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SALVARE I SALVATORI DELLA VERGINE DELLA PAGODA

I misteri della jungla nera” di Emilio Sàlgari fu il primo romanzo da me letto. Me ne fu regalata una copia da due gemelli che erano sti miei compagni d’asilo il giorno del mio settimo compleanno. Fino ad allora avevo letto solo libretti che non potevano essere definiti romanzi. Credo che la mia fascinazione per la lettura e per Sàlgari (a quei tempi non si usava l’accentazione Salgàri poi assunta in anni successivi) sia iniziata lì.

Ricordo che mia madre mi lesse le prime pagine e poi mi disse “ora continua tu” e io ho continuato… e tutt’ora continuo a leggere.

Dunque la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata con questo affascinante incipit:

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.

La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che  rastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.

È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.

Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.

Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.

Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quellejungle, è andare incontro alla morte.

Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle,che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.

Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane.

La narrazione salgariana procede poi con uno stile più asciutto, in cui le parti descrittive non mancano certo, ma che le esigenze di una trama fitta e densa di colpi di scena costringono a essere più concreto e diretto di queste righe.

In questi giorni ho ripreso in mano (questa volta sotto forma di e-book) il romanzo e l’ho riletto, con in mente anche un interrogativo “tecnico”, da autore di romanzi d’avventura.

L’opera di Salgari viene comunemente considerata come letteratura per l’infanzia e il fatto che io a sette anni e per il resto del periodo delle elementari abbia divorato avidamente oltre ottanta dei suoi romanzi (comprese anche alcune opere fasulle o attribuite alla scrittura dei suoi figli), passando in modo casuale da uno all’altro dei suoi cicli, mi farebbe pensare che sia giusto considerarlo tale.

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Al giorno d’oggi, però se vi dicessi che “I misteri della jungla nera” tratta di una storia d’amore d’ambientazione storico-esotica, in cui l’innamorato compie infinite gesta per salvare l’amata, rischiando continuamente la morte, mentre i suoi compagni e nemici muoiono attorno a lui con il ritmo di un film sugli zombie, lo dareste in mano a vostro figlio?

La moderna sensibilità che ci induce a proteggere i bambini da visioni di morti, accoltellamenti e strangolamenti, penso che potrebbe indurre qualcuno, che ignori l’autore e la fama dell’opera, a non voler offrire il libro a un minore.

Il dubbio è: sarebbe nel giusto?

Fui io scioccato da tante morti violente? Mi turbò la passione amorosa del possente Tremal-Naik per la splendida virginea Ada? Tutt’altro. Anzi. Però di tutto ciò servavo un ricordo solo vago. Pensando a “I misteri della jungla nera”, pensavo a un romanzo d’avventura, alla splendida tigre Darma, fedele compagna e salvatrice di Tremal-Naik, al buffo rapporto di amicizia-servitù tra l’eroe e i suoi servitori, in particolare il fedele Kammamuri. Pensavo alla giungla, colma di mille animali, ai fantastici templi sotterranei dei thug, ai loro riti, ai loro lacci da strangolatori, alle misteriose divinità indiane.

I misteri della jungla nera - Emilio Salgari - L'edizione che lessi da ragazzo

I misteri della jungla nera – Emilio Salgari – L’edizione che lessi da ragazzo

Credo che un bambino sia affascinato da tutto ciò che per lui è nuovo (non dovrebbe esserlo anche un adulto?). Queste ambientazioni permettono di far lavorare la fantasia. I nomi strani e insoliti scatenano una magia, come ben hanno scoperto anche i grandi narratori fantasy come Tolkien o la Rowlings. Non solo i nomi dei luoghi, di cui ho dato un esempio nell’incipit citato, ma anche di tutto ciò che Tremal-Naik incontra: banian, dootèe, ramsinga, latania, maharatto, gonga, saranguy, dubgah… e mille altri, dato che quasi in ogni pagina ve n’è almeno uno!

Il linguaggio strano, che non sempre il bambino comprende, non solo lo arricchisce, nel momento in cui ne afferra il significato, ma crea per lui una sorta di lingua parallela, misteriosa e diversa, che gli permette di superare i propri genitori, la cui parlata non comprende ancora appieno. Impadronendosi di una terminologia propria, ma comune agli altri giovani lettori, assume, io credo, una superiorità psicologica sul genitore, affermando la propria crescita e il proprio ruolo.

Dunque, nel romanzo per ragazzi l’elemento linguistico, la creazione di mondi alternativi (siano essi solo esotici o di fantasia) sono elementi fondamentali nella crescita non solo culturale dei bambini.

E la paura? Perché i grandi romanzi di successo per ragazzi contengono sempre la morte, esseri pericolosi, spesso orrendi e diversi? Che cosa direste di un tale che passando per strada spaventasse il vostro bambino? Si tende oggi a pensare che il libro sia simile a questo estraneo, ma non è così. Il bambino impara presto a distinguere il reale dal fantastico (o dal virtuale), ma l’esperienza della paura in un film o in un libro è fondamentale per svilupparne il superamento.

Ricordo che mia figlia, in età prescolare, si ostinava a rivedere varie volte proprio i cartoni animati che più l’avevano spaventata. Io credo che con la lettura, il cinema o la TV, il bambino riesca ad affrontare e superare le proprie paure e si fortifichi.

Questo già pensavo quando scrissi i primi due romanzi del ciclo con Jacopo Flammer. Anche lì ho cercato di inserire termini “nuovi” per il bambino, prediligendo però, un po’ come Salgari (ma in misura minore) parole provenienti dai vocabolari esistenti a quelle di pura fantasia. L’idea è che se invece di termini come “babbani” o “passaporta” il bambino si appropria di un lessico reale, alla crescita emotiva, si accompagna anche quella culturale. Lo stesso non ho mancato di inserirvi la paura nelle sue diverse sfumature e un ambiente “esotico”.

Questa mia rilettura de ”I misteri della jungla nera” mi ha fortificato in tale convinzione.

Ai tempi del liceo ricordo che feci notare alla professoressa di lettere quanto mi paresse assurdo che nell’antologia di letteratura italiana non ci fosse neppure un paragrafo dedicato a Salgari, un autore letto allora da almeno tre generazioni d’italiani. Forse Salgari non era all’altezza come autore, ma l’importanza “culturale” della sua opera non andava sottovalutata, dissi. A quei tempi mi ripromisi di rileggere Salgari alla luce delle mie nuove letture e conoscenze e cercare di capire se tale esclusione fosse stata corretta. Non lo feci mai. Solo di recente mi è capitato di leggere in un’antologia (“Vampiriana”) un suo racconto (“Il vampiro della foresta”) e di affrontare una sua opera minore che mi era sfuggita “Le meraviglie del duemila”, due lavori poco conosciuti e senz’altro poco significativi della sua produzione.

La rilettura de “I misteri della jungla nera” è dunque il mio primo approccio a questo quesito, che per trovare risposta necessiterà di ben altri approfondimenti.

Per il momento, dalla lettura ne emerge che si tratta senza dubbio di un romanzo catalogabile come “d’avventura”. È pur vero che ci sono elementi del “romance”, dato che la trama essenziale è quella di un amore difficile in ambientazione storico-esotica, ma poi l’approccio è del tutto diverso.

La descrizione dell’ambiente è frutto di accurate ricerche e ci offre un mondo di cui cogliamo gli aspetti superficiali ed esteriori, non andando veramente a fondo nella cultura dei popoli presentati. Di maharatti, indiani, bengalesi, birmani, thug alla fine sappiamo ben poco da Salgari a parte la foggia dei loro abiti, la forma delle loro abitazioni, le armi e i veleni usati. Qualche elemento compare per delineare le loro fedi, ma la filosofia e la cultura sottostanti non sono cose che interessino Salgari.

La psicologia dei personaggi è scolpita a tratti netti. Ne emergono figure dalle caratteristiche determinate, spesso positive (coraggio, cocciutaggine, lealtà, determinazione), che esprimono sentimenti forti (passione amorosa, odio, desiderio di vendetta, amicizia), ma non se ne affrontano le sfaccettature più sottili.

La trama è ricca di colpi di scena e non lascia certo addormentare il lettore, ma si nota il ripetersi di un cliché, di un meccanismo per la soluzione dei problemi: il salvataggio.

La trama centrale consiste nel salvataggio di Ada Corishant da parte di Tremal-Naik e, poi, di suo padre il Capitano Corishant, ma di salvataggi ce n’è moltissimi altri, tentati o realizzati.

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato "Sandokan"

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato “Sandokan”

Tremal-Naik, sebbene abbia le fattezze di un Rambo (un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane) non è invincibile, ma necessita sempre di aiuto per portare a termine le sue imprese. È anche un po’ avventato e occorre il buon Kammamuri per portarlo alla ragione e non rischiare invano la vita. A proposito mi viene in mente la delusione nel vederlo interpretato nel “Sandokan” televisivo da un ragazzetto magrolino! Tremal-Naik era un pezzo d’uomo, altroché!

Il messaggio mi pare importante per un ragazzo (e non solo): ogni eroe è tale solo grazie agli altri, la collaborazione è importante.

Il cambio di ambientazione e di “posizione” di Tremal-Naik tra la Prima e la Seconda Parte del romanzo mi ha un po’ spiazzato. Nella Prima Parte, che si svolge solo nella giungla, Tremal-Naik combatte contro i thug. Nella Seconda, in cui l’ambiente si allarga e aumentano i personaggi, dato che i thug tengono in ostaggio Ada, l’eroe si allea con loro. Lascia un po’ stupiti la condiscendenza con cui lo fa, giustificata solo dalla sua paura che qualcosa accada all’amata. Credo che per un bambino un simile cambio di posizione sia un po’ disorientante.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per soddisfare un giovane lettore, ma non tutti i lettori più maturi e posso immaginare il critico letterario cui qualcuno proponesse di inserire un simile libro nell’antologia di letteratura che sta curando.

Del resto, anche lo stile è semplice, nonostante le articolate e quasi poetiche descrizioni, e non mancano distrazioni, ripetizioni e persino errori grammaticali (non sempre dovuti alla differenza della lingua ottocentesca).

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Un’altra osservazione che mi viene da fare è sull’uso dei nomi dei personaggi. Non ho idea se Tremal-Naik sia davvero un nome indiano, certo però vi ho sempre sentito (e oggi ci leggo) l’assonanza con “Trema-No”. Quante volte i personaggi del libro si chiedono l’un l’altro “hai paura?” Quante volte viene detto che “tremano di paura”? Tremal-Naik no. Non trema. E Ada Corishant? Salgari non ha voluto dare all’amata vergine della pagoda un nome che facesse pensare a “Cuore santo”?

Insomma, mi pare un libro che si legge piacevolmente, che rimarrà trai miei preferiti, per il ricordo infantile che ne servo, che avrei voluto far leggere a mia figlia quando ne aveva l’età (ma non riuscii a convincerla), che si presenta comunque ancora attuale e leggibile per un bambino moderno.

Meriterebbe anzi che ne sia ricavato un bel film d’azione all’americana. Con un buon regista e un attore adeguato il successo sarebbe assicurato anche tra gli adolescenti.

Firenze, 15/09/2013

IL SECOLO FANTASTICO

Se è vero che il romanzo gotico, la fantascienza, il fantasy e tuta la letteratura fantastica affondano le proprie radici nei tempi antichi, bisogna però dire che i canoni moderni del genere fantastico e il suo vero sviluppo si sono avuti nel XIX secolo.

Lodevole, pertanto, la scelta della rivista “IF – Insolito & Fantastico” di dedicare il n. 13 a questo periodo, intitolando il volume “Ottocento fantastico”.

Apre il volume l’articolo di Maria Teresa Chialant sui fantasmi di epoca vittoriana. Riccardo Valla parla poi dei primi viaggi spaziali della letteratura, partendo dal greco Luciano di Samosata, passando per l’Orlando Furioso, il Cyrano de Bergerac, Micromegas di Voltaire, fino ad approfondire il secolo in questione e gli inizi di quello scorso con i loro Verne,Burroughs, Laurie, Le Rouge e Wells.

In quanti immaginano Ippolito Nievo tra i precursori della fantascienza italiana? Ce ne parla Marco Lauri.

Dell’importante ruolo nel fantastico di Maupassant ci parla Giuseppe Panella.

Di Stevenson e del suo doppio Jekyll-Hyde ci parla Romolo Runcini.

Dell’inesauribile fantasia avventurosa di Emilio Salgari scriver Michele Martinelli.

Del difficile rapporto degli italiani con la fantascienza scrive Gianfranco de Turris.

Morena Corradi descrive come il fantastico fu trattato dalle riviste letterarie dell’epoca e parla del ruolo della Scapigliatura.

Enrico Passaro parla invece di alcune collane dedicate all’ottocento fantastico (“La Biblioteca di Babele”, “Il Voltaluna” e “Il Cigno Nero”).

Per conoscere Ambrose Bierce torna utile l’articolo di Walter Catalano.

Max Milner ci racconta della trasposizione teatrale del “Vampiro” di Polidori, fatta da Charles Nodier nel 1820.

Segue quindi l’articolo da me scritto, intitolato “L’evoluzione del vampiro ottocentesco”, in cui passo in rassegna la formazione e trasformazione delle caratteristiche principali di questa figura fantastica, partendo da Polidori e Byron, passando per Mistrali, Le Fanu e numerosi altri fino ad arrivare a Stoker, che chiude il secolo e ci prepara al vampiro moderno. Carlo Bordoni approfondisce il tema, parlando di donne-vampiro.

Fin qui la parte monografica del volume. Seguono poi alcuni altri articoli non necessariamente nel tema del volume, dalla trattazione delle emergenze nucleari nella scrittura nipponica fatta da Claudio Asciuti, all’articolo sulla fantascienza italiana di Arielle Saiber, alla recensione Valerio Vangelisti di un volume curato da Pizzo e Catalano (“Sinistre Presenze”), alla recensione di “Armageddon Rag” di George Martin, a quella di “Nero Criminale” di Stefano Marino o de “L’Anima” di Enrico Butti. Più in tema la recensione di La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di PreussenthalOttocento Nero Italiano”, volume a cura di Gallo e Foni.

Non posso poi non segnalare la bella recensione fatta da Antonio Daniele al mio romanzo fantastico “La Bambina dei Sogni”. Peccato solo che nella foto che avrebbe dovuto raffigurarmi, sotto la scritta “Carlo Menzinger” compaia invece il mio amico e co-autore in altre opere Sergio Calamandrei!

 

Firenze, 28/09/2013

L’EVOLUZIONE DEL VAMPIRO OTTOCENTESCO

Vorrei esaminare, da semplice lettore, il nascere e l’evolversi della figura del vampiro, limitandomi qui al solo XIX secolo e ad alcune mie letture più recenti, dalle quali ho notato il progressivo emergere delle caratteristiche fondamentali del vampiro.

Comincerei questo e veloce e parziale excursus dal volumetto intitolato “Il Vampiro” (pubblicato da Edizioni Studio Tesi) e che rappresenta l’inizio della storia letteraria del vampiro nelle sue fattezze ottocentesche, che saranno poi, fondamentalmente, anche quelle dell’intero secolo successivo. L’autore che figura sulla copertina del volume è John W. Polidori.

Il libro, in realtà, riunisce più scritti, dei quali solo quello che reca il titolo in copertina è del su menzionato autore. Il testo comprende anche un “Frammento” di Lord Byron e un racconto di Anonimo proveniente dalla tradizione popolare. Vi sono inoltre vari brani di commento, tra cui l’interessante Antefatto di Giovanna Franci e Rosella Marangoni, in cui si spiega come in questo testo siano racchiuse le origini romanzate di questa figura leggendaria.

A quanto si legge, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

George Gordon Byron

Lord George Gordon Byron

Byron e Shelley si  erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il “Frammento” presente nel volume di cui scrivo. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

In entrambi i brani, così come in quello di Anonimo intitolato “La Sposa delle Isole”, il vampiro compare con molte delle caratteristiche moderne: è un nobile signore dai modi misteriosi, ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, necessita del sangue di una giovane donna (vergine per l’Anonimo), inganna un altro gentiluomo che si illude di poter essere suo amico, risorge misteriosamente.

Mancano ancora i famosi canini acuminati e non si dice che soffra il contatto con la luce. È però pallido, in quanto, tornato innaturalmente in vita, il sangue non scorre più regolarmente nelle sue vene. Inoltre, si ciba normalmente (per l’Anonimo non usa il sale) e dorme come tutti, non certo in una bara. Per l’Anonimo, nel momento in cui non riesce a portare a compimento la propria missione di sposare la vergine e nutrirsi del suo sangue finché dura la luna di Halloween, il vampiro scompare dissolvendosi nel nulla. Non vive ancora nei Carpazi ma in Inghilterra. Il cimitero appare come scenario già nel “Frammento”.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

John W. Polidori

John W. Polidori

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Dunque, se né PolidoriByron sono certo gli inventori della figura del vampiro, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sono peraltro gli iniziatori della tradizione letteraria moderna che ancora oggi, a due secoli di distanza ha tanto successo e seguito, fino ai recenti romanzi della Meyer.
Non mi è chiaro se “La Sposa delle Isole” sia antecedente o successivo al Frammento di Byron e come mai il vampiro si chiami Lord Ruthven anche nel brano dell’Anonimo, se Polidori abbia scelto quel nome copiandolo dal romanzo “Glenarvon” con cui Lady Caroline Lamb si prendeva gioco del suo ex-amante Lord Byron, chiamandolo proprio Lord Ruthven.
Grazie al mio incontro con Antonio Daniele sulle pagine del numero di IF dedicato ai Vampiri, cui abbiamo collaborato entrambi, ho avuto modo di scoprire il raro libello curato dal medesimo Daniele e scritto da Franco Mistrali “Il Vampiro – Storia vera”.

Come si legge in quarta di copertina, questo volume, edito ora in una nuova edizione da Keres, anticipa di un trentennio il “Dracula” di Bram Stoker e di tre anni la “Carmilla” di Le Fanu, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Rappresenta dunque uno dei primissimi romanzi di vampiri della letteratura italiana ed è uno trai primi in assoluto, seguendo solo di pochi decenni “Il Vampiro” di John Polidori e quello di Lord Byron, entrambi del 1816.

Bram Stoker

Bram Stoker

Il Barone Franco Mistrali (1833-1880) fu un personaggio eclettico e interessante. Scrittore, garibaldino, anticlericale, pubblicò vari romanzi – spesso storici – diresse e fondò riviste, fu oggetto di scandali e incarcerato.

“Il Vampiro” è opera romantica, ma che ancora fortemente risente degli influssi neo-classici, come si può notare dalle abbondantissime citazioni letterarie presenti. L’autore stesso (pag. 67) arriva così a scusarsi dal “nuovo stile”:

I narratori classici grideranno al barocchismo, ma li lasceremo gridare: le grammatiche sono una gran bella cosa, ma vi è qualche cosa che sta sopra tutti i codici a tutte le regole: la musica di Rossini quando comparve fu dichiarato che violava i regolamenti: non ci è che dire: i pedanti trovavano le violazioni sulla partitura e le segnavano con tanto di croce: il pubblico applaudiva: Shakespeare anche cotesto è un gran violatore di regole: Voltaire che pure avea talento, lo chiamavano barbaro saltimbanco: ma i drammi del barbaro seppelliranno tutte le tragedie del classico: a me basta che nelle evoluzioni che andrò facendo in questa curiosa storia, non mi manchi l’indulgenza del lettore: chi mi ama mi segua.
Da buon autore di romanzi storici, Mistrali ci offre un’ambientazione precisa e alcuni personaggi reali compaiono da protagonisti, in primis il Principe di Monaco, che con il narratore e l’ispettore Ledru al suo servizio, indaga sulle misteriose vicende narrate, ma anche lo Zar di Russia, causa di tutte le vicende narrate.
Si tratta, infatti, di un’indagine su strani fatti, che al narratore fanno subito pensare a vicende di vampiri, e che coinvolgono la nascita di figli illegittimi del medesimo Zar.  Dietro al mistero ci sono storie di vendette e su tutto il racconto si muove un misterioso personaggio, dall’aspetto vampiresco, che muta più volte nome e identità.

Compare, infine, una setta di vampiri. Ci sono esperimenti di alchimia e l’esperimento sul sangue (pag. 224) porta a conclusioni che ricordano, seppur romanticamente, quelle della moderna clonazione.

La vita vive nel sangue ed ogni gocciola del fluido rubicondo trae seco un atomo vitale. Se noi potessimo avere conservato del sangue di Sesostri o di Faraone, noi avremmo in esso un atomo vivo della loro vita, una fibra dell’anima loro, un’eco degli affetti e delle passioni che li dominavano”.

Franco Mistrali

Franco Mistrali

Più che alle teorie sul vampirismo, il romanzo sembra far riferimento a quelle pitagoriche sulla reincarnazione e di vampiri, in realtà, in queste pagine non se ne incontrano mai, salvo quelli della Setta, che tali non sembrano veramente. Di loro però si parla. Una particolarità delle creature della notte immaginate da Mistrali è che non mordono le loro vittime sul collo, ma sul petto, vicino al cuore.
Si tratta, però, più che altro di un giallo con tinte gotiche, con un mistero da risolvere e svelare, e in cui non mancano riferimenti alla vita del tempo e piccole osservazioni o critiche sociali come la seguente (pag. 25): “la civiltà invece dovrebbe realizzare l’ideale della libertà anche nelle tasse, e pertanto gli inglesi sostengono che in fatto d’imposte l’ideale è la generalizzazione del tributo indiretto: fuma chi vuole, beve chi vuole, consuma chi vuole oggetti di lusso: ma non mangia chi vuole.

Romanzo dunque imperdibile per chi voglia conoscere e approfondire la storia del romanzo gotico, piacevole souvenir per chi ami esplorare la letteratura del XIX secolo, curioso libello per chi cerchi una testimonianza della storia europea e, cosa quanto mai rara, leggere una storia che sia ambientata nel ristretto Principato di Monaco.

Un nuovo progresso alla figura del vampiro, mi pare sia favorito dall’opera di Le Fanu.

Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu è nato a Dublino (Irlanda) nel 1814 e morto nel 1873. A lui dobbiamo un interessante rivisitazione della figura del vampiro in un racconto del 1872 intitolato “Carmilla”, scritto dunque venticinque anni prima della pubblicazione di “Dracula” di Bram Stoker e cinquantasei anni dopo “Il Vampiro” di Polidori.

Si tratta probabilmente della prima versione femminile di questo non-morto apparsa in un’opera di narrativa moderna. Il racconto si presenta più articolato e psicologicamente evoluto del racconto di Polidori ma, non essendo un romanzo, ha una struttura più semplice di “Dracula”, e sviluppa la natura particolarmente sensuale della (apparentemente) giovane donna-vampiro.

Bisogna dire che gli elementi fondamentali di questa figura sono gli stessi che avevamo notato in Polidori, solo che volti al femminile: è di aspetto e origini nobili, ha modi misteriosi (nasconde il proprio passato), ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, cerca il sangue di una giovane donna, inganna un’altra fanciulla (in Polidori un gentiluomo) che si illude di poter essere sua amica.
In Polidori è meno evidente, mentre qui la donna-vampiro ha chiaramente la capacità di rimanere giovane e immutata per vari decenni e, infatti, viene ritrovato un ritratto antico la cui somiglianza con Carmilla stupisce la protagonista (ma non suo padre).

Compaiono alcuni elementi nuovi, che ritroveremo in seguito, per esempio in Dracula: i denti aguzzi, il fatto di dormire in una tomba, di assentarsi per lunghe ore, una dieta che comincia a essere sospetta.
Carmilla non sembra avere un particolare bisogno di sangue umano, nel senso che Le Fanu non dice che le sia impossibile vivere senza, ma se ne nutre, a volte colpendo velocemente la sua preda, altre volte seducendo lentamente la propria vittima.

L’ambientazione, questa volta, è la Stiria (in Austria) e ci avviciniamo dunque un po’ ai Carpazi di Stoker, rispetto all’Inghilterra di Polidori.

Quello che rende particolare questo racconto è una certa natura lesbica del rapporto di Carmilla con le propria vittime. Si tratta di un racconto ottocentesco, percui non aspettatevi scene di sesso né passioni travolgenti, però Carmilla bacia teneramente la sua vittima, s’infila nel suo letto e questa è affascinata da lei, anche se il padre della protagonista non vede in questo rapporto nulla di più di un’intensa amicizia femminile.

Il romanzo “Dracula” di Bram Stoker, fece la sua comparsa nelle librerie il 26 maggio 1897, ottantuno anni dopo la scrittura de “Il Vampiro” di Polidori e centotto anni prima di “Twilight”.

Cronologicamente si pone dunque a metà della storia del romanzo gotico con protagonisti i vampiri, ma è sicuramente l’opera più nota di questo genere e quella cui maggiormente gli autori successivi si sono rifatti in seguito.

Dracula” (che significa in realtà “piccolo drago”) è diventato sinonimo di vampiro. Se Polidori aveva delineato molti dei caratteri fondamentali del personaggio, Stoker completa l’opera, dotando il Conte Dracula di poteri sovrannaturali, quali la capacità di mutare forma (assumendo, in particolare, quella di pipistrello e di nebbia), la forza sovrumana e l’agilità estrema (è capace di arrampicarsi a testa in giù per i muri del castello).  Come per Polidori, anche per Stoker il vampiro necessita del sangue umano per sopravvivere. Le sue vittime sono attratte da lui e, alla fine, si mutano in vampiri.

Stoker ci mostra anche molte delle debolezze di questa creatura: la sua mente è tornata infantile e impiega secoli per tornare a capacità intellettuali da adulto. I suoi poteri di trasformazione di giorno non esistono e dopo l’alba è costretto a tornare a dormire su terra sconsacrata. Vive, da non-morto, in eterno, ma si consuma per la mancanza di sangue e può essere ucciso mediante il taglio della testa e un paletto piantato nel cuore. L’ostia e le croci lo tengono lontano e gli impediscono persino di tornare nella sua terra sconsacrata.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Il romanzo di Stoker non è però solo interessante, come quello di Polidori, per la sua rilevanza nella storia di questo genere di romanzi, ma anche perché è una bella narrazione, che si legge con piacere ancora oggi, a oltre un secolo di distanza da quando fu scritta.

Certo ha molte delle caratteristiche del romanzo razionalista ottocentesco, ma si caratterizza anche per una struttura narrativa di un certo interesse, per l’alternarsi delle voci narranti e delle forme narrative. Si passa, infatti, dalle pagine del diario di Johnatan Harker, alle lettere di Mina e Lucy, ai diari degli altri personaggi. Non mancano poi alcuni brani che assumono addirittura la forma del telegramma o della nota. I poteri, poi, del Conte anticipano una visione novecentesca del vampiro visto come superuomo malvagio e antieroe.

Di discreto spessore, poi, sono i vari personaggi e memorabile rimane la figura del Dottor Van Helsing, al punto che ci si domanda chi sia veramente il protagonista di questa storia: il Conte Dracula o il suoi avversario.

Colpisce la forte razionalità di Stoker nel descrivere una vicenda così innaturale. Mi chiedo come avrebbe potuta descriverla un autore di poco successivo ma più visionario, come Lovecraft. La componente religiosa è importante e contribuisce a chiarire senza troppi dubbi dove sia il male e dove il bene, cosa che con vampiri a noi temporalmente più vicini si è un po’ persa: per Stoker il vampiro (e con lui le sue vittime) è un dannato, un essere per il quale la morte non può che essere un sollievo. Il maggior spessore umano di Dracula, rispetto alle precedenti opere ottocentesche, rende però il vampiro meno mostro e quindi meno marcata ed evidente la dicotomia, pur forte, tra bene e Male.

Gli autori più recenti ci hanno abituato a convivere con vampiri che frequentano i licei, dall’aria affascinante, a volte persino di animo buono (e non parlo solo della saga di “Twilight). Fu, del resto, forse “Dracula” di Stoker, il primo vampiro a presentarsi con aspetto da gentiluomo, pur essendo un essere la cui malvagità prevaleva su ogni caratteristica positiva.

Ci dimentichiamo, allora, le origini di questa figura letteraria e leggendaria assieme. Ci dimentichiamo l’orrore che suscitava nei lettori ottocenteschi. Ci dimentichiamo le sue origini animalesche, la sua parentela con il pipistrello e, in particolare, con quella razza detta, appunto, vampiro.

Ben venga allora l’opera meritevole di Antonio Daniele, che ha riunito nel volume “Vampiriana”, edito da Keres, otto racconti di altrettanti autori italiani, scritti tra il 1885 e il 1917, tutti antecedenti “Dracula”, che è del 1922, ma successivi all’opera di Mistrali, del 1869.

Tra gli autori ritroviamo persino Emilio Salgari, che si associa comunemente a storie di pirati e corsari, ma che aveva invece allargato la sua opera anche ad altri generi, come la fantascienza (vedi “Le Meraviglie del Duemila) e il romanzo gotico.

A dir il vero anche il suo “Il Vampiro della Foresta” ha un sapore molto salgariano, a partire dall’ambientazione, che non è un castello dei Carpazi, ma una foresta pluviale dell’Uruguay. I protagonisti non sono dei gentiluomini inglesi, ma due avventurieri siciliani in cerca di fortuna e il vampiro è proprio un pipistrello succhia-sangue, ammaestrato da un indigeno, che per opera dell’animale cerca di scacciare gli invasori del suo territorio. Per estensione, nel racconto anche l’indigeno verrà definito vampiro.

In “Vampiriana” troviamo poi due esempi di storie narrate da un pazzo, quella di Francesco Ernesto Morando, “Vampiro Innocente”, e quella di Giuseppe Tonsi, “Il Vampiro”. Nel primo il narratore vendica la morte di una fanciulla uccisa dal fratello, un bambino-vampiro. Nel secondo il protagonista finisce in manicomio per l’omicidio del direttore di una scuola, che sospetta di aver ucciso, vampirescamente, la figlia.

Chi parla di vampiri, insomma, non può essere capito o creduto e la sua sorte è il manicomio. Il vampirismo è, ancora, un fenomeno misterioso, non accettato e non accettabile. Le vittime sono bambini, ad accentuare l’orrore.

No, non ridere!” sono le prime parole di “Un Vampiro” di Luigi Capuana. Chi parla di vampiri, se non è preso per pazzo, nel XIX secolo, viene infatti quantomeno deriso. Poi il personaggio aggiunge “vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione”. Il vampirismo, anche qui, è visto come follia di chi lo descrive, come orrore che devasta la vita. Quello che segue è un dialogo tra un uomo di scienza e un poeta, con i diversi punti di vista che ci si può ben immaginare dalle due figure. Il vampiro descritto ha i tratti del fantasma, se non dello zombie. Si tratta di un marito morto che torna a perseguitare la moglie e il figlio.

Daniele Oberto Marrama, con il suo “Il Dottor Nero”, ci offre una storia che fa quasi pensare a “Il Ritratto di Dorian Gray”, con un vampiro che sembra riprender vita attraverso un ritratto antico per tornare a vendicarsi dell’amata, colpevole di non averlo atteso dopo che egli è morto, sposandosi con un altro.

In queste due storie, appare dunque già la figura del vampiro-amante, anche se, rispetto ai racconti moderni, nel momento in cui l’uomo cessa di essere amante o marito diviene vampiro e non c’è mescolanza dei due momenti. L’orrore nasce dal fatto che chi prima amavamo ora è causa di paura, dolore e morte.

Un’altra trasformazione la troviamo nel sacerdote che si muta in vampiro descritto da Vittorio Martella nel suo “Il Vampiro”. Qui non è l’amato che diviene mostro, ma una figura rispettata e ritenuta buona, per sua natura e per ruolo, che si muta in malefica. L’ambientazione, come per Salgari, è nuovamente nelle foreste del Sudamerica.

Ne “Il Vampiro” di Giuseppe De Feo siamo quasi dalle parti degli esseri notturni che riemergono dalle tombe. Il vampiro comincia a confondersi con lo zombie.

L’ambientazione, sebbene si svolga in Tripolitania, è egizia, come egizio è il vampiro, che, di notte, sembra prendere vita da un’antica statua sepolcrale. L’esotismo aggiunge fascino al mistero e alla paura.

Con “Vampiro”, Enrico Boni, ci offre, infine, un bell’esempio di una delle prime caccie a questi morti-viventi. Un gruppo di uomini si unisce e con i consigli di uno di loro, si reca a piantare un chiodo nel cuore di uno stregone che, dopo tempo, giace integro nella sua bara. Chiodi, paletti di frassino, croci, aglio… l’armamentario del cacciatore di vampiri pare ormai essersi consolidato nell’immaginario del genere.

Se le vittime sono talora donne, mai lo sono, in questa antologia, i vampiri. Carmilla (racconto del 1872) di Le Fanu, la donna-vampiro, non vi trova imitatori.

Che queste creature della notte in quegli anni fossero ancora una novità per i lettori, lo si desume, io credo, anche dalla frequenza con cui il termine “vampiro” compare nei titoli di questi racconti. Gli autori, evidentemente, non sentivano l’esigenza di differenziare particolarmente i loro personaggi da quelli esistenti. D’altra parte, però, il termine doveva essere già ben noto ai lettori e sufficiente a far capir loro di cosa si parlasse. Passerà ancora qualche decennio prima di arrivare a dare per scontate, come facciamo oggi, tutte le principali caratteristiche del vampiro.

Sarà il XXI secolo a innovare questa figura o, divenuta ormai scontata, si estinguerà dopo gli ultimi successi di questi anni? Difficile credere che, dopo secoli di storia letteraria e leggendaria, il vampiro possa davvero sparire.

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