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IL PELLEGRINO DEL TEMPO E IL TURISTA VISCHIOSO

Leggendo il titolo “La società dell’incertezza” la prima cosa cui ho pensato è questo nostro mondo sommerso da una miriade di informazioni e di La società dell'incertezza - Zygmunt Bauman - copertinasegnali contrastanti in cui l’incertezza non può che dominare. Eppure questo non è negativo, perché è segno di una società multiculturale, in cui opinioni diverse corrono in rete, senza controllo, è vero, ma con la massima libertà, lasciando il modo persino a sostenitori delle tesi più assurde (pensate per esempio ai terrapiattisti o ai respiriani) di avere un loro seguito e una loro credibilità. È il bello e il difficile assieme della libertà di questo nostro tempo ebbro di informazioni.

Zigmunt Bauman pubblica “La società dell’incertezza” nel 1999 e dunque alla fine del passato millennio, forse un po’ troppo presto per essere già stato travolto dall’ondata del web dilagante.

Nell’introduzione si legge “Con lo spirito del patologo chino al suo lavoro, Bauman ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave ‘riciclaggio’ e come ‘medium’ per eccellenza il videotape; una società dove il tempo si frammenta in episodi, la salute diventa ‘Fitness’, la massima espressione di libertà è lo ‘zapping’. Dalle macerie del vecchio ordine politico bipolare sembra emergere solo un nuovo disordine mondiale, mentre l’economia invoca e ottiene la deregulation universale. Le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore e il turista. Ma forse più di ogni altro lo straniero.”

Che i vent’anni trascorsi siano un’era lo dicono parole come “videotape” e “zapping” che appartengono già alla nostra preistoria tecnologica. Non per questo l’analisi della fine dell’epoca moderna e del suo passaggio al post-moderno effettuata da Baumann è già superata. Tutt’altro. Il saggio si legge con interesse ed è ricchissimo di spunti.

Innanzitutto, il conflitto tra libertà e sicurezza, che va oltre quanto già sopra accennato sulla libertà di circolazione delle informazioni che ci toglie la sicurezza della loro veridicità. È il vero grande conflitto politico di questi nostri anni di destre razziste riemergenti. Su questo tema la posizione della religione non è indifferente “se Dio c’è, non c’è crudeltà, anche atroce ed efferata, che non si possa commettere nel Suo nome.

 

La nostra società è marcata da una folle ricerca della felicità ma è incapace di comprendere come questa sia solo temporanea. “Il segreto per ottenere la felicità nella vita in città consiste nel saper vivere intensamente l’avventura generata dalla incerta definizione della propria mèta e del proprio itinerario”.

Difficile essere felici nel nostro tempo privo di certezze: “la fonte più profonda della loro infelicità era l’incertezza”. “La felicità è una fuga dall’insoddisfazione.” “Poiché la felicità è lenta ad arrivare, e, una volta arrivata non si può mai sapere quanto a lungo si fermerà, la ricerca non ha mai fine, e necessita di obiettivi sempre nuovi.”

Se nel mondo moderno si faceva di tutto per costruirsi un’identità forte e riconoscibile, che ci forniva stabilità e sicurezza, nel mondo post-moderno, fatto di avatar e nickname, di situazioni in continua evoluzione, l’obiettivo è il superamento dell’identità, forse spinti da una spasmodica ricerca della privacy in un mondo che è sempre più una piazza informatica globale.

Siamo nel tempo dell’identità biodegradabile: “La postmodernità in plastica biodegradabile.

 

Si sofferma, poi, Bauman sulla differenza tra pellegrino e turista, per dire che è finito il tempo dei primi e siamo in quello dei turisti.

Rimuginava Sant’Agostino, i Cristiani vagabondano «come in pellegrinaggio nel tempo, cercando il regno dell’eternità» . Pellegrini del tempo, che splendida espressione! Se si crede in un aldilà quanto è vera: attraversiamo il nostro tempo mortale come in un viaggio, ma la nostra vera vita è altrove.

La definizione, però, è affascinante anche per un ateo: che cosa facciamo se non attraversare il tempo dalla nostra nascita alla nostra morte? Crediamo di vivere in un luogo, ma siamo anche in continuo movimento nel tempo.

“Per i pellegrini nel tempo, la verità è altrove; il vero luogo è sempre a una certa distanza, lontano nel tempo. Dovunque il pellegrino sia ora, non è il luogo dove dovrebbe essere o dove sogna di essere.” Chi viaggia è sempre a metà strada. Viaggiare è realizzare un sogno, muoversi verso una meta agognata e immaginata, che potrà anche rivelarsi del tutto diversa (o almeno così era in tempi precedenti google e streetview). “La vita terrena non è se non una breve “ouverture” all’eterna durata dell’anima.

II mondo non è più ospitale verso i pellegrini. I pellegrini hanno perso la loro battaglia vincendola. Si sono dati da fare per rendere il mondo solido rendendolo flessibile, in modo che l’identità potesse essere costruita secondo la propria volontà, ma costruita sistematicamente, piano dopo piano e mattone dopo mattone. Hanno incominciato con il trasformare lo spazio in cui bisognava costruire l’identità in un deserto. Si sono resi conto che il deserto, anche se confortevolmente privo di qualsiasi configurazione per coloro che intendono lasciare il proprio segno, non trattiene bene i segni. Più è facile lasciare un’orma, più è facile cancellarla. Basta un soffio di vento. E i deserti sono posti ventosi.

Divenne presto evidente che il vero problema non era tanto come costruire un’identità, ma come preservarla”.

Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è stato un sociologo, filosofo e accademico polacco.

Viviamo in un grande deserto in cui non solo “verba volant” ma anche gli scritti e ogni manifestazione del nostro essere, travolti dalle onde di piena del web, su cui ormai anche i migliori surfer non riescono ad allontanarsi dalla spiaggia.

Il flâneur è un gentiluomo che vagabonda senza meta, godendosi la vita.

Walter Benjamin trasformò “flâneur” in una parola comune dell’analisi culturale, figura centrale e simbolica della città moderna. Tutte le sponde della vita moderna sembravano incontrarsi e legarsi nel passato e nell’esperienza del bighellone: andare a passeggio come uno va a teatro, trovandosi tra estranei ed essendo per loro un estraneo (nella folla ma senza appartenervi)”.

“I malls hanno dato inizio alla promozione postmoderna del flâneur”. Il vagabondare è diventato forza propulsiva dell’economia moderna, è stato canalizzato nei corridoi dei centri commerciali, indirizzato dalle tentazioni dello shopping, fisico o virtuale.

“Il vagabondo. Il vagabondo era il flagello della prima modernità, il germe che portava governanti e filosofi alla frenesia di ordinare e normare. Il vagabondo era senza padroni, e l’essere senza padroni (fuori controllo, disordinato, libero) era una situazione che la modernità non riusciva a tollerare e contro la quale lottò fino alla fine.”

“Ciò che faceva del vagabondo una figura terrificante era la sua apparente libertà di muoversi e quindi di sfuggire alla rete di controllo locale.”

Ora, invece, il vagabondo è stato irreggimentato. Ogni suo movimento è controllato e canalizzato verso il consumo.

“Come il vagabondo, il turista era solito occupare i margini dell’azione «propriamente sociale» (anche se il vagabondo era un uomo marginale, mentre il turismo era un’attività marginale), e si è ora spostato verso il centro (in entrambi i sensi). Come il vagabondo, il turista è in movimento. Come il vagabondo, egli è dovunque egli vada, ma non è mai del posto.”

Il mondo del turista è interamente ed esclusivamente strutturato in base a criteri estetici (sempre più numerosi autori che notano l’«estetizzazione» del postmoderno a sfavore della sua altra dimensione, anche morale, descrivono -senza accorgersene – il mondo visto dai turisti; il mondo «estetizzato» è il mondo abitato dai turisti)”.

Siamo turisti per tutta la vita in costante ricerca di una felicità fatta di nuove scoperte che possano meravigliarci ogni volta di più, perché la meraviglia funziona così, c’è solo verso qualcosa di totalmente nuovo. Si procede in un crescendo di emozioni. Diveniamo avidi di novità, di nuove esperienze.

Eppure… Eppure in questo mondo di perenni turisti, di gente in continuo movimento e quindi eternamente straniera rispetto a chi gli è attorno, non più parte di una comunità fisica ristretta ma semmai di mega comunità distribuite e virtuali, in questo mondo temiamo ancora lo straniero, l’estraneo, il diverso. Perché ci fa paura? Perché ci somiglia. Se siamo tutti turisti in casa nostra, siamo anche un po’ stranieri. Bauman lo spiega con la vischiosità. Se ci immergiamo nell’acqua non proviamo orrore perché resta separata da noi, ma se ci immergiamo in qualcosa di vischioso, questo ci resta addosso perché ha una consistenza simile a noi. Lo straniero (il migrante, direi oggi) ci fa tanto più paura quanto più ci somiglia (o magari somiglia al nostro passato rimosso). Più gli siamo vicini, come condizione economico-sociale per esempio, più ci disturba. “Entrare in contatto con il vischioso significa rischiare di dissolversi in esso”. “Ognuno rappresenta per l’altro l’elemento vischioso, ma ciascuno combatte la vischiosità dell’altro in nome della propria purezza.

Ed ecco che la paura del diverso diviene strumento di controllo politico per i potenti. Mezzo di propaganda. Sistema per spostare l’attenzione dai problemi reali.

Bauman passa, quindi, a parlare del sistema di controllo politico panottico del mondo moderno, basato sia su fabbriche di ordine come scuole, caserme, carceri, ma anche e, soprattutto, sulla famiglia, “fu probabilmente l’impiego della famiglia come agenzia di sorveglianza complementare che spinse Foucault a descrivere il potere panottico come capillare”.

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flâneur

Il panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham.Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Siamo tutti prigionieri di un sistema in cui ogni nostro movimento è controllato dal web grazie alla nostra attiva collaborazione, ai nostri sistemi GPS, ai nostri post in cui comunichiamo costantemente dove siamo e che cosa siamo al mondo intero che pare indifferente ma registra ogni cosa.

Il mondo moderno era uno in cui ordine ed efficienza erano fondamentali e implicavano anche la salute dei propri membri, salute intesa come fitness, la sola forma che consenta di essere sempre reattivi agli stimoli promozionali che ci trasformano in consumatori partecipi.

In un modo o nell’altro, i «disordini» più diffusi e preoccupanti sono i «disordini» del “consumo”.”

Si combatte contro la morte, ma poiché non può essere sconfitta la si divide in miriadi di patologie da combattere separatamente. Ecco allora l’esigenza di isolare i malati. Ecco l’eugenetica. Ecco il suo degenerare nel razzismo. Le azioni della comunità si concentrano contro ciò che minaccia la salute. Lo straniero ne minaccia l’integrità e va isolato, allontanato o assimilato. La diversità appare come un male, anziché come una ricchezza della società. L’assimilazione dello straniero può darci l’illusione di non essere un approccio razzista, ma lo è come gli altri due, in quanto nega la convivenza con la diversità.

Non sempre Bauman sembra assumere una posizione precisa, di approvazione o disapprovazione, in quanto descrive, ma il volume si presenta ricco di temi di riflessione per analizzare e comprendere il nostro tempo o, meglio, il nostro recente passato.

 

LA SOCIETÀ CAPRICCIOSA

Risultati immagini per modernità liquidaNon saprei se l’intento di Zygmunt Bauman scrivendo il saggio “Modernità liquida” sia stato quello di convincere il lettore che il tempo che stiamo vivendo sia qualcosa del tutto diverso da quello precedente e che necessiti di una nuova definizione ovvero possa essere definito come l’epoca della “Modernità liquida”. Certo, Bauman offre molti interessanti ragionamenti ed esempi per segnalare come la nostra epoca sia mutata rispetto a quella da cui siamo appena usciti, ma mi è parso che nel saggio manchi qualcosa che leghi tra loro tutti questi ragionamenti e concetti e segni il tratto determinante per definire la nostra una “Modernità liquida”, non sono, insomma, uscito dalla lettura, del tutto convinto sullo stacco logico tra la precedente modernità e l’attuale, di cui vedo ancora troppi elementi di continuità, ma per il resto le argomentazioni di Bauman meritano certo un lettura e una riflessione su molti dei punti trattati.

 

Il saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) sociologo, filosofo e accademico polacco di origini ebraiche, si apre introducendo tre concetti.

Il primo è che il desiderio di libertà non è poi così forte e che molti, in una società opulenta come la nostra, non solo non desiderano essere veramente liberi, ma di norma non sono nemmeno consapevoli di vivere in una libertà limitata. Riporta l’esempio dei marinai dell’Odissea che, mutati in porci da Circe, non vogliono tornare alla “libertà” originaria di esseri umani.

Il secondo è che la nostra società attuale pur avendo conservato (se non acuito) la propria capacità di critica del sistema, ha perso l’impulso a lottare per cambiarlo, perché, come notava desolatamente Marcuse, non c’è una base di massa sufficiente ad avviare un processo rivoluzionario che possa mutare uno status quo che non è percepito come negativo (sebbene abbia ampi margini di miglioramento e numerosi aspetti deleteri).

Il terzo è la definizione del periodo attuale come “Modernità liquida”, in contrapposizione alla precedente epoca totalitaria, caratterizzata dai modelli standardizzati di ispirazione fordiana, un mondo organizzato come catena produttiva.

Ford aveva inventato il sistema per evitare la diserzione del proprio esercito, incatenandolo in un processo che non poteva essere interrotto.

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Zygmunt Bauman

Per l’autore il passaggio alla Modernità Liquida corrisponde anche al passaggio all’individualismo. Come dice Toqueville, l’individuo è il peggior nemico del cittadino, e quindi l’individualismo sta rubando spazi al pubblico, al sociale. La grande paura delle distopie del XX secolo, come “1984” di George Orwell e “Il mondo nuovo” di Huxley si sono rivelate infondate. Nascevano dalla paura dei totalitarismi europei, come nazismo, fascismo e stalinismo, ma lo shock di quelle esperienze è stato così forte da spingere la società alla deriva verso il suo opposto, verso un mondo in cui l’interesse individuale e personale pare il solo che conti, con il risultato che gli Stati, anziché occuparsi delle problematiche sociali, ambientali, economiche e magari finanziarie, si concentrano, soprattutto nella comunicazione, verso false problematiche come la sicurezza, erigendo muri e barriere e creando clamore su casi di violenza statisticamente del tutto irrilevanti o ergendosi a baluardo verso ciò che è “altro” e “diverso”.

La morte del cittadino, sotto i colpi dell’individuo, si vede fortemente in alcuni Paesi come l’Italia, in cui il senso civico si è perso, forse per effetto di una prolungata percezione del Governo come entità aliena (in ricordo di passate dominazioni straniere) da combattere e imbrogliare, piuttosto che espressione della comunità cui si appartiene, lasciando ampi spazi a mafie e camorre.

La differenza tra capitalismo pesante e capitalismo leggero, per Bauman, si nota anche nella sostituzione di numerose autorità a una o poche, con il risultato che, proprio per il loro numero, le autorità cessano di essere tali e i leader sono sostituiti dai consulenti, la cui autorità deriva dall’approvazione di chi ne cerca il parere.

Le paure orwelliane si sono così ribaltate, al punto che il pericolo oggi sono la moltitudine di Piccoli Fratelli onnipresenti, piuttosto che l’autorità statalista del Grande Fratello. I Talk Show hanno portato il privato nella sfera del pubblico, svolgendo un’importante funzione sociale di liberazione da paure e complessi, mostrando che panni sporchi simili ai nostri erano lavati sui teleschermi. Il privato ambisce a diventare pubblico. Desidera apparire. I Talk Show sono solo per pochi e qualificati (a modo loro) soggetti. I reality danno visibilità alla gente comune, ma sempre solo a pochi. Le community del web sono la piazza in cui ciascuno, chiunque, può esibirsi e recitare la sua parte, in cui gli viene costantemente chiesto “cosa pensi?” (anche se si trova in spazi virtuali che tutto inducono anziché il pensiero), in cui ciascuno dichiara dove si trova, con chi, perché e come, in una spontanea rinuncia alla privacy, in un annichilimento delle barriere che difendevano il privato, in un’illusoria corsa a dimostrare di essere individui, di essere speciali, di essere notati, di essere parte di una community virtuale ma rinunciando al senso civico di appartenente a una comunità sociale.

Centro commerciale a Monaco di baviera – Agosto 2015 – Foto di Carlo Menzinger

La modernità liquida, superato da tempo il concetto di bisogno, supera anche quello di desiderio, sostituendolo con il capriccio. La compulsione allo shopping non deriva certo dall’esigenza di soddisfare un bisogno, dato che bisogni primari e secondari sono già ampiamente soddisfatti della civiltà occidentale dell’opulenza, ma il desiderio non basta più a pilotare i consumi. Occorre stimolare il capriccio infantile, l’impulso immediato e irrefrenabile all’acquisto, reso sempre più semplice e fruibile ovunque dalle vendite on-line e dai sistemi di pagamento elettronici che attuano un nuovo passaggio di smaterializzazione della ricchezza, non più “pecunia” (misurabile in termini di “pecore” o altri beni), ma neanche più equivalente di metalli preziosi o tangibile carta, ma flusso impercettibile di bit in rete.

E il corpo finisce in questo meccanismo con la confusione tra salute e fitness, dove la salute può essere perseguita e talora raggiunta ma la forma perfetta e sempre da raggiungere e per il fitness occorre sempre continuare a combattere, perché basta distrarsi un attimo per perderlo. Ed ecco fiorirvi attorno un mercato colossale.

A difesa dell’individualismo e dei suoi desideri di sicurezza sorgono i muri. Bauman ci parla del progetto sudafricano di città-isola Heritage Park dell’architetto Hazeldon (viene da pensare, però alla Brexit e al muro messicano di Trump) ma anche della necessità, negli incontri tra estranei di indossare maschere, in primis quella della “buona creanza”, tipica di un mondo in cui ciascuno è estraneo agli altri.

Il desiderio di muri è segno di un ritorno al Medioevo e alle sue città fortificate.

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La Defénse – Parigi

Bauman quindi ci parla di spazi pubblici, lo spazio che esclude (fa l’esempio de La Defense a Parigi, in cui la piazza non è un luogo in cui vivere, ma solo spazio scenico e di passaggio) e lo spazio che ci rende uguali, come i Centri Commerciali, dove ogni differenza è annullata, tutti sono uguali e tutti sono lì per il medesimo fine, dove ognuno è un estraneo per gli altri e non occorre costruire dei rapporti con i passanti. Il Centro Commerciale è il nuovo Tempio, spazio che purifica i rapporti sociali rendendoli neutri,

Ci sono due modi per affrontare le diversità, la cancellazione del diverso (la guerra o l’uccisione dello straniero) o la cancellazione delle diversità nell’altro (l’omologazione, l’assorbimento nella cultura dominante). La Defense, come i muri, è lo spazio del primo approccio. Il Centro Commerciale quello del secondo.

Poi, Bauman ci parla del tempo e di come la sua separazione dallo spazio sia l’inizio della modernità. È stato quando abbiamo creato macchine in grado di liberare la velocità dai limiti umani e naturali, che il tempo è divenuto cosa diversa dallo spazio. In precedenza le distanze potevano essere espresse in giorni di cammino. Con la modernità, occorre distinguere il mezzo adoperato e questi sono in continua competizione tra loro e in evoluzione verso una tendenziale velocità infinita, che annulli lo spazio e ci renda ubiquitari.

La coscienza del tempo si porta dietro la volontà di superarlo, di raggiungere l’immortalità. Il capitalismo e la modernità pesanti sono stati caratterizzati anche dalla produzione e conservazione di beni duraturi, giacché in essi si rifletteva il desiderio di immortalità. Capitalismo leggero e modernità liquida portano a un superamento di questo. Le società informatiche mirano a creare prodotti di rapida obsolescenza e sono pronte a dimenticarli per passare a nuove versioni o prodotti più evoluti. Il possesso diventa temporaneo ed effimero. Siamo nell’ambito di considerazioni simili a quelle di Rifkin (L’era dell’accesso) sul superamento del concetto di proprietà.

Il capitalismo pesante era anche caratterizzato dal matrimonio duraturo tra capitale e lavoro, mentre nella modernità liquida questi passano a un’instabile convivenza. Il capitale non deve più essere investito in pesanti strutture e diventa mobile e lo stesso deve fare il lavoro. Le aziende che passano di mano generazione dopo generazione stanno diventando un retaggio del passato al pari con il posto fisso. Tutto diviene più volatile.

Bauman passa poi a parlare delle differenza tra patriottismo e nazionalismo con le conseguenti drammatiche derive belliche, prendendo a esempio i Risultati immagini per centro commercialerecenti conflitti balcanici, e delle comunità, evidenziando come il desiderio di tenere lontano il diverso sfocia in delitti di membri della comunità contro chi non ne fa parte, con il risultato di rinsaldare la comunità stessa contro il pericolo di ritorsioni o la paura che gli estranei possano a loro volta compiere delitti che minino la tranquillità della comunità. Gli autori dei delitti contro gli stranieri tendono a essere ben noti all’interno della comunità che li difende, divenendo compartecipe del delitto e trovando la propria ragione d’essere proprio nella sua autodifesa, quasi che le loro stesse vittime possano tornare, come redivivi zombie a minacciarle. Altro tipo di comunità moderna è quella istantanea, che Bauman chiama “comunità guardaroba”, perché è simile a un gruppo di persone che si ritrova a teatro per uno spettacolo, accomunata in una successione di emozioni e sentimenti generati dallo spettacolo ma solo per il breve arco di tempo in cui lasciano i soprabiti nel guardaroba e quando li riprendono. Le community virtuali, di cui Bauman non parla, sarebbero “comunità guardaroba” ancor più istantanee, che durano il tempo di leggere qualche post, anche se la comunanza di interessi del tema della community porta gli “amici” virtuali a rincontrarsi, pur mantenendo, per il resto vite del tutto distinte.

Chiudono il volume alcune riflessioni sul rapporto tra storia, poesia e sociologia e sul ruolo della sociologia, come strumento per curare la società, che, in particolare, si può considerare malata ogni volta in cui cessa di mettersi in discussione.

Funzione della sociologia è anche quella di distinguere tra sorte e destino, cercando di evitare di cadere nel fatalismo (“Prendere le distanze, prendere tempo, al fine di separare il destino dalla sorte, perché il destino possa affrontare e sfidare la sorte: questo è il compito della sociologia”), perché, come scrive Max Scheler (“Ordo amoris”) “il presupposto che sorte e destino siano la stessa cosa va etichettato come fatalismo”.

Conclude Bauman che “compito della sociologia è fa sì che le scelte siano realmente libere e che tali rimangano, e sempre per ,o più diventino, per l’intera esistenza di tutto il genere umano”.

 

IL FORMARSI DELLA CONOSCENZA COMUNE

Quest’estate Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook) aveva consigliato la lettura di alcuni libri. Sebbene il personaggio sia importante, non ha molto a che fare con la letteratura o la saggistica, ma i titoli suggeriti erano tutti interessanti e me ne sono procurato alcuni. Tra questi c’era anche “Rational ritual”, che ho appena finito di leggere.

Rational ritual” del giovane Michael Suk-Young Chwe è un saggio che esplora il concetto di conoscenza comune, l’importanza del coordinamento delle informazioni per generare una conoscenza comune e le distorsioni che si creano quando questa è assente o manipolata, come nel caso della informazione politica o del razzismo, dove la percezione che altri la pensino in un certo modo induce le persone ad adattarsi alla nuova forma di pensiero, senza capire che quello che percepiscono come un pensiero maggioritario è in realtà ancora minoritario, ma tende a diventare maggioritario proprio per i meccanismi di errato coordinamento delle informazioni alla base della conoscenza comune. Viene allora da pensare all’uso dei sondaggi fatto dalle televisioni italiane durante il periodo berlusconiano. Non è necessario dare informazioni false o censurarne altre. È più utile far credere che tutti credano a certe cose, perché in molti comincino a credere a tali cose. All’apparenza la televisione si mostra neutrale, ma, di fatto, manipola la conoscenza comune, creandone una artificiale.

Michael Suk-Young Chwe

Il volume affronta il tema anche dal punto di vista marketing e delle campagne promozionali.

Tutto gira intorno al meccanismo io so che tu sai che io so e alla possibilità che questo si inceppi. L’autore spende varie pagine sull’esempio dell’autobus dove qualcuno è sveglio e qualcuno dorme.

Se io guardo qualcuno seduto davanti a me e lui mi guarda lui sai che io so che lui sa che io lo vedo e viceversa, ma cosa succede se uno dei due dorme? Il meccanismo salta.

Il testo è denso di ripetizioni e lo stesso concetto viene rigirato più volte come un tempo si faceva con un abito usato. Deve essere un vizio americano (l’autore sebbene sembri di origine asiatica ha studiato e pubblicato in America). Anche i documentari statunitensi che si vedono in televisione hanno il vizio di ripetere i concetti all’infinito. L’impressione è che prendano i lettori per deficienti o che l’autore si senta molto più intelligente degli altri e quindi debba rivolgersi al pubblico come se fosse formato da bambini. Anche i bambini però si stufano, se uno ripete sempre le stesse cose! L’altra ipotesi che verrebbe da formulare guardando tali documentari è che il quoziente intellettuale d’oltreoceano possa essere davvero parecchio più basso di quello di un italiano medio! Scherzo. Ovviamente credo sia solo un problema di livello di attenzione. Danno per scontato che nessuno si concentri nella visione o (talora) nella lettura. Sono programmi fatti per gente che ne vede solo un breve pezzo e poi cambia canale o che si collega a trasmissione già iniziata. Anche questo però non mi pare un buon indice del livello intellettuale.

Visto chi suggeriva questo saggio, speravo in un testo più innovativo, ma non mi ha dato molto. Spero di rifarmi con gli altri titoli suggeriti.

 

Questo è il primo libro in inglese che leggo usando il TTS (Text-To-Speech). Ormai leggo soprattutto con il sintetizzatore vocale, ma sempre in italiano. Alcuni trovano difficile concentrarsi leggendo con il TTS, percui (conoscenza comune!) temevo che leggere in un’altra lingua avrebbe potuto comportare una certa difficoltà e, soprattutto, mi avrebbe reso difficile avere la medesima concentrazione che riesco ad avere con un testo italiano, ma devo dire che l’esperienza di è rivelata abbastanza positiva e intendo ripeterla. La pronuncia del sintetizzatore vocale inglese mi parrebbe buona, almeno e forse più di quella del lettore italiano e la lettura (più correttamente “ascolto”) di testi inglesi si è rivelata anche un buon esercizio per la pronuncia inglese.

Nello specifico, dato che, come scrivevo, questo saggio presenta numerose ripetizioni questo ne rende più facile la comprensione anche con un simile strumento e in una lingua straniera, mentre l’uso del sintetizzatore vocale su questo saggio dà dei problemi per la presenza di numerosi grafici, tabelle e illustrazioni. Il prossimo testo inglese che leggero con TTS sarà un romanzo e spero che la lettura possa essere ancora più fluida. Ho già iniziato “The Martian” di Weir.

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