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QUANDO IL SOPRANNATURALE DIVENTA NORMALE

Risultati immagini per the walking dead 1In questo blog parlo di libri, ma a volte c’è qualcosa che, pur essendo all’apparenza fuori tema, ha influenza sul mondo letterario o  ne subisce gli effetti.

Non dico certo nulla di strano affermando che cinema e televisione sono in stretto rapporto con il mondo della letteratura e quindi potrei trovarmi a parlarne con assai maggior frequenza. Lo faccio però limitandomi ad alcuni casi specifici, a poche eccezioni.

Ultimamente ho esplorato il mondo del romanzo gotico e delle creature della notte (vampiri, licantropi, zombie, fantasmi, mostri arcani, incubi…). Guardo di rado telefilm. Negli ultimi anni le uniche due serie che ho visto per intero sono state “Lost” e “The Walking Dead”. Di quest’ultima ho appena finito di vedere la terza serie e leggo che da fine 2012 è in preparazione la quarta, dunque, a rigore, non l’ho ancora visto tutto.

Perché ne parlo? Il telefilm non ha certo la profondità e genialità di “Lost”. Qui la trama è semplice: un virus ha trasformato quasi tutti in zombie. Appena uno muore, resuscita e si trasforma in morto-vivente, con solo due stimoli: camminare e mangiare carne, possibilmente umana. Un gruppetto di sopravvissuti affronta varie avventure e disavventure. Il tutto è coinvolgente più per le dinamiche interne al gruppo che non la lotta ai non-morti. Non mancano effetti speciali dei più truci, ma se si ha più di quattordici anni credo che sia ben difficile spaventarsi. Non credo ci sia una simile intenzione da parte degli autori.

Quello che mi ha affascinato e colpito è l’evoluzione del genere: gli zombie sono diventati parte del paesaggio, i personaggi li vivono con paura, anche angoscia, ma, fondamentalmente, sono per loro solo normali ostacoli della vita quotidiana.

Ammazzano zombie spaccandogli la testa, come un impiegato evade una qualsiasi pratica, magari con attenzione e impegno, ma come una routine, odiosa e ripugnante, ma pur sempre una routine.

Uno degli ultimi episodi della terza serie mi pare rappresenti bene la situazione.

C’è il protagonista Rick, un ex-poliziotto, che sta in auto con il figlioletto di una decina d’anni e una donna. La macchina s’impantana. I tre vengono circondati da numerosi zombie che sbavano contro tutti i finestrini. Nessuno di loro è spaventato. Hanno l’aria annoiata. Li secca molto di più che la macchina sia impantanata che non di essere circondati da esseri senz’anima il cui morso li trasformerebbe a loro volta in mostri. Rick apre il finestrino e li ammazza tutti e poi tira fuori l’auto dal fango, spiegando al figlioletto come si fa.

The Walking Dead

The Walking Dead

Poco dopo il bambino vuole entrare in un bar affollato di zombie. La ragazza lo accompagna, ma butta male e ne escono a mala pena. Il bambino s’impunta che vuol tornare dentro a prendere una foto. Gli zombie si agitano dietro di loro, divisi da un’esile porta finestra.

La ragazza dice al bambino di aspettarlo lì. Lui si appoggia alla porta con i mostri a un centimetro da lui, dietro il vetro e aspetta tranquillo. La donna dopo poco torna con la foto. Routine.

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

L’orrore è diventato quotidiano. Non ci spaventiamo più. Non proviamo pietà. Non proviamo disgusto.

Non c’è più il mistero delle storie di paura ottocentesche. I vampiri McCullen siedono trai banchi del liceo in “Twilight e Bella se ne innamora.

Le creature della notte sono tra noi, forse siamo già come loro. Forse siamo peggio di loro, come scrivevamo, già qualche anno fa, nel romanzo “Il Settimo Plenilunio”.

The Walking Dead

The Walking Dead

Non c’è più neppure nessun riferimento religioso. Sì, il vecchio fattore legge la Bibbia e un paio di volte la cita, ma tutto lì. Non si pensa all’Apocalisse, tranne un veloce accenno. È questa la resurrezione dei morti? Non ci si rifugia in chiesa (in chiesa i nostri eroi, se possiamo definire così chi combatte solo per sopravvivere, ci entrano e ci combattono come in qualsiasi casa). Croci e acqua santa, nei classici, servivano contro i vampiri, non contro gli zombie, ma qui nessuno ci prova a usarli.

A trasformare le persone è un virus. Per farli fuori bisogna colpire la testa, dove il virus si annida e colpisce. Non occorre esser morsi per diventare zombie, anche se il morso ha questo effetto. Anche gli altri sono infetti. Se muoiono per altre cause si trasformano. Non c’è più speranza. E senza Speranza non c’è Fede. S’invoca ben poco Dio in quest’America devastata. Non lo si bestemmia neppure più. Dio è davvero morto. Con lui giace il soprannaturale.

Se questo telefilm ci rappresenta in qualche modo, sarà difficile trovare ancora nei nostri il brilluccichio dell’anima.

Firenze, 25/04/2013

LA DONNA CHE LEGGEVA LE OSSA

Corpi Freddi - Kathy Reichs

Corpi Freddi – Kathy Reichs

Corpi freddi” (“Déjà Dead”) di Kathy Reichs (Katheleen Joan Reichs) ha, in originale, un titolo anglo-francese che ricorda l’ambientazione canadese del romanzo. Se anziché nel 1997, fosse stato pubblicato una decina d’anni dopo, magari si sarebbe potuto chiamare “La donna che leggeva le ossa”!

Il libro ha innanzitutto un pregio che si nota raffrontando la trama con la biografia dell’autrice, nata a Chicago nel 1950: sia quest’ultima, che la protagonista Tempe (Temperance) Brennan sono antropologhe forensi, ovvero donne che di mestiere studiano le ossa (e quel che c’è attorno) dei cadaveri per scoprire l’identità delle vittime e la causa del decesso. Entrambe vivono in Canada. È un pregio, perché la Reichs sa di cosa scrive e questo si sente.

Entrambe, poi, Tempe e Kathy, a un certo punto hanno cominciato a occuparsi di altro. La Reichs, pur essendo una delle prime antropologhe forensi americane, si è messa a scrivere romanzi che, secondo la quarta di copertina, hanno milioni di fans (su anobii frequento un Gruppo popoloso che si chiama proprio “Corpi freddi”, la cui esistenza mi ha indotto a leggere il libro). La Brennan ha, invece, preso a investigare sul campo, fuori dal suo laboratorio.

Devo ammettere di non essere entrato subito in sintonia con il romanzo, ma superato un certo numero di pagine, man mano che la protagonista era sempre più coinvolta in una serie di omicidi all’apparenza riconducibili a un serial killer, anch’io mi sono sentito preso dalla trama.

Kathy Reichs (Katheleen Joan Reichs)

Kathy Reichs (Katheleen Joan Reichs)

Tempe Brennan è un personaggio che ha il suo spessore, pur senza avere caratteristiche troppo marcate e senza che l’autrice indulga troppo in descrizioni psicologiche: viene fuori con la storia, come sempre dovrebbe essere.

Anche il Quebec, che fa da sfondo, non è un’ambientazione indifferente, pur non gravando la narrazione con descrizioni geografiche o paesaggistiche.

Bones

Bones

Insomma, mi è parsa una storia ben equilibrata e costruita, che scorre piacevolmente per tutte le sue 466 pagine. Si tratta di un’opera prima e come tale ha vinto il Premio Arthur Ellis.

Temperance compare anche in altri romanzi successivi è ha ispirato la serie televisiva “Bones”, prodotta, tra gli altri, dalla stessa Reichs.

 

Firenze, 22/11/2011

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