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FANTASCIENZA RETRÒ O UCRONIA FANTASCENTIFICA

Risultati immagini per invasione atto terzoQuando alcuni anni fa lessi il primo volume della doppia saga di romanzi “Invasione” e “Colonizzazione” di Harry Turtledove, lo feci in quanto questi libri mi erano stati segnalati come un interessante esempio di ucronia, genere cui appartengono molte delle mie opere. In effetti, si tratta di un genere particolare di ucronia, se vogliamo prendere alla lettera la definizione che ne fa wikipedia “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

A voler essere rigorosi se si parla di “eventi ipoteticamente possibili”, tra questi le invasioni aliene dovrebbero avere un grado di probabilità piuttosto basso, ma possiamo davvero considerarle impossibili?

Nel mondo della narrativa credo che si possa anche accettare l’ipotesi ucronica di Turtledove che la Seconda Guerra Mondiale sia interrotta da un’invasione aliena, come avviene in “Invasione”.

Inoltre, questi alieni sono piuttosto plausibili, la loro tecnologia è piuttosto simile a quella nostra attuale e non giungono sino a noi attraverso varchi spazio-temporali o viaggiando più veloci della luce, ma con un viaggio di secoli attraverso lo spazio.

Il loro problema è che la sonda che avevano inviato sulla Terra per valutare le condizioni del pianeta arriva da noi nel Medioevo e le navi che la Risultati immagini per invasione atto terzoseguono impiegano alcuni secoli, ritrovandosi così a incontrare un’umanità tecnologicamente assai più evoluta e per giunta in pieno assetto di guerra, come nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale.

La Razza (così si autodefiniscono gli alieni), è abituata a lenti mutamenti e non si aspettava che la storia umana evolvesse così in fretta. Del resto se fossero arrivati sulla Terra cinquecento anni prima e lo stesse avesse fatto la loro sonda, le differenze non sarebbero state così marcate neanche da noi.

Oltre che un bell’esempio di ucronia, queste storie sono anche un esempio quasi unico di qualcosa che oserei definire “fantascienza retrò”, se non “vintage”. Innanzitutto, per la scelta di ambientare l’invasione aliena nel passato, ma anche per il tipo di alieni, dei lucertoloni scagliosi che tanto ricordano, in piccolo, i Godzilla di certa fantascienza del secolo scorso, con armamenti in cui le bombe atomiche, i radar e i missili sono ancora tecnologia futuristica.

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Harry Turtledove

Questi romanzi, poi, sono anche un gran bell’esempio di opera corale, dove il protagonista è l’Invasione, più che un singolo personaggio, ma dove ognuno di questi ha comunque sufficiente spessore da ricavarsi un posto nel cuore e nell’immaginario del lettore. Personaggi, poi, presi da ogni parte del conflitto, che possiamo così osservare con gli occhi degli americani, dei nazisti tedeschi e degli ebrei tedeschi o polacchi, dei polacchi, dei cinesi, dei giapponesi e, soprattutto, dei Maschi della Razza, poiché il punto di vista degli alieni, siano essi semplici combattenti, scienziati o comandanti, ha un ampio spazio. Ogni tanto compare, persino, qualche accenno alla nostra piccola Italia (in questo terzo volume si accenna a Mussolini, a Pio XII, Enrico Fermi e si sente parlare con disprezzo di noi dai greci, che, vittime della nostra recente aggressione fascista, ci considerano “tiranni da operetta”).

Ho ora completato la lettura del terzo volume “Invasione – Atto Terzo” (1996) e, sebbene, anche questo tomo sia alquanto voluminoso con le sue oltre seicento pagine che si aggiungono alle altrettanto numerose dei precedenti “Invasione – Anno Zero” (1994) e “Invasione – Fase Seconda” (1994) , e le descrizioni di scontri militari non manchino, devo dire che i momenti di noia sono stati davvero pochissimi e la lettura è proceduta spedita e piacevolmente, creando una buona empatia con i numerosi personaggi, di cui si desidera sapere sempre di più. Interessante, poi, come i nemici di poco prima, riescano a trovare un modo per allearsi e combattere assieme.

Non potrò quindi che leggere, prima o poi, anche il quarto volume della quadrilogia (“Invasione Atto Finale”) e quindi iniziare anche il ciclo successivo sulla “Colonizzazione”, che, visto la sempre più serrata resistenza dei Toseviti (così ci chiama la Razza), davvero ci si chiede come sarà mai possibile.

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FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

ROMANZO STORICO DAL SAPORE FANTASY

Qualche mese fa mi è capitato di leggere il bel romanzo “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (2009) di Jonas Jonasson e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un nuovo modo, più leggero, di scrivere un romanzo storico. Lo svedese, però, pur avendo scritto una storia che ruota intorno a un personaggio improbabile, non è però giunto a mescolare il romanzo storico con il racconto di fantasia come fa Günter Grass (Danzica, 16/10/1927). Il premio nobel (1999) tedesco-polacco con “Il tamburo di latta” (1959), realizza, decenni prima di Jonasson, uno sviluppo fantastico del romanzo storico, che va oltre la delineazione di un protagonista peculiare e di fantasia, intorno al quale snodare la storia di un intero secolo. Il tedesco (in realtà nato a Danzica in Polonia), inserisce nella storia della Polonia e della Germania nazista e post-bellica un protagonista e voce narrante (sebbene alternativamente parli di sé in prima e terza persona) del tutto fantastico, una sorta di peter pan, un bambino che giunto all’età di tre anni, appena ricevuto un tamburo di latta, smette di crescere, non può vivere senza il suo tamburo, che suona a tutto spiano e che, se privatone, lancia urla che rompono vetri con precisione mirata.

Il bambino rimane un treenne fino al suo ventunesimo compleanno e da quel momento si trasforma in un nano deforme e gobbo.

È una novità mescolare fantasia e realtà storica? In realtà, non lo è affatto, basti pensare alle opere omeriche, dove accanto a fatti storici compaiono divinità e mostri, ma diversissimo
era allora il senso della storia e le meraviglie descritte non venivano percepite come qualcosa di diverso dai fatti reali. Era il mito. Un diverso spirito della narrazione, che rende improbabile un raffronto.

Pensiamo invece al romanzo storico nella sua forma moderna. Indubbiamente prevede sempre l’inserimento di personaggi o, addirittura di protagonisti di fantasia, ma questi cercano comunque di mantenere una presunzione di realismo e plausibilità storica.

Dobbiamo pensare all’ucronia per avere, in tempi moderni, una deformazione voluta della realtà storica in un mondo fantastico.

Il processo realizzato da Grass è dunque più simile a quello degli autori ucronici che la descrizione di terre e luoghi leggendari dei narratori antichi e medievali, con i loro viaggi in terre popolate da grifoni, sciapodi, astomi, unicorni, giganti, ciclopi e altri mostri, narrazioni in cui la mescolanza di realtà e finzione è involontaria o se volontaria ha finalità simboliche. Il percorso narrativo di Grass è diverso. La Storia non muta il suo corso, ma su di essa si innesta il fantastico, uno gnomo dai poteri quasi magici, un Oskar che si muove nella Storia come un Harry Potter per la Gran Bretagna. Il fantasy contamina il romanzo storico.

Ne nasce un’opera indubbiamente originale, il cui successo ha certo contribuito a far ottenere al suo autore il riconoscimento del premio nobel. Se non sempre riesco ad apprezzare gli autori insigniti dall’accademia di Stoccolma, il Grass de “Il tamburo di latta” mi trova concorde con i giudici svedesi.

Günter Grass

L’opera non ha certo la leggerezza de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, né l’umorismo de “La vita è bella”, il film di Roberto Benigni, ma i racconti dal manicomio del nano ex-treenne danno una levità ai fatti della Seconda Guerra Mondiale che, pur non togliendo nulla alla loro gravità, li condiscono di una magia che diventa anche magia narrativa e pur leggendo un autore tedesco-polacco, pare a volte di leggere qualche sudamericano, Marquez, Amado o, addirittura Borges.

E il romanzo non è fatto solo da un Oskar dai molteplici cognomi, perché hanno un bello spessore fantastico-leggendario anche gli altri personaggi, spesso fellinianamente deformi, i nonni del bambino, l’amico oblomoviano del Oskar adulto, il nano Bebra e la micro-bellezza Raguna, per non parlare della coppia di padri (anche questa di sapore sudamericano), del fratellastro-presunto figlio, dell’amore per le infermiere e per la matrigna Maria.

Anche la trama non è da meno e si dipana tra le innumerevoli morti, mai causate direttamente da Oskar, ma da lui determinate in una sorta di materializzazione di desideri freudiani, gli amori impossibili, i lavori alternativi di Oskar e le vicende della sua famiglia in un succedersi fantasmagorico e surreale di eventi, vero sale della narrazione, mentre la Polonia sta per cadere, cade, è caduta ma non è caduta e camice brune e partigiani sfilano sullo sfondo.

 

Cinquale, 21/08/2014

Il tamburo di latta – film

UN UCRONICO CHE CREDE NEL DESTINO

Risultati immagini per il complotto contro l'americaQuando si elencano le migliori ucronie sul nazismo si pensa quasi sempre a “La svastica sul sole” (1962) di Dick o a “Fatherland” (1992) di Harris, ma “Complotto contro l’America” (2004) di Philip Roth, pur trattando i medesimi temi, si presenta, a mio giudizio, dal punto di vista letterario, come un’opera migliore.

Innanzitutto per il forte realismo con cui viene bilanciata la fantasia ucronica, mostrando con precisione un’America di provincia, nella miglior tradizione del genere, dal punto di vista di un bambino ebreo. L’approccio ucronico qui viene reso mostrando come l’avvento al potere negli Stati Uniti nel 1940 di un personaggio non interventista e moderatamente simpatizzante di Hitler, porti a una trasformazione lenta ma inesorabile del modo di pensare e di agire di una grande democrazia, facendo riaffiorare sacche nascoste di razzismo e antisemitismo.

Perfettamente ucronica è la trovata che un singolo uomo, qui l’aviatore ed eroe americano Lindberg, possa stravolgere e mutare la storia del mondo, vincendo le elezioni al termine del secondo mandato di Roosevelt (nella realtà il Presidente vinse per quattro mandati successivi e guidò l’America nella Seconda Guerra Mondiale).

L’arresto del New Deal, dovuto al termine della sua presidenza, unitamente all’avanzata di Giappone e Germania nelle loro conquiste, porteranno alla trasformazione culturale dell’America.

Il dramma ebraico non viene visto mediante persecuzioni, ma tramite il disgregarsi dell’unità familiare, vero obiettivo delle moderate politiche anti-semitiche di Lindberg.

Il cugino orfano che vive con i Roth (i protagonisti si chiamano come l’autore), parte come volontario in guerra arruolandosi nell’esercito canadese (alleato di Gran Bretagna e Francia). Torna deluso e amareggiato e privo di una gamba, in conflitto con lo zio che ancora vede in Lindberg un pericolo, rifiuta di occuparsi della politica. Il fratello maggiore del bambino viene inserito in un programma subdolo di “americanizzazione” (qualcosa tipo i balilla nostrani, ma dedicato espressamente agli ebrei) dietro pressione della zia, che sposa un rabbino collaborazionista. Il padre viene trasferito in Kentucky dalla propria azienda, come varie altre famiglie ebraiche, ma rifiuta di partire e si licenzia, passando a un lavoro più umile alle dipendenze del proprio fratello. Insomma, niente campi di concentramento in America, ma una vita sempre più difficile, fino all’entrata in guerra deli Stati Uniti contro l’Asse. A tal punto però, Lindberg muore in un incidente aereo, Roosvelt diventa presidente per la terza volta (negli anni del suo reale quarto mandato) e la Storia ritorna nei suoi binari originari.

Ho voluto citare questo finale (ritenendo peraltro che nulla tolga alla lettura, dato che, per come è impostato il romanzo, quello che interessa il lettore sono soprattutto le vicende familiari), perché è lì, secondo me, che la visione ucronica di Roth, per il resto eccellente, ha un calo. Personalmente ritengo, infatti, che se la Storia muta, non ci sia verso di riportarla sul suo cammino originario. Credo che ogni piccolo gesto diverso, ci consegni un futuro irrimediabilmente nuovo. Quattro anni di guerra mondiale, poi, con l’embargo americano verso gli Alleati e un ostinato non interventismo, sono qualcosa che neanche l’entrata in Guerra, con Pearl Harbour, come avvenne davvero, può cancellare. Del resto Roth poco ci dice degli anni successivi, ma la sensazione che lascia è che ogni cosa torni al suo posto. A un certo punto cita persino l’attentato futuro a Robert Kennedy!

Philip Roth

Philip Roth

Non concordo insomma in una visione determinista della Storia, in cui il Destino, alla fine è immutabile. E non tanto una questione di perdita del Libero Arbitrio, ma di un approccio alla Storia che esclude il ruolo delle singole persone, dei piccoli eventi, credendo in un flusso inarrestabile, in cui le grandi forze sociali ed economiche prevalgono su tutto. Eppure mi pare evidente dalle cronache del nostro Paese e dalle vicende storiche, come la presenza di alcuni uomini abbiano da sempre orientato in modo netto e determinante il corso degli eventi. Trovo persino ridicolo pensare che se non ci fossero stati un Giulio Cesare, un Einstein, un Darwin, un Napoleone, un Mozart, un Dante altri avrebbero portato a termine la loro opera. Forse qualcosa di confrontabile, in alcuni casi sarebbe stato realizzato, ma nulla di uguale. Senza un solo versetto dell’Inferno di Dante la nostra stessa vita sarebbe stata un’altra. Questo credo sia il massimo insegnamento dell’ucronia. La “Storia senza se e senza ma” è solo uno slogan politico, ma non ha alcun senso reale.

 

Firenze, 29/09/2013

 

 

 

 

Charles Lindberg

Charles Lindberg

IL GIOCO DELLA GUERRA

Ci sono romanzi che nascono dall’esigenza di raccontare momenti di vita che ci hanno segnato profondamente. Questo è il caso di “Il Cielo cade” di Lorenza Mazzetti, con il quale l’autrice ricorda la sua infanzia sotto il fascismo e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Lo fa scegliendo un punto di vista particolare: gli occhi di una bambina simile a quella che era lei in quegli anni. La piccola Penny è un’orfana che è stata accolta in casa di un ricco zio ebreo assieme alla sorellina Baby, dopo la morte dei genitori, di cui ricorda ormai poco. La sua famiglia è diventata quella dello zio e vive un’esistenza, all’apparenza, spensierata.

È in realtà, come molti ai suoi tempi, una bambina plagiata due volte: dal Fascismo e dalla Chiesa.

Le insegnano ad amare Gesù e Mussolini, anche se vive in una famiglia ebraica. Suo zio si dimostra di vedute aperte e, considerando che la piccola è cattolica e battezzata, le lascia frequentare i preti, anche se non la porta a Messa.

Le due bambine crescono preoccupandosi per l’anima dello zio, che, in quanto ebreo, sanno che andrà all’inferno. Sarà proprio il prete, però, a dir loro, infine, che chi è buono, come lo zio, non va all’inferno, nonostante quel che dice la gente intorno a loro.

Tutto è visto con lo sguardo ingenuo della bambina: l’indottrinamento fascista, l’arrivo dei tedeschi, la loro fuga, l’arrivo dei partigiani, la morte.

Il gioco prevale su tutto, ma la paura e il dolore si fanno strada, fino al momento in cui cade il Cielo, in cui il loro mondo si disgrega.

I tedeschi, prima tanto gentili, mentre occupavano la loro villa, fuggendo diventano cattivi, uccidono la zia e le cugine e bruciano la grande casa che li ha ospitati. Lo zio sopravvive, ma per poco, e, affranto, si ammazza.

Il punto di vista infantile rende la storia simpatica e originale, ponendola dalle parti del celeberrimo “Diario di Anna Frank” o di “La Bambina che salvava i Libri”, di cui però non ha la ricchezza di trama e l’approfondimento. Può essere comunque considerato una lettura da consigliare per la Giornata della Memoria, anche perché per leggerlo non ci vuole che qualche ora. Arrivato a due terzi del libricino, cominciavo, però, a essere un po’ stufo di osservare i giochi di Penny, Baby e dei loro amici. Arriva, poi, per fortuna, la svolta finale e il libro riprende brio.

Lorenza Mazzetti

Lorenza Mazzetti

Nel complesso è una lettura piacevole e un modo interessante per mostrare, in modo semplice ma non meno irritante, la potenza del plagio fascista praticato in quegli anni e della forza di persuasione esercitata dalla Chiesa negli ultimi secoli.

A qualcuno i pensieri e i giochi sul Paradiso e l’Inferno, i Peccati, Gesù e la Genesi di queste bambine potranno forse sembrare normali e ingenui, ma la sensazione di forzatura e di plagio praticati nei loro confronti è stata per me piuttosto forte.

 

Firenze, 10/02/2013

LE GIAPPONESI PASSARONO VELOCI

Julie Otsuka - Venivamo tutte per mare

Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare

Un essere poliforme è venuto dal Giappone.

Un mostro dalle mille teste ha attraversato l’Oceano.

Una creatura femminea e seducente è arrivata in America,

quella del sogno,

a cercare mille uomini da far suoi.

Mille corpi stipati in una nave per mesi.

Mille vite spezzate e ricominciate.

Mille donne diverse.

Mille donne uguali.

Mille fanciulle con la foto e il sogno di un marito mai visto.

Mille spose per mariti sconosciuti.

Mille donne che sognavano un uomo e l’hanno trovato diverso.

Mille piccole donne orientali arrivate nella terra della speranza,

Mille vite nuove.

Mille donne dai passi leggeri.

Mille donne silenziose e rispettose.

Mille piccole povere ragazze.

Mille ragazzine ingenue.

Mille teste piene di sogni.

Mille ricordi.

Mille fantasie.

Julie Otsuka

Julie Otsuka

Mille leggende.

Il sogno le ha accolte.

Le ha assorbite.

Le ha rese parte di sé.

Le ha masticate e digerite.

Le ha cacciate via al rullo dei tamburi di guerra.

Ha chiuso i loro mariti in ghetti.

Le ha trattate da amiche, da serve, da schiave, da nemiche.

Le ha sfruttate, arricchite, istruite, maltrattate e scacciate.

Le ha rimandate nude e violentate nelle perdute case paterne.

Julie Otsuka, ha cantato la loro epopea.

Julie Otsuka le ha dipinte una a una e tutte assieme.

Julie Otsuka le ha viste e le ha sognate per noi.

Come non innamorarsi di queste molteplici donne?

Come non emozionarsi per il loro coraggio,

per la loro sorte,

per la loro avventura e per la lo sventura?

Come non essere una di loro?

Come non essere tutte loro?immigranti giapponesi

Come essere così ciechi al loro dolore,

al dolore di chi fugge,

al dolore di chi sceglie il coraggio,

al dolore di chi decide di ricominciare

al dolore di chi affronta l’ignoto?

Come non inchinarci davanti ai loro mille piccoli volti,

tutti uguali eppure tutti così diversi.

Julie Otsuka, con “Venivamo Tutte per Mare”, ha scelto di narrare l’epopea dell’emigrazione giapponese nella prima metà del XX secolo non attraverso una protagonista, ma attraverso tutte quelle ragazze, uguali e diverse tra loro, che, a bordo di una stessa nave, sono arrivate in America per sposarsi con un marito conosciuto per corrispondenza, che in America hanno vissuto e che allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sono diventate il nemico, sono state rinchiuse in ghetti e lager o scacciate, perdendo tutto quello che avevano creato con anni di vita e lavoro.

La scelta di questo insolito “noi” narrativo conferisce poeticità e forza rappresentativa al romanzo che, parlando di un intero popolo quasi sembra, per contenuti, un saggio, pur non assumendone mai i toni o lo stile.

Firenze, 01/09/2012

LA BAMBINA SALVATA DAI LIBRI

Markus Zusak - La Bambina che salvava i Libri

Markus Zusak – La Bambina che salvava i Libri

Ho scelto di procurarmi “La Bambina che salvava i Libri” dell’australiano Markus Zusak, dopo averne letto molto bene su anobii. Ho deciso poi di leggerlo prima di tanti altri libri ancora in attesa, perché parlava dell’adozione di una bambina, come “La Bambina dei Sogni”, il romanzo che sto finendo di editare. Nel leggerlo ho scoperto altre analogie con miei romanzi, a parte il fatto che la protagonista ha nove anni come Jacopo Flammer nel ciclo omonimo. Innanzitutto, questo è un rarissimo esempio, come “Il Colombo Divergente”, in cui la voce narrante è quella della Morte. Nel romanzo su Cristoforo Colombo, si scopre però solo alla fine che a rivolgersi al navigatore ligure è proprio la Morte (assieme alla Nascita, in un caso forse unico di personificazione), qui lo sappiamo da subito.

La Morte che ci parla della piccola ladra di libri Liesel Meminger ne è una personificazione davvero unica, sensibile, gentile, attenta, quasi materna. Non è certo la Morte crudele e spietata che si incontra più spesso in letteratura. Lei stessa, nelle pagine di Zusak, sorride all’idea che la si rappresenti come uno scheletro armato di falce. Sa essere anche ironica, la Morte triste che segue le avventure dell’orfanella di Molching.

Il fascino di questo romanzo non sta però solo nella voce narrante. La trama stessa è interessante: una bambina che si rifugia durante la Seconda Guerra Mondiale con il fratellino presso una famiglia sconosciuta. Il fratellino che rimane ucciso prima di arrivare, la madre che scompare. L’adozione. Le difficoltà a leggere. I piccoli furti. La Guerra sempre più presente. Le morti. L’arrivo di un ebreo che la sua famiglia adottiva nasconderà, con grandi pericoli, in cantina e cui la ragazza si affezionerà. La scoperta della lettura, dei libri. Il desiderio di possederne pur senza averne i mezzi. La strana amicizia con la moglie del sindaco, che la lascia rubare libri in casa propria, per non turbare la sensibilità della bambina, che non accetta libri in regalo.

La lettura come mezzo per sopravvivere e persino per salvarsi. La Morte sempre più vicina.

Markus Zusak

Markus Zusak

Poi, ci sono personaggi indimenticabili. La stessa Ladra di Libri, come viene chiamata nel libro. Il titolo originale era The Book Thief (La Ladra di Libri) ma al traduttore forse deve essere parso più “morale” il titolo “La Bambina che salvava i Libri”. Più che salvarli, in realtà li ruba, anche se il primo furto è quello di un manuale per necrofori, abbandonato accanto alla tomba del fratellino. Più che altro un ritrovamento, ma anche un salvataggio dall’abbandono. Gli altri furti Liesel li fa a casa della moglie consenziente del sindaco, che le lascia persino un dizionario sulla finestra, sempre aperta per la lasciarla entrare nella sua biblioteca, luogo che affascina Liesel. Sono doni mascherati da furti. In un certo senso però è vero che li salva, i libri, anche fisicamente. Non solo li porta con sé nei rifugi antiaerei, dove li legge agli altri, alleviando la tensione, ma, in fondo, ogni volta che prendiamo in mano un libro per leggerlo lo salviamo, gli diamo nuova vita. Il bambino della moglie del sindaco era morto. Quando Liesel prende quei libri li fa rivivere e fa anche rivivere un po’ il loro vecchio proprietario, almeno nel cuore della madre.

Più ancora che essere Liesel a salvare i libri, sono loro a salvare lei, riempiendo il suo tempo, dandole una ragione per vivere, cementando il suo rapporto con il padre adottivo Hans, aiutandola a crescere e, infine, salvandole davvero la vita durante un bombardamento.

Rogo nazista di libri

Rogo nazista di libri

Accanto a Liesel troviamo la madre adottiva, che sembra un armadio, con la faccia di cartone e che dà del maiale a tutti (in tedesco, perché molti termini sono scritti nella lingua del paese in cui è ambientata la storia). Troviamo il padre, un imbianchino disoccupato dagli occhi d’argento che le insegna a scrivere dipingendo le parole sulle pareti della cantina in cui salveranno poi il piccolo pugile ebreo dai capelli di piuma, che, quando non è tormentato dagli incubi, sogna di fare a pugni con Hitler, che gli ha rovinato la vita. C’è poi Rudy, il bambino dai capelli destinati a restare per sempre color limone e che sogna di essere un campione di corsa dalla pelle nera. E tanti altri personaggi, ciascuno con il suo spessore di umanità ferita.

C’è poi la Guerra, la padrona crudele della Morte. Ci sono i campi di concentramento, i bombardamenti, padri e figli partiti per combattere, i reduci, i feriti, i caduti e tutti gli orrori che la Guerra porta con sé. Tutto ciò in un libro che mostra il nazismo con gli occhi di una bambina in modo esemplare ed emozionante, al punto che lo suggerirei come lettura scolastica sulla Guerra e il Nazismo, al posto, magari, del Diario di Anna Frank.

Firenze, 01/02/2012

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