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L’ISOLA DEL CORSARO INGLESE

L’isola dei pirati” è un romanzo di Michael Crichton (Chicago 23/10/1982-Chiacago 4/11/2008)  pubblicato postumo, dopo che è stato rinvenuto all’interno del suo computer.

Ricorrendo proprio ieri il settimo anno dalla morte dell’autore, sono lieto di segnalarlo come ricordo di questo maestro di bestseller, noto soprattutto per opere come “Jurassic Park”.

Si tratta di un gradevolissimo romanzo di avventura ambientato in Giamaica nel 1665, con una discreta ricostruzione storica della pirateria in quel periodo, che, per esempio, chiarisce la differenza tra pirati e corsari e i rapporti di questi con le corone europee.

Si presenta come una storia incalzante e vivace, in cui continui colpi di scena si susseguono e vediamo in azione personaggi ben caratterizzati. Insomma, una versione più moderna e scattante degli amati romanzi di Emilio Salgari, con tesori da conquistare, fanciulle da salvare, intrighi, tradimenti, agguati, battaglie navali. Una scrittura fluida e gradevole, che non fa pensare a un romanzo solo abbozzato, ma un’opera ormai conclusa (non ho idea quanto abbia però dovuto lavorarci sopra l’editor).

Michael Crichton

Imperdibile per chi ama il genere.

 

P.S. Una curiosità personale: mentre finivo di leggere questo romanzo ho cominciato a leggere “La chimica della morte” di Simon Becket e mi sono trovato, come in una misteriosa trasposizione a leggere in entrambi le avventure di un protagonista di nome “Hunter”. Qui è il corsaro Charles Hunter, lì è l’anatomapatologo forense David Hunter. Parenti?!

 

P.P.S.: Ormai leggo sempre più con il sintetizzatore vocale: questo libro, letto su carta, ho impiegato oltre due mesi a finirlo, mentre se fosse stato un e-book probabilmente l’avrei finito in meno di dieci giorni. La lentezza non dipende certo da quanto fosse avvincente la storia (lo era) ma dallo strumento di lettura (cartaceo). Con il TTS dell’ebook riesco a trovare molte più occasioni di lettura.

I METARACCONTI DEL FIDANZATINO DELLA ZIA JULIA

Ed eccomi, un po’ per caso, un po’ per il desiderio di approfondire le mie conoscenze dei più recenti Premi Nobel, a leggere per la terza volta di seguito un’opera di un autore insignito del massimo riconoscimento letterario. Ho, infatti, da poco finito di leggere “Marta Quest” di Dorris Lessing (Nobel 2007) e poco prima avevo letto “I percorsi dell’amore” di Alice Munro (Nobel 2013).

Ho ora appena completato la lettura de “La zia Julia e lo scribacchino” del peruviano Mario Vargas Llosa (Nobel 2010), autore di cui avevo già apprezzato il romanzo “Avventure della ragazza cattiva”. Bisogna dire, però che questo mio approccio a tali premiati autori non mi ha dato le soddisfazioni che speravo, anche se la qualità, per i mei gusti personali, delle tre opere è andata crescendo con l’ordine di lettura.  Se della Munro non avevo amato soprattutto la struttura a racconti, della Lessing mi aveva deluso l’approccio troppo leggero per un’ambientazione come il Sudafrica, di questo romanzo di Llosa mi ha convinto poco innanzitutto l’aver inserito dei racconti del tutto sconnessi dalla trama principale, approccio che mi suona sempre come un trucchetto per allungare il brodo trasformando in romanzo un racconto. Tali intermezzi sono (o dovrebbero essere, dato che non è dichiarato espressamente) i radioromanzi scritti da un tal Pedro Camacho, personaggio secondario della trama principale. Tipo che dà fuori di testa e che si mette a scrive storie sempre più confuse, mescolando personaggi e ambientazioni dei propri romanzi radiofonici. Ci troviamo quindi non solo a veder interrotta spesso la trama principale da storie diverse, ma per giunta da storie alquanto “disarticolate”.

Sono proprio queste, peraltro, a dare un tocco più “sudamericano” al romanzo, ma il caos mentale di Pedro Camacho è ben poca cosa rispetto alla fantasia grottesca di autori come Marquez o alla colta genialità di Borges o alla creatività immaginifica di un altro premio Nobel di lingua iberica (sebbene non sudamericano) come Saramago. Non si respira, soprattuto, la sensualità calda e surreale della miglior letteratura del continente e che, almeno in parte, respiriamo forse persino in “Avventure della ragazza cattiva” dello stesso Llosa.

Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa

Certo anche qui la trama si basa proprio su un amore difficile quale quello di un ragazzino diciottenne e spiantato per una specie di zia, di vari anni più grande e divorziata e assistiamo a una fuga rocambolesca alla ricerca di un sindaco compiacente che sia disposto a celebrare il matrimonio, ma questa è altra cosa rispetto alla carnalità spumeggiante di altre opere di quelle terre.

AMORE ETERNO, ETERNO DOLORE

Mario Vargas Llosa - Avventure della Ragazza Cattiva

Mario Vargas Llosa – Avventure della Ragazza Cattiva

Non leggo spesso storie sentimentali, percui non saprei dire quanto sia davvero una costante, ma leggendo “Avventure della Ragazza Cattiva” di Mario Vargas Llosa, mi viene da pensare che perché un amore sia eterno, in letteratura, pare che debba essere sfortunato e poco corrisposto.

Forse sono indotto a pensare così anche perché ho da poco letto “I Cani e i Lupi” di Irene Nemirovsky e ieri sera ho visto “One day” di Lone Scherfig. In tutte e tre queste storie c’è una persona che continua ad amare un’altra, anche se la loro non riesce mai a trasformarsi in una vera storia e queste storie incomplete durano tutta la vita.

Nel caso narrato da Mario Vargas Llosa, il protagonista Ricardo, ancora bambino, incontra, in Perù, dove vive, due ragazzine che si fingono sorelle e cilene. Saranno scoperte e svergognate. Una delle due è la “nina mala” dai mille nomi e dalle mille identità. Una bambina, che diventerà ragazza e poi donna, ma non perderà mai il vizio di fingersi un’altra, ogni volta così diversa da se stessa da non capirsi neanche più chi sia veramente.

Suo solo amico, a volte, amante, cui si dà senza passione, sarà Ricardo, che sempre la cercherà, ma che mai lei sentirà come veramente sua.

La rincorrerà dal Perù, a Parigi, a Londra, a Tokyo e con la geografia vediamo scorrere la storia, le rivoluzioni sudamericane e hippies, il fermento culturale parigino, la mafia giapponese, i guerriglieri e i terroristi, in una carrellata di storia che potrebbe quasi far pensare a quel de “Il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve”.

Lei sarà una ricca cilena, una povera peruviana, una facoltosa francese, una schiava giapponese e altro ancora. La sua sorte a volte sembrerà benigna, ma più spesso la vedrà precipitare ripetutamente dalle stelle alle stalle in cui è nata e il cui odore di letame non riesce a togliersi di dosso.

Mario Vargas Llosa

Jorge Mario Pedro Vargas Llosa (Arequipa, 28 marzo 1936) è uno scrittore, giornalista, politico e drammaturgo peruviano naturalizzato spagnolo, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2010.

Solo Ricardo sarà sempre pronto a porgerle la mano per rialzarsi, illudendosi ogni volta che sia finalmente giunto il suo turno di starle accanto davvero.

Un affresco che è più una storia sentimentale che un romanzo storico, ma che non definirei un romance, proprio per questa disperazione che non sembra trovare mai conforto, per questo amore irrimediabilmente inappagato.

Una fiaba dove la protagonista è incapace di riconoscere il principe azzurro, perché se è vero che alla “nina mala” sembra interessare solo emergere e guadagnare, è anche vero che sentimentalmente si presenta come un’analfabeta, incapace di comprendere i sentimenti e di comunicare i propri, che stentano a prender forma. Anche quel suo modo rigido di “ricevere” l’amore, invece di farlo, sembra un segno di questa incapacità. Forse un simbolo del nostro tempo, in cui l’apparire, l’avere, il possedere, contano più dell’essere, del vivere e dell’amare.

Firenze, 17/07/2012

Lauren Bacall
Lauren Bacall

CHI VIVE DUE VOLTE, MUORE DUE VOLTE

Jorge Amado - La Doppia Morte di Quincas l'Acquaiolo

Jorge Amado – La Doppia Morte di Quincas l’Acquaiolo

Un bel giorno “Joaquim Soares da Cunha, di buona famiglia, funzionario esemplare delle Imposte dirette, dal passo misurato, la barba ben curata, la giacca nera d’alpaca, la cartella sotto il braccio” (pag. 7) si trasforma nel vagabondo beone noto come Quincas l’Acquaiolo, con grande disappunto della sua famiglia.

Quincas però è assai più felice di Joacquim Soares, quando sta con i suoi nuovi amici a bere o a giocare a carte o con le donne dei bordelli.

Quando muore, la famiglia, che l’avrebbe voluto già morto da tempo, non sa come comportarsi. Lo riveste con abiti dignitosi e prepara un sobrio funerale.

Jorge Amado

Jorge Amado

Penseranno i suoi nuovi amici balordi a fargli passare, pur da morto, un’altra notte memorabile.

L’illusione della vita è così forte che anche al lettore a volte pare che davvero Quincas sia tornato a vivere. È il delicato gioco tra vita e morte, reale e paranormale in cui sono così abili i grandi autori sudamericani come il Jorge Amado di questo “La doppia morte di Quincas l’Acquaiolo”, breve e simpatico romanzo da leggersi in un pomeriggio.

Firenze, 23/08/2011

CAMMINARE RIFLETTENDO

Paulo Coelho - Il Cammino di Santiago

Paulo Coelho – Il Cammino di Santiago

Qualcuno considera Paulo Coelho un autore sudamericano minore e più “commerciale” rispetto ai Borges, Marquez e Amado. Qualche mese fa ebbi però la fortuna di leggere il suo “L’Alchimista”  e rimasi affascinato dall’estrema semplicità (una grande dote per uno scrittore, forse più del suo opposto) di questo romanzo, che sapeva andare a fondo su uno degli interrogativi fondamentali: sto portando avanti un progetto di vita? Ne ho mai avuto uno?

Con quel libro nel cuore ho affrontato “Il Cammino di Santiago”, che è però cosa assai diversa. Innanzitutto se ne “L’Alchimista” ci sono elementi di riflessione, sono però inseriti in una storia, una piccola favola. Qui più che di un romanzo si tratta di un racconto di viaggio. Un cammino che è, nel contempo, un percorso fisico e mentale, in cui la riflessione spirituale è parte centrale della narrazione.

Paulo Coelho

Paulo Coelho

Lo stesso Coelho ci spiega che “il primo millennio del Cristianesimo conobbe tre rotte sacre; chiunque ne percorresse una accedeva a una serie di benedizioni e indulgenze. La prima conduceva alla tomba di San Pietro, a Roma: i pellegrini di questo cammino avevano come simbolo una croce e venivano chiamati “romei”. La seconda portava al Santo Sepolcro di Cristo, a Gerusalemme, e coloro che seguivano questo percorso erano chiamati “palmieri”, poiché avevano come simbolo le palme con cui Cristo fu salutato quando entrò in città. Infine esisteva un terzo cammino, che conduceva fino ai resti mortali dell’apostolo San Giacomo, sepolti in un luogo della penisola iberica dove, una notte, un pastore aveva visto una stella brillare sopra un campo. (…omissis…) Ai viandanti che percorrevano la terza rotta sacra fu dato il nome di “pellegrini”, e come simbolo ebbero la conchiglia.” (pag. 17-18)

Il protagonista affronta questa terza via assieme a un Maestro, che chiama Petrus (ma non è il suo vero nome).

Questa rotta, forse anche per merito del successo del libro, è ora tornata di moda, assai più che negli anni in cui scriveva (prima edizione 1987) l’autore brasiliano e sempre più spesso si sente di dire di qualcuno che l’ha seguita.

Il percorso parte da Saint-Jean-Pied-de-Port, nei Pirenei francesi e arriva a Santiago de Compostela, sulla costa atlantica della Spagna. Secondo Google Maps sono 769 chilometri: un bel viaggetto da farsi a piedi, senza contare le varie deviazioni e i giri a vuoto che faranno i due pellegrini.

Il percorso più duro sarà però quello dello spirito, dato che il diavolo è in agguato e non mancherà di rivelarsi.

Santiago de Compostela

Santiago de Compostela

avrà però modo di insegnare al suo discepolo una serie di esercizi spirituali, dettagliatamente riportati in varie schede all’interno del libro, con cui fortificare la propria anima e coglierne il soffio. Sono esercizi che chiunque può tentare di ripetere. Quanto agli esiti, fatemi sapere, perché non li ho provati!

Importante rimane, almeno, l’insegnamento che “l’uomo non può mai smettere di sognare. Il sogno è il nutrimento dell’anima, come il cibo è quello del corpo” (pag. 55).

I sogni però possono morire. Secondo Petrus i sintomi della morte dei sogni sono:

  1. la mancanza di tempo (riempiamo la nostra vita di cose da fare, dimenticandoci il nostro obiettivo);
  2. le nostre certezze (ci sembra di aver già raggiunto quello che ci serve);
  3. la pace (ci sentiamo realizzati).

Che cos’altro mi è rimasto di questo libro? La voglia di fare un lungo viaggio a piedi!

Il cammino di Santiago

Il cammino di Santiago

Firenze, 23/08/2011

 

 

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