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I PARADIGMI DA SUPERARE

Nell’estate del 2015, Mark Zuckerberg, il patrono di Facebook, aveva segnalato alcuni titoli per sue future letture. Alcuni sembravano interessanti è li ho messi in whishlist. In particolare ho già letto:

e mi riprometto ancora di leggere “The Better Angels of Our Nature” (“Il declino della violenza”) di Steven Pinker, anche se “Rational Ritual” è stato una delusione e ho dovuto avere la forza di superare la prima metà de “L’Impero di Azad” per riuscire ad apprezzarlo.

La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas S. Kuhn veniva così descritto nell’articolo in cui ne avevo letto la recensione: “è un celebre saggio di filosofia della scienza di Thomas Samuel Kuhn: l’opera del 1962 è una pietra miliare nel dibattito epistemologico moderno. Come già aveva fatto Galileo, Kuhn utilizza un linguaggio creativo, che tratta della scienza in maniera “qualitativa” attingendo dal vocabolario tipico di altri contesti. Questo stesso modus operandi è uno degli argomenti del saggio, che mostra come ogni rivoluzione scientifica sia stata contraddistinta anche da un nuovo Risultati immagini per the structure of scientific revolutionslinguaggio.” Sembrava interessante. Sembrava.

Non avendolo trovato in italiano, l’ho letto in inglese.

Thomas Samuel Kuhn (Cincinnati, 18 luglio 1922 – Cambridge, 17 giugno 1996) è stato uno storico e filosofo statunitense. Epistemologo, scrisse diversi saggi di storia della scienza, sviluppando alcune fondamentali nozioni di filosofia della scienza. Formulò un’epistemologia alternativa a quella del falsificazionismo di Karl Popper, suo principale bersaglio polemico.

The Structure of Scientific Revolutions” di Thomas S. Kuhn è un saggio che gira tutto intorno all’idea che nella scienza ci siano dei paradigmi, che a volte vanno in crisi, altre volte no, ma che comunque possono essere superati e sostituiti da nuovi paradigmi. Un altro concetto espresso mi pare sia che la scienza non è cumulativa ma procede per rivoluzioni indotte dalla percezione di anomalie inattese che talora conducono a una crisi.

Scrivere un intero libro per dire una simile banalità mi è parso quanto meno eccessivo. Certo, la cosa viene spiegata con alcuni esempi (banalotti) che riempiono le pagine.

L’ho letto in inglese (anzi ascoltato con il sintetizzatore vocale), per cui è possibile che mi sia sfuggito qualcosa, ma non mi ha davvero entusiasmato. Non mi ha lasciato nulla e mi ha solo dato la sensazione di perdere il mio tempo leggendolo. Ho così deciso di tralasciare l’ultima manciata di pagine. Dubito di essermi perso chissà quale rivelazione.

Insomma, su tre libri consigliati da Zuckerberg, la media finora è davvero bassa. Credo che gli amici di anobii siano dei suggeritori di letture molto migliori del padroncino di Facebook, così come anobii è ben altra cosa rispetto a Facebook.

Risultati immagini per Thomas Kuhn

Thomas Kuhn

LA DISILLUSIONE DI UNA NUOVA EPOCA DI PROGRESSO

Vita di Galileo” di Bertolt Brecht ci parla della difficoltà di affermazione della verità nei confronti dei pregiudizi, soprattutto se questi si basano sul potere costituito e se questo si avvale della forza irrazionale della fede.

In quest’opera teatrale assistiamo alle scoperte di Galileo Galilei, che confermano le teorie copernicane sul moto dei pianeti e sulla centralità (nel sistema solare) del Sole, in luogo della Terra, come sostenuto dal sistema tolemaico, sostenuto dalla Chiesa e alla sua abiura di tali scoperte per aver salva la vita. Ne consegue per lui la possibilità di continuare, più o meno segretamente, i propri studi, e per il mondo e la scienza una grande delusione e disillusione. Galileo, anche avendo scritto in volgare anziché in latino, aveva creato un gran coinvolgimento popolare. La sua abiura arresta il processo di liberazione sociale che, indirettamente, aveva innescato e toglie coraggio ad altri scienziati (si cita Cartesio) per proseguire nei propri studi.

Brecht, insomma, mette in evidenza l’importanza sociale delle scoperte galileane più che quella scientifica. Galileo ci appare come figura umana, viva e vivace, circondata da personaggi concreti come la domestica Sarti, il figlio di lei Andrea, che diverrà egli stesso astronomo, l’ingenua figlia dello scienziato, Virginia. Galileo si fa prendere dall’entusiasmo per le sue scoperte, ama le piccole cose della vita, il mangiare, il bere, sa andare oltre le convenzioni sociali pur di sostenere le proprie idee, mettendo persino a repentaglio il matrimonio della figlia, ma, infine, cede, e abiura. È un Galileo ben lontano dall’essere un eroe, non solo per la sua abiura, ma anche per il suo opportunismo, come quando spaccia per invenzione propria il telescopio, che aveva copiato da quanto raccontatogli dal futuro sposo della figlia, che ne aveva visti di simili ad Amsterdam.

Galileo dice, a sua scusa “l’ho perfezionato” e Ludovico replica, non senza ironia “Sì, Signore, l’ho visto. Gli avete fatto un fodero rosso. In Olanda era verde”.

Galileo è mostrato persino come un leccapiedi, che afferma “Uno come me, se vuole trovare un impiego appena decente, ha da strisciare come un verme”.

Quando l’allievo Andrea Sarti lo attacca per la sua abiura dicendo: “Sventurata la terra che non ha eroi!”, pragmaticamente Galileo risponde “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Emoziona l’entusiasmo per questo sapere la Terra non più al centro dell’universo, le reazioni di derisione, di meraviglia o di scandalo di chi ne sente parlare.

L’opera si conclude con le parole “siamo appena al principio” e davvero ancora oggi siamo ancora al principio, oggi che sappiamo che la nostra Terra si trova su braccio secondario di una dei miliardi di galassie, ruotando attorno a una dei miliardi di stelle di questa galassia, oggi che continuiamo a scoprire continuamente nuovi pianeti, esplorando come Galileo lo spazio con strumenti sempre più potenti, al punto di poter sospettare che nell’universo esistano miliardi di terre simili alla nostra, oggi che sappiamo quanto piccola sia la nostra Terra rispetto ad altri corpi celesti, al sistema solare, alla galassia, all’universo.

Bertolt Brecht

Eppure, siamo ancora al principio perché siamo ancora così sciocchi da credere che la razza umana sia importante nel “creato”, siamo così sciocchi da credere che tutto esista in funzione nostra, siamo così sciocchi da pensare che se davvero esiste un Dio onnipotente, possa curarsi davvero delle nostre esistenze insignificanti.

Siamo ancora al principio, perché molto, troppo, dobbiamo ancora scoprire. Siamo ancora al principio perché ancora ragioniamo come se fosse il tempo a scorrere e non noi a muoverci in esso. Siamo ancora al principio, perché la fisica quantistica ha ancora troppe incognite, perché non comprendiamo appieno la multidimensionalità dell’universo, perché ancora non abbiamo una vera teoria unificatrice che sappia anche spiegare il senso della vita. Siamo ancora al principio, perché non comprendiamo e non sappiamo se la vita sia un unicum della Terra o se sia la norma nell’universo. Siamo ancora al principio, perché ancora non abbiamo prove per confutare chi crede che l’intelligenza umana sia la sola nell’universo (ammesso che quelle degli altri animali non si possano considerare nostre pari).

Siamo ancora al principio, data, come dice il Galileo brechtiano “l’enorme quantità di problemi che restano da chiarire nel nostro tempo”.

L’opera di Brecht ci parla della difficoltà di opporsi al potere costituito, qualunque esso sia. Come dice Priuli, parlando con Galileo:

“A che scopo formulare nuove leggi sulla caduta dei gravi, là dove la sola legge che importa è quella di cadere in ginocchio?”

Galileo Galilei

Vita di Galileo” ci parla della speranza delusa di un’epoca nuova. Il suo tempo somiglia, dunque, tristemente al nostro, in cui ci eravamo illusi, nella seconda metà del XX secolo, che la tecnica, le grandi organizzazioni internazionali, le conquistate libertà, i neo-acquisiti diritti sociali, la fine delle grandi guerre, stessero aprendo nuove, grandi frontiere e che ora ci stiamo già arrendendo e siamo sull’orlo di un nuovo medioevo. Ci sono ancora forze che spingono avanti, verso le stelle indicate da Galileo, ma ci sono anche troppe forze oscure che ci spingono con insistenza nella tenebra da cui ci pareva di essere usciti.

La “Vita di Galileo” è un’opera teatrale, dunque, per sua natura, il testo si presenta particolarmente essenziale, essendo ridotto ai soli dialoghi, demandando alla rappresentazione e alla recitazione ciò che in un romanzo è espresso direttamente. La semplicità e l’immediatezza appaiono, in ogni caso, come uno dei massimi pregi di quest’opera, che, pur affrontando temi importanti quali il potere, la libertà, la scienza, la conoscenza, la dignità, riesce a mantenersi su un registro di lettura immediata e accessibile, in cui persino le teorie fisiche sono presentate con facilità e snellezza, anche grazie a personaggi molto concreti e diretti.

FISICA QUANTISTICA PER LICEI

Se la fisica non è la vostra materia, ma vi piacerebbe capire qualcosa di fisica quantistica “Passaggi curvi” (2008) della fisica statunitense Lisa Randall (New York, 18/06/1962) potrebbe essere il libro che fa per voi.

Vorreste capire qualcosa di spazio curvo, dimensioni extra, stringhe, bosoni, fermioni, fotoni, gravitoni, bulk, brane, supersimmetria, teorie duali, teoria della grande unificazione, buchi neri? Provate a leggerlo. Se non siete dei fisici (come non lo sono io) non vi garantisco che riusciate a capire tutto. Il volume, infatti, parte in seconda, ma ingrana subito la quarta. A differenza di altri testi divulgativi che mi è capitato di leggere, come “Il libro di fisica” di Asimov o “La storia del tempo” di Stephen Hawking, Lisa Randall dà per scontata la fisica di base e si lancia subito nelle “nuove” teorie quantistiche, cercando di divulgare conoscenze scientifiche forse non ancora del tutto consolidate neppure tra gli esperti. Lo fa con alcuni utili esempi presi dalla vita comune e riesce senz’altro a rendere meno ostica una materia che, per sua natura, suona comunque alquanto astratta. Non è mica facile accettare l’idea di vivere in un bulk quadridimensionale limitato da una brana tridimensionale, in una sorta di voragine tridimensionale (spero di non aver detto troppe stupidaggini!), circondati da un universo pluridimensionale (a quanto pare che le dimensioni siano dieci o undici cambierebbe poco). Per un profano è un po’ come sentir disquisire i teologi del sesso degli angeli. Si deve accettare il presupposto dell’esistenza degli angeli per fede e poi ragionar di conseguenza!

Lisa Randall

Rispetto a “Il Libro di fisica” di Asimov, del 1984, qui, essendo un volume del 2008, sono presentate teorie più recenti e l’attenzione è concentrata sulla fisica quantistica e le particelle elementari. L’approccio è diverso anche dal libro di Hawking, perché “La storia del tempo” esamina la fisica dell’infinitamente grande piuttosto che quella dell’infinitamente piccolo.

Qualcuno ha definito questo volume un testo divulgativo facile, nonostante la complessità della materia trattata, qualcun altro l’ha considerato comunque troppo complesso. La mia impressione è che se anziché leggerlo e basta, come ho fatto io (magari anche con attenzione ridotta), ci si mettesse a studiarlo capitolo per capitolo, arrivati in fondo si capirebbe ogni cosa. Il problema è che con una lettura superficiale, sebbene lì per lì si comprenda quel che si legge, passati al capitolo successivo, si fatica a raccogliere le informazioni precedenti e a utilizzarle per comprendere la nuova parte. Insomma, se si assimila ciò che si legge, poi la lettura mi pare quanto mai chiara. Gli esempi forse potranno lasciare perplessi un fisico, in quanto approssimazioni troppo generali di concetti ben più articolati, ma per un profano aiutano.

Insomma, se un liceo lo volesse adottare, non sbaglierebbe. Lisa Randall, del resto non mi pare l’ultima arrivata, considerate le cattedre ricoperte, i riconoscimenti ricevuti e l’attenzione riservatale dalla stampa.

 

PERCHE’ DOBBIAMO ASSOLUTAMENTE ANDARE SU MARTE

Acqua su marteQuesto è un blog dedicato ai libri, mi scuserete quindi se esco fuori tema, ma vorrei affrontare una questione che merita attenzione. In ogni caso, potete considerare questo post una premessa alla mia prossima recensione di “The Martian – Il Sopravvissuto”, che sto leggendo in questi giorni.

In questi giorni la notizia che su Marte siano state trovate tracce di una possibile presenza di acqua ha fatto comparire su Facebook alcuni post che mi hanno disturbato e ai quali ho risposto per ora solo succintamente. Il tema necessita però un maggior approfondimento, essendo di estrema importanza.

Il post (stimolando i nostri istinti protettivi con un’immagine che impietosisce) mostra un bambino assetato, che beve da una pozzanghera e la scritta “L’umanità non ha i soldi per estrarre l’acqua dalle zone aride, però ha i soldi per cercare l’acqua su Marte. La domanda è: c’è vita intelligente sulla Terra?175529647-34894ed6-1358-4130-b927-b964bd798686

L’insieme dell’immagine e del messaggio portano a far credere che l’affermazione sia giusta. Chi non vorrebbe che quel bambino possa avere acqua pulita da bere? Chi vorrebbe suo figlio costretto a bere in quel modo? Spinti dall’immagine, non ragioniamo sul senso dell’affermazione che vuole essere polemica ma anche ironica.

Innanzitutto, è sbagliato mettere in relazione le due questioni della mancanza di acqua e dell’esplorazione spaziale. La siccità in alcune zone della Terra è problema gravissimo e che va risolto, ma ci sono risorse altrove che possono essere impiegate a tal fine. Soprattutto c’è un più ampio problema di ridistribuzione delle ricchezze tra ricchi e poveri, tra zone floride e zone aride, tra Paesi sviluppati e Paesi in ritardo cronico sulla via dello sviluppo. Non è fermando gli investimenti per la ricerca che questi problemi si risolvono, anzi, dato che è solo grazie alla scienza che il nostro pianeta riesce a sfamare (più o meno bene, purtroppo) una moltitudine sterminata di esseri umani, il cui numero è in costante crescita (a ottobre 2015 l’insostenibile 175529634-e1d44ec0-c3e5-4a09-84ca-3af61a94373cnumero era già di 7,37 miliardi di bocche da sfamare e nel 2050 dovremmo essere 9,7 miliardi!). La ricerca scientifica va sempre sostenuta ed è proprio a causa della bassa entità delle spese dedicate a tal fine da molti governi, tra cui quelli del nostro Paese che lo sviluppo si arresta o rallenta. Non dimentichiamoci poi che lo sviluppo di tecnologie per estrarre l’acqua da Marte, con buona probabilità avrà effetti positivi proprio nella risoluzione dei problemi di siccità della Terra. Se si risolvono i problemi dell’approvvigionamento d’acqua su Marte, sarà poi un gioco farlo nelle zone aride del nostro pianeta.

Che cosa dire piuttosto di serie politiche demografiche che arginino la crescita forsennata della popolazione umana? Popolazione, poi, che vive consumando risorse pro capite sempre crescenti, con effetti disastrosi per l’ecosistema.

 

Potrebbe bastare questo a dire che il messaggio circolato è sbagliato e fuorviante, ma c’è una ragione più profonda e seria che ci fa capire quanto quella riportata sia un’affermazione demagogica.175529637-b01d4975-287d-45b1-96ee-8cbd2159f535

Si tratta di riflettere un attimo sull’evoluzione della vita. Alcuni sostengono che solo la fede in qualche religione possa dare un senso alla nostra esistenza. Non è di questo che intendo parlare, però c’è un senso della vita che travalica le fedi. Da uomini moderni credo sia difficile non accettare il concetto dell’evoluzione della vita. Diamolo per accettato, come base del ragionamento che segue.

L’universo è dominato dall’entropia, si dilata, tutto tende verso il disordine. C’è però una forza in controtendenza: la vita. La vita tende a organizzare, a sistematizzare, a creare organismi sempre più complessi e specializzati. Si adatta per raggiungere ogni angolo della Terra.

182340072-d40974a9-e94b-474b-a3d4-f6a4f418841cSolo della Terra? Non credo. L’esplorazione spaziale ci sta mostrando che moltissime stelle (forse è la norma) dispongono di sistemi planetari più o meno complessi e tra questi non mancano pianeti con dimensioni e caratteristiche generali simili a quelle della Terra. C’è vita su di essi? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, perché sono troppo lontani.

Sappiamo però cosa faccia la vita sulla Terra: muta. Organismi semplici si trasformano in altri più complessi in grado di affrontare nuovi ambienti e situazioni via via più ostili. Dal mare la vita si è estesa alla terraferma e al cielo. Si è adattata ai climi più caldi e a quelli più rigidi, alle profondità marine e alle vette delle montagne e persino nei deserti ce ne sono tracce.

A un certo punto, piuttosto recentemente in termini geologici, è comparsa una specie tecnologica, una specie capace di manipolare l’ambiente, di 175529612-07657fe6-3dec-439f-bb84-954624fbd88bcostruire strumenti per vivere in habitat diversi. Questa specie somiglia a un cancro, perché arriva ovunque nell’ecosistema e lo devasta, lo stravolge. Per causa di questa nuova specie, secondo la Lista Rossa delle Nazioni Unite ogni ora si estinguono tre specie animali o vegetali!  Tre all’ora! Non tre animali, ma tre intere specie! Come è possibile una simile devastazione della biodiversità? Se è vero che la vita tende a differenziarsi e a propagarsi,
come può essere che si sia sviluppato questo cancro che infetta l’intero ecosistema planetario? Noi umani siamo davvero solo la rovina del nostro pianeta, siamo solo una piaga devastante, nata per portare morte e distruzione tra tutte le altre specie e persino all’interno della nostra?

Non vorrei crederlo. Non voglio crederlo. Non lo credo. Vorrei, piuttosto, credere che, pur non essendoci alcun Destino verso cui tendiamo, pur non essendoci alcun Ordine Superiore, pur non essendoci nessuna Volontà che ci guida, l’umanità abbia un senso, biologicamente parlando. Voglio credere che questo senso sia proprio nella sua caratteristica più distruttiva: la capacità tecnologica.

Ebbene, l’umanità è stata la sola specie ad aver lasciato la Terra! Siamo la sola specie a essersi allontanata dal mondo in cui è nata (salvo credere ai 182340049-92872407-1f62-41e4-8470-5714e960688amicrorganismi che forse girano per l’universo addormentati all’interno di meteore, comete e meteoriti). Siamo la sola specie a essere scesa su un altro corpo celeste, la Luna e, presto, scenderemo anche su un altro pianeta, superando difficoltà tecniche che nessun’altra specie terrestre, per quanto intelligente potrebbe superare. Perché questo è importante? Questo non è solo importante, questo è importantissimo non solo per l’umanità ma per l’intera vita nata sulla Terra, perché per la prima volta la potremo portare su un altro pianeta, arido, brullo e inospitale, e trasformarlo, come solo l’uomo sa fare, in qualcosa di diverso. Marte forse non diventerà mai un paradiso per l’uomo, ma un giorno potrebbe diventare un mondo in cui nuove forme di vita potranno svilupparsi. E questo sarà solo un primo passo. Nel sistema solare ci sono altri corpi, grandi satelliti, che potrebbero avere elementi in grado di consentire la vita. Se la vita non si è sviluppata (e questo dobbiamo ancora verificarlo) 175529676-aae381b9-069e-4325-a95b-ce735037e6d0possiamo portarla anche in questi spazi inospitali, in questi corpi in cui la scintilla della vita non ha avuto la forza di sprigionarsi da sola, ma dove, con l’aiuto della tecnologia, potrebbe comunque attecchire. Per ora limitiamoci a pensare al sistema solare. Le stelle sono troppo lontane. All’irraggiungibile velocità della luce distano anni, secoli e millenni da noi. Un giorno forse, forte delle esperienze nel nostro sistema, potremo costruire alcune grandi arche, con migliaia di creature a bordo, e lanciarle verso l’ignoto. Ora pensiamo alla terraformazione del nostro sistema solare.
Terraformare significa rendere la vita possibile in mondi diversi dal nostro.

La genetica, assieme all’esplorazione spaziale, è, infatti, l’altro grande “dovere” dell’umanità. Sarà grazie alla genetica, io spero, che potremo riuscire a creare nuove razze in grado di adattarsi alla vita su Marte o altrove. L’umanità magari sarà costretta a vivere in calotte protette con micro-habitat, ma sul suolo marziano nuove piante e nuovi microrganismi potranno crescere e, tra le altre cose, persino trasformarsi in nuove forme di cibo per quest’uomo sempre affamato.

175529611-8307af36-9467-4838-899a-dec90a9bb0e0Per questo è importante sapere se su Marte c’è acqua. Perché l’acqua è alla base della vita come la conosciamo. Perché se ci sarà acqua non dovremo portarcela dietro dalla terra e non dovremo sintetizzarla in loco. Perché se ci sarà acqua sarà più facile cominciare una nuova esistenza lassù. Perché se ci sarà acqua potremmo persino scoprire altre forme di vita. Microrganismi, magari, ma formatisi in modo diverso. Magari non basati sul carbonio, magari con strutture fondamentali impensabili. Se ci sarà un simile microrganismo potremmo capire molto, moltissimo di noi, della vita e dell’universo.

175530343-2ab43552-f44c-48c3-b941-9a3f84f47bceCredo che siano possibili biologie diverse da quella terrestre, basate su diversi elementi, ma se su un mondo non c’è vita, se su Marte non c’è vita, dovremo cercare di ricrearla nella forma più simile a quella che già conosciamo. Per questo ci serve l’acqua. Anche se poca, anche se nascosta in profondità, anche se presente nella tenue atmosfera. La nostra tecnologia ci permetterà di estrarla, studieremo come e un giorno questo servirà anche a dissetare i bambini africani. Per questo dobbiamo cercare l’acqua su Marte.

Potremmo anche popolare l’universo di robot autoriproducentesi e persino capaci di evolvere, ma la vita, la vita cui apparteniamo, di cui siamo il cancro e la speranza, è quella che veramente dobbiamo diffondere. È qualcosa che le dobbiamo, alla Vita, per tutti i danni che le stiamo provocando. Un dovere morale, ma anche un istinto insopprimibile. Dobbiamo andare. Dobbiamo partire verso il cielo e le stelle, perché questo è scritto nel nostro DNA, perché questo è l’impulso della vita: crescete e moltiplicatevi.

E sulla Terra non c’è più posto.

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I VIAGGI NEL TEMPO TRA SCIENZA E FANTASCIENZA

Vittorio Baccelli era un autore molto presente nelle community digitali e mi capitava di incrociarlo in vari spazi. Leggo con dispiacere che è mancato nel 2011. Mi è capitato ora sotto mano un suo libro e mi sono reso conto di non aver mai letto di lui altro che racconti o altri testi brevi. Ho individuato il suo “Filosofia dei viaggi nel tempo” nella mia ricerca di testi che parlino del tempo, che mi ha recentemente portato a leggere “Il libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger e “Essere senza tempo” di Diego Fusaro.

Quello che sto cercando in tali libri è una definizione del tempo che somigli a quella che ho utilizzato nei miei romanzi ucronici, da “Il Colombo divergente” al ciclo di Jacopo Flammer e i Guardiani del Tempo, passando per “Giovanna e l’angelo”.

L’idea che sta alla base dell’esistenza di universi alternativi in cui il flusso temporale è diverso da quello reale è già esplicitata all’inizio del primo romanzo dove scrivevo:

Ogni gesto può esser compiuto

o non esserlo.

Così nasce un universo divergente.

Vittorio Baccelli

Nei romanzi di Jacopo Flammer specifico che il tempo non è lineare, ma un frattale, ovvero da ciascuno degli infiniti punti di ciascuna delle infinite linee temporali si dipartono infinite altre linee, con le medesime caratteristiche. In tal modo qualunque evento può essersi verificato lungo almeno una di queste linee temporali, che chiamo Universi Divergenti. L’incrociarsi di tali linee consente i passaggi da un tempo a un altro, seppure lungo diverse linee.

Vittorio Baccelli scrive un saggio che esamina assieme le principali teorie scientifiche che potrebbero giustificare e permettere eventuali viaggi nel tempo, sia l’uso che di queste teorie è stata fatta dalla fantascienza, sia nei romanzi che nei fumetti o nel cinema. Conclude l’opera con un suo interessante racconto fantascientifico sul tema, in cui immagina la nascita dell’universo generata da un paradosso dei viaggi nel tempo.

La cosa più vicina alla mia idea di Universi Divergenti che ho trovato nel saggio di Baccelli sono i Multiversi e la teoria delle bolle.

Il saggio si presenta comunque come un’affascinante carrellata tra worm-hole, buchi neri, acceleratori nucleari, pulsar, universi oscillanti, fisica subatomica. Un capitolo rilevante è dedicato al fisico serbo Nikola Tesla, riconosciuto per aver brevettato i motori a corrente alternata e che Baccelli insiste nel voler considerare come “l’inventore del Novecento” per la molteplicità delle sue invenzioni, delle sue intuizioni scientifiche, comprese alcune che potrebbero riguardare la manipolazione dello spazio-tempo. Le sue scoperte, secondo l’autore, furono considerate scomode dall’industria americana, che lo boicottò. Tra le sue invenzioni che poi furono attribuite ad altri ci sono la radio e il campo magnetico rotante, ma molte delle sue idee sono purtroppo rimaste sulla carta e altre sono state cedute per nulla all’industria. Interessante è che era affetto da allucinazioni, spesso collegate alle sue intuizioni scientifiche.  Mi viene allora da pensare alle riflessioni di Sacks (“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”) sui difetti neurologici che portano chi ne soffre ad accrescere certe capacità (potrebbe essere il caso di alcuni artisti e, forse, dello stesso Tesla).

Tra le opere cinematografiche più diffusamente esaminate da Baccelli c’è “Donnie Darko”, un’intricata storia di viaggi nel tempo e multiversi che mi ripropongo ora di vedere.

Da ucronico, ho poi apprezzato la parte dedicata questo genere letterario.

Anche se la mescolanza di teorie scientifiche ufficiali, semi-ufficiali e non ufficiali e i rimandi alla fantascienza rendono difficile farsi un’idea precisa dell’attendibilità delle ipotesi descritte, questo volume stampato da Lulu per Tesseratto Editore nel dicembre 2010 si presenta comunque come una lettura stimolante per approfondire altrove le tematiche affrontate.

LE MERAVIGLIE DELLE BIOTECNOLOGIE

Se dovessero indicare quale sia la tecnologia dominante e caratterizzante della nostra epoca, immagino che molti di noi indicherebbero l’informatica o, più ampiamente, l’elettronica oppure, in modo più ristretto, internet. Eppure in questi anni c’è un’altra tecnica che sta facendo grandi progressi: la biotecnologia o, se preferite, l’ingegneria genetica.

Il saggio di Jeremy RifkinIl secolo biotech”(sottotitolo “Il commercio genetico e l’inizio di una nuova era”) affronta l’argomento con ricchezza di dettagli, esaminandolo da più punti di vista, sia di applicazioni realizzate e di prospettive di sviluppo, sia di problematiche ambientali o sociali.

Per chi non si occupi abitualmente di queste cose, il libro sebbene non recentissimo (essendo stato pubblicato in Italia nel 1998 da Baldini & Castoldi), offre una carrellata di esempi di applicazioni pratiche che riescono a stupire e sembrano quasi fantascienza, sebbene già concretamente realizzati.

Come non stupirsi di fronte a microrganismi in grado di nutrirsi di metano, tecniche in grado di ricostruire interi organi partendo da una singola cellula, metodologie di screaning per la ricerca di malattie genetiche, sistemi per evitare tali malattie, trasformazione di specie animali o vegetali, mescolanza di geni tra specie tra loro diversissime?

Se, da una parte, Rifkin ci mostra le grandi potenzialità delle biotecnologie per curare malattie, nutrire un pianeta sempre più sovraffollato, creare cibi e medicine migliori e persino risolvere i problemi dell’inquinamento atmosferico, dall’altra ci mette in guardia sui problemi etici della manipolazione genetica, sui rischi ambientali derivanti dall’introduzione in natura di specie modificate, sulle implicazioni sociali di diversi sistemi riproduttivi, dalla clonazione, alla creazione di in vitro di individui.

Un solo argomento per me rilevante, mi pare, non venga trattato da Rifkin: l’utilizzo dell’ingegneria genetica per la terraformazione. Credo, infatti, ci sia un senso nel fatto che l’evoluzione sia arrivata a creare una specie come l’uomo, che sta depauperando delle proprie risorse il pianeta, sterminando le specie, riducendo la biodiversità a ritmi impressionanti. Il nostro pianeta si stia indebolendo dal punto di vista della biodiversità e questo lo rende fragile. Se la Terra può essere vista, nel suo insieme, come un grande organismo vivente, se ogni organismo mira a sopravvivere e a riprodursi e se la Terra sta morendo, forse lo fa perché questo processo ha anche permesso di creare una civiltà tecnologica che è oggi finalmente in grado di replicare la vita terrestre su un altro pianeta, o meglio di creare nuova vita su altri mondi, non necessariamente uguale a quella che conosciamo. Non mancano infatti in natura esempi di creature che privilegiano la riproduzione alla sopravvivenza individuale.

Se siamo in grado di creare organismi che si nutrono di metano, questi o altri simili non potrebbero vivere del metano presente nell’atmosfera di Marte contribuire a creare un’atmosfera più vivibile, liberando ozono che possa schermare le radiazioni ultraviolette? Non potremmo creare (o ci siamo già riusciti?) microrganismi che si nutrano di biossido di carbonio e sopravvivano ad alte temperature, per popolare l’atmosfera di Venere e magari, nel corso dei millenni, produrre ossigeno, trasformando quindi l’aria del pianeta, rendendolo abitabile anche per altre forme di vita?

Certo sono processi che richiederebbero tempi che vanno al di là delle durate cui siamo abituati a pensare, ma sarebbe il nostro contributo, come specie, alla diffusione nell’universo di questo prodigio che è la vita. Andrebbe considerato come un processo non necessariamente volto a creare un ambiente per la vita umana, ma solo per consentire l’avvio di nuove forme di vita, ma dato che senza un interesse diretto raramente l’uomo si muove, si potrebbe considerare che, sempre grazie all’ingegneria genetica, potrebbero essere creati nuovi esseri umani modificati, in grado di vivere in ambienti solo parzialmente terraformati.

Sono questi temi, purtroppo, ancora troppo lontani dalla sensibilità comune. Lo stesso Rifkin, del resto, teme che l’intera biotecnologia possa apparire alla gente come un argomento troppo lontano dalla propria esperienza comune e cerca di rimarcare come, invece, l’ingegneria genetica sia ormai divenuta un tema di rilievo nel dibattito socio-politico sulla direzione che dovrà seguire la storia dell’umanità, qualcosa che già oggi ha molte implicazioni pratiche.

Gli ecosistemi sono instabili e vanno valutati i rischi di interventi umani che potrebbero avere ripercussioni impensabili e inattese. Se solo potessimo fare le nostre sperimentazioni genetiche nello spazio, l’umanità potrebbe fare grandi progressi senza compromettere gli equilibri naturali del pianeta.

Con questo saggio Rifkin si dimostra ancora una volta sia uno studioso attento a tutti gli sviluppi economici e sociali dell’umanità, capace di spaziare dai tempi più diversi come la fine della proprietà e il passaggio a un sistema economico basato sull’affitto (L’era dell’accesso), lo sviluppo delle energie alternative (Economia all’idrogeno), la nascita di un mondo basato sulla produzione diffusa di energia (La terza rivoluzione industriale), sia un abile divulgatore, capace di scrivere con semplicità e chiarezza e una certa obiettività di argomenti complessi e delicati.

 

ESISTE UNA TEORIA UNIFICATRICE CHE SPIEGI TUTTI I FENOMENI DELL’UNIVERSO?

La “Storia del tempo – Dal Big Bang ai buchi neri” del fisico Stephen Hawking è un trattato divulgativo che affronta i grandi dilemmi della fisica, offrendoci una carrellata dei suoi sviluppi, dalle prime teorie sulla forma e la struttura dell’universo a quelle più recenti (la mia edizione del volume è della fine degli anni ’90), parlando dei tentativi di trovare una legge unificatrice per tutti i fenomeni fisici, dall’immensamente piccolo all’immensamente grande, mostrandoci, secondo le conoscenze attuali, quali sono le componenti più microscopiche della materia, le loro caratteristiche e quali quelle dello spazio intergalattico che ci circonda. Ampio spazio viene dato a buchi neri e warmhole e alla teoria dello spazio a più dimensioni, esaminando la possibilità di effettuare viaggi nel tempo, ipotesi che non può essere esclusa dalle più recenti teorie sulla struttura dell’universo. Chiudono il volume, un po’ off-topic, le biografie “politiche” di Einstein, Galileo e Newton.

Una cosa non viene detta però in questo libro ed è un quesito che, da profano, talora mi pongo: perché cercare di unificare le varie teorie “fisiche” e dimenticarsi della vita, delle regole che ne determinano lo sviluppo e l’evoluzione?

Come noto, sono state individuate dagli studiosi quattro forze o interazioni fondamentali: l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, l’interazione nucleare debole e l’interazione nucleare forte. Per energie dell’ordine dei 100 GeV la forza elettromagnetica e la forza debole si presentano come un’unica interazione, definita elettrodebole. Il grande tentativo della scienza di questi anni è trovare una forza o regola che spieghi ciò che ora si spiega con le quattro forze.

Hawking ci fa capire che l’universo, man mano che lo si studia appare sempre più complesso, quindi mi chiedo se davvero possa bastare una sola regola generale per spiegare ogni cosa. Il desiderio di razionalizzare e semplificare, trovando delle sintesi, delle regole unitarie è tipico del modo di ragionare della mente umana, ma non è detto che corrisponda a come è fatto l’universo. Questo forse è molto più caotico di quanto vorremmo. Mi pare che questa ricerca di una forza unica, sia un po’ come nell’antichità si credeva nelle sfere celesti e nelle orbite circolari dei pianeti. Cerchiamo di ricondurre il complesso a modelli facilmente comprensibili e con una loro dignità ed eleganza, che gli deriva dall’essere forme “perfette”. Come le orbite planetarie non sono circolari, forse così non esistono leggi unificanti. Eppure le teorie che si sono succedute nel tempo, pare che trovino, sempre di più, man mano che da una si passa a un’altra più sofisticata, una rispondenza nella realtà.

Se però cerchiamo una legge che spieghi al contempo l’esistenza e il movimento delle particelle subatomiche e dei corpi spaziali, perché questa non dovrebbe spiegare anche come la vita si evolve da forme semplici a forme complesse e il perché dell’esistenza di una razza tecnologica come la nostra?

Hawking, nel testo, a volte accenna alla formazione della vita sulla terra e alla sua evoluzione, ma è fondamentalmente concentrato nello spiegare la natura di quark, galassie e buchi neri, come del resto è giusto aspettarsi da un fisico.

Fa comunque un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

Eppure, da ignorante della materia, continuo a non capire come sia possibile un fenomeno come la vita, che va nel verso opposto alla seconda legge della termodinamica e che sostanzialmente, nel suo piccolo in termini delle dimensioni dell’universo, contribuisce a ridurre l’entropia.

Stephen Hawking

Stephen Hawking

Probabilmente pecco della classica visione antropocentrica del passato, considerando la vita un fenomeno importante, mentre nell’economia dell’universo potrebbe essere un accidente inessenziale tipico di questo granello di polvere che è il nostro pianeta. Eppure, se è vero quel che scrive Hawking in merito al fatto che l’universo, su grande scala è omogeneo e che in qualunque direzione lo osserviamo è uguale a se stesso, mi parrebbe anomalo e singolare che la vita si sia sviluppata solo sulla Terra. Condizioni uguali dovrebbero presumere lo sviluppo di fenomeni simili. Non mi aspetto di trovare omini verdi nella Galassia, ma fenomeni che contrastino la seconda legge della termodinamica, creando ordine ed espandendolo, cioè forme di vita, che crescono, si riproducono e evolvono verso forme sempre più complesse. Mi aspetterei anzi che, con tempistiche diverse, la vita (magari non a base di carbonio, magari senza ossigeno, magari in forme non riconducibili né al mondo animale né a quello vegetale e neppure a quello micotico) compaia in quasi tutti i sistemi solari. Oppure siamo una rarissima eccezione? Mi parrebbe improbabile. Mi chiedo, quindi, se la comparsa della vita è un evento frequente, ci sarebbe allora una legge fisica da cui la sua comparsa e sviluppo dipende? Una formula matematica che ne spieghi il fenomeno? Una formula che leghi la vita alle altre forze generali? Qualcosa di correlato al secondo principio della termodinamica, di cui costituisce l’opposto?

Il propagarsi della vita segue regole matematicamente e fisicamente prevedibili? Lo sviluppo di civiltà tecnologiche rientra in questa regola? La nascita di una civiltà tecnologica è un “trucco” dell’evoluzione per consentire il diffondersi della vita su pianeti dove non è nata spontaneamente? Se così fosse potrà esistere una civiltà in grado di muoversi da una stella all’altra? Potremo mai sfruttare, se esistono, i warmhole di cui parla Hawking per spostarci da una parte all’altra dell’universo?

warmhole

warmhole

Queste sono domande che il saggio di Hawking non si pone e alle quali non mi risulta ci siano risposte. Forse sono domande sciocche, in quanto viziate dal solito antropocentrismo da cui fatichiamo a liberarci, ma mi piacerebbe che qualcuno, debitamente competente, se le ponesse. Non potranno, infatti, spiegare il senso della nostra esistenza, ma almeno il suo perché.

Storia del tempo” si interroga invece su quark e antiquark, materia e antimateria e sulla natura dei buchi neri. Sentir parlare di cose che vanno oltre ogni nostra forma di percezione mi fa pensare alle antiche discussioni teologiche, pare, insomma, un po’ come parlare del sesso degli angeli, eppure senza la meccanica quantistica, per esempio, non penso che saremmo mai riusciti a circondarci di tutti quei magici manufatti che chiamiamo, non a caso, elettronici. Gli studi della fisica possono apparire quanto mai astratti, ma è grazie alle loro scoperte e teorie che la nostra civiltà si è evoluta sempre più rapidamente negli ultimi anni. Sarà, un giorno, la fisica a farci capire la biologia e il senso della vita?

 

 

 

 

 

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