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L’ATTRICE E IL BAMBINO SCOMPARSO SOTTO LA MONTAGNA DI SALE

Risultato immagini per la montagna di sale handke"Torno a leggere un libro di Peter Handke, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2019, dopo la lettura de “Il grande evento”, che mi aveva lasciato un po’ perplesso, sebbene avessi invece molto amato il film “Il cielo sopra Berlino” di cui fu sceneggiatore.

Ho appena finito di leggere “La montagna di sale”, che mi ha convinto persino meno de “Il grande evento”. Il problema è il medesimo: non riesco (di sicuro è un problema mio) ad appassionarmi ai romanzi la cui trama sia troppo esile e in cui non ci sono eventi (nonostante l’enunciato del titolo).

Entrambi i romanzi sono di “osservazione”. Handke più che narrare qualcosa, ci mostra quel che il suo protagonista vede. Ne “La montagna di sale” l’ambientazione ha una sua originalità, dato che vi è descritta una comunità che vive attorno a una cava di sale (una delle ultime “miniere di sale a disposizione verticale”). Lavorare in questo luogo, cambia gli uomini:

E racconta ancora: «Ai tempi della costruzione della Torre di Babele, che avrebbe dovuto raggiungere il cielo, Dio, per punire un simile sacrilegio, confuse la lingua dei lavoratori addetti alla costruzione, così nessuno capì più la lingua del proprio vicino e la realizzazione della torre venne interrotta. Qui ho appurato in prima persona che quanto più in profondità si trovano le gallerie, tanto meglio e più chiaramente chi lavora e vive lì sotto capisce la lingua degli altri, anche se in superficie gli era più che estranea. Almeno provvisoriamente, provvisoriamente. Provvisoriamente, una bella parola, no?

 

Ci sarebbe persino un evento su cui costruire un romanzo, la scomparsa di un bambino, ma la vicenda non trova l’approfondimento che in altri tipi di romanzo ci saremmo aspettati e anche il ritrovamento è assai poco eclatante.

Semmai è occasione per riflessioni come questa, in cui, in poche righe si parla di vergogna, di anima, del rapporto con gli altri, in un flusso di pensiero che stupisce e confonde:

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Peter Handke, premio nobel per la letteratura 2019.

Oh voi bambini, introvabili, incastrati nei tubi di calcestruzzo. E voialtri: vergognatevi di vivere. Ma no, voi non vi vergognate, non riuscite più a vergognarvi. È il tempo dell’insolenza, del non-riuscire-più-a-vergognarsi. La vergogna non è sopravvissuta. Noi di adesso siamo i primi ad aver perso le nostre anime e non ne soffriamo affatto, al massimo siamo infastiditi. Fastidio del mondo! Ah, chi avrebbe pensato che il mondo potesse infastidirmi. Tutto il mio ridere e piangere non sono serviti a nulla: desolazione e siccità. Subito via da qui, via dall’Angolo Morto, verso il delta del Mekong, il delta del Niger. Oh, tutti i delta che non conosco. E cosa significa: ho perso la mia anima? Significa che non c’è più nessuna membrana tra me e l’altro. La membrana è lacerata. E cos’è allora l’altro, un tempo l’alfa e l’omega, per me? Rumore. Certo, c’è anche rumore piacevole. Rumore sano. Ma questo…».

 

Ed ecco il ritorno del bambino, che quasi pare una descrizione come le altre:

Poi fuori, dai campi, si sentì un gridio di corvi, stranamente tenero, quasi uno zufolare; la porta sul lato ovest della chiesa si aprì e nell’ingresso si videro due figure, quella di una donna e quella di un bambino. A parte il fatto che entrambi, da capo a piedi, erano completamente coperti di neve, non si riusciva a riconoscere nessun particolare. Soltanto in controluce, come semplice profilo apparve il bambino ritrovato, persino ora che la porta era stata richiusa, e d’altronde io non volevo affatto vederlo in modo diverso.”

Se neanche la riapparizione del bambino, la cui sparizione era “il grande evento” di questo libro, passa così leggera, sembra che Handke ci dica che nulla, in fondo, importa, che tutto si risolva in immagini e apparenza.

Handke dunque descrive questa comunità non mediante narrazioni o azioni particolari, ma piuttosto con una serie di piccoli quadri verbali, una serie di scorci, filtrati dagli occhi della protagonista, un’attrice, come attore era il protagonista de “Il grande evento”. Mi chiedo, allora quanto questo loro ruolo sia importante e simbolico.

Se ne “Il grande eventoHandke rimarcava la “tipizzazione” degli individui, forse questo suo individuare, senza una particolare connessione con il narrato, in personaggi del mondo dello spettacolo i propri protagonisti, forse vuol dire che viviamo ormai in un mondo in cui siamo tutti solo attori, che recitano la propria vita, piuttosto che viverla oppure che viviamo (in questo mondo di social network) sotto lo sguardo di tutti. Queste interpretazioni mi parrebbero, però, azzardate, giacché nulla nel loro agire ci fa pensare che sia metafora della recitazione. Non sono, per dire, “falsi”, né amano mettersi in mostra. Sarà allora solo una coincidenza o espressione di una qualche vicinanza di Handke al mondo degli attori. Non per nulla la sua carriera è iniziata scrivendo pezzi teatrali.

È un libro, insomma, che va goduto così, per le suggestioni delle immagini che ci lascia.

Ce ne sono alcune che fanno riflettere, come questa:

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Kali, montagna di sale in Germania

E d’altra parte talvolta mi basta soltanto vederlo, vederlo così innocente, appunto, e mi sento spinto a picchiare mio figlio, il mio discendente, e al tempo stesso ho paura di farlo. La sola consapevolezza che questo piccolo individuo, con una rosa di capelli dietro la testa, ne ha persino due di queste rose, con la bocca triste, gli occhi che brillano senza motivo, è mio figlio, sangue del mio sangue, mi spinge a sbatterlo a calci fuori dalla porta, se possibile nella peggior sozzura là fuori. E a pensarci non mi sento nemmeno la coscienza sporca: perché un giorno, in chiesa, la pastora ci ha letto un capitolo dell’Antico Testamento dove si dice grosso modo che il padre, anzi, qualunque padre deve tirar fuori il male dal figlio a suon di botte… non da una figlia, non da una bambina, solo da un bambino… ovvero prima che questo si manifesti, o almeno così l’ho capita io. Qualunque padre deve picchiare già in anticipo il figlio ancora incorrotto, ancora del tutto innocente, da mattina a sera, a ogni occasione, di punto in bianco, sistematicamente, come prevenzione: questo picchiare impedirebbe in seguito l’insinuarsi del male nel figlio; poiché una volta penetrato nell’uomo, il male non lo si può più estirpare.»

Buona scrittura, in conclusione, riflessiva e intensa, ma non coinvolgente, per i miei gusti.

 

LA POESIA DELL’ARTIGIANATO RITUALE, IL PESO DEL POTERE E L’IRONIA DELLE VENDETTA

Risultati immagini per miliardi di tappeti di capelliNon capita spesso di leggere fantascienza tedesca. Andreas Eschbach (Ulma, 15 settembre 1959), l’autore di “Miliardi di tappeti di capelli” (1995), è, appunti, uno scrittore tedesco.

Iniziando la lettura si nota subito un piglio diverso da quello dei suoi colleghi americani. Si parte, infatti, con un’atmosfera dal sapore antico, con questa strana, poetica, comunità interamente dedita alla tessitura di tappeti, realizzati usando i capelli delle donne di famiglia. Ogni tessitore impiega la sua intera esistenza a un solo tappeto e tutta l’esistenza del pianeta è condizionata da questa attività. Il mondo ne produce migliaia ogni anno e sono tutti destinati al palazzo dell’Imperatore, che pare debba essere sconfinato per accoglierli tutti.  La scena poi si allarga e scopriamo che questo mondo realizza tappeti per l’Imperatore da almeno 80.000 anni. Non solo: sebbene la gente su quel pianeta crede che ogni mondo dell’Impero produca qualcos’altro per l’Imperatore, in realtà moltissimi altri mondi producono solo e soltanto pregiatissimi e inutili tappeti di capelli. Pare che siano almeno 8.000 i mondi che fanno questo per l’Imperatore immortale. Ma l’Imperatore cosa se ne fa di “miliardi di tappeti di capelli”? Qualcuno sostiene che l’Imperatore, dopo millenni di regno (300.000!), sia morto. Pare sia stato assassinato da dei ribelli.

Risultati immagini per Andreas Eschbach

Andreas Eschbach

L’opera prosegue in un crescendo di colpi di scena e in un allargamento progressivo di orizzonte. Troviamo un imperatore che dopo trecentomila anni di regno è stanco e vorrebbe abdicare. Troviamo dei ribelli che lo vorrebbero eliminare. Ma chi è il capo dei ribelli se non l’imperatore stesso? Troviamo un sovrano inchiodato a una macchina che lo costringe a vivere, immobile, in eterno. Troviamo il mistero di un uomo scomparso. Troviamo uno strano culto dell’Imperatore. Troviamo un’immane biblioteca che conserva la storia di centinaia di migliaia di anni di un numero sterminato di pianeti di un Impero. Tutto questo in una space opera che esplora un futuro lontanissimo ma che conserva un gusto antico e ci parla dell’insopportabile peso del potere, del senso del dovere, dell’impegno, della follia, della vendetta e dell’immortalità.

Un romanzo che è pura fantascienza, ma al contempo ha un sapore nuovo e diverso. Qualcosa che pur muovendosi nei solchi delle storie d’avventura, mantieni una sua poeticità “interstellare”.

 

 

 

Risultati immagini per moschea piena di tappeti

 

SALOMONE NEL CAUCASO

La rappresentazione teatrale “Il cerchio di gesso del Caucaso” di Bertolt Brecht, pare fosse ispirata a una leggenda cinese. A me, ricorda, però, soprattutto il famoso giudizio di Salomone di fronte a due donne che si contendevano un bambino.

La storia narra di un neonato che, nella foga della rivoluzione russa, è abbandonato dalla ricca e nobile madre ed è raccolto da una sua serva, che lo salva e fugge con lui rischiando più volte la propria stessa vita. Quando la sguattera Gruša, infine, si è affezionata al bambino e per salvarlo ha persino sposato un uomo che non ama, rinunciando al fidanzato lontano in guerra, ricompare la madre naturale Natella e rivuole indietro il piccolo Michele. La sguattera non vuole lasciarlo andare, anche se con la padrona sa che sarebbe ricco.  “Se calzasse scarpe d’oro / crudele sarebbe, ahimé, / calpesterebbe il fratello / e riderebbe di me”.

Non manca di ironia Brecht quando descrive la ricchezza dei padroni, dicendo, tra le altre cose che “Nessun governatore in tutta la Georgia aveva (omissis) tanti mendicanti alla soglia”. Quasi che si possa essere ricchi e potenti in funzione di quanti poveri ti circondano.

La questione viene sottoposta a uno strano giudice improvvisato (le sue precedenti sentenze, con cui Brecht ce lo presenta, mi hanno un po’ annoiato), un tal Azdak, che propone la prova del cerchio di gesso. Il bambino, non più neonato, viene messo in mezzo al cerchio. Le due donne ne afferrano un braccio ciascuna e tirano. Quella che riesce a portarlo dalla sua parte potrà tenersi il bambino (o così pensa). Gruša, però, non ha cuore di tirare così il piccino e molla la presa. Il giudice riconosce in lei la vera madre e così le affida il piccolo.

Salomone proponeva, ancor più crudelmente, di tagliare in due il bambino.

Questa commedia è di nuovo occasione per Brecht per mostrare le angherie dei ricchi verso i poveri e le ingiustizie sociali.

Bertolt Brecht

 

L’EBBREZZA SCHIZOFRENICA DEL PADRONE

Bertolt Brecht con la commedia “Il Signor Puntilla e il suo servo Matti” affronta, come ne “L’anima buona del Sezuan”, il tema della schizofrenia sociale.

Se nell’opera ambientata in Cina, la giovane Shen Te deve fingersi il cugino Shui Ta, per difendersi dalla sua stessa bontà, nella farsa ambientata in Finlandia, il proprietario terriero Puntilla appena beve un po’ d’alcol si trasforma in un uomo diverso, buono, sincero e generoso, che fa amicizia con i suoi servi e amoreggia con le contadine. Appena gli passa la sbornia torna a essere un vero padrone, severo e opportunista. Il suo chauffeur Matti ben ne conosce questi cambi d’umore e dimostra l’intelligenza di non lasciarsene illudere. Il Puntilla ebbro arriva a promettergli ricchezze e persino la figlia in sposa, ma Puntilla sobrio è pronto a denunciarlo per avergli trovato in tasca il portafoglio che lui stesso gli ha dato. Il mondo di Puntilla è uno in cui al padrone tutto è concesso. Può persino rimproverare il cameriere che gli dice che è sabato, come è, quando lui pensava fosse venerdì. Lo sa bene il servo Matti, che si bada dal controbattere, perché “I padroni non sopportano che i loro dipendenti abbiano delle opinioni”.

La commedia teatrale è un’altra occasione per Brecht per denunciare le differenze sociali tra padroni e servi e l’ipocrisia della borghesia. Si tratta di un mondo fragile, in cui basta una bottiglia a far diventare Puntilla comunista, a far sedere alla festa di fidanzamento della figlia assieme avvocati, giudici, pastori, vaccare e cuoche. “Sono diventato un essere umano! Bevete e diventerete esseri umani anche voi, non disperate!” esclama Puntilla.

Mostrandoci questa fragilità, Brecht sembra volerci indicare come lo stesso sistema sociale, diviso tra padroni e servi, sia ormai prossimo al collasso, giacché come esordisce nel Prologo “Signore e Signori, i tempi sono tristi: è saggio chi è in ansia, cretini i vanesi”.

Persino il saggio Matti, osserva che “Se le mucche potessero discutere tra loro, crede per esempio che esisterebbe ancora il macello?”

 

Bertolt Brecht

 

LA SCHIZOFRENIA DELLA BONTÀ

Tre Dei scendono sulla terra, alla ricerca di un’anima buona che possa dimostrare loro che non tutto tra gli uomini è perduto, che c’è almeno qualcuno che ancora rispetta i loro comandamenti. Visitano così il Sezuan (probabilmente il Sichuan cinese) e trovano nella prostituta Shen Te l’anima buona che cercavano. L’aiutano dandole del denaro, con il quale la giovane apre un negozio e cambia vita. Shen Te, però, è così buona che non può far a meno di aiutare tutti coloro che le chiedono aiuto. Il poco denaro lasciatole dagli Dei e i ricavi del piccolo negozio non le bastano per fare il bene che vorrebbe e subito un gran numero di sfruttatori si appoggiano a lei, mandandola in rovina.  La giovane allora chiama in aiuto il più pragmatico cugino Shui Ta, che rimette in riga gli sfruttatori e avvia una fiorente industria di lavorazione del tabacco, dando lavoro invece di carità ai medesimi sventurati che aiutava Shen Te. Questi, però, invece di apprezzare l’aiuto ricevuto si sentono sfruttati e attaccano Shui Ta, reclamando il ritorno della buona Shen Te. In realtà, Shui Ta altri non è che la medesima Shen Te travestita.

Questa è la trama della rappresentazione teatrale di Bertolt BrechtL’anima buona del Sezuan”.

Con quest’opera l’autore tedesco ha voluto rappresentare la schizofrenia provocata dal capitalismo.

Bertolt Brecht

La schizofrenia di Shen Te/ Shui Ta, però, non è vera malattia, ma estrema risorsa della donna in un mondo in cui solo la voce di un uomo riesce ad avere sufficiente autorità, in cui solo facendo la voce grossa ci si riesce a difendere. Come dice Shen Te agli Dei “il vostro antico comandamento di essere buona e di vivere bene mi ha squarciata in due parti. Non so come mi è accaduto. Ma mi era impossibile esser buona per gli altri e per me stessa.”

“La piccola scialuppa di salvataggio va presto a fondo: troppe braccia di naufraghi”. Un’estrema generosità la stava portando alla rovina e le rendeva persino impossibile continuare a essere buona e aiutare chi aveva bisogno più di lei. “Sei perduto, se aiuti il perduto”.

Il suo lamento è “Perché la bontà è tanto duramente punita?”

Persino gli stessi Dei arrivano a interrogarsi se i propri comandamenti non siano troppo rigidi e non vadano mutati. Vogliono però metterla alla prova, perché “Più difficile sarà la sua situazione, più evidente sarà la sua bontà”. Gli Dei vogliono, infatti, “far cessare così la diceria che i buoni non possano più vivere su questa terra”.

Quello che descrive Brecht è, però, un mondo quasi senza speranza. Un personaggio (il Marito) dice “ho fatto un tentativo per l’obliquo sentiero, ma per gente come noi anche quello è scosceso”, risponde un altro (la Nipote) “A noi giovani invece la porta è spalancata, certo, così si dice, solo è aperta sul nulla”.

Il finale, sebbene, veda l’assoluzione da parte degli Dei di Shen Te e quindi dell’umanità intera, riscattata dalla bontà della ragazza (un po’ come il sacrificio del Cristo riscatta il mondo), non presenta un vero lieto fine. Nell’Epilogo ci si chiede ancora “Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto? Ci vogliono altri dèi? O nessun dio affatto?” E si conclude “Una fine migliore ci vuole, è indispensabile!”

In questi tempi di solidarietà internazionale, di profughi e migranti che bussano alle porte, l’opera di Brecht si presta a una riflessione sui limiti e le forme della bontà e dell’accoglienza. La carità vuota di contenuti, il dividere il poco riso o il piccolo alloggio tra molti provoca solo l’affondamento della “scialuppa” di Shen Te. L’aiuto organizzato e razionale di Shui Ta, che fornisce una paga ai bisognosi, ma in cambio del loro lavoro, si presenta come la soluzione per un’accoglienza che sia anche rispettosa della dignità di chi riceve aiuto, perché non è carità, che offende la dignità dell’uomo, ma inserimento in un contesto sociale e produttivo, reale integrazione.

 

 

Sichuan

L’INCONTRO IMMAGINARIO DI DUE POETI SUICIDI

Utopia, etimologicamente vuol dire “nessun luogo”, ma, da Tommaso Moro in poi, per utopia intendiamo un luogo immaginario migliore del mondo in cui viviamo realmente, un’eu-topia, in realtà, cioè un “buon luogo”.

Nessun luogo. Da nessuna parte”, il romanzo di Christa Wolf (Landsberg an der Warthe, 18 marzo 1929 – Berlino, 1º dicembre 2011) non ha niente a che vedere con le utopie o le eutopie, ma il titolo allude a una difficoltà esistenziale dei due protagonisti di collocarsi all’interno del contesto sociale in cui vivono.

Il romanzo narra dell’incontro immaginario, nel 1804, tra due poeti, entrambi suicidi, realmente esistiti: Heinrich von Kleist e Karoline von Günderrode. Due anime che si scoprono diverse da chi li circonda e dunque tra loro simili.

Christa Wolf

Il doppio racconto che compone l’opera ci parla oltre che del disagio di vivere, della poesia, della letteratura, dell’amicizia e dell’amore.

Scorre però troppo su temi emotivi e poco sul piano dell’azione.

Mi sto rendendo conto che per me un romanzo in cui la trama non sia rilevante, in cui non ci siano azioni concrete risulta troppo vacuo e vano e non riesce a catturare la mia attenzione, nonostante possa avere altri pregi.

Un autore di bestseller ha detto una volta che in ogni pagina deve succedere qualcosa. Pretendere qualche nuovo evento in ogni pagina e forse troppo, ma basare una storia sull’incontro in salotto di due persone è forse troppo poco!

 

Heinrich von Kleist

Karoline von Günderrode

ALLA RICERCA DI UN DIVERSO FLUSSO DEL TEMPO

Nello scrivere ucronie, mi sono interrogato più volte sulla natura del tempo, tema, del resto che mi ha sempre affascinato, altrimenti non avrei cominciato a scrivere allostorie. Nei miei romanzi presumo che il tempo non sia lineare, ma una sorta di frattale, con infinite divergenze. Lungo ognuna delle linee che si dipartono da queste divergenze troviamo una storia alternativa, mondi in cui Colombo non scopre l’America, i tedeschi vincono la Seconda Guerra Mondiale, Roma non crolla, le Torri Gemelle sono ancora lì, Giovanna D’Arco sopravvive al rogo e così via.

Mi sono allora chiesto due cose:

  1. Qualcuno, al di là della narrativa, in fisica o in filosofia, ha mai ipotizzato un tempo divergente o a frattale?
  2. Quando e come è nato il concetto di tempo lineare?

Ho così di recente letto il bel saggio di Fusaro “Essere senza tempo”. Sebbene sia stata una lettura molto interessante, era incentrato sui concetti di accelerazione della storia e di fretta, dunque non ciò che cercavo.

La lettura mi ha comunque stimolato a continuare gli approfondimenti. Ho così ora letto “Il Libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger (Das Sanduhrbuch, 1954 – Milano, Adelphi 1994).

Sebbene scritto da un filosofo, il saggio, pur con alcune interessanti riflessioni filosofiche ed esistenziali, è in realtà una storia degli orologi antichi, con particolare riguardo per quei manufatti che, finora, avrei un po’ impropriamente definito “clessidre”, ma che l’autore più propriamente chiama “orologi a polvere”, essendo le clessidre, come l’etimologia del termine spiega, in realtà, orologi ad acqua.

Il volume, essendo scritto da persona di evidente ampia cultura, spazia però su altri temi in modo coerente e molto interessante e l’ho trovato nel complesso una lettura molto stimolante e per nulla noiosa.

Ernst Jünger

Tra le divagazioni, mi hanno molto colpito quelle su San Girolamo (spesso raffigurato con orologi a polvere) e papa Silvestro II (il quale oltre che ecclesiastico, pare sia stato un notevole inventore, avendo, tra le altre cose, realizzato uno dei primissimi prototipi di orologio meccanico), figura sulla quale mi è venuta voglia di scrivere un romanzo (ne ho persino già buttato giù l’incipit), ma anche alcune riflessioni minori sulle cattedrali gotiche o sull’insofferenza del mio antenato Tommaso d’Aquino per gli automi. Per quanto riguarda il romanzo che sto scrivendo ora, lo spunto è stato di inserire alcuni orologi a polvere nella narrazione, peraltro, nella stesura attuale, priva di orologi di sorta.

Affascinante è comunque tutta la storia degli orologi qui narrata, le cui origini sono tutt’altro che chiare e ancor meno note ai più, che spesso confondono la datazione delle origini di meridiane, clessidre, orologi a polvere e orologi meccanici. Non avrei pensato, per esempio, che le origini degli ultimi due fossero più ravvicinate tra loro che quelle tra clessidre e orologi a polvere.

Per quanto riguarda l’oggetto della mia ricerca, la considerazione più rilevante penso riguardi l’idea che ogni popolo crea diversi strumenti di misurazione in base alle proprie esigenze e alla propria percezione del tempo. Al giorno d’oggi diamo per scontata l’esigenza di dividere e misurare il tempo, di rispettare orari e appuntamenti, ma tutto ciò è solo una caratteristiche della nostra cultura europea e non qualcosa che sorge spontaneo in ogni uomo.

Notiamo anzi, nella storia, numerosi esempi di repulsione, più o meno profonda, a ogni tentativo di irreggimentare il tempo. Del resto, proprio più riusciamo a imbrigliare il tempo, a incanalarlo in perfetti sistemi di misurazione, maggiormente ne diventiamo schiavi. Incredibilmente persino un personaggio di una commedia di Plauto si lamenta dell’introduzione della meridiana!

«Maledetto chi ha inventato l’orologio / e stramaledetto il primo che ha piazzato qui la meridiana! / M’ha fatto a pezzettini la giornata, me tapino. / Da ragazzo, la pancia era la sola meridiana, / la migliore, senza confronto, e la più esatta di tutte quante. / Quando dava il segnale quella, si poteva mangiare, se mai ce n’era: / adesso, anche quel che c’è non si mangia, se non garba al sole».

Se avesse visto gli orologi moderni, che avrebbe fatto!

Il tempo degli orologi a polvere era tempo meno preciso, più umano, in cui la misurazione riguardava singoli eventi. Gli orologi meccanici invece sono invasivi e misurano non solo il tempo del lavoro, ma anche quello del riposo, divengono oggetti da cui non ci liberiamo mai e ci tengono perennemente avvinti a loro. Il volume è del 1954 e immagina appena l’esistenza degli orologi digitali e di tutti i loro derivati, dalle sveglie, alle app per misurare la velocità media o cronometrare ogni attimo delle nostre fugaci esistenze, per non parlare della moderna schiavitù verso cellulari, smartphone e tablet, ben più invadenti dei loro ticchettanti cugini.

C’è quindi un capitolo che parla della differenza tra tempo lineare e tempo circolare. Il tempo circolare era quello misurato dal moto degli astri, dallo scorrere del sole e dal mutare dell’ombra della meridiana. Il tempo diventa lineare con il passaggio alle clessidre prima e agli orologi a polvere poi, in cui l’acqua o la sabbia, attratti dalla forza gravitazionale, inesorabilmente cadono sempre nello stesso verso, anche quando gli orologi vengono rigirati e un nuovo ciclo fatto ricominciare. Sempre dal basso verso l’alto, in un moto che nell’essere il contrario dell’elevazione, ci rende consapevoli della finitezza del nostro destino.

Gerberto – Papa Silvestro II

È lo stesso orologio a polvere, poi, che nel mostrarci il progressivo svuotamento dell’ampolla superiore, sempre ci ricorda che il passato, che giace in basso pesa ogni istante di più del futuro, i cui grani vediamo esaurirsi a vista d’occhio.

Non per nulla, come ci racconta Jünger, spesso la clessidra viene raffigurata accanto alla morte, a indicare il tempo che ci resta da vivere.

Riuscirà l’avvento degli orologi digitali, con il loro asettico fluire, non più circolare o lineare, ma astrattamente matematico, a farci concepire un diverso tempo, non più lineare? Riuscirà internet, in cui conviviamo e condividiamo messaggi con persone di diversi fusi orari, a farci immaginare se non un tempo divergente, almeno dei tempi paralleli?

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