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LA BIBBIA SECONDO SARAMAGO

José Saramago, Premio Nobel portoghese

Morte José Saramago, Premio Nobel portoghese

Potremmo considerare il Premio Nobel José Saramago un autore di “fanta-religione”? Forse sì, considerando i romanzi “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, “” e “Caino”.

Ci sono materie e argomenti che sono stati rappresentati per secoli e per i quali sembrerebbe che non possano esistere più variazioni. Se poi l’argomento in questione ha natura sacra o è comunque connessa alla religione, i limiti e i confini per queste variazioni appaiono ancor più angusti, a meno che non si voglia essere o apparire del tutto sacrileghi. Una di queste materie è la vita di Gesù di Nazareth, detto Il Cristo. Scriverne in modo alternativo o fantastico è opera sempre rischiosa.

Per narrare in modo nuovo la vita di un uomo, che si dice sia anche un Dio, dopo venti secoli dalla sua nascita durante i quali ogni episodio della sua esistenza terrena è stato raffigurato, esaminato e rappresentato in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili, ci vuole un grande autore. Questo potrebbe essere José Saramago, scrittore portoghese che, pochi anni dopo aver scritto “Il vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura (1998).

La principale novità di questa narrazione è nella descrizione della difficoltà di vivere con Dio, di essere suo figlio.

Nella letteratura non mancano esempi di personaggi che patiscono per la mancanza o lontananza di Dio (persino nella Bibbia ne troviamo). Io stesso ho affrontato il tema con il mio romanzo “Giovanna e l’angelo”, in cui quest’ultimo non riesce a comunicare con Dio, né con altri esseri celesti.

Ne “Il vangelo secondo Gesù Cristo” il Nazareno incontra Dio, ci parla, lo interroga e riceve la sua missione. Si tratta però di un compito, come sappiamo doloroso. Doloroso non solo per lui ma anche per tutti coloro che lo seguiranno. Dio stesso gli elenca, con dovizia di particolari, tutte le morti che saranno generate per causa sua o in suo nome.

il vero volto di Gesù Cristo

il vero volto di Gesù Cristo

Gesù vorrebbe liberarsi di tanto peso, vorrebbe essere uno come tanti, vorrebbe riuscire a fare ciò che fa nella storia immaginata, a esempio, da Nikos Kazantzakis, ne “L’ultima tentazione di Cristo, ma non può: cambiare il proprio Destino.

Altra novità della trama è la figura di Giuseppe, che vivrà con la colpa di non aver fatto nulla per salvare i bambini innocenti trucidati da Erode, essendosi solo preoccupato di salvare il proprio figlio. La colpa, nonostante il Fine elevato, lo tormenterà per tutta la vita e il desiderio di espiazione lo porterà a essere giustiziato, in croce, per una colpa non commessa. Il senso di colpa si trasmetterà come una sorta di peccato originale sul figlio, un po’ come pensavano gli antichi greci, e lo stesso Gesù ne sarà tormentato a lungo.

Nel complesso è un romanzo intenso, vibrante di umanità, con una Maria Maddalena passionale e innamorata, con un Gesù in conflitto con la propria famiglia come un qualunque adolescente un po’ ribelle, con gli apostoli semplici e diretti, con Gesù che stenta a capire veramente quel che sta facendo e quel che gli accade, che due volte tenta di ingannare Dio e due volte ne viene beffato, la seconda in modo definitivo. Belle, poi, le figure del Diavolo/Pastore e dell’Angelo/Mendicante.

Ci sono alcuni momenti ucronici, come quando Gesù non resuscita Lazzaro, perché la sua compagna, Maria Maddalena, gli dice che nessuno merita di morire due volte, neanche il fratello Lazzaro, e, certo, il romanzo non si presta a essere letto in Chiesa, ma non mi è parso particolarmente blasfemo, dato che comunque non nega la divinità di questo umanissimo Cristo, né del suo padre celeste. Interessante, anche se non canonica, mi parrebbe la descrizione della dualità Dio/Diavolo. Un prete, però, non credo la vedrebbe allo stesso modo. Pare anzi che i vescovi iberici e italiani lo abbiano condannato.

Tra le righe si percepisce il soffio dei vangeli apocrifi.

L’ipotesi da cui parte il romanzo “Le Intermittenze della morte” (del 2005) è quanto mai affascinante: cosa succederebbe se le persone, un giorno, smettessero di morire?

Il racconto si caratterizza per una visione forse un po’ troppo generale, mostrando gli effetti sulla Nazione (si direbbe il Portogallo, anche se non viene mai detto) piuttosto che calarsi con costanza sui singoli personaggi e questo, temo, rende la narrazione meno coinvolgente, seppur interessante nel suo sviluppo.

La vera protagonista è la morte (meriterebbe una maiuscola, ma Saramago non gliela concede), che a metà dell’opera si personifica in una bella donna di poco più di trent’anni.

Durante sette mesi di “sciopero” della morte, vediamo la conseguente crisi delle imprese di pompe funebri, costrette a far funerali agli animali domestici, degli ospedali sovraffollati, dove la gente non guarisce ma neppure muore, delle assicurazioni e delle istituzioni politiche.

La cittadinanza trova però un rimedio: portare i moribondi fuori confine, dove trapassano all’istante, perché all’estero la morte è sempre attiva. La cosa però trova l’interesse della Maphia (scritta con il ”ph”, forse per differenziarsi da quella siciliana), che prende il controllo del traffico di moribondi.

Finalmente la morte torna al lavoro, concludendo in una notte quel che non aveva fatto in sette mesi (una sorta di ecatombe). Al suo ritorno le regole per morire sono cambiate: ciascuno riceverà prima del decesso una lettera viola che lo avvertirà del prossimo trapasso.

L’idea però mostra presto i suoi difetti (non si dice, però, cosa questo potrebbe comportare alla vigilia di una battaglia, in cui si sapesse già da una settimana quanti e quali saranno i morti!).

Ciò che turba la morte e la induce a prendere le femminee fattezze che si diceva è una delle lettere viola che insistentemente torna indietro. La morte/ donna, per capire andrà allora a conoscere il violoncellista cinquantenne cui è destinata.

Insomma, una storia che affronta temi quanto mai importanti, ma che si perde in una sorta di satira di costume, senza mostrare veramente il dramma di tali mutamenti vissuti dai mortali dalla sorte sospesa, né i veri orrori che né potrebbero derivare. Non certo degna, a mio modesto parere, di un Premio Nobel o di altre sue opere, ma sicuramente un affascinante esempio di “fantareligione”.

Se Saramago non avesse già scritto “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”.

Caino”, una delle ultime opere dello scrittore portoghese scomparso il 18 giugno 2010, è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.

Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.

Caino e Abele

Caino e Abele

Caino è proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.

Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.

Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.

Ora questo nome, Lilith, ci porta già un’altra dimensione di questo romanzo.

Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.

Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l’origine verso il secolo VIII a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.

La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati! Insomma, come per il “Vangelo”, anche per questa Bibbia, l’autore mescola i testi ufficiali a quelli apocrifi, condendoli con la propria fantasia e creatività.

Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.

Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi a Dio era caro.

Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che, in combutta con Satana, manderà alla rovina il buon Giosuè per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.

Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo è Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).

Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.

Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?

Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrandone aspetti che non vengono certo messi in evidenza nei sermoni domenicali.

Firenze, 05/06/2013

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COSTRUIRE CATTEDRALI E CONVENTI

Memoriale del Convento” di José Saramago è il terzo romanzo che mi è capita di leggere ultimamente (o quasi) che parla della costruzione di un importante edificio religioso.

Il primo l’ho letto, a dir il vero, ormai qualche anno fa, ed è “I pilastri della Terra  (The Pillars of the Earth) un romanzo storico pubblicato nel 1989 da Ken Follett. Racconta la costruzione di una cattedrale a Kingsbridge (una località immaginaria nel Wiltshire inglese); è ambientato tra il 1123 e il 1174.

Il secondo l’ho finito solo il mese scorso ed è La cattedrale del mare (2006), il primo romanzo scritto da Ildefonso Falcones. Si tratta di un romanzo, che trae spunto dalla parabola di vita del protagonista per dipingere la società catalana del XIV secolo.

Memoriale del convento”, se non fosse per alcuni elementi fantastici, che ne costituiscono parti imprescindibili e tra le migliori dell’opera, potrebbe essere definito, come i primi due, romanzo storico.

Scritto nel 1982, precede entrambi gli altri volumi appena citati e, immagino, vista l’importanza dell’autore, che debba essere noto agli altri due, in particolare a Falcones, anche lui autore iberico, come il premio Nobel che lo ha preceduto nel trattare l’argomento.

In tutte e tre le opere, più che parlare delle tecniche edificatorie o di architettura, si parla degli uomini, per lo più semplici lavoratori, che hanno contribuito con il proprio sudore all’edificazione del monumento religioso, che sia una cattedrale, come nelle opere più recenti, o un convento.

A rendere speciale l’opera originaria è quel gusto magico per il fantastico che contraddistingue l’autore de “La Zattera di Pietra”. Qui non sarà il Portogallo a staccarsi dal continente e ad andare alla deriva, ma saranno il protagonista Baltasar Mateus, detto Sette-Soli, la sua compagna Blimunda, detta Sette-Lune e il loro amico prete Bartolomeu Lourenço de Gusmão a staccarsi da terra e a sorvolare il Paese con uno strano uccellaccio costruito da loro stessi e animato da oltre duemila “volontà” rubate da Blimunda (che ha il potere di guardare dentro gli uomini) ad altrettante persone. Le volontà potrebbero anche essere “anime”, ma il prete in odore di eresia che crea il marchingegno volante pensa che siano cosa diversa.

José Saramago

José Saramago

Se la stesura del romanzo precede quella degli altri due citati, l’ambientazione è invece successiva a entrambi (1711-1739), anche se il mondo descritto, con le sue superstizioni, sembra ancora tanto medievale, da non far quasi notare grandi differenze ai lettori più distratti.

L’autore de “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo” e “Caino”, non poteva certo essere molto tenero nei confronti della Chiesa, anche se qui la colpisce solo per alcuni peccati veniali e se la vediamo più nelle sue forme esteriori e popolari, fatta di processioni, voti e flagellanti.

Sarà lo stesso Re del Portogallo, con un proprio voto per la nascita tanto attesa della figlia primogenita, ad avviare la costruzione del monastero, che i sogni di grandezza reali faranno poi lievitare e crescere, quasi a competere con la sede papale, di cui il sovrano si diverte a montare e smontare un modellino in legno.

Mentre il convento cresce, Baltasar, un po’ come l’Arnau de “La Cattedrale del Mare”, cambierà più volte mestiere (soldato, carrettiere, operaio), pur rimanendo comunque un uomo del popolo (mentre Arnau da scaricatore di porto diviene nobile).

A essere davvero diverso nei tre romanzi è lo stile, qui sempre ironico, leggero, un po’ magico, come l’atmosfera che si respira. Se gli altri due sono ottimi libri, non per nulla entrambi dei besteseller, con “Il Memoriale del Convento” si respira aria di vera letteratura, di quella che resta e finisce nelle antologie scolastiche (o ci finirebbe se le polemiche politiche e religiose intorno allo scomparso Premio Nobel non tardassero a smorzarsi).

 

Firenze, 24/06/2013

 

Convento a Porto - Agosto 2013

Porto, agosto 2013 (foto di Carlo Menzinger)

IL FRATRICIDA CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO BIBLICO

Risultati immagini per Caino SaramagoSe José Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”.

Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze della Morte” (2005).

Caino”, una delle ultime opere del premio Nobel portoghese scomparso il 18 giugno 2010 è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.

Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.

Caino è proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.

Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.

José Saramago

Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.

Ora questo nome, Lilith, ci porta già in un’altra dimensione di questo romanzo.

Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.

Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l’origine verso il VIII secolo a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.

La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati!

Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.

Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi gli era caro.

Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che manderà alla rovina il buon Giosuè, in combutta con Satana, per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.

Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo sarà Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).

Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.

Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?

Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrando quegli aspetti che vengono messi meno in evidenza nei sermoni domenicali.

Caino e Abele

Caino e Abele

Leggi anche:

–          Cecità

–          Il Vangelo secondo Gesù Cristo

–          Le Intermittenze della Morte

Firenze, 07/05/2013

LE DEBOLEZZE DELLA MORTE

José Saramago - Le Intermittenze della Morte

José Saramago – Le Intermittenze della Morte

Il Premio Nobel José Saramago ha scritto romanzi affascinanti come “Cecità”, “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”, assai più godibili de “Le Intermittenze della Morte”, anche se l’ipotesi da cui parte questo romanzo è quanto mai affascinante: cosa succederebbe se le persone, un giorno, smettessero di morire?

Il racconto si caratterizza per una visione forse un po’ troppo generale, mostrando gli effetti sulla Nazione (si direbbe il Portogallo, anche se non viene mai detto) piuttosto che calarsi con costanza sui singoli personaggi e questo, temo, rende la narrazione meno coinvolgente, seppur interessante nel suo sviluppo.

La vera protagonista è la morte (meriterebbe una maiuscola, ma Saramago non gliela concede), che a metà dell’opera si personifica in una bella donna di poco più di trent’anni.

Durante sette mesi di “sciopero” della morte, vediamo la conseguente crisi delle imprese di pompe funebri, costrette a far funerali agli animali domestici, degli ospedali sovraffollati, dove la gente non guarisce ma neppure muore, delle assicurazioni (meno credibile, dato che il Caso Morte, non è certo la sola polizza trattata) e delle istituzioni politiche.

La cittadinanza trova però un rimedio: portare i moribondi fuori confine, dove trapassano all’istante, perché all’estero la morte è sempre attiva. La cosa però trova l’interesse della Maphia (scritta con il ”ph”, forse per differenziarsi da quella siciliana), che prende il controllo del traffico di moribondi.

Finalmente la morte torna al lavoro, concludendo in una notte quel che non aveva fatto in sette mesi (una sorta di ecatombe). Al suo ritorno le regole per morire sono cambiate: ciascuno riceverà prima del decesso una lettera viola che lo avvertirà del prossimo trapasso.

José Saramago

José Saramago

L’idea però mostra presto i suoi difetti (non si dice, però, cosa questo potrebbe comportare alla vigilia di una battaglia, in cui si sapesse già da una settimana quanti e quali saranno i morti!).

Ciò che turba la morte e la induce a prendere le femminee fattezze che si diceva è una delle lettere viola che insistentemente torna indietro. La morte/ donna, per capire andrà allora a conoscere il violoncellista cinquantenne cui è destinata.

Insomma, una storia che affronta temi quanto mai importanti, ma che si perde in una sorta di satira di costume, senza mostrare veramente il dramma di tali mutamenti vissuti dai mortali dalla sorte sospesa, né i veri orrori che né potrebbero derivare. Non certo degna, a mio modesto parere, di un Premio Nobel.

 

Firenze, 21/08/2012

 

Morte

 

LA SOCIETÀ DEI CIECHI

José Saramago - Cecità

José Saramago – Cecità

Di José Saramago, Premio Nobel portoghese per la letteratura nel 1998, avevo già molto apprezzato i romanzi “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” e gradito “L’anno della morte di Riccardo Reis”;

Cecità”, romanzo dalla struttura articolata e dal modo originale di presentare la storia, anche grazie ad alcuni accorgimenti stilistici, mostra gran parte del suo fascino nel trattare la capacità dell’uomo di affrontare le più grandi difficoltà, genere letterario trasversale che si ritrova spesso nelle vicende post-apocalittiche come “Io sono leggenda” di Matheson o “La Strada” di McCarthy, tanto per citare due ottimi esempi tra quelli che ho letto più di recente o nelle storie di naufraghi o persone disperse come “Robinson Crusoe” di Defoe, “Darwinia” di Wilson, “La bambina che amava Tom Gordon” di King o il telefilm “Lost”.

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è stato l’approccio al tema. Saramago non si limita a descrivere la situazione dal punto di vista di un solo protagonista, ma ci mostra, uno dopo l’altro, alcuni personaggi e ci fa vedere, presentandoceli, il loro diverso modo di reagire all’improvvisa cecità. Incipit interessante ma proprio nel momento in cui mi sono trovato a pensare “il meccanismo funziona bene ma non può andare avanti”, ecco che Saramago, da ottimo autore quale è, cambia struttura e fa riunire dalle autorità spaventate tutti i suoi ciechi in un ex-manicomio, in cui vengono letteralmente rinchiusi.

Di nuovo, proprio quando la vicenda nel ex-manicomio pareva diventare collaudata e senza sbocchi, Saramago si libera di questo palcoscenico e fa uscire i suoi ciechi in un mondo devastato in cui ormai non esiste più una sola persona che ci veda, a parte la moglie del medico, che abbiamo conosciuto nell’ex-manicomio in cui si era fatta rinchiudere per seguire il marito, fingendosi cieca. Il finale ottimista è la quarta svolta. Una simile struttura tiene sempre alta l’attenzione e l’interesse del lettore.

Stilisticamente la cecità viene rappresentata con l’assenza di nomi propri, non solo dei personaggi ma anche dei luoghi, come a dire che per un cieco un uomo equivale a un altro, un posto a un altro. Questo non toglie spessore ai protagonisti, che appaiono ben delineati anche se si parla di loro come del primo cieco, del medico, del ladro, della donna con gli occhiali neri, del bambino strabico, del vecchio con la benda nera, della moglie del medico e così via.

Nella prima parte del romanzo, quando la cecità si manifesta, Saramago ci mostra come questa possa essere accolta: sventura, evento inevitabile, destino, punizione quasi divina. Nel dipingere i suoi personaggi ce ne mostra così le sfumature psicologiche e sociali.

Nella seconda parte ci fa vedere tutto l’abbrutimento di cui può essere capace l’essere umano privato di una struttura organizzativa. I ciechi, la cui malattia si è rivelata contagiosissima, vengono rinchiusi nell’ex-manicomio, quasi a simboleggiare la somiglianza tra cecità e follia, metafora dei nostri tempi in cui la vera pazzia sta nel non voler vedere le atrocità del mondo. Qui non hanno altro rapporto con l’esterno che attraverso le guardie spaventate che portano loro da mangiare e che si tengono sempre alla massima distanza possibile. L’assenza di un’organizzazione sociale porta la piccola comunità alla barbarie se non all’imbestialimento e ben presto prevale la legge del più forte, con tutte le violenze possibili, mentre la paura semina morte.

L’ottimismo di Saramago lo porta, però, a immaginare forme di solidarietà spontanea e di aggregazione, come a voler confermare che anche nelle situazioni più confuse la nostra natura di animali sociali deve emergere. La presenza dell’unica vedente dell’intero manicomio consentirà al gruppetto dei protagonisti di ribellarsi ai soprusi dei violenti, pur senza confermare il detto “nel paese dei ciechi l’orbo è re” ma mostrando che la vista è, quanto meno, un vantaggio evolutivo non indifferente.

L’autore portoghese fa un gran ricorso a proverbi, forse per mostrare che il mondo da cui nascono, quello popolare e popolaresco, istintivo e spontaneo ma organizzato in nuclei di natura familiare, è il mondo naturale cui l’essere umano tende.

José Saramago

José Saramago

Quando tutto fuori crolla, i primi ciechi fuggono dalla quarantena e si aggirano in un mondo post-apocalittico, con bande di orridi ciechi che brancolano alla ricerca di cibo in una città devastata e spogliata di ogni ricchezza fisica e morale. Eppure anche lì sta sorgendo un nuovo ordine sociale. La proprietà non esiste più. I ciechi non riescono quasi mai a ritrovare la casa da cui provenivano, percui appena ne trovano una vuota la occupano per poi abbandonarla partendo di nuovo alla ricerca di cibo. Il cibo è di chi lo trova per primo. I gruppi si aggregano e disgregano continuamente. I ciechi si muovono reggendosi l’uno all’altro ma talora uno si stacca, per un po’ brancola da solo e poi, come trova un nuovo gruppo, vi si attacca e viene accolto come se ci fosse sempre stato, in un movimento che fa pensare a quello delle processionarie, quegli insetti velenosi che si muovono in fila indiana.

Cecità” insomma non è solo una distopia fantascientifica, ma è soprattutto una riflessione sulla natura sociale dell’uomo (certe digressioni in tal senso appesantiscono forse un po’ il testo, il cui senso era evidente anche senza le osservazioni morali dell’autore) e un grande romanzo sull’amicizia e la solidarietà come forza aggregante.

Firenze, 01/10/2011

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