme e hanno deciso di rinunciare al sangue umano, oltre che bellissimi (come mai?) sono anche fortissimi, velocissimi e ognuno ha poteri particolari come leggere nel pensiero, prevedere il futuro, cambiare le emozioni degli altri. Insomma più che dei vampiri sembrano dei supereroi. E non dormono in bare (non dormono affatto) e non si sciolgono al sole (ma diventano luminosi!).
Certo non tutti i vampiri sono buoni e virtuosi come loro e un giorno arrivano a Forks anche quelli cattivi, allora, da bravi supereroi i vampiri buoni difenderanno la ragazzina imbranata e la sua famiglia ignara.
Tutto ciò avrà, come sappiamo, sviluppi in vari altri volumi, per ora quattro, credo, in cui avrannoStephenie Meyer   la loro parte anche alcuni licantropi, tra cui il giovane Jacob che già qui rende geloso il buon vampiro Edward e che si sta già innamorando, un po’, della sprovveduta e incosciente Bella.
Si assite alla nascita, difficoltosa, di un amore. Il finale si immagina, ma viene ritardato sempre più, per la gioia delle lettrici, credo. Gli amori contrastati sono sempre interessanti. In questo caso la difficoltà più grande viene dall’interno della coppia, dal loro essere decisamente male assortiti, dalla paura di Edward Cullen di risvegliare i propri istinti predatori e di divorare per sbaglio la sua amata, la cui fragilità, rispetto ai suoi superpoteri, è tale che potrebbe ucciderla con una sola mano.
C’è poi l’angosciante tema dell’immortalità: che senso a vivere in eterno, se si deve vivere soli? Meglio vivere e morire presto umanamente o vivere in eterno da dannati? Certo altri vampiri conosciuti in letteratura avevano l’aria più sfigata di Edward, che invece non sembra passarsela male, con una bella villa, belle macchine (ne spunta sempre una nuova) e un gruppetto di amici con cui giocare a baseball. Si capisce che anche Bella abbia voglia di diventare un vampiro: mica gli si prospetta di abitare a casa Adams o in un reliquario di un castello cadente pieno di ragnatele e ratti. I tentativi di Edward di convincerla che è meglio essere mortali non la persuadono affatto. Forse sarebbe bastato mostrargli che viveva, da bravo vampiro di una volta, in un bel cimitero infestato di spettri e si sarebbe data una calmata.
Una storia, comunque, ben scritta e piacevole, adatta soprattutto per un pubblico di ragazzine ma leggibile da tutti.
 
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