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COME SCRIVERE UN INCIPIT E SCEGLIERE IL TITOLO DI UN ROMANZO

Scrivere un libro (e farselo pubblicare)” è una raccolta di testi e di consigli di vari autori su come si scrive un romanzo, realizzata a uso e consumo dei partecipanti al concorso di scrittura “IoScrittore” edito dalla Mauri Spagnol, alla cui prima edizione ho partecipato con soddisfazione (pur non vincendo) con la prima versione del mio romanzo “La Bambina dei Sogni”. Dico di aver partecipato con soddisfazione perché il concorso è stato un utilissimo e importante momento di confronto con altri autori, dato che ognuno partecipava anonimamente non solo sottoponendo un proprio testo ma anche leggendo quelli degli altri, prima gli incipit e, poi, se si superava, come nel mio caso, la prima fase, anche l’intero romanzo. Ho potuto così ricevere numerosi e validi commenti al mio lavoro che mi hanno permesso di affinarlo e di avvicinarmi a quello che è ora il romanzo (poi sottoposto anche a web-editing, come chiamo io la revisione in rete di un testo).

Scrivere un libro (e farselo pubblicare)” non è il primo manuale di scrittura che leggo e non mi aspettavo quindi di scoprirvi grandi novità. In effetti, è stato così. Però, considerata la fase attuale del mio romanzo (ancora piuttosto lontano dalla fine), leggere queste poche pagine mi ha fatto riflettere utilmente su vari aspetti della mia opera in fieri e la lettura si è quindi rivelata davvero utile.

Il volume comincia con una breve antologia di consigli su come dare un titolo a un romanzo, segue poi un’analoga raccolta sugli incipit. Queste prime due parti mi sono parse le più sviluppate, organiche e valide del volume, dato che il resto del volume parla di personaggi, trama, motivi per cui si scrive, lettori ecc. in modo meno preciso e sistematico, se mai tali attributi possono essere associati a una raccolta di scritti di autori diversi. Nella seconda parte, mi ha incuriosito soprattutto l’aforisma secondo il quale chi non legge è un anoressico dell’anima con la successiva dieta del lettore, dove i classici sono le proteine, i bestseller gli amminoacidi e i libri che amiamo le vitamine. Direi che l’elenco è un po’ incompleto, ma il concetto di una dieta bilanciata di letture è qualcosa su cui concordo e che, dopo questa lettura, forse potrei cercare di realizzare in modo più sistematico.

Sono state però le due parti iniziali su titolo e incipit che mi hanno fatto riflettere e ragionare di più. Il romanzo che sto scrivendo aveva un titolo provvisorio (ma per me questi tendono a diventare quelli definitivi) che suonava “Via da Sparta”. Si tratta di un’ucronia ma con vari altri elementi per cui il riferimento all’antica città greca mi pareva delimitare troppo l’opera. Dopo aver letto il capitolo, ho cambiato il titolo in “La luce oltre l’urlo”. Non so se sarà quello definitivo e se non tornerò, magari, a quello iniziale, ma la riflessione è stata utile.

Lo stesso dicasi dell’incipit. Prima era:

“Una goccia di sudore scivolò lungo il ragno tatuato sulla sua fronte. La ragazza la asciugò con il dorso della mano. Respirava a fatica l’aria densa del respiro pesante delle altre donne. In quello spazio stretto e tetro nessuna finestra si affacciava sull’esterno, ma Aracne sapeva che era sera. Lo capiva dalla propria stanchezza.”

Ora comincia con:

“Aracne viveva in un tempo che non le apparteneva. In un tempo che non è neanche il nostro. Aveva diciassette anni ma non si sentiva giovane. Non considerava la sua un’età felice. Non erano cose cui pensasse. Non ne aveva il tempo.”

I titoli li cambio meno spesso, ma gli incipit li rimaneggio numerose volte e con buona probabilità questo non sarà quello finale. Ogni incipit ha in sé qualcosa di buono e non esiste quello perfetto, eppure si può sempre migliorare. Non conoscendo il resto del romanzo è difficile dare un parere, ma cosa ne pensate? Quale titolo e quale inizio preferite?

Un altro aspetto che questa lettura mi ha indotto a rivedere è la presenza di un vero antagonista. Quelli attuali forse sono ancora troppo poco marcati e la loro contrapposizione alla protagonista non è essenziale. Penso sia qualcosa su cui lavorare, anche se non è detto che arriverò a inserire un vero “cattivo”.

Tornando a “Scrivere un libro (e farselo pubblicare)” devo dire che l’ho apprezzato, se non altro proprio perché mi ha spinto a intervenire sul mio lavoro. Da un manuale non si può pretendere di più o di meglio.

 

Firenze, 04/01/2014

FOTO DI PROFESSIONISTE DELLA BELLA EPOQUE

Cristina Contilli

Cristina Contilli

Contillli - lavoro femminile Belle EpoqueLo snello volumetto (36 pagine) “L’evoluzione del lavoro femminile nella Francia della Belle Epoque” realizzato e autoprodotto con Lulu da Cristina Contilli, giovane e prolifica autrice di romanzi storici, riunisce alcune immagini tratte da cartoline, articoli o vecchie foto in cui si raffigurano le prime donne che hanno affrontato varie professioni (medici, avvocati, militari…). Alcune di queste immagini già le avevo incontrate come illustrazioni del romanzo-saggio “Storia di Constance Pascal e Madeleine Pellettier femministe e psichiatre nella Parigi di inizo ‘900”.

Corredano le immagini, alcune brevi descrizioni dell’autrice.

Firenze, 15/09/2013

UN NUMERO DI IF SULLA FANTASCIENZA SOCIOLOGICA

A metà strada tra utopia e distopia, sua una diagonale in un’altra dimensione dell’ucronia, si trova la fantascienza sociologica.

Se l’utopia descrive società migliori, la distopia peggiori e l’ucronia mondi alternativi nati da diversi passati, la fantascienza sociologica, in senso lato riunisce tutti e tre e, in senso stretto, copre gli spazi lasciati vuoti nella piramide polidimensionale delimitate dagli altri generi.

In senso stretto, tende a essere meno fortemente connotata di utopia e distopia, pur offrendo descrizioni suggestive e affascinanti di mondi alternativi.

Il numero 12 di IF (“Fantascienza sociologica”), trattandone, non può che affrontarne i limiti. Vi leggiamo quindi gli articoli di Gramantieri sull’Utopia americana, di Roberta Amato sulla tradizione apocalittica di Doris Lessing, di Stefano Manferlotti sulle distopie di Wells e Saramago con i loro affascinantissimi mondi di ciechi.

SF Sociologica senza aggettivi sono quella di Asimov, creatore di una Storia intergalattica plurisecolare, descritta da Gian Filippo Pizzo, e di Ballard (ne parlano Carlo Bordoni, curatore della rivista, e Bruna Mancini).

Un po’ fuori tema è il pur interessante articolo di Giuseppe Lippi sul genio italico di Buzzati.

Ben due articoli (di Gianfranco De Turris e Claudio Asciuti) sono dedicati a Lo Hobbit di Tolkien, il grande creatore di mondi e leggende, di cui è uscita in questi mesi la versione cinematografica.

Dalla lettura di questo numero della rivista, traggo lo spunto per due prossime letture: “Oltre Apollo” di Barry Malzberg (lettura invogliatami dall’articolo di Gramantieri) e “Nina dei Lupi” di Alessandro Bertante (incuriosito dalla recensione di Giuseppe Panella).

 

Firenze, 15/07/2013

SOPRAVVIVENZA STEAMPUNK

Ho scoperto lo steampunk analizzando le correnti della letteratura ucronica. Con questo genere di opere si intendono, generalmente, quelle che descrivono il protrarsi sino ai giorni d’oggi della cultura vittoriana inglese e, soprattutto, della civiltà industriale ottocentesca, con le sue grandi macchine a vapore, i suoi ingranaggi, i suoi motori a carbone.

ragazza steampunk

ragazza steampunk

Il volume “Guida steampunk all’Apocalisse” dà una diversa definizione del genere. In realtà, mi pare più una non-definizione.

L’Introduzione comincia così:

Come il cyberpunk un quarto di secolo fa, lo steampunk è oggi soprattutto negli Stati Uniti e nella rete, un movimento culturale in sboccio, una tendenza estetica, uno stile di vita che prende le mosse dalla moderna fantascienza di Gibson, Sterling (La macchina della realtà) e Stephenson (L’era del diamante”) per citarne solo alcuni, ma si spinge molto più indietro nella storia della letteratura, attingendo ai mondi immaginati da Verne e da H.G. Wells.”

Insomma, lo steampunk, pur fortemente connesso alla letteratura, è anche “una tendenza estetica, uno stile di vita”.

La guida scritta da Margaret Killjoy, in effetti, ha poco a che fare con l’ucronia (dato che parla di un mondo futuro) e molto con lo “stile di vita”. Scritto in tono umoristico, fornisce dei consigli molto concreti e pratici per sopravvivere in un mondo post-apocalittico secondo i principi dello steampunk.

Gli steampunk non sono per un ritorno alla natura, ma per un ritorno alla meccanica essenziale, quella in cui chiunque, con un buon manuale e un po’ di intelligenza, può riparare una macchina guasta. Amano gli ingranaggi, ma odiano l’elettronica.

ragazza steampunk

ragazza steampunk

Il volumetto della Killjoy è simpatico ma non comico (ne penso intenda essere diverso). Se dovessi sopravvivere a una qualche apocalisse, lo infilerei in borsa. Non risolve certo tutti i problemi, ma dà suggerimenti utili su come distillare l’acqua e renderla potabile, come difendersi da alcune malattie, procurarsi e conservare cibi, trovare alloggio e altre cose utili in un mondo devastato.

Una lettura piacevole, soprattutto per chi come me ama questo tipo di scenari, i trapper, per gli amanti della vita alla Robinson Crusoe o i sopravvissuti a qualche apocalisse.

Firenze, 23/06/2013

macchina steampunk

macchina steampunk

L’ALIENO GRECO

L'uomo greco - Jeanne-Pierre Vernant

L’uomo greco – Jeanne-Pierre Vernant

Ottima raccolta di saggi scritti da autori diversi, quella curata da Jeanne-Pierre Vernant con il titolo “L’uomo greco” (Editori Laterza).

Ogni capitolo è dedicato a diversi punti di vista, con cui scrutare ed esaminare la peculiarità dell’Uomo che abitò la Grecia antica.

Mossé ce ne parla in relazione all’economia, Garlan rispetto alla guerra, Cambiano ne esamina il processo di crescita e formazione, Canfora lo osserva nella sua qualità di cittadino, Redfield lo coglie nella sua vita domestica e familiare, Segal ne analizza le qualità di uditore e spettatore, Murray esamina le caratteristiche della socialità e Vegetti il suo rapporto con gli Dei.

Colto da tanti punti di vista, l’uomo greco ci viene restituito sotto forma di un ritratto multidimensionale di discreta profondità.

Nell’affrontare come lettori una simile analisi, non possiamo non restare colpiti dalle grandi similitudini con questo nostro antenato culturale, ma anche dalle immense differenze, che la morale cattolica e la cultura “disneyana” (che tende a rendere simile a sé ciò che simile non è) comunemente nascondono, come la diffusione di amori omosessuali e pedofili, l’infanticidio sistematico, la mancanza di una religione dogmatica, il disprezzo per il lavoro, il senso civico che giunge a dar prevalenza al pubblico sul privato in forme di comunismo ante-litteram, che poteva essere caratteristica solo di alcune città, come la peculiare Sparta, ma anche essere carattere permeante dell’intera cultura della penisola.

Quanto diversa è, infatti, la religiosità degli uomini dell’Ellade, senza dogmi, dottrine, caste sacerdotali, libri sacri, ma che pervade così profondamente ogni istante del quotidiano.

Quanto siamo lontani dal cogito cartesiano, come nota lo stesso Vernant, con la realtà che preesiste alle coscienze, con la vista che esercita azione sull’oggetto osservato.

Quanto è diversa la vita eterna assicurata dalla memoria della comunità, rispetto ai paradisi cristiani.

Pare quasi incredibile che il disprezzo per i lavori artigianali (da noi spesso così “vezzeggiati”) possa portare persino alla proibizione per i cittadini di praticarli, come nota Mossé, citando Senofonte.

E che dire della diffusione della schiavitù? Forse in questo campo, in cui ci crediamo tanto diversi, le differenze sono minori: non siamo in fondo quasi tutti schiavi part-time, con il nostro tempo nelle mani dei datori di lavoro?

Singolare che persino i banchieri fossero in prevalenza ex-schiavi, segno che il commercio del denaro fosse qualcosa di particolarmente repellente per un vero cittadino. Anche il cristianesimo medievale, del resto, ne vietava la pratica ai propri fedeli.

Jeanne-Pierre Vernant

Jeanne-Pierre Vernant

Quando lo zoon politikòn diventa homo oeconomicus, finisce la grecità e inizia l’ellenismo.

E la guerra? L’Atene classica vi dedicò in media 2 anni su 3. Sparta era in perenne stato di allerta, in continua guerra civile con i propri schiavi iloti. Gli storici greci si occupavano quasi solo di combattimenti, quasi che altre materie fossero di scarso interesse. La guerra era fonte primaria di approvvigionamento.

Che gli spartani uccidessero i figli gracili lo sanno tutti, ma forse non tutti sanno che anche Aristotele abbia ribadito la necessità di una legge che proibisse di allevare figli deformi.

Il poeta Posidippo scriveva “Ognuno, anche se povero, alleva un figlio maschio; una figlia, anche se ricco, la espone”. L’esposizione comportava morte quasi certa.

A Sparta i neonati venivano lavati con vino, in modo che quelli malaticci fossero presi da convulsioni. Le loro nutrici (che li allevavano al posto delle madri), li abituavano subito al buio, alla solitudine, a un’alimentazione austera e a non far capricci. A sette anni, venivano riuniti in squadre e vivevano fuori casa, scalzi e rasati, con un solo abito per ogni stagione. Per rimediare allo scarso rancio dovevano abituarsi a rubare, ma, se scoperti, venivano severamente puniti.

La scuola si basava su ginnastica, musica e scrittura. E tutte le materie dei nostri figli?

E l’usanza da far-west d’andare in giro armati?

E la letteratura? Fulcro degli insegnamenti scolastici dei nostri giovani studenti del Liceo Classico e non solo? Di cosa parlavano i loro scritti? Non certo d’amore, non nel senso dei nostri romanzi rosa, romance o della stucchevole presenza in ogni racconto di un qualche inutile innamoramento.

Certo abbondavano le storie che parlavano di rapporti tra uomini e donne, ma diverso ne era il senso e il fine. Ippodamia è il premio per chi batte suo padre Enomao. Conta la competizione non l’innamoramento. Giasone seduce Medea, ma per portare a compimento la sua missione, come nota Redfield.

Non contava l’innamoramento ma la “successione familiare”. Il genitore o il figlio che bloccano la successione erano alla base della trama delle storie che appassionavano i greci. Edipo che uccide il padre e sposa la madre. Urano e Crono che tentano di impedire la propria successione. Le Menadi che si nutrono della carne dei propri figli. L’Odissea mira a ricostruire un matrimonio, ma parla di molto altro.

Le cose cambiano da Menandro in poi.

E il ruolo della donna? Non solo erano escluse dalla cittadinanza come bambini e schiavi, ma non veniva riconosciuta loro la forma più alta d’intelligenza, quella politica, e non se ne incoraggiava l’istruzione. Persino il saggio Socrate considerava gli uomini migliori delle donne in tutto, persino nel tessere e nel cucinare.

Senofonte

Senofonte

Solo nella più maschilista e militaresca delle città greche, Sparta, alle donne era riconosciuto il diritto di ereditare e possedere beni, ma questo derivava dal disprezzo degli spartani per le ricchezze. Come nota RedfieldGli uomini avevano loro abbandonato la casa e la famiglia, a quanto pare, per assicurarsi la loro superiorità, lasciando alle donne l’instabile emozionalità, le tendenze antisociali e le basse motivazioni” (pag. 175).

La casa era il loro mondo e non era previsto che viaggiassero.

Il matrimonio (engye) era una transazione tra genero e suocero. La festa di nozze (gamos) era solo un festeggiamento che nulla sanciva e niente aggiungeva all’engye. Il mito di Pandora ci rivela come il matrimonio sia vissuto dall’uomo greco come un inganno. Come Eva, Pandora porta alla caduta dell’Uomo nei rapporti con la divinità.

Colui che si affida a una donna si affida all’inganno” scrive Esiodo ne “Le opere e i giorni”. A Sparta si diceva che lo Stato sarebbe perfetto se non ci fossero le donne.

Insomma, quanto ci somiglia davvero questo nostro antenato, la cui cultura, con quelle romana, araba ed ebraica, è una delle colonne portanti della nostra? Perché nelle scuole si dà così poco risalto alle profonde differenze che si sono create in secoli di storia? Abbiamo ancora paura di confrontarci con modelli sociali e morali diversi dal nostro, persino se si tratta, appunto delle nostre stesse radici? Siamo in grado di interrogarci sul perché di queste differenze e sul senso delle nostre scelte sociali?

Firenze, 07/07/2011

LO SCRITTORE CORRENTE E LO SCRITTORE CAMMINANTE

Murakami Haruki - L'Arte di correre

Murakami Haruki – L’Arte di correre

L’Arte di Correre” di Haruki Murakami non parla solo di corsa. Parla anche di scrittura e, secondariamente, di vita. Non ho un interesse particolare verso la corsa, dunque l’ho letto per due motivi: perché Murakami è un autore stimolante, che sto cercando di scoprire, e perché mi interessava comprendere la relazione che questo ritiene esserci tra scrittura e corsa.

Io non corro, ma di recente ho preso a camminare con regolarità. Murakami si definisce, più volte, nel volume “scrittore professionista”, mentre io sono solo un bancario che ama scrivere nel tempo libero. Mi è parso però che qualche similitudine tra le nostre pur diverse situazioni potesse esistere e quindi mi ha incuriosito approfondire le differenze.

Le più importanti le ho appena citate, ma non sono le sole. Murakami, essendo un professionista della scrittura, può permettersi di dedicare un numero di ore preciso e regolare alla scrittura (che io esercito nei ritagli di tempo) e altro tempo ricorrente e costante alla corsa. Per lui queste due attività sono prioritarie e legate tra loro, al punto che le ha iniziate entrambe a trent’anni. Io, invece, pur avendo sempre scritto, lo faccio in modo più regolare solo dalla metà degli anni ’90 (dunque quasi da vent’anni!), mentre ho scelto di camminare con frequenza solo da un anno. Per me scrivere viene dopo famiglia e lavoro. Camminare ancora dopo.

Per Murakami la corsa serve a compensare l’attività “malsana” della scrittura. Per me, camminare serve a tenere bassa la pressione. Lui ritiene che senza la corsa non sarebbe diventato uno scrittore e che molte cose che ha imparato facendo le maratone, le ha poi tradotte in metodo per la scrittura. Per me scrivere è un’attività benefica, che, se proprio vogliamo, compensa quella “malsana” del lavoro.  O, quantomeno, non riesco a considerarla “malsana”.

Murakami Haruki

Murakami Haruki

La maratona è un tipo particolare di corsa che richiede costante allenamento, perseveranza e, dice Murakami, talento. Lo stesso, ritiene, serva per scrivere romanzi. Non essendo un maratoneta, prendo per buona questa affermazione nel campo della corsa, ma la confermo per esperienza come scrittore, con qualche distinguo.

Murakami ritiene che il talento, di un maratoneta come di un autore, raggiunga a un certo punto un apice e poi declini, dovendo essere compensato da costanza, perseveranza e tecnica. Ritiene però che ci siano autori in cui il talento è solo una fiammata e altri in cui non cessa mai.

Esiste davvero un talento? Io credo che la scrittura come quasi ogni attività, richieda teoria, tecnica, esperienza e che con il solo talento si possa far poco. Se esiste, dovrebbe essere una sorta di capacità innata di fare le cose bene e con facilità. Un autore di talento non dovrebbe avere la crisi della pagina bianca. Mi viene dunque da chiedermi: sono un tecnico (dilettante) della scrittura oppure ho del talento? Credo che non dovrei esser io a rispondere, però non so se possano farlo neppure i lettori. Quali lettori sono in grado di riconoscere il talento dalla buona tecnica? Se il talento è una capacità di fare, non si può giudicare dal suo risultato, ma da come a questo siamo arrivati.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Mi consolo allora pensando che non ho mai difficoltà a scrivere. Il mio problema semmai è che sono troppe le cose che vorrei scrivere e troppo poco è il mio tempo. La mia è una capacità innata? Non credo. È vero che già alle elementari la scrittura mi divertiva, ma non ero certo in grado di affrontarla bene. Non ho scritto nulla di organico finché ero a scuola. Presumibilmente neppure ora domino adeguatamente la scrittura, alla soglia dei cinquant’anni, altrimenti sarei famoso, perché un vero talento dovrebbe superare tutte le difficoltà (gli editori che non leggono e non sostengono i piccoli autori, il mercato asfittico e tutte le altre scuse di noi autori sfigati).

Inoltre, Murakami dice di riuscire a concentrarsi su un solo progetto per volta. Ci riesco anche io (è stato decidendo di farlo che sono arrivato a ultimare il mio primo romanzo), ma solo impegnando gli scampoli di tempo che mi residuano, non certo dedicandoci varie ore ogni giorno. La regola è comunque buona e valida.

Insomma, credo che la grossa differenza tra me e lui, sia proprio in quanto dicevamo all’inizio: io scrivo per hobby, lui per mestiere e questo genera tutte le altre differenze.

Perché, allora, Murakami è un professionista del romanzo? Forse perché ha un talento sufficiente a consentirgli di diventarlo.

Peccato che qui in Italia gli scrittori di professione siano solo una decina. Evidentemente siamo un Paese senza talento! O forse no. Forse c’è anche qualcos’altro che non quadra. Ditemi voi.

Firenze, 26/09/2012

QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Jonathan Safran Foer - Se Niente Importa

Jonathan Safran Foer – Se Niente Importa

A volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, anche perché l’ho finito di leggere solo ieri e magari domani l’avrò dimenticato, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. Magari non mi cambierà l’esistenza, ma forse mi cambierà il modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno fa, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già ora ho ridotto i miei consumi di carne al minimo (a quando, cioè, me la trovo nel piatto – prima la consumavo due volte al giorno) e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, dice il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

Risultati immagini per safran foer

Jonathan Safran Foer

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di soluzioni saline e di brodi.macellazione mucca

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che si immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Firenze, 29/08/2012

Un video in argomento: http://myscienceacademy.org/2013/08/19/without-saying-a-word-this-6-minute-short-film-will-make-you-speechless/

 

 

 

macellazione maiale

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