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UN UCRONICO CHE CREDE NEL DESTINO

Quando si elencano le migliori ucronie sul nazismo si pensa quasi sempre a “La svastica sul sole” (1962) di Dick o a “Fatherland” (1992) di Harris, ma “Complotto contro l’America” (2004) di Philip Roth, pur trattando i medesimi temi, si presenta, a mio giudizio, dal punto di vista letterario, come un’opera migliore.

Innanzitutto per il forte realismo con cui viene bilanciata la fantasia ucronica, mostrando con precisione un’America di provincia, nella miglior tradizione del genere, dal punto di vista di un bambino ebreo. L’approccio ucronico qui viene reso mostrando come l’avvento al potere negli Stati Uniti nel 1940 di un personaggio non interventista e moderatamente simpatizzante di Hitler, porti a una trasformazione lenta ma inesorabile del modo di pensare e di agire di una grande democrazia, facendo riaffiorare sacche nascoste di razzismo e antisemitismo.

Perfettamente ucronica è la trovata che un singolo uomo, qui l’aviatore ed eroe americano Lindberg, possa stravolgere e mutare la storia del mondo, vincendo le elezioni al termine del secondo mandato di Roosevelt (nella realtà il Presidente vinse per quattro mandati successivi e guidò l’America nella Seconda Guerra Mondiale).

L’arresto del New Deal, dovuto al termine della sua presidenza, unitamente all’avanzata di Giappone e Germania nelle loro conquiste, porteranno alla trasformazione culturale dell’America.

Il dramma ebraico non viene visto mediante persecuzioni, ma tramite il disgregarsi dell’unità familiare, vero obiettivo delle moderate politiche anti-semitiche di Lindberg.

Il cugino orfano che vive con i Roth (i protagonisti si chiamano come l’autore), parte come volontario in guerra arruolandosi nell’esercito canadese (alleato di Gran Bretagna e Francia). Torna deluso e amareggiato e privo di una gamba, in conflitto con lo zio che ancora vede in Lindberg un pericolo, rifiuta di occuparsi della politica. Il fratello maggiore del bambino viene inserito in un programma subdolo di “americanizzazione” (qualcosa tipo i balilla nostrani, ma dedicato espressamente agli ebrei) dietro pressione della zia, che sposa un rabbino collaborazionista. Il padre viene trasferito in Kentucky dalla propria azienda, come varie altre famiglie ebraiche, ma rifiuta di partire e si licenzia, passando a un lavoro più umile alle dipendenze del proprio fratello. Insomma, niente campi di concentramento in America, ma una vita sempre più difficile, fino all’entrata in guerra deli Stati Uniti contro l’Asse. A tal punto però, Lindberg muore in un incidente aereo, Roosvelt diventa presidente per la terza volta (negli anni del suo reale quarto mandato) e la Storia ritorna nei suoi binari originari.

Ho voluto citare questo finale (ritenendo peraltro che nulla tolga alla lettura, dato che, per come è impostato il romanzo, quello che interessa il lettore sono soprattutto le vicende familiari), perché è lì, secondo me, che la visione ucronica di Roth, per il resto eccellente, ha un calo. Personalmente ritengo, infatti, che se la Storia muta, non ci sia verso di riportarla sul suo cammino originario. Credo che ogni piccolo gesto diverso, ci consegni un futuro irrimediabilmente nuovo. Quattro anni di guerra mondiale, poi, con l’embargo americano verso gli Alleati e un ostinato non interventismo, sono qualcosa che neanche l’entrata in Guerra, con Pearl Harbour, come avvenne davvero, può cancellare. Del resto Roth poco ci dice degli anni successivi, ma la sensazione che lascia è che ogni cosa torni al suo posto. A un certo punto cita persino l’attentato futuro a Robert Kennedy!

Philip Roth

Philip Roth

Non concordo insomma in una visione determinista della Storia, in cui il Destino, alla fine è immutabile. E non tanto una questione di perdita del Libero Arbitrio, ma di un approccio alla Storia che esclude il ruolo delle singole persone, dei piccoli eventi, credendo in un flusso inarrestabile, in cui le grandi forze sociali ed economiche prevalgono su tutto. Eppure mi pare evidente dalle cronache del nostro Paese e dalle vicende storiche, come la presenza di alcuni uomini abbiano da sempre orientato in modo netto e determinante il corso degli eventi. Trovo persino ridicolo pensare che se non ci fossero stati un Giulio Cesare, un Einstein, un Darwin, un Napoleone, un Mozart, un Dante altri avrebbero portato a termine la loro opera. Forse qualcosa di confrontabile, in alcuni casi sarebbe stato realizzato, ma nulla di uguale. Senza un solo versetto dell’Inferno di Dante la nostra stessa vita sarebbe stata un’altra. Questo credo sia il massimo insegnamento dell’ucronia. La “Storia senza se e senza ma” è solo uno slogan politico, ma non ha alcun senso reale.

 

Firenze, 29/09/2013

 

 

 

 

Charles Lindberg

Charles Lindberg

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IL SESSO INTERMEDIO

Middlesex è il nome di un ex-contea della Gran Bretagna, ma è anche il nome di almeno un paio di  località negli Stati Uniti d’America (in Massachussets, New Jersey) e Canada (in Ontario). Il termine, letteralmente vuol dire anche “Sesso intermedio”.

Middlesex” è il titolo di un romanzo dell’autore greco-irlandese-statunitense (difficile mettere etichette, vero?) Jeffrey Eugenides. Protagonista e voce narrante ne è un ermafrodito di nome Calliope, nato femmina e divenuto, con l’adolescenza, maschio.

Raccontare i tormenti di un adolescente che cambia sesso poteva essere argomento più che sufficiente per scrivere un romanzo, ma Eugenides non si è voluto fermar lì e ha voluto raccontarci le ragioni genetiche che hanno portato alla nascita di una simile creatura, che fa risalire alla stretta consanguineità dei suoi ascendenti.

Comincia quindi con il raccontarci le avventure dei due fratelli greci Desdemona e Lefty che, oppressi dai turchi, lasciano l’Asia Minore per fuggire in America e lungo il viaggio in nave trasformano la propria vita e identità, fingendosi sconosciuti, innamorati e infine sposandosi tra loro. Questo sarà solo il primo incesto, perché uno dei loro figli, Milton, sposerà una figlia di una loro cugina. Dal loro matrimonio nasceranno il ragazzo Chapter Eleven e la bambina Calliope, detta Callie, che, più avanti, scoprirà la propria vera natura.

Middlesex è il nome della località in cui vivono questi immigrati greci, ma è anche l’intersessualità che Callie, divenuta Cal andrà scoprendo, in un mondo in cui accanto a ermafroditi e transessuali non mancano varie sfumature di omosessualità.

Il romanzo è l’occasione oltre che per narrare le difficoltà per il protagonista e la sua famiglia di accettare la difficile situazione della ragazza/ragazzo (e dei nonni, con il loro incesto segreto), ma anche per descrivere un intero mondo, quello dell’immigrazione greca in America.

Il libro è quanto mai corposo, ma rimane sempre interessante nonostante il succedersi dei capitoli, delle generazioni e degli anni descritti.

Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides

La mia attenzione, in particolare, è stata ravvivata dalla curiosità di vedere come un tema da me già trattato nel romanzo “Giovanna e l’angelo” potesse essere affrontato: il cambiamento di sesso.

Quando scrissi il romanzo su Giovanna D’Arco, non conoscevo quest’opera di Eugenides (pubblicato nel 2002, dunque quando già stavo scrivendo il mio testo) e mi ero semmai ispirato all’”Orlando” di Virginia Wolf, affascinato dall’idea di un mutamento di sesso così repentino e quasi “senza effetto”, totalmente naturale. L’approccio qui è ben diverso. Il mutamento porta palesi effetti e reazioni nel mondo circostante, ma il suo realizzarsi è quasi altrettanto fluido: chi un giorno era femmina, un altro giorno si ritrova a esser maschio. In tutte e tre le opere, mi pare, si mantiene il concetto che la dicotomia è un fondamentale errore, che la vita è fatta di sfumature, che non ci sono solo bianchi e neri, ma tutta una gamma di colori intermedi. Eugenides ce lo scrive mostrandoci un mondo in cui Callie/Cal non è solo, non è il mostro che all’inizio crede di essere. La Wolf ci mostra l’assenza di stacchi tra gli estremi grazie alla lievità del mutamento.

 

Firenze, 25/07/2013

P.S. In questi giorni, in cui si parla tanto di omofobia, forse può meritare la lettura.

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