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LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

QUANDO IL SOPRANNATURALE DIVENTA NORMALE

Risultati immagini per the walking dead 1In questo blog parlo di libri, ma a volte c’è qualcosa che, pur essendo all’apparenza fuori tema, ha influenza sul mondo letterario o  ne subisce gli effetti.

Non dico certo nulla di strano affermando che cinema e televisione sono in stretto rapporto con il mondo della letteratura e quindi potrei trovarmi a parlarne con assai maggior frequenza. Lo faccio però limitandomi ad alcuni casi specifici, a poche eccezioni.

Ultimamente ho esplorato il mondo del romanzo gotico e delle creature della notte (vampiri, licantropi, zombie, fantasmi, mostri arcani, incubi…). Guardo di rado telefilm. Negli ultimi anni le uniche due serie che ho visto per intero sono state “Lost” e “The Walking Dead”. Di quest’ultima ho appena finito di vedere la terza serie e leggo che da fine 2012 è in preparazione la quarta, dunque, a rigore, non l’ho ancora visto tutto.

Perché ne parlo? Il telefilm non ha certo la profondità e genialità di “Lost”. Qui la trama è semplice: un virus ha trasformato quasi tutti in zombie. Appena uno muore, resuscita e si trasforma in morto-vivente, con solo due stimoli: camminare e mangiare carne, possibilmente umana. Un gruppetto di sopravvissuti affronta varie avventure e disavventure. Il tutto è coinvolgente più per le dinamiche interne al gruppo che non la lotta ai non-morti. Non mancano effetti speciali dei più truci, ma se si ha più di quattordici anni credo che sia ben difficile spaventarsi. Non credo ci sia una simile intenzione da parte degli autori.

Quello che mi ha affascinato e colpito è l’evoluzione del genere: gli zombie sono diventati parte del paesaggio, i personaggi li vivono con paura, anche angoscia, ma, fondamentalmente, sono per loro solo normali ostacoli della vita quotidiana.

Ammazzano zombie spaccandogli la testa, come un impiegato evade una qualsiasi pratica, magari con attenzione e impegno, ma come una routine, odiosa e ripugnante, ma pur sempre una routine.

Uno degli ultimi episodi della terza serie mi pare rappresenti bene la situazione.

C’è il protagonista Rick, un ex-poliziotto, che sta in auto con il figlioletto di una decina d’anni e una donna. La macchina s’impantana. I tre vengono circondati da numerosi zombie che sbavano contro tutti i finestrini. Nessuno di loro è spaventato. Hanno l’aria annoiata. Li secca molto di più che la macchina sia impantanata che non di essere circondati da esseri senz’anima il cui morso li trasformerebbe a loro volta in mostri. Rick apre il finestrino e li ammazza tutti e poi tira fuori l’auto dal fango, spiegando al figlioletto come si fa.

The Walking Dead

The Walking Dead

Poco dopo il bambino vuole entrare in un bar affollato di zombie. La ragazza lo accompagna, ma butta male e ne escono a mala pena. Il bambino s’impunta che vuol tornare dentro a prendere una foto. Gli zombie si agitano dietro di loro, divisi da un’esile porta finestra.

La ragazza dice al bambino di aspettarlo lì. Lui si appoggia alla porta con i mostri a un centimetro da lui, dietro il vetro e aspetta tranquillo. La donna dopo poco torna con la foto. Routine.

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

L’orrore è diventato quotidiano. Non ci spaventiamo più. Non proviamo pietà. Non proviamo disgusto.

Non c’è più il mistero delle storie di paura ottocentesche. I vampiri McCullen siedono trai banchi del liceo in “Twilight e Bella se ne innamora.

Le creature della notte sono tra noi, forse siamo già come loro. Forse siamo peggio di loro, come scrivevamo, già qualche anno fa, nel romanzo “Il Settimo Plenilunio”.

The Walking Dead

The Walking Dead

Non c’è più neppure nessun riferimento religioso. Sì, il vecchio fattore legge la Bibbia e un paio di volte la cita, ma tutto lì. Non si pensa all’Apocalisse, tranne un veloce accenno. È questa la resurrezione dei morti? Non ci si rifugia in chiesa (in chiesa i nostri eroi, se possiamo definire così chi combatte solo per sopravvivere, ci entrano e ci combattono come in qualsiasi casa). Croci e acqua santa, nei classici, servivano contro i vampiri, non contro gli zombie, ma qui nessuno ci prova a usarli.

A trasformare le persone è un virus. Per farli fuori bisogna colpire la testa, dove il virus si annida e colpisce. Non occorre esser morsi per diventare zombie, anche se il morso ha questo effetto. Anche gli altri sono infetti. Se muoiono per altre cause si trasformano. Non c’è più speranza. E senza Speranza non c’è Fede. S’invoca ben poco Dio in quest’America devastata. Non lo si bestemmia neppure più. Dio è davvero morto. Con lui giace il soprannaturale.

Se questo telefilm ci rappresenta in qualche modo, sarà difficile trovare ancora nei nostri il brilluccichio dell’anima.

Firenze, 25/04/2013

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