Posts Tagged ‘tortura’

IL VAGABONDO DEL TEMPO

Quando ero bambino e frequentavo le scuole primarie (che allora si chiamavano elementari) i miei tre autori preferiti erano, nell’ordine, Emilio Salgari, Jules Verne e Jack London. Mentre di Salgari in quel periodo credo di aver letto quasi tutto, ovvero decine di romanzi, suoi o dei suoi figli, e di Verne un numero di opere che non doveva essere poi molto inferiore, di London (John Griffith Chaney London  – San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916), credo di aver letto piuttosto poco. Essenzialmente i classici “Zanna bianca”, “Il richiamo della foresta” e “Martin Eden”, nonché “Assassini SpA”. Non ricordo di aver affrontato allora, in particolare, “Il vagabondo delle stelle”, che ho ora appena finito di leggere.

Sebbene il titolo potrebbe essere quello di un bel romanzo di fantascienza, questo lavoro del 1915 (dunque antecedente al genere) è invece soprattutto una raccolta di avventure esotiche dal sapore quasi salgariano, se non fosse per la componente soprannaturale e per un gusto della tortura e del dolore che farebbe piuttosto pensare a un Edgar Allan Poe e certo lo scrittore di San Francisco non può aver ignorato il suo predecessore bostoniano.

Il romanzo comunque ha una sua autonoma dignità e originalità. Narra le vicende di un professore universitario di agronomia di nome Darrell Standing incarcerato per omicidio che viene torturato dal direttore del carcere di San Quentin (vicino San Francisco), convinto che Darrell abbia nascosto della dinamite. La tortura consiste in lunghi giorni da trascorrere in totale isolamento, con una camicia di forza che non solo limita i suoi movimenti, ma è così stretta da atrofizzarne dolorosamente i muscoli e rendere difficoltosa la respirazione. Comunicando con gli altri “incorreggibili” reclusi nel medesimo corridoio mediante un codice formato da colpi nel muro, impara una tecnica per separare la mente dal corpo e in questo modo ricorda vite passate, di svariate epoche, dalla preistoria al ventesimo secolo.

Più che un vagabondo delle stelle, si direbbe un viaggiatore del tempo, anche se il suo viaggio è a senso unico, salvo riscoprire con la memoria le vite vissute grazie alla metempsicosi o, per essere più precisi, alla metemsomatosi, dato che la sua mente pare spostarsi da un corpo all’altro.

Jack London

Il risultato è un romanzo che somiglia molto a una raccolta di racconti avventurosi (è incredibile che vite complesse abbia vissuto il professor Standing in passato) ambientati in vari luoghi della terra, dalla Palestina dei tempi di Gesù, all’antica Corea, a un’isola artica, al vecchio west. Sembrerebbe un facile trucco per trasformare una raccolta di racconti in un romanzo, ma l’opera riesce ad avere una sua unitarietà, poiché, come egli stesso dice, Darrill è oggi quello che è in quanto ha vissuto le vite antiche che solo ora ricorda e sopravvive alle torture del carcere solo grazie al ricordo di queste vite.

Oltre che opera di avventura e riflessione sulla vita, la morte e l’immortalità dell’anima (destinata a infinite reincarnazioni), “Il vagabondo delle stelle” è anche l’occasione per denunciare le condizioni inumane delle carceri americane e la follia della pena di morte, allora e tuttora in vigore negli Stati Uniti d’America.

LA NARRAZIONE CONCENTRICA DEL NOBEL CINESE

Mo Yan - Il Supplizio del Legno di Sandalo

Mo Yan – Il Supplizio del Legno di Sandalo

Mo Yan, Colui che Tace, pseudonimo di Guan Moye, ha da poco vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Questo di per sé non mi spinge sempre a leggere un autore, ma l’occasione ha suscitato la mia curiosità. Si tratta di uno scrittore che ancora non conoscevo, ma avevo visto e apprezzato anni fa la trasposizione cinematografica del suo “Sorgo Rosso”. Mi sono allora procurato “Il Supplizio del Legno di Sandalo”, senza saperne molto altro. Il titolo ha un sapore esotico, ma non ho pensato subito che si riferisse a una vera tortura. Mi venivano in mente, piuttosto, immagini di giovani donne cinesi che camminano con scomodi zoccoli di legno. Nulla di tutto ciò. Si tratta della storia di una donna cinese, figlia di un attore dell’Opera dei Gatti (una forma di recitazione popolare), sposata con lo scemo del paese, che ritrova dopo anni il proprio suocero, di mestiere boia, ed è amante del suo padrino, un importante magistrato. Sarà il padrino a ordinare a suo suocero di uccidere suo padre.

Tutto questo lo intuiamo già dalla prima pagina del libro. L’intera trama del romanzo è già lì. È questa la vera magia di Mo Yan: ci offre subito tutta la sua storia, con le cause e la conclusione, ma poi allarga la visione e ci dona nuovi dettagli e ogni dettaglio ne contiene uno nuovo, che più avanti sarà dilatato e sviluppato, in un crescendo che, poco per volta, ci fa scoprire tutta la complessità di un mondo. Una struttura affascinante, che di per sé merita la lettura.

Nel prologo leggiamo alcuni versi dell’Opera dei Gatti in cui si dice tutto quello che sarà raccontato di centinaia di pagine:

Mo Yan

Che orrore spaventoso!

Catturano mio padre e lo gettano in prigione,

e mio suocero, col legno di sandalo compie l’esecuzione.

Scopriremo così, passo dopo passo, perché ogni personaggio è come è e fa quello che fa.

Non è un romanzo per cuori teneri. Si parla spesso del boia e del suo mestiere e non immaginatevi i “buoni” boia della nostra tradizione, con cappuccio nero e ghigliottina o mannaia. No! Quelli in confronto erano dei gentiluomini, che cercavano di rendere la morte veloce e precisa.

impalazione

I boia cinesi (e stiamo parlando della Cina di un secolo fa!) erano dei veri torturatori. La condanna a morte indicava il modo in cui il condannato doveva morire e non era una scelta tra fucilazione e sedia elettrica. Il condannato doveva soffrire, la scelta era solo su quanto grande e lunga dovesse essere tale sofferenza. Nel libro vengono presentati vari esempi di esecuzioni/ torture. Ne cito solo uno per rendere l’idea: la condanna a essere tagliati in 500 pezzi (nella Cina antica potevano essere anche molti di più!). L’arte del boia stava nello scegliere con cura quali parti tagliare e quando, perché il condannato doveva assolutamente morire solo al cinquecentesimo taglio, non prima e non dopo, pena il disonore del boia o magari la sua stessa condanna. Considerate che questa esecuzione, e non è la sola, occupa svariate pagine. Quella che dà il titolo al romanzo è, invece, una versione “raffinata” dell’impalazione. Il boia deve cercare di tenere in vita la sua vittima per vari giorni.

Certo vederlo al cinema potrebbe essere sconvolgente, ma Mo Yan è uno che sa davvero scrivere e riesce a essere un elegante cronista di un mondo per noi quasi sconosciuto, un mondo di cui riesce a mostrarci la magia, dove la magia è una visione delle cose particolare, come quella che ha il marito sciocco di Meiniang usando il suo (falso) baffo di tigre, grazie a cui, il suo cervello malato, vede le persone sotto forma di animali, ma anche la magia di un mondo sospeso, di uno sguardo sorpreso, come quello di un bambino che, pian piano, mette a fuoco le cose e le comprende, anche se le aveva sotto gli occhi da tempo.

Firenze, 26/11/2012

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: