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IL TELEFILM NAZIONALPOPOLARE SUI MEDICI

Risultati immagini per I Medici - Una dinastia al potere” di StrukulNel 2016, Matteo Strukul, nato a Padova nel 1973, laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, pubblica, per Newton Compton Editori, “I Medici – Una dinastia al potere”, primo volume di una tetralogia di romanzi storici dedicati alla famiglia fiorentina. Viene seguito, nello stesso anno, da “I Medici – Un uomo al potere” e, nel 2017, da “I Medici – Una regina al potere” e “I Medici – Decadenza di una famiglia.”

Il primo volume della serie vince nel 2017 il Premio Selezione Bancarella.

“I Medici” è anche il titolo della serie televisiva in otto episodi che ne è stata tratta, creata da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer, diretta da Sergio Mimica-Gezzan andata in onda su Rai 1, arricchita da un cast di attori internazionali, tra i quali: Dustin Hoffman, Richard Madden nei panni di Cosimo de Medici, Stuart Martin, Sarah Felberbaum, Alessandro Preziosi, Guido Caprino e Miriam Leone.

Non ho visto la serie TV, che mi dicono rispetta solo in parte i romanzi, ma ho letto il primo volume di questa quadrilogia (“I Medici – Una dinastia al potere”) e, purtroppo, pare davvero di assistere a un modesto telefilm italiano, sia per la banalità dei dialoghi, sia per lo scarso spessore dei personaggi, sia per un insistere sulle descrizioni degli eventi storici e dei personaggi, mettendole persino in bocca a questi stessi, che parlano l’uno dell’altro chiamandosi con nome e cognome, per non far confondere il lettore, ma con ben poco realismo. Le vicende della famiglia fiorentina, che in questo primo volume riguardano soprattutto Cosimo e suo fratello Lorenzo, si riducono a una serie di intrighi mafiosi, scaramucce, tentati omicidi, amorazzi superficiali. L’obiettivo sembra essere quello di scrivere un testo facile e abbordabile e in questo Strukul pare essere riuscito, ma per un lettore non occasionale, il prodotto appare di livello modesto.

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Matteo Strukul

La ricostruzione storica, per quel poco che ne so, mi pare buona anche se già nelle prime pagine (62) leggendo “Baldassarre Cossa, poi salito al soglio romano con il nome di Giovanni XXIII” mi si erano rizzati i capelli, pensando che certo papa Roncalli non poteva esserci già ai tempi dei Medici, ma Cossa, divenne davvero pontefice con tale nome, venendo poi considerato antipapa. Forse, però, qualcosa andava detto al lettore comune cui un simile romanzo si rivolge, che certo ricorda Roncalli, ma difficilmente ricorda l’antico anti-papa. I commentatori della Serie TV, rilevano però alcuni errori.

Purtroppo, alcuni autori di romanzi storici sono talmente preoccupati di fare una buona ricostruzione storica che si dimenticano di scrivere un romanzo. Forse non è questo il caso di Strukul, perché tutto sommato c’è qui un buon tentativo di fare narrativa più che storia, ma quello che manca anche qui è l’inventiva, la fantasia, la magia della poesia. E la poesia in narrativa non si può ottenere con frasi a effetto. È una questione di atmosfere, che qui non percepisco.

Quello che disturba, nella lettura sono piuttosto certe descrizioni con metafore che suonano come non necessarie. Già nella prima pagina si legge, per esempio, “Cosimo sgusciò tra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica”. I ponteggi di Santa Maria del Fiore! Ma via! A pagina 30, troviamo, per fare un altro esempio, “vino più nero del peccato”.

E Brunelleschi, la pagina dopo, lo troviamo con “la mente assorta, quasi assente, e invece rapita da chissà quali e quanti calcoli”. Certo! Gli uomini di genio passano il tempo a far calcoli dentro di sé anche quando camminano tranquillamente! E cosa lo risveglia? Ma ovviamente “il canto dei martelli”!

E che dire delle iperboli inutili come, sempre nella seconda pagina, “blocchi di pietra dal peso infinito”? O delle pedane del cantiere di Santa Maria Nuova che “davano quasi l’impressione d’essere nidi d’uccello, come se gli uomini avessero chiesto aiuto alle cicogne per portare a termine quell’impresa titanica”? Purtroppo, in tanta enfasi non si coglie neanche un filo di ironia.

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I Medici – Serie TV

Che i Medici non fossero delle gran beltà, è qualcosa che considero una sorta di assioma, eppure Lorenzo il Vecchio, il fratello di Cosimo viene detto “di una bellezza che pareva in genere impermeabile alla fatica” e, in genere, mi pare di vedere un po’ troppa bella gente in giro, basti pensare alla sensuale Laura. Per esempio, Contessina, la moglie di Cosimo è descritta di una “bellezza guerriera” (pag. 140) e i suoi “ricci ribelli parevano le lame ricurve di mille alabarde”! Nell’immaginare questa novella medusa dal capo adorno di alabarde non posso che ghignare tristemente.

Poco dopo, questa virago prende persino a schiaffi il cognato Lorenzo e mi chiedo quanto, a quei tempi, una donna si sarebbe potuta permettere di farlo.

Non è il solo caso di atteggiamenti che mi sono parsi poco consoni. Mentre gli leggono le carte, per esempio, alla vista della carta del Diavolo (pag. 273) “il duca prese a tremare. Si alzò in piedi, traballante e perse l’equilibrio. Finì a terra, sul marmo freddo del pavimento. Scoppiò in lacrime. Le spalle scosse dai singhiozzi: la voce di un bimbo preso a schiaffi, soffocata dalla vergogna”. Sembra una parodia non voluta!

Se il linguaggio è, in genere, molto semplice se non addirittura banale, stona ogni tanto la ricerca di qualche termine un po’ più raffinato, come “surrettizia” nella frase “Sua moglie invece avrebbe forse considerato qualche manovra più sottile e surrettizia”. Un sinonimo più colloquiale, nel contesto, forse non avrebbe guastato, se non altro per mantenere il tono elementare di quasi tutto il testo.

Se si vuole conoscere qualcosa sulla famiglia Medici, meglio allora leggersi un bel saggio, magari persino “Ascesa e caduta di casa Medici” dell’inglese Cristopher Hibbert. Su quegli anni, dopo “I Medici – Una dinastia al potere” di Strukul, potrei persino rivalutare “Il tormento e l’estasi” di Irving Stone, che non mi aveva davvero entusiasmato.

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I Medici – Serie TV

RICORDATE IL TELEFILM DELLE SETTE E VENTI?

Alberto Manzi

Alberto Manzi

Risultati immagini per orzoweiChi come me è nato intorno al 1964 ricorderà di certo la rivoluzione culturale che stravolse le abitudini delle famiglie italiane introducendo alle ore 19,20, sulla RAI, l’abitudine di trasmettere un breve telefilm per ragazzini. Queste trasmissioni mutarono innanzitutto l’orario della nostra cena, spostandola dalle 19,30 alle 20,00, ma, soprattutto crearono per la nostra generazione una cultura comune che difficilmente le nuove generazioni, bombardate da miriadi di programmi televisivi diversi oltre a tutto ciò che può essere liberamente reperito in rete, non potrà mai avere. Si comincio, negli anni ’70 con la serie “Amore in soffitta” cui seguirono altre serie mitiche come “Tre nipoti e un maggiordomo”, “Una casa nella prateria”, “Furia”, “Paul e Virginie”, “Mamma a quattro ruote”, “Le avventure di Rin Tin Tin”, “Lassie” e, soprattutto l’indimenticabile “Happy Days”. Quando si incontravano gli amici se ne parlava, si cantavano le sigle, si imitavano i gesti (soprattutto quelli di “Happy Days”). Erano la base di una vera cultura comune giovanile. Qui ho trovato un elenco abbastanza esaustivo di questi telefilm, che comprende anche le date di programmazione: http://www.tv-pedia.com/zapzaptv/viewtopic.php?f=2&t=1183

Tra questi telefilm c’era anche “Orzowei” (trasmesso giornalmente dal 28 aprile 1977 al 12 maggio 1977, di cui ricordo soprattutto questo ragazzo bianco che non faceva altro che correre attraverso l’Africa, mentre tutti, bianchi e africani, gli davano addosso e la sigla, un vero tormentone, cantata dai mitici Oliver Onions (cui si deve anche un’altra fortunata sigla, quella di Sandokan, quella di “Spazio 1999” e molto altro che i ragazzini degli anni ’70 certo ricordano).

Risultati immagini per orzoweiAvendo dunque trovato una vecchia copia del romanzo da cui fu tratta la serie televisiva, ho voluto leggerlo. Il romanzo, anch’esso intitolato “Orzowei” fu scritto da Alberto Manzi e si presenta un po’ datato come impostazione letteraria ma ancora interessante.

Non si può non notare una componente, che oggi diremmo “buonista”, piuttosto marcata. La volontà è chiaramente quella di voler lasciare un messaggio antirazzista (“Forse è un Swazi, o un bianco, o uno del piccolo popolo. È tutti e tre, o forse nessuno dei tre. Eppure io ho visto: boscimani, negri, bianchi sono stati capaci di amarlo e di sacrificarsi per lui quando lo hanno conosciuto. Ed egli ha amato tutti. Ecco: quando ci conosciamo, anche se la nostra pelle è di un altro colore, ci amiamo.”), ma i “negri” (ancora ripetutamente chiamati così), per quanto umani, sono visti come selvaggi. Non si mette in risalto una presunta superiorità dell’uomo bianco, presente nell’Africa descritta con piccoli deboli insediamenti che poco si discostano dai villaggi indigeni, ma si sente una certa vena di condiscendenza verso i popoli “primitivi”, di cui peraltro si esaltano le virtù. Insomma, il romanzo contiene buone intenzioni antirazziste, ma parla come un missionario del secolo scorso.

Lasciando da parte queste considerazioni, che a tredici anni, quando vidi il telefilm, certo ben poco mi interessavano, rimane il fascino dell’avventura di questo orfano bianco, allevato dagli Swazi (un gruppo Bantù) ma trattato da loro più o meno come un cane e infine scacciato, accolto come un figlio dal Piccolo Popolo dei Boscimani, in fuga per cercare le sue vere origini tra i boeri, in lotta con gli inglesi e le popolazioni locali. Troverà amici e nemici in tutti i popoli, sarà parte di tutti e di nessuno, eterno apolide in eterna fuga, come canta la sigla iniziale del telefilm, scritta da Susan Duncan Smith e Cesare De Natale, su musica di Guido e Maurizio De Angelis:

Corri ragazzo vai e non fermarti mai

la notte scenderà

il freddo arriverà

ma non pensare che

tutto sia contro di teRisultati immagini per orzowei

c’è l’amore

il sole giallo sorriderà

Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa

lotta per la tua vita

Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa

prima che sia finita

Parteciperà a caccie e battaglie e sarà sempre in corsa.Risultati immagini per orzowei

L’Africa in cui si muove è selvaggia e violenta, le zagaglie, le lance indigene, spesso colpiscono e il sangue scorre. Da bambino disprezzato (come indica il suo soprannome “Orzowei”, che vuol dire “Trovato”, ma che indica anche la sua non appartenenza al popolo degli Swazi), imparerà a difendersi e a farsi rispettare. Affronterà una prova tribale di iniziazione, ma tutta la sua giovane vita sarà una continua iniziazione, un continuo superare prove attraverso cui crescere. Ed è questo il grande fascino di questa storia, è di questo che parla ai ragazzi: la vita è difficile, ma puoi affrontarla, puoi attraversarla, puoi diventare qualcuno. Sebbene opera diversissima, si basa, in fondo, sullo stesso messaggio di “Harry Potter” e fu questo, io credo, a farcelo amare allora, come oggi i ragazzi amano le storie della Rowling.

 

IL ROMANZO D’APPENDICE PADRE DELLE SERIE TV

Il nostro comune amico” (“Our Mutual Friend”) è un feuilleton o romanzo d’appendice che fu pubblicato in fascicoli a puntate nel 1864 e 1865 da Charles Dickens. In effetti, leggendolo pare quasi di avere davanti una serie TV, di quelle divise in stagioni, che si sviluppano puntata per puntata. Questo modo di pubblicazione (inventato da  Louis-François Bertin, direttore del Journal des Débats) determina anche il tipo di opera, che somiglia appunto più a una serie televisiva che non a un film, presentando una trama principale (in questo caso, le vicende di un’eredità che sarebbe dovuta andare al figlio del defunto a condizione che questo sposasse una certa signorina Bella o, in alternativa ai due anziani servitori Boffin, con l’inconveniente che il primo erede, John Harmon, si finge morto per scoprire i sentimenti della futura moglie), cui si collegano alcune storie secondarie, come quella dell’avvocato innamorato della giovane Lizzy. Come nelle moderne serie, anche qui, in ogni capitolo, c’è qualche avventura e qualche nuovo sviluppo che pare allontanare la soluzione finale che il lettore intuisce ma viene sempre allontanata.

Come le serie TV sono divise in Stagioni, così questo romanzo è diviso in quattro libri: “La coppa e il labbro”, “Gente dello stesso stampo”, “Un lungo cammino” e “Una svolta”.

Si può dire che tali programmi, come i teleromanzi e le soap opera siano i discendenti di simili romanzi d’appendice in voga a metà del XIX secolo.

Rivolgendosi a un pubblico più distratto, in quanto potrebbe perdere qualche episodio, questo genere di romanzi, tende a creare personaggi di facile identificazione, con caratteristiche marcate, evidenziate a volte dall’uso dei soprannomi (che qui abbondano). Leggendo “David Copperfield” avevo notato come ciascun personaggio potesse ben descritto da un singolo aggettivo, tanto era netto un suo dato carattere. Ne emerge uno spettacolo forse meno fine che in altre letture, ma in cui pare di vedere il volto fortemente truccato degli attori sulla scena, rimedio dettato dall’esigenza di rendere chiare le espressioni anche al pubblico nel loggione, incapace di riconoscere i dettagli dei volti di lontano. Allo stesso modo qui i caratteri sembrano un po’ scolpiti con l’accetta piuttosto che col cesello, ma questo non va visto come un difetto dell’opera, quanto come una caratteristica implicita nel mezzo espressivo scelto, in cui ci si perde nella vastità dello sviluppo, nella moltitudine di pagine.

Charles Dickens

Con questo suo stile un po’ popolaresco, Dickens, dal maestro che è, riesce comunque a realizzare un romanzo capace di ben descrivere e criticare la realtà sociale del proprio tempo, a creare una storia che ancora oggi è capace di attrarre e trascinare il lettore e qui, come in “David Copperfield”, il lettore si sente partecipe della vicenda, chiedendosi di volta in volta perché un dato personaggio non compia una data azione che parrebbe tanto ovvia, ma tergiversi ancora. Tra le tante, quella che mi ha lasciato più perplesso è come abbia potuto Bella Wilfer accettare di essere oggetto di un testamento, accettare di essere ingannata dall’uomo che ama e che sposa senza conoscerne la vera identità, ingannata dai suoi protettori che mettono alla prova la sua virtù non si sa bene con quale diritto e poi, quando scopre tutto l’inganno, anziché infuriarsi per la scarsa considerazione che tutti hanno per la sua intelligenza e volontà (pur ammirandone tutti l’ingenua virtù), essere tutta felice e amorevole. Insomma, cogliamo in questo personaggio tutte le contraddizioni della condizione femminile nella Gran Bretagna e nell’Europa dell’epoca.

 

Le esigenze della forma adottata per la pubblicazione portano Charles Dickens a estendere il narrato ben oltre le esigenze della trama, che, in un’opera unitaria, si sarebbe potuta sviluppare assai più brevemente, senza tante digressioni (così comuni in tanti autori dell’epoca) e senza lo sviluppo di storie parallele, che distraggono il lettore e lo portano ad aspettare, arrancando con un certo fastidio per vie di campagna, che la vettura narrativa ritorni a correre spedita sulla strada maestra.

INATTESA SORPRESA

Ieri ho ricevuto dall’Editore Tabula Fati due copie del n. 18 della rivista “IF – Insolito & Fantastico“. Ogni numero è sempre dedicato a un tema specifico. Questa era la volta di “Star Trek“. Sebbene abbia seguito anni fa le prime stagioni, non ritenendo avere nulla di originale da dire sul tema, questa volta non avevo inviato nulla da pubblicare all’editore.

E’ stata così una piacevole sorpresa scoprire, mentre censivo il volume su anobii, che tra gli autori c’era anche un certo Carlo Menzinger! lo vedete nella copertina qui accanto.

Giugno 2014

Carlo Menzinger di Preussenthal (Roma, 3 Gennaio 1964)

Menzinger?” mi sono detto? Come è possibile? Guardando all’interno ho scoperto che avevano pubblicato il mio racconto ucronico “L’altra Gerusalemme“, in cui si immagina che alla fine della Seconda Guerra Mondiale sia stato costituito uno Stato per gli ebrei non in Palestina ma in Germania. Il racconto si svolge in due momenti diversi: la prima ad Hannover nel 1948, durante la nascita dello Stato di Israele, e la seconda nel 2014, mostrando come è cambiato il mondo.

Come immaginate che sarebbe stata la situazione in Medio Oriente? E in Europa? Non vi dico come l’ho immaginata io: leggetela su “IF – Insolito & Fantastico n. 18“.

Per ricevere il volume o abbonarsi: rivistaif@yahoo.it

Vedi anche: http://insolitoefantastico.blogspot.it/

 

QUANDO IL SOPRANNATURALE DIVENTA NORMALE

The Walking Dead

The Walking Dead

In questo blog parlo di libri, ma a volte c’è qualcosa che, pur essendo all’apparenza fuori tema, ha influenza sul mondo letterario o  ne subisce gli effetti.

Non dico certo nulla di strano affermando che cinema e televisione sono in stretto rapporto con il mondo della letteratura e quindi potrei trovarmi a parlarne con assai maggior frequenza. Lo faccio però limitandomi ad alcuni casi specifici, a poche eccezioni.

Ultimamente ho esplorato il mondo del romanzo gotico e delle creature della notte (vampiri, licantropi, zombie, fantasmi, mostri arcani, incubi…). Guardo di rado telefilm. Negli ultimi anni le uniche due serie che ho visto per intero sono state “Lost” e “The Walking Dead”. Di quest’ultima ho appena finito di vedere la terza serie e leggo che da fine 2012 è in preparazione la quarta, dunque, a rigore, non l’ho ancora visto tutto.

Perché ne parlo? Il telefilm non ha certo la profondità e genialità di “Lost”. Qui la trama è semplice: un virus ha trasformato quasi tutti in zombie. Appena uno muore, resuscita e si trasforma in morto-vivente, con solo due stimoli: camminare e mangiare carne, possibilmente umana. Un gruppetto di sopravvissuti affronta varie avventure e disavventure. Il tutto è coinvolgente più per le dinamiche interne al gruppo che non la lotta ai non-morti. Non mancano effetti speciali dei più truci, ma se si ha più di quattordici anni credo che sia ben difficile spaventarsi. Non credo ci sia una simile intenzione da parte degli autori.

Quello che mi ha affascinato e colpito è l’evoluzione del genere: gli zombie sono diventati parte del paesaggio, i personaggi li vivono con paura, anche angoscia, ma, fondamentalmente, sono per loro solo normali ostacoli della vita quotidiana.

Ammazzano zombie spaccandogli la testa, come un impiegato evade una qualsiasi pratica, magari con attenzione e impegno, ma come una routine, odiosa e ripugnante, ma pur sempre una routine.

Uno degli ultimi episodi della terza serie mi pare rappresenti bene la situazione.

C’è il protagonista Rick, un ex-poliziotto, che sta in auto con il figlioletto di una decina d’anni e una donna. La macchina s’impantana. I tre vengono circondati da numerosi zombie che sbavano contro tutti i finestrini. Nessuno di loro è spaventato. Hanno l’aria annoiata. Li secca molto di più che la macchina sia impantanata che non di essere circondati da esseri senz’anima il cui morso li trasformerebbe a loro volta in mostri. Rick apre il finestrino e li ammazza tutti e poi tira fuori l’auto dal fango, spiegando al figlioletto come si fa.

The Walking Dead

The Walking Dead

Poco dopo il bambino vuole entrare in un bar affollato di zombie. La ragazza lo accompagna, ma butta male e ne escono a mala pena. Il bambino s’impunta che vuol tornare dentro a prendere una foto. Gli zombie si agitano dietro di loro, divisi da un’esile porta finestra.

La ragazza dice al bambino di aspettarlo lì. Lui si appoggia alla porta con i mostri a un centimetro da lui, dietro il vetro e aspetta tranquillo. La donna dopo poco torna con la foto. Routine.

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

L’orrore è diventato quotidiano. Non ci spaventiamo più. Non proviamo pietà. Non proviamo disgusto.

Non c’è più il mistero delle storie di paura ottocentesche. I vampiri McCullen siedono trai banchi del liceo in “Twilight e Bella se ne innamora.

Le creature della notte sono tra noi, forse siamo già come loro. Forse siamo peggio di loro, come scrivevamo, già qualche anno fa, nel romanzo “Il Settimo Plenilunio”.

The Walking Dead

The Walking Dead

Non c’è più neppure nessun riferimento religioso. Sì, il vecchio fattore legge la Bibbia e un paio di volte la cita, ma tutto lì. Non si pensa all’Apocalisse, tranne un veloce accenno. È questa la resurrezione dei morti? Non ci si rifugia in chiesa (in chiesa i nostri eroi, se possiamo definire così chi combatte solo per sopravvivere, ci entrano e ci combattono come in qualsiasi casa). Croci e acqua santa, nei classici, servivano contro i vampiri, non contro gli zombie, ma qui nessuno ci prova a usarli.

A trasformare le persone è un virus. Per farli fuori bisogna colpire la testa, dove il virus si annida e colpisce. Non occorre esser morsi per diventare zombie, anche se il morso ha questo effetto. Anche gli altri sono infetti. Se muoiono per altre cause si trasformano. Non c’è più speranza. E senza Speranza non c’è Fede. S’invoca ben poco Dio in quest’America devastata. Non lo si bestemmia neppure più. Dio è davvero morto. Con lui giace il soprannaturale.

Se questo telefilm ci rappresenta in qualche modo, sarà difficile trovare ancora nei nostri il brilluccichio dell’anima.

Firenze, 25/04/2013

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