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SI PUÒ TRASFORMARE UNA BATTAGLIA IN ROMANZO?

Il romanzo “300 guerrieri” di Andrea Frediani descrive l’epica battaglia delle Termopili, in cui un pugno di greci affrontò in uno stretto lo sconfinato esercito persiano di Serse, rallentandone l’avanzata nella campagna per la conquista della Grecia.

Sebbene il mito ci faccia pensare a 300 opliti spartani guidati da uno dei loro due re, Leonida, che da soli affrontano milioni di persiani, in realtà, sebbene la sproporzione numerica fosse notevolissima il rapporto di forze era diverso, poiché accanto ai 300 spartani c’erano vari contingenti di altre città greche per un numero che superava probabilmente i 4.000 effettivi, come scrive Frediani, o i 7.000 secondo altre fonti. Occorre però dire che, quando ormai l’esito della battaglia era evidente, Leonida, per evitare la perdita di maggiori forze, lasciò liberi gli altri contingenti di partire, cosa che fecero quasi tutti, lasciando allo scontro finale poco più dei soli trecento spartani, che furono massacrati. I persiani, invece, potrebbero essere stati, sebbene numerosissimi, 100.000 o 150.000. I greci li trattennero per una settimana, di cui tre giornate di battaglia, permettendo alla flotta greca di organizzarsi.

Su questa battaglia ho appena finito di leggere un altro romanzo, “Lo scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi e ricordò ancora bene il fantasioso film “300” tratto dal fumetto di Frank Miller.

Il film-fumetto affronta con un tono del tutto fantastico e molto epico, nonostante la sua ironia, lo scontro e difficilmente si può rapportare a questo romanzo, che si presenta storicamente dettagliato e approfondito.

Più interessante appare il confronto con l’opera del documentarista italiano.

La scelta di Frediani è quella di descrivere quasi solamente la battaglia e i suoi preparativi attraverso gli occhi di uno dei pochi sopravvissuti, Aristodemo, nome reale, uno dei due opliti scampati alla battaglia.

Manfredi, invece, affronta un periodo temporale molto più ampio e lo fa in modo più fantasioso e romanzesco inventandosi un protagonista, l’oplita zoppo Talos, lo schiavo di uno dei due guerrieri spartani sopravvissuti, cui dà però un nome di fantasia. Il personaggio è del tutto fantasioso: si tratta di un figlio di spartiati (la classe dominante di Sparta) che viene abbandonato nei boschi da bambino perché zoppo ma, salvato dagli schiavi iloti, ritrova il fratello (il sopravvissuto) divenendone schiavo e poi ritornando al ruolo che gli spettava per nascita.

Andrea Frediani

Andrea Frediani

Entrambi gli autori descrivono la vergogna del sopravvissuto e il disprezzo della città, cosa plausibile, visto la cultura degli spartani, tanto è vero che, come nella realtà, in entrambi i romanzi, l’altro sopravvissuto si suicida. Con la nostra mentalità questo può sembrare esagerato e strano, considerando soprattutto che a salvarsi furono anche le migliaia di greci che si ritirarono a metà battaglia, ma per uno spartano era importante non tradire e abbandonare i propri compagni di falange. Che cosa avessero fatto gli altri greci evidentemente non importava loro molto.

I personaggi dei due romanzi si trovano ad abbandonare i loro compagni per forze superiori alla loro volontà. Per Manfredi è Leonida ad allontanare i due fratelli (spartiate e ilota) per cercare aiuti. Per Frediani Leonida manda Aristodemo in missione a uccidere Serse. Aristodemo e il suo compagno falliscono e tornano con una grave infezione agli occhi che li rende temporaneamente ciechi. Il compagno, Eurito, decide di combattere lo stesso. Aristodemo preferisce farsi portare via con i feriti gravi.

I due personaggi cercano dunque riscatto alla propria situazione di vigliacchi combattendo ancora. Per Manfredi il sopravvissuto si trasforma in una sorta di guerrigliero solitario che con l’aiuto di Talos combatterà contro i persiani, fino a immolarsi poi a Platea.

L’Aristodemo, nel breve epilogo post-battaglia dedicatogli da Frediani, ottiene di combattere a Platea, anche lui finisce a combattere da solo, ma semplicemente perché esce dalla formazione, affrontando e uccidendo numerosi nemici. Questo però non lo riabilita del tutto, perché uno spartano deve combattere sempre in formazione.

Altra grande differenza tra i due romanzi è la figura di Leonida.

Per Manfredi il re si trova in battaglia contando su aiuti che non riceve e, quindi, viene sacrificato dalla città e dai suoi avversari.
Per Frediani la figura è assai più complessa. Aristodemo, figura travagliata e piena di dubbi sulla propria identità di guerriero, è anche l’amante della moglie del re, la regina Gorgo. Questa gli descrive il marito come un violento, un avventuriero e un uomo che mira solo al proprio interesse personale, recatosi alle Termopili in cerca di gloria ma per nulla intenzionato a morirci. Aristodemo le crede (convincendo anche i lettori), ma poi scopre che Leonida è invece un eroe valoroso, come testimonierà con la propria morte, mentre Gorgo è una bugiarda ambiziosa e amante di Pausania, che grazie alla morte di Leonida, può divenire re a sua volta.

"300" - Miller

“300” – Miller

Il romanzo di Frediani si presenta estremamente dettagliato, presentandoci e facendoci conoscere e amare molti dei guerrieri, mostrandoci i loro scontri con grande precisione e numerosi particolari. Si tratta quindi, per me che cerco di documentarmi sullo spirito di Sparta, di un testo molto interessante. Sicuramente è molto più preciso e corretto de “Lo Scudo di Talos”, pur un’opera di un certo rigore storico.

Occorre però dire che costruire un intero romanzo, anche di una certa lunghezza, tutto su una battaglia non è cosa facile e il risultato, anche se positivo, non può che affascinare i soli intenditori o gli amanti delle imprese campali.

Oltretutto c’è una lunga parte preliminare in cui assistiamo all’attesa della battaglia, durante la quale impariamo a conoscere i vari personaggi mentre si cimentano in gare atletiche. Possibile che dei soldati passino le giornate, di grande tensione, prima di uno scontro da cui sanno che difficilmente usciranno vivi in gare sportive? Credo si tratti di un espediente narrativo di Frediani, ma che, oltre a essere il meno storicamente convincente, mi ha annoiato abbastanza, proprio per il suo spostare la tensione su scontri ludici di assai minor interesse dell’epica battaglia in arrivo.

Aristodemo, poi, mi pare troppo tormentato e pieno di dubbi per un greco e, soprattutto, per uno spartano dell’epoca, troppo psicologicamente moderno.

Insomma, “300 guerrieri” si presenta come un romanzo che, nonostante il tema, piuttosto pesante, scorre bene, anche se con qualche momento meno convincente, ma “Lo scudo di Talos”, assai meno realistico, è però più coinvolgente e narrativamente meglio costruito.

 

LE VIRTÙ CHE NON ABBIAMO

Gli “Apoftegmi spartani, in greco “Αποφθεγματα Λακονικα (Apophtegmata Laconica), tradotto in italiano (da Adelphi) come “Le virtù di Sparta, sono un’opera letteraria di Plutarco, correntemente catalogata all’interno dei Moralia.

Leggendo questo volumetto possiamo gettare un occhio sulla vita di questa città tanto spesso vituperata in una visione scolastica della storia greca che vede Atene, con la sua cultura, opporsi alla “violenta” Sparta.

Non uno sguardo moderno ma neppure uno contemporaneo agli aneddoti citati, poiché a descriverli è Plutarco, un beota, nato a Cheronea, tra Atene e Delfi (non uno spartano dunque) nel 47 d.c. e vissuto a lungo a Roma, in un tempo cioè in cui la gloria di Sparta era già storia passata.

Il volume di 166 pagine (più le note), si divide in tre capitoli: “Detti degli Spartani”, “Gli antichi costumi degli Spartani” e “Detti delle Spartane”.

La prima parte è la più corposa ed è costituita da una serie di citazioni di frasi attribuite a vari spartani, alcune a dir il vero, sono attribuite, più o meno uguali, a persone diverse.

Questo non credo sia dovuto tanto a un’inadeguatezza delle fonti di Plutarco, quanto piuttosto al fatto che certi detti erano veramente parte della cultura di quella città e quindi venivano spesso ripetuti.

Analogo discorso riguarda la terza parte, dedicate alle loro donne. La parte centrale sono aneddoti non dissimili da quelli dele altre due parti, ma privi della parte di dialogo.

Quello che emerge assai bene da queste pagine è lo spirito e la cultura di questo popolo o, meglio, le sue virtù.

Quali erano? Direi che al primo posto ogni spartano avrebbe posto il coraggio e con esso lo sprezzo per il dolore e la morte, venivano poi l’amore per la libertà, il disprezzo per il lusso e le mollezze della vita agiata, l’orgoglio di essere spartani e l’amore per Sparta, il valore guerriero, la dignità, l’onesta, il disprezzo per le chiacchiere, le fatiche inutili e i lavori comuni (che non fossero quelli del soldato).

Nel risvolto della quarta di copertina ne possiamo leggere un tipico esempio, attribuito a Leonida, l’eroe dei Trecento delle Termopili:

<<Uno disse: “Non riusciamo neanche a vedere il sole, tanto sono fitte le frecce dei Barbari”. Egli replicò “Meglio così: potremo combattere all’ombra”>>.

 Altri esempi sono:

<<Di conseguenza, quando uno gli chiese quale vantaggio avessero dato a Sparta le leggi di Licurgo, (Agesilao) rispose: “quello di disprezzare i piaceri”>>.

 

<<Una volta in Asia (Agesilao – ma l’episodio è attribuito anche ad altri, ad esempio Leotichida I) vide una casa con un soffitto fatto di travi squadrate, e domandò al proprietario se dalle sue parti i tronchi crescevano così. Quello rispose che crescevano rotondi; Agesilao gli chiese: “Allora, se crescessero quadrati voi li arrotondereste?”>>

 

<<Un’altra volta gli venne chiesto perché gli Spartani avevano più successo di tutti gli altri popoli; (Agesilao) rispose: “Perché più di tutti gli altri si esercitano a dare ordini e a riceverne”.>>

 

<<Gli abitnti dell’Asia erano abituati a chiamare il re dei Persinai Gran Re, ma Agesilao faceva notare: “In che cosa è più grande di me, se non è più giusto e più saggio?”>>

 

<<Quando uno gli chiese perché gli Spartani affidavano i campi agli Iloti e non se ne occupavano personalmente, (Anassandrida) rispose: “Vedi, abbiamo conquistato tante terre proprio perché coltiviamo noi stessi, non i campi”>>.

 

<<Quando Dionisio, il tiranno di Siracusa, mandò alle figlie di Archidamo vesti assai preziose, egli rifiutò dicendo: “Ho paura che le mie ragazze, con quella roba addosso, mi sembrino brutte”>>.

 

<<Quando gli efori lo condannaro a morte, Tettamene si allontanò con un sorriso sulle labbra. Allora uno dei presenti chiese se era un segno di disprezzo per le leggi di Sparta, ma egli rispose: “No, anzi! È un segno di gioia, perché posso scontare questa pena senza fare debiti e senza chiedere niente a nessuno”>>

Plutarco

Plutarco

<<”Solo voi spartane comandate ai vostri uomini”. Gorgo replicò: “Sì, perché solo noi mettiamo al mondo uomini”>>.

 

<<Quando un tale una volta gli chiese perché aveva disposto che le ragazze si sposassero senza dote, (Licurgo) rispose: “Non deve succedere che una sia trascurata perché è povera o un’altra sia ambita perché è ricca. Gli uomini devono guardare il carattere di una ragazza e fare la scelta in base alla virtù”>>.

 

<<Sentendosi chiedere da un tale perché gli spartani si lasciavano crescere barba e capelli, (Nicandro) rispose: “Perché per un uomo l’ornamento più bello e a buon mercato è quello naturale”>>.

 

<<Un ateniese gli fece osservare: “Voi Spartani siete rigidissimi nel rifiutare ogni occupazione fissa, Nicandro”. Egli ribattè: “ È vero; ma il fatto è che non vogliamo sprecare il nostro tempo in qualsiasi sciocchezza, come voi”>>.

 

<<Quando uno gli chiese perché a Sparta non era consentito modificare nessuna delle antiche leggi, Pausania, figlio di Plistoanatte, rispose: “Sono le leggi che devono governare gli uomini, non gli uomini le leggi”>>.

 

<<Quando uno gli domandò per quale motivo gli Spartani volevano che le donne sposate si presentassero in pubblico col velo e le ragazze senza, (Carillo) rispose: “Perché le ragazze devono trovare marito, le donne devono tenersi quello che hanno”>>.

 

<<Quando gli chiesero che cosa sapesse fare, uno spartano rispose: “Esssere libero”>>

 

<<Uno straniero in visita a Sparta, vedendo gli onori tributati agli anziani da parte dei giovani, commentò: “Sparta è la sola città dove conviene essere vecchi”>>

 

<<Una volta una donna della Ionia si vantava di una tela di gran valore che aveva tessuto: sentendola, una spartana le indicò i suoi figli, quattro splendidi ragazzi, e le disse: “Queste devono essere le occupazioni di una donna virtuosa: è di questo che dobbiamo andare fiere e vantarci”>>.


Vi sembrano così male questi spartani? La propaganda filo-ateniesi ce li ha dipinti come assassini di bambini storpi, ignoranti e con il solo pensiero della guerra, ma non si può negare che avessero delle “virtù”, molto lontane dalla nostra cultura moderna e consumistica, ma non prive di valore.

Forse non sarebbe male se anche da noi alcuni di questi detti tornassero di moda: magari così i nostri politici (quelli meno sciocchi e meno corrottti, gli altri sono senza speranza) – e non solo loro – potranno cominciare a provare un po’ di vergogna.

 

Firenze, 19/02/2010

LA MAESTRIA NARRATIVA DI UN AUTORE COMMERCIALE

Dopo aver finito di leggere, non proprio entusiasticamente, i libri di tre premi Nobel (Munro, Lessing e Llosa), passo, con piena soddisfazione a leggere un autore italiano, vincitore di numerosi premi anche se nessuno di livello paragonabile: Valerio Massimo Manfredi. Lo avevo già apprezzato per la trilogia “Alexandros” e, indirettamente, per il film “L’ultima legione”, tratto da uno dei suoi romanzi. Ho ora completato la lettura de “Lo scudo di Talos” (1988), approcciato nell’intento di documentarmi su Sparta, argomento connesso al romanzo che ho ripreso a scrivere in questi giorni.

Trattandosi di scrittore la cui celebrità appare connessa all’attività di conduttore televisivo, qualcuno lo accusa di essere un autore commerciale. Che cosa questo voglia dire è un discreto mistero. Sono commerciali gli autori che arrivano al successo grazie a una buona presenza mediatica? Ci sono forse altri modi per diventare famosi? Direi che, più che altro, ci sono diversi approcci ai media, ma senza di questi diventa ben difficile per qualunque autore, Nobel compresi, raggiungere fasce ampie di lettori. Se, invece, definiamo commerciale un autore perché sa scrivere in modo chiaro, limpido e sa farsi apprezzare dai lettori, allora, in questo caso, posso concordare che Manfredi sia “commerciale” e riterrei l’aggettivo un complimento.

Ebbene, la mia modesta impressione è che dei quattro autori da me citati sia proprio lui quello che scrive meglio: una trama coinvolgente, personaggi ben delineati, uno stile senza pretese ma chiaro ed efficace, un ambientazione ben studiata, una suspance tenuta viva da un continuo succedersi di eventi. Poco importa che le vicende narrate siano ben note (almeno a me), trattandosi delle grandi battaglie del
mondo greco contro l’invasore persiano, perché Manfredi riesce a creare un personaggio, Talos- Kleidemos, che oltre a esserne testimone diretto e protagonista, offre al lettore una propria storia originale, un proprio dramma personale, forse un tantino caricaturale (abbandonato ai lupi perché zoppo, viene allevato da un servo ilota e alla fine riconquista il suo ruolo nella famiglia d’origine e nella società), ma non per questo meno efficace, con la sua doppia natura di spartiate e ilota (padrone e schiavo), incerto su quale parte prendere nel conflitto tra i dominatori della città e i loro sottoposti.

Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi

Spesso un segnale di scrittura debole per me è il ricorso a inutili scene di sesso. Qui non manca un amore travagliato, ma Manfredi non vi indulge, dimostrando in questo di essere assai meno “commerciale” di altri o forse di esserlo così tanto da capire quanto e quando il ricorso al sesso sia accettabile nella narrazione.

Insomma, se i tre Nobel mi avevano lasciato con un po’ di delusione, qui ritrovo un libro da leggere con piacere e che si lascia con l’impressione che qualcosa rimarrà nella memoria ancora a lungo anche dopo aver chiuso il lettore (sì, anche questo l’ho ascoltato in TTS sul mio e-reader!).

 

L’ALIENO GRECO

L'uomo greco - Jeanne-Pierre Vernant

L’uomo greco – Jeanne-Pierre Vernant

Ottima raccolta di saggi scritti da autori diversi, quella curata da Jeanne-Pierre Vernant con il titolo “L’uomo greco” (Editori Laterza).

Ogni capitolo è dedicato a diversi punti di vista, con cui scrutare ed esaminare la peculiarità dell’Uomo che abitò la Grecia antica.

Mossé ce ne parla in relazione all’economia, Garlan rispetto alla guerra, Cambiano ne esamina il processo di crescita e formazione, Canfora lo osserva nella sua qualità di cittadino, Redfield lo coglie nella sua vita domestica e familiare, Segal ne analizza le qualità di uditore e spettatore, Murray esamina le caratteristiche della socialità e Vegetti il suo rapporto con gli Dei.

Colto da tanti punti di vista, l’uomo greco ci viene restituito sotto forma di un ritratto multidimensionale di discreta profondità.

Nell’affrontare come lettori una simile analisi, non possiamo non restare colpiti dalle grandi similitudini con questo nostro antenato culturale, ma anche dalle immense differenze, che la morale cattolica e la cultura “disneyana” (che tende a rendere simile a sé ciò che simile non è) comunemente nascondono, come la diffusione di amori omosessuali e pedofili, l’infanticidio sistematico, la mancanza di una religione dogmatica, il disprezzo per il lavoro, il senso civico che giunge a dar prevalenza al pubblico sul privato in forme di comunismo ante-litteram, che poteva essere caratteristica solo di alcune città, come la peculiare Sparta, ma anche essere carattere permeante dell’intera cultura della penisola.

Quanto diversa è, infatti, la religiosità degli uomini dell’Ellade, senza dogmi, dottrine, caste sacerdotali, libri sacri, ma che pervade così profondamente ogni istante del quotidiano.

Quanto siamo lontani dal cogito cartesiano, come nota lo stesso Vernant, con la realtà che preesiste alle coscienze, con la vista che esercita azione sull’oggetto osservato.

Quanto è diversa la vita eterna assicurata dalla memoria della comunità, rispetto ai paradisi cristiani.

Pare quasi incredibile che il disprezzo per i lavori artigianali (da noi spesso così “vezzeggiati”) possa portare persino alla proibizione per i cittadini di praticarli, come nota Mossé, citando Senofonte.

E che dire della diffusione della schiavitù? Forse in questo campo, in cui ci crediamo tanto diversi, le differenze sono minori: non siamo in fondo quasi tutti schiavi part-time, con il nostro tempo nelle mani dei datori di lavoro?

Singolare che persino i banchieri fossero in prevalenza ex-schiavi, segno che il commercio del denaro fosse qualcosa di particolarmente repellente per un vero cittadino. Anche il cristianesimo medievale, del resto, ne vietava la pratica ai propri fedeli.

Jeanne-Pierre Vernant

Jeanne-Pierre Vernant

Quando lo zoon politikòn diventa homo oeconomicus, finisce la grecità e inizia l’ellenismo.

E la guerra? L’Atene classica vi dedicò in media 2 anni su 3. Sparta era in perenne stato di allerta, in continua guerra civile con i propri schiavi iloti. Gli storici greci si occupavano quasi solo di combattimenti, quasi che altre materie fossero di scarso interesse. La guerra era fonte primaria di approvvigionamento.

Che gli spartani uccidessero i figli gracili lo sanno tutti, ma forse non tutti sanno che anche Aristotele abbia ribadito la necessità di una legge che proibisse di allevare figli deformi.

Il poeta Posidippo scriveva “Ognuno, anche se povero, alleva un figlio maschio; una figlia, anche se ricco, la espone”. L’esposizione comportava morte quasi certa.

A Sparta i neonati venivano lavati con vino, in modo che quelli malaticci fossero presi da convulsioni. Le loro nutrici (che li allevavano al posto delle madri), li abituavano subito al buio, alla solitudine, a un’alimentazione austera e a non far capricci. A sette anni, venivano riuniti in squadre e vivevano fuori casa, scalzi e rasati, con un solo abito per ogni stagione. Per rimediare allo scarso rancio dovevano abituarsi a rubare, ma, se scoperti, venivano severamente puniti.

La scuola si basava su ginnastica, musica e scrittura. E tutte le materie dei nostri figli?

E l’usanza da far-west d’andare in giro armati?

E la letteratura? Fulcro degli insegnamenti scolastici dei nostri giovani studenti del Liceo Classico e non solo? Di cosa parlavano i loro scritti? Non certo d’amore, non nel senso dei nostri romanzi rosa, romance o della stucchevole presenza in ogni racconto di un qualche inutile innamoramento.

Certo abbondavano le storie che parlavano di rapporti tra uomini e donne, ma diverso ne era il senso e il fine. Ippodamia è il premio per chi batte suo padre Enomao. Conta la competizione non l’innamoramento. Giasone seduce Medea, ma per portare a compimento la sua missione, come nota Redfield.

Non contava l’innamoramento ma la “successione familiare”. Il genitore o il figlio che bloccano la successione erano alla base della trama delle storie che appassionavano i greci. Edipo che uccide il padre e sposa la madre. Urano e Crono che tentano di impedire la propria successione. Le Menadi che si nutrono della carne dei propri figli. L’Odissea mira a ricostruire un matrimonio, ma parla di molto altro.

Le cose cambiano da Menandro in poi.

E il ruolo della donna? Non solo erano escluse dalla cittadinanza come bambini e schiavi, ma non veniva riconosciuta loro la forma più alta d’intelligenza, quella politica, e non se ne incoraggiava l’istruzione. Persino il saggio Socrate considerava gli uomini migliori delle donne in tutto, persino nel tessere e nel cucinare.

Senofonte

Senofonte

Solo nella più maschilista e militaresca delle città greche, Sparta, alle donne era riconosciuto il diritto di ereditare e possedere beni, ma questo derivava dal disprezzo degli spartani per le ricchezze. Come nota RedfieldGli uomini avevano loro abbandonato la casa e la famiglia, a quanto pare, per assicurarsi la loro superiorità, lasciando alle donne l’instabile emozionalità, le tendenze antisociali e le basse motivazioni” (pag. 175).

La casa era il loro mondo e non era previsto che viaggiassero.

Il matrimonio (engye) era una transazione tra genero e suocero. La festa di nozze (gamos) era solo un festeggiamento che nulla sanciva e niente aggiungeva all’engye. Il mito di Pandora ci rivela come il matrimonio sia vissuto dall’uomo greco come un inganno. Come Eva, Pandora porta alla caduta dell’Uomo nei rapporti con la divinità.

Colui che si affida a una donna si affida all’inganno” scrive Esiodo ne “Le opere e i giorni”. A Sparta si diceva che lo Stato sarebbe perfetto se non ci fossero le donne.

Insomma, quanto ci somiglia davvero questo nostro antenato, la cui cultura, con quelle romana, araba ed ebraica, è una delle colonne portanti della nostra? Perché nelle scuole si dà così poco risalto alle profonde differenze che si sono create in secoli di storia? Abbiamo ancora paura di confrontarci con modelli sociali e morali diversi dal nostro, persino se si tratta, appunto delle nostre stesse radici? Siamo in grado di interrogarci sul perché di queste differenze e sul senso delle nostre scelte sociali?

Firenze, 07/07/2011

COME COMBATTEVANO I GRECI

Victor Davis Hanson - Una guerra diversa da tutte le altre

Victor Davis Hanson – Una guerra diversa da tutte le altre

Una guerra diversa da tutte le altre”, sottotitolo “Come Atene e Sparta combattevano nel Peloponneso” di Victor Davis Hanson, edito da Garzanti, è un volume dall’aspetto “impegnativo” con le sue quasi cinquecento pagine fitte di testo, ma che in realtà si legge assai piacevolmente, sia per il linguaggio scorrevole dell’autore sia per l’enorme interesse delle materie trattate. Interesse che supera quello apparente dell’argomento.

Trai libri su Sparta che mi ripromettevo di leggero, questo, in effetti, era rimasto un po’ in fondo e gli avevo preferito altri testi più generici o più snelli, non ritenendo, erroneamente, che le tecniche belliche potessero interessarmi particolarmente. È però un libro che fa riflettere. Innanzitutto sull’influenza che le guerre, quella del Peloponneso in particolare, hanno avuto sulla cultura greca. Giustamente Hanson si chiede se avremmo avuto Sofocle, Euripide e Aristofane se questa guerra non fosse stata tanto lunga e violenta. La guerra fu catalizzatrice di civiltà e di cultura o contribuì a dissipare energie che si sarebbero potuto dedicare alle arti? Certo senza questo conflitto fratricida, la Grecia sarebbe stata assai diversa.

Più si legge questo libro, più si scopre che il titolo è quanto mai azzeccato: fu una guerra davvero particolare. Eppure, come fa notare lo stesso Hanson, fu anche una guerra emblematica e anticipatrice di tante guerre successive.

Hanson nella sua narrazione usa come fonte antica principale Tucidide, il grande narratore della Guerra del Peloponneso, mostrandoci come già allora questo storico, che era stato anche un generale, avesse saputo cogliere ed evidenziare tante peculiarità di questo conflitto.

Una fra tutte il fatto che si scontrassero una potenza di terra oligarchica (Sparta), contro una potenza di mare democratica (Atene) che, proprio per il diverso tipo supremazia militare e di organizzazione politica evitavano di scontrarsi sul “terreno” del nemico. Questo ha portato a un protrarsi trentennale del conflitto, fino a quando Sparta, grazie alla pesante sconfitta di Atene contro Siracusa, che ne decimò la flotta, riuscì a uguagliarla anche sul mare e quindi a sconfiggerla.

Un’altra caratteristica erano gli aspetti economici del conflitto. Atene era ricca e Sparta povera. Solo quando i persiani presero a finanziare Sparta, questa riuscì a crearsi la flotta di cui necessitava per affrontare Atene.

Victor Davis Hanson

Victor Davis Hanson

I conflitti in cui gli avversari si muovono su piani diversi sono ancora i più lunghi e dolorosi, basti pensare allo scontro trai terroristi e le superpotenze come gli USA o la Russia, ai conflitti del Vietnam o dell’Afghanistan: non si possono vincere finché uno dei due contendenti non si muove sullo stesso piano dell’altro, cosa non sempre possibile.

Numerose sono le riflessioni che portano a raffrontare la situazione greca con epoche successive, a esempio Atene aveva la stessa illusione degli Stati Uniti di essere un’esportatrice di civiltà e democrazia e così facendo si scontrava con il risentimento dei popoli che tentava di convertire o, altro esempio, l’atenizzazione come anticipazione della globalizzazione.

Interessante è anche vedere come la Grecia abbandonò le antiche regole belliche per sprofondare in una vera e propria guerra fratricida, senza esclusione di colpi, in cui intere città furono rase al suolo, la popolazione civile sterminata o schiavizzata, spesso con atti di autentica barbarie, come non ci si aspetterebbe dai civilizzati greci. Rilevante il peso delle malattie, come la peste, che misero in ginocchio Atene e non solo. Sorprendente la quantità di uomini necessari per tenere in piedi una flotta come quella ateniese, capace ogni volta di rigenerarsi anche se in varie battaglie venne quasi azzerata.

Tucidide

Tucidide

Fu la guerra di Atene per affermare la democrazia in Grecia o fu la guerra di Sparta per liberare la Grecia dall’impero ateniese?

Peccato per le numerose ripetizioni, dovute forse al fatto che il libro è diviso in argomenti generali (Paura, Fuoco, Malattia, Terrore, Armatura, Mura, Cavalli, Navi, Il momento culminante e Rovina?) e questo comporta la necessità di tornare su aspetti o dati già trattati. O forse l’autore temeva che nella gran mole del libro il lettore potesse dimenticarsi di alcuni concetti espressi in parti precedenti del volume. Comunque sono tollerabili e aiutano a memorizzare meglio certi eventi e certe considerazioni che l’autore evidentemente ritiene rilevanti.

Firenze, 30/09/2010

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