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STALKER, QUANDO I FILM SONO MEGLIO DEI LIBRI

Risultati immagini per stalker  Strugackij,Molti anni fa, dopo aver ammirato il film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij “Solaris”, decisi di vedere anche il suo “Stalker”. Che si trattasse di vari anni fa, me lo conferma il fatto che ricordo di aver registrato “Stalker” su una videocassetta VHS, cosa che non faccio ormai da moltissimo tempo. Alla fine del film, mi chiesi “ma che cosa ho visto?” e con un gesto un po’ di disgusto, cancellai all’istante la cassetta, per poi pentirmene subito dopo e rendermi conto, come per una folgorazione, di aver appena visto un autentico capolavoro e di non averlo compreso subito. La cosa mi è mai capitata in altre occasioni, dunque il film e l’episodio mi sono rimasti impressi sinora.

Finalmente mi è capitata ora l’occasione di leggere il romanzo da cui era stato tratto il film. In precedenza avevo anche letto il bel romanzo di Lem da cui Andrej Arsen’evič Tarkovskij aveva tratto il suo “Solaris” e non ne ero stato per nulla deluso.

Dunque ho approcciato “Picnic sul ciglio della strada” (in russo Пикник на обочинеPikník na obóčine), anche noto come “Stalker”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (pubblicato nel 1972) con uno spirito del tipo “non voglio commettere lo stesso errore che ho commesso con il film, so che il romanzo potrebbe deludermi alla prima lettura, ma devo cercare di capirlo”.

Ci sono grandi autori, osannati da critica e lettori, che non riesco ad apprezzare e allora continuo a leggerli cercando di capire dov’è che non riesco a entrare in sintonia e coglierne il genio. In alcuni casi, in questa ricerca continuo a fallire.

Non avevo mai letto nulla prima dei fratelli Strugackij, dunque non si trattava di cercare di farmeli piacere perché un’altra loro opera non mi aveva soddisfatto, ma l’approccio è stato simile.

Ebbene, del film ricordo soprattutto un gruppo di persone che si aggira alla ricerca di qualcosa in una zona dove non c’è nessuno. Alla fine ne sono uscito con la convinzione che “Stalker” fosse un film che si poneva dalle parti di capolavori sull’attesa vana come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro non mi ha dato questa sensazione. Peraltro, risulta più complesso e articolato del film per come lo ricordo a distanza di anni, ma questo seRisultati immagini per pic nic  Strugackij, rende la lettura più piena, dall’altro non mi lascia quella sensazione angosciante di vuoto che il film tuttora mi dà.

Il film potrebbe anche non essere qualificato come fantascienza, mentre non avrei dubbi in proposito per il romanzo.

Si comincia con uno strano “bombardamento” della terra, avvenuto da una stella lontana. Si presume che la Zona sia un frutto di tale sorta di bombardamento, detto “visitazione”.

Nella Zona ci sono resti incomprensibili di una civiltà aliena. Gli stalker entrano nella Zona, a loro rischio e pericolo, per recuperarli. Grazie a essi l’umanità scopre cose del tutto nuove non solo di tecnologia, ma anche di fisica e altre scienze naturali.

Tutto è descritto in modo vago e non dettagliato.

Ci sono, innanzitutto, i “vuoti” (che a volte sono “pieni”), che gli stalker cercano di recuperare (è come trasportare dieci litri d’acqua senza un secchio, viene detto). Poi ci sono i bracciali, le “zanzare rognose” (dei punti con gravità diversa), i “così così”, la “gelatina”, le trappole magnetiche superstabili, gli “spruzzatori di nero” che hanno strani effetti sulla luce, i k-23, i “fazzoletti a sonagli”. Uno stalker divide questi oggetti (che non si capisce bene cosa siano) in tre categorie. Dice che, poi, ci sono anche gli “effetti” della Zona, tipo gli “emigranti”, che lasciano la Zona e nei posti dove vanno provocano disastri naturali di ogni genere, gli “zombie”, gente morta che torna in vita anche dopo trent’anni, con dei corpi che sono tipo delle repliche. Se perdono un arto, questo continua a vivere per conto suo. Un altro degli effetti sono i “fattori mutageni” che si determinano senza radiazioni. Si vede, per esempio, una bambina pelosa. In effetti, all’inizio, per le mutazioni genetiche che colpiscono i figli degli stalker, ci sarebbe da pensare che la Zona sia radioattiva, ma poi viene detto che non lo è.

Risultati immagini per pic nic strada  Strugackij,Gli autori, insomma, non si preoccupano né di farci vedere tutte queste cose (ne parlano gli stalker), né di darci una qualche spiegazione definitiva, anche se vengono fatte alcune ipotesi tipo che la “visitazione”, che ha creato la Zona e lasciato tutte queste cose aliene, sia un modo per dare all’umanità l’opportunità di progredire, oppure che sia l’inizio di un’invasione, facendo prima ammalare la gente mediante le mutazioni, ma alla fine l’ipotesi più suggestiva e che dà il titolo al romanzo è che gli alieni si siano fermati per poco sulla Terra a fare una sorta di pic-nic e che quello che la gente trova nella Zona siano solo gli avanzi della loro sosta!

A chi fa quest’ipotesi viene replicato che gli scienziati che pensano così non fanno altro che denigrare l’umanità, mostrando quanto sia poco importante, al punto che degli alieni di passaggio, non ci avrebbero neppure considerato.

Il volume si chiude con un’intervista a uno dei due autori, nella quale spiega che l’idea venne a entrambi vedendo in una radura, i resti di un pic-nic e domandandosi chissà cosa avrebbero pensato gli animali del bosco se fossero stati in grado di ragionare su quegli oggetti.

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fratelli Arkadij e Boris Strugackij

Gli uomini, insomma, sarebbero rispetto a questi oggetti alieni, qualcosa come degli insetti che trovassero una scatoletta di cibo vuota e la usassero come casa. Anche l’umanità non riesce a capire che cosa siano queste cose, ma riesce a trovare l’uso per qualcuna di queste, probabilmente adoperandole in modo del tutto diverso dagli alieni.

Insomma, se il film mi parlava della vanità dell’attesa, della ricerca e della speranza, il romanzo mi parla ora soprattutto della pochezza dell’umanità: in fondo siamo solo poco più che formiche su un granello di sabbia, la Terra, che ruota attorno a una piccola stella, una tra miliardi della galassia, galassia che è una tra altri miliardi. Siamo nulla eppure continuiamo ad affannarci, anche attorno ai resti di un pic-nic di creature enormemente più evolute e intelligenti di noi.

Un capolavoro come il film? Forse no. È un libro che ha i suoi momenti di “vuota pesantezza”, ma nel complesso è un discreto romanzo di fantascienza. Mi ha ricordato, senza il suo umorismo, “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, che è un romanzo divertente, ma non certo un must della fantascienza.

 

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LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI, ORGOGLIO DI SIENA

Sono nato a Roma, ma vivo a Firenze e lavoro per una banca senese, avendo lavorato per alcuni anni a Siena. Un classico esempio di campanilismo italiano e, nello specifico, toscano, è la battaglia di Montaperti.

Ricordo che quando lavoravo a Siena, più di una volta fu rinfacciato a qualche collega fiorentino l’esito inglorioso (per Firenze) di questa battaglia. Un po’ come un tifoso di una squadra di calcio minore (tipo la Fiorentina – ridacchio) quando rinfaccia a una squadra più importante (tipo la Juventus), una delle rare volte in cui la sconfisse.

La cosa che mi stupì allora era che ancora si potesse gloriarsi di una vittoria del 4 settembre 1260! Avete letto bene, parliamo di oltre 750 anni fa! Del resto, si tratta di una città che ha difeso con i denti la storia di una banca del 1472, la più antica del mondo!

Il romanzo “Il cavaliere del giglio” di Carla Maria Russo, mi è stato regalato e dunque l’ho letto un po’ per caso, scoprendo mentre lo leggevo, che narrava le vicende che hanno preceduto la suddetta battaglia di Montaperti e questa stessa, focalizzandosi soprattutto su una famiglia fiorentina di parte ghibellina (pro-Impero), gli Uberti, e, in particolare su Farinata degli Uberti, che nella battaglia e, soprattutto dopo, ebbe un ruolo assai importante.

Il caso vuole che quando ho cominciato a leggere “Il cavaliere del giglio” avessi appena finito di scrivere un racconto ucronico proprio ispirato a questa battaglia. Dunque, ho potuto leggerla con particolare interesse e anche con un minimo di competenza, essendomi da poco documentato sulla battaglia.

Chi sono

Carla Maria Russo

Sto, infatti, scrivendo alcuni racconti che vorrei riunire in un’antologia che penso di poter intitolare “Apocalissi fiorentine”. Nel racconto in questione, immagino che alla fine della battaglia, effettivamente vinta da Siena e dai suoi alleati, Farinata degli Uberti, che in quanto ghibellino (sebbene fiorentino), aveva aiutato la ghibellina Siena, contro la guelfa Firenze (pro-Papa), non sia riuscito nel suo intento di mitigare i desideri di vendetta e di supremazia di Siena. I senesi, infatti, dopo la battaglia avrebbero voluto radere al suolo Firenze, ma fu grazie a Farinata che questo fu evitato e che Firenze poté così crescere e fiorire, ricoprendo poi il ruolo che ben conosciamo nel Rinascimento. Nel mio racconto, immagino, invece che l’Uberti fallisca e Firenze venga distrutta.

Il romanzo di Carla Maria Russo ci mostra la famiglia Uberti fin dai tempi del nonno di Farinata, Schiatta, le vicissitudini che portarono Firenze e Siena a contrapporsi fino allo scontro, e il ruolo degli Uberti nel coinvolgimento dell’Impero.

La lettura è interessante e piacevole, anche se risente di una certa freddezza narrativa, inutilmente mitigata dall’inserimento di storie d’amore tra gli Uberti e varie donne, che, a volte sono pura ricostruzione storica, altre semplice tentativo di dare un po’ più di calore alla narrazione, ma nella mano dell’autrice si sente più la vocazione della storica che quella della romanziera. Il risultato, comunque, è egregio, e la lettura è un utile strumento per rinverdire le nostre conoscenze storiche di quegli anni.

 

RISCOPRIRE MALE UN AUTORE AMATO

Ivan Turgenev era uno degli autori che, memore di letture giovanili, consideravo tra i miei preferiti. Sono però passati ormai alcuni decenni da quando ho letto qualcosa di suo. Di sicuro avevo letto “Memorie di un cacciatore” e forse qualcos’altro, ma tutto quello che ne ricordo è che mi piacque molto, forse per una certa poesia presente nella sua prosa. Mi è parso dunque tempo di tornare a leggere qualcosa di questo grande autore russo, nato quasi due secoli fa a Orël, il 9 novembre 1818 (o 28 ottobre secondo il calendario giuliano).

Ho scelto quindi, sulla base del titolo, la lettura di “Terre vergini” (ultimo romanzo di Turgenev, del 1877), aspettandomi qualcosa tipo un racconto di uomini rudi che affrontano una natura ostile. Il romanzo è, invece, tutt’altra cosa. I personaggi sono, infatti, alcuni giovani colti e populisti, che vagheggiano una rivoluzione, con alcuni decenni di anticipo rispetto al 1917 di Lenin (l’opera si svolge nel 1874). L’argomento mi ha subito portato alla mente il bel romanzo di Puskin “La figlia del Capitano” che mostra analoghi istinti rivoluzionari nei russi già nel secolo precedente, ai tempi di Pugačëv.

L’opera di Puskin, però, mi è parsa assai più interessante e stimolante. Temo, insomma, di aver scelto male l’opera per riscoprire un autore amato. Se avessi cominciato a conoscere Turgenev da “Terre vergini”, temo che mi sarei fermato lì, con un giudizio poco entusiastico.

Cosa mi ha deluso? Direi soprattutto il fatto di non aver trovato la storia coinvolgente, forse per il solito problema: l’esiguità e inconsistenza della trama e la poca concretezza dei fatti narrati, sebbene si narri vicende storiche di un certo interesse, come il tentativo di questi giovani di coinvolgere il popolo, mescolandosi al suo interno.

Forse l’opera risente anche della finalità con cui fu scritta, il desiderio di appianare i malintesi politici sorti con la pubblicazione di “Padri e figli” e “Fumo”. Un romanzo che cerca di chiarire una posizione o fare ammenda, rischia di perdere in forza narrativa e poetica.

Altro intento credo fosse quello di disegnare un ritratto dei russi o almeno di parte di essi, e qualche immagine è meritevole, come la coppia di vecchini detti “i pappagallini”.

Ora mi s’impone la lettura di qualcosa di più significativo, forse “Padri e figli” (che non sono certo di aver letto in passato), se non una rilettura dei racconti di “Memorie di un cacciatore” per cercare di riscoprire la meraviglia che mi aveva regalato Turgenev in passato.

VITA, DOLORE E MORTE IN RUSSIA DA STALIN A PUTIN

Eccomi ancora una volta a leggere un libro pubblicato da un premio nobel, nonostante spesso sia rimasto deluso da tali autori. Se alcuni non mi sono piaciuti o mi sono piaciuti poco, però, altri sono tra i miei autori preferiti. Spero quindi sempre che questo che penso si possa considerare il massimo premio in letteratura possa aiutarmi a scoprire autori interessanti.

Questa volta è stato il turno della giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic (Stanislav, 31/05/1948), da poco insigniti del premio per il 2015. L’Accademia Svedese l’ha scelta “per la sua polifonica scrittura nel raccontare un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.

Se le mie letture di alcune opere di nobel come Pamuk (2006), Lessing (2007), Munro (2013) mi hanno deluso per i loro contenuti e per analoghi motivi alcuni autori non mi hanno convinto del tutto come Saul Bellow (1976), il principale dubbio che mi ha fatto venire la lettura di “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo” (2013) di Svetlana Aleksievic è stato più formale: è questa letteratura?

Non intendo dire che il testo non sia interessante o ben scritto ed è senz’altro “polifonico” (come dice l’Accademia), ma, poiché si tratta di un’antologia di interviste fatte a cittadini dell’ex-Unione Sovietica, mi chiedo se una simile, pur meritevole opera, possa essere insignita di un premio letterario, quando forse sarebbe stata maggiormente degna di un premio per il giornalismo come il Pulitzer.

Svetlana Aleksievic

Certo, ho letto solo quest’opera di Aleksievic e potrebbe averne scritte di natura più squisitamente letteraria (e con ciò vorrei dire, in qualche modo “artistica”). In rete leggo, però, che i suoi principali lavori sono:

  • Preghiera per Černobyl’. Cronaca del futuro
  • Ragazzi di zinco
  • Incantati dalla morte. Romanzo documentario
  • Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo
  • La guerra non ha un volto di donna

Tutte opere, mi par di capire, analoghe e classificabili come giornalistiche. Oltretutto, in “Tempo di seconda mano” noto sì un notevole lavoro di raccolta di interviste, ma il contributo “letterario” dell’autrice mi parrebbe limitato (sarà magari un pregio), poiché lascia molto spazio agli intervistati, che fanno quasi dei piccoli monologhi. Si consideri poi che anche l’ordine delle interviste è un po’ opinabile e non particolarmente organizzato.

Gulag

Detto ciò, occorre dire che questa è senz’altro una lettura che consiglio a chiunque voglia rendersi conto di cosa sia stata l’Unione Sovietica, di quanto traumatica sia stata la sua dissoluzione e di quanto siano difficili i tempi moderni per il popolo di questi stati, ora in lotta tra loro, in una continua contrapposizione di nazionalità (russi, armeni, azeri, ceceni, ecc.).

La gente, proveniente da ogni parte della Russia, da ogni ruolo sociale, sesso, età, ci racconta la propria conoscenza, percezione e visione della vita sociale nel più grande paese del mondo, raccontando ora gli orrori dei gulag staliniani, ora quelli delle guerre passate o più recenti, ora i drammi dell’estrema povertà, ora il rimpianto per la perdita di un ordine, un modus vivendi, un tenore che si sono persi con la dissoluzione dei soviet, ora le speranze della perestrojka e della rivoluzione eltsiniana, ora il disagio per queste ultime, la perdita di riferimenti di un popolo che, spesso, non voleva uscire dal socialismo, ma solo avere un po’ più di libertà e che si è trovato proiettato in un capitalismo selvaggio, assai diverso da quello occidentale, nel quale agli oligarchi politici si sono sostituiti degli arricchiti violenti e spesso criminali.

Ne emerge più che un quadro, un mosaico o piuttosto un collage di storie, di vite, di visioni della Russia e degli altri stati che avevano un tempo costituito la seconda superpotenza mondiale. Manca forse una visione unitaria e forse un’attività di selezione da parte dell’autrice, che porta il volume a essere, mi parrebbe, un po’ troppo lungo, essendo, a mio vedere, forse stato sufficiente ridurlo di un terzo, per ottenere lo stesso effetto informativo ed emotivo, senza stancare inutilmente il lettore.

Gorbacov ed Eltsin

Un ultimo appunto per quanto riguarda il titolo. La prima parte “Tempo di seconda mano” è stata quella che mi ha indotto a preferire la lettura di questo volume ad altri della stessa autrice, essendo sensibile alle tematiche “temporali”. Mi è parso, però, un tipico titolo “inganno per il lettore”. È vero che c’è una giustificazione per la sua scelta, dato che vuole evidenziare come in Russia si sia vissuto “male” il tempo, divenendo questo “di seconda mano” in quanto “tempo meno buono”, ma non ho trovato alcuna centralità per questo tema, se non nel fatto che quasi tutti gli intervistati si lamentavano di come fossero andate le loro vite o di come stessero andando. Il sottotitolo “La vita in Russia dopo il crollo del comunismo”, invece è più corretta, anche se molti dei ricordi degli intervistati riguardano l’epoca sovietica, ma è piuttosto banale e poco attrattivo.

Insomma, lettura da fare senz’altro, ma, per quanto riguardava la speranza di poter scoprire una nuova autrice cui appassionarmi, come è stato per premi nobel come Pirandello, Hesse, Marquez, Saramago, Yan, Golding, Camus e Mann o almeno da leggere con piacere come Grass, Vargas Llosa, Morrison, Böll, Beckett, Quasimodo, Neruda, Russell, Yeats, France, Kipling o Carducci l’esito è stato abbastanza negativo.

 

LA MEDICINA UN SECOLO FA

Mia figlia sta per cominciare l’ultimo anno di Liceo e presto dovrà scegliere come proseguire i propri studi. Tra le possibili Facoltà sta considerando anche Medicina. Scelta con luci e ombre, ma che sto valutando se caldeggiare.

Vorrei farle leggere qualcosa sulla professione medica, così ho individuato alcuni titoli che potrebbero aiutarla a capire cosa possa voler dire occuparsi di questa disciplina.

Tra i possibili volumi ho individuato gli “Appunti di un giovane medico” (tradotto anche come “I racconti di un giovane medico”), scritti da uno dei miei autori preferiti, Mikhail Bulgakov, il genialissimo autore de “Il Maestro e Margherita”, “Cuore di cane” e “Le uova fatali” nonché de “La Guardia bianca” e “Romanzo Teatrale”.

Essendo uno dei miei autori preferiti, l’ho letto anche io, prima di proporlo a lei.

Sebbene sia lettura appassionante e interessante oltre che veloce, non sarei dell’idea di suggerirla a chi sia in procinto di decidere tra gli studi medici e altre strade.

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Jon Hamm e Daniel Radliffe nella miniserie TV “Appunti di un giovane medico”

Il protagonista è un medico giovanissimo (23 anni!) appena laureato che svolge il suo primo incarico in totale isolamento in uno sperduto villaggio della campagna russa, affrontando in un anno migliaia di casi diversissimi l’uno dall’altro e molti anche piuttosto complessi. Armato delle sue conoscenze teoriche e di un notevole coraggio, affronta un clima inclemente, con tormente e bufere di neve, contadini ignoranti, che non seguono le sue prescrizioni, e mezzi scarsi. Ne esce quasi sempre vittorioso e sempre più esperto e sicuro. In questo il volume è senz’altro una buona lettura per chi debba affrontare per la prima volta la professione, perché mostra come con impegno e, lo ripeto, coraggio, si possa risolvere ogni situazione, ottenendone poi una grande soddisfazione personale e un immenso riconoscimento sociale.

Perché allora non consigliarlo a una moderna studentessa? Perché i casi narrati sono difficili e cruenti e gli strumenti per affrontarli del giovane medico sono totalmente diversi da quelli moderni. Il romanzo si svolge, infatti, nel 1917, l’anno della Rivoluzione Russa, e ormai si parla di un secolo fa! La medicina oggi è cosa molto diversa, i pazienti non sono più gli sprovveduti contadini della campagna russa, ma, soprattutto, in nessun caso un medico moderno opererebbe nell’assoluto isolamento del personaggio di Bulgakov, se non altro perché potrebbe consultare internet, contattare colleghi telefonicamente, spostarsi rapidamente in luoghi più adatti all’intervento o far arrivare ambulanze, eli-ambulanze, altri medici e medicinali in modi impensabili un secolo fa.

Mikhail Bulgakov

Far credere dunque a un ragazzo che la medicina oggi si eserciti nei modi in cui la praticavano ai tempi della Rivoluzione Russa, significherebbe ingannarlo, nel bene e nel male. Lo si ingannerebbe, perché la medicina non è più eroica, fantasiosa, creativa come allora ma anche perché difficilmente un solo medico deve oggi assumersi tutte le responsabilità e prendere tutte le decisioni completamente da solo.

La medicina descritta potrebbe forse somigliare piuttosto a quella pratica dal mio trisnonno Carlo Ruata (da cui indirettamente ho preso il nome), che a quanto raccontava mio zio, anche egli medico, si era trovato ad affrontare nella sua attività di medico situazioni che potrebbero ricordare quelle narrate da Bulgakov, tipo operazioni fatte con le posate!

Il romanzo, comunque, rimane una lettura quanto mai gradevole e mostra già la nascita di un grande autore, che qui racconta episodi probabilmente tratti dalla propria esperienza personale, essendosi egli stesso laureato in medicina a Kiev nel 1916 ed essendo poi stato inviato a Nikol’skoe nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico dell’ospedale del circondariato.

L’UOMO ESSENZIALE (QUASI FANTASCIENZA)

Una giornata di Ivan Denissovic” è un breve romanzo, edito nel 1962, scritto da Aleksandr Isaevič Solženicyn (in russo: Алекса́ндр Иса́евич Солжени́цын?, traslitterato anche come Aleksandr Isaevič Solženitsyn o Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, autore nato Kislovodsk l’11 dicembre 1918 e morto a Mosca il 3 agosto 2008, premio nobel nel 1970).

Racconta la dura vita di un campo di prigionia in cui i carcerati sono costretti a lavori forzati in un ambiente gelido, con temperature inferiori a -30 gradi e che raggiungono anche i 40 gradi sotto zero.

Vessati dai carcerieri e dagli altri detenuti, i carcerati si arrangiano per sopravvivere e per trarre un minimo di soddisfazione persino da un’esistenza tanto sfortunata.

Dopo averci mostrato tanto orrore, l’autore conclude la descrizione della giornata del suo protagonista con le parole:

Quel giorno aveva avuto molta fortuna: non l’avevano ficcato in prigione, la squadra non era stata mandata al <<Villaggio Socialista>>, a pranzo era riuscito a rimediare una sbobba, il caposquadra aveva sistemato bene la percentuale, Sciuchov aveva lavorato con gioia al muro, alla tastata non gli avevano trovato il pezzo di sega, la sera aveva guadagnato qualcosa da Tsezar e aveva comprato il tabacco. E non si era ammalato, ce l’aveva fatta. Era trascorsa una bella giornata, quasi felice.

Piccole soddisfazioni che fanno risaltare la miseria in cui sono inserite, ma che mostrano anche la grande adattabilità degli esseri umani (almeno di alcuni), capaci di trovare ragioni di speranza e di conforto anche là dove non ce ne sono affatto o sembrano non esserci.

La bellezza di questo romanzo sta proprio nel riuscire a mostrare questa forza che risiede in noi, quest’energia che ci aiuta a superare l’avversità. Quelli che vediamo nelle grandi difficoltà sono gli uomini veri, non certo quelli che vivono in case riscaldate, che pranzano in ristoranti eleganti, sorseggiano cocktail, vanno a fare shopping.

Gli uomini del gulag ricordano i sopravvissuti delle migliori storie di fantascienza, gli uomini degli albori della storia, i naufraghi: uomini che della civiltà hanno ormai solo un vago ricordo o una vaga idea, uomini per i quali tirare avanti un altro giorno è già un successo.

Solgenitsin

Aleksandr Isaevič Solženicyn

È questo l’uomo che abbiamo perso. È questo lo spirito che il nostro mondo moderno non ha più. È per questo che ci affascinano telefilm come “The walking dead” o “Lost”, romanzi come “La strada” di Cormac Mc Carthy, “Robinson Crusoe” di Defoe, “Io sono leggenda” di Richard Matheson o“Ayla figlia della terra” della Auel. Sono mondi devastati, ma vi scorgiamo l’uomo vero che alza la testa.

La scrittura semplice e lineare di Solgenitsin ben si sposa con questa narrazione cruda.

Il romanzo riesce a essere dunque qualcosa di più di una testimonianza storica, di una denuncia politica e diventa opera narrativa pura, che descrive l’uomo nella sua essenza, come riesce a fare soprattutto la letteratura fantastica, che potendosi astrarre dal reale, a volte, arriva all’essenziale. Il drammaturgo russo, invece, ci riesce partendo dalla descrizione di un’esperienza personale, dai suoi anni passati in un gulag sovietico. Sembra una distopia, ma era la realtà.

Se in questo 2015 il messaggio di denuncia dei gulag sovietici perde di rilievo, essendo ormai l’Unione Sovietica un ricordo della Storia, è proprio il momento di rileggere Solgenitsin come autore per apprezzarne la semplice capacità narrativa, astraendosi da giudizi politici.

LA NONNA DI TUTTE LE DISTOPIE

La distopìa (o antiutopìa, pseudo-utopia, utopìa negativa o cacotopia) descrive un mondo negativo. Personalmente credo che si possa dividere il genere in due grandi gruppi.

Da una parte le distopie che parlano di società in cui le regole sono molto più forti e stringenti di quanto siano nella realtà. Si tratta sostanzialmente di parodie o esasperazioni di regimi totalitari.

Dall’altra parte abbiamo distopie in cui qualche evento ha portato al collasso dell’ordine civile e in cui le regole sono pressoché scomparse.

Nel primo caso abbiamo a che fare con ambienti in cui lo Stato o un qualche tipo di Sovrano esercita un forte controllo sui movimenti e la vita delle persone.

Nel secondo caso, ci troviamo soprattutto in momenti successivi a qualche evento apocalittico che ha quasi annientato l’umanità e disintegrato ogni forma di organizzazione sociale.

Pare che il termine distopia sia stato coniato nel 1868 dal filosofo John Stuart Mill, che si serviva allo stesso tempo anche di un sinonimo coniato da Jeremy Bentham nel 1818, cacotopìa.

Questo però non vuol dire che non possano esistere distopie antecedenti al XIX secolo e spero di poterle individuare (segnalatemele, se ne conoscete).

Entrambe le parole si basano sul termine utopìa, inteso come luogo ideale e i riferimenti sono a “La Repubblica” di Platone, “L’Utopia” di Tommaso Moro, “La Città del Sole” di Tommaso Campanella, “La Nuova Atlantide” di Francesco Bacone e numerose opere successive.

Distopìa è l’esatto opposto di Utopia e andrebbe compreso perché non vi siano opere contemporanee a quelle citate che possano essere classificate come tali o se ve ne siano.

Tra le prime opere di rilievo di norma citate per il filone distopico vi sono le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, tra cui “Il Tallone di Ferro” (The Iron Heel, 1908) di Jack London, “Noi (Мы, 1921) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, “Qui non è possibile” (It Can’t Happen Here, 1935) di Sinclair Lewis, “Antifona” (Anthem, 1938) di Ayn Rand e “1984 (Nineteen Eighty-Four, 1948) di George Orwell.

Dunque, se “Noi” non è la prima distopia della storia della letteratura, è però senz’altro una delle prime opere fondamentali dell’epoca in cui questo genere ha preso la sua forma moderna. La sua influenza su opere come “1984” di Orwell o “Il Mondo Nuovo” di Huxley sono oggetto di studio.

 

Lo scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin scrisse Noi (in russo Мы) tra il 1919 e il 1921.

È un romanzo a carattere satirico ambientato nel futuro, in cui vengono estremizzati il totalitarismo e il conformismo sovietici. La ricerca spasmodica della felicità passa attraverso la soppressione della libertà. Essere felici è un obbligo. Le vite delle persone, che si muovono in un mondo di vetro (materiale, qui, dai molteplici usi), sono controllate matematicamente, come in un sistema industriale di tipo tayloristico. L’omologazione totale degli individui è rappresentata anche con la scomparsa dei nomi, sostituiti da sigle. Il protagonista si chiama D-503 ed è il “Primo Costruttore” di una gigantesca astronave, detta l’Integrale, con cui lo Stato Unico che domina l’intera Terra, intende esportare in altri pianeti il proprio modello di felicità obbligatoria.

L’uso diffuso del vetro rende le vite dei cittadini soggette allo sguardo costante delle altre persone e in particolare dei guardiani, anticipando l’idea dell’occhio scrutatore del Grande Fratello orwelliano.

Il protagonista, che per il proprio ruolo si presenta tra i più integrati e convinti del sistema, andrà in crisi quando incontrerà una donna, che lo metterà in contatto con i ribelli e che gli mostrerà che, oltre il muro verde, esiste un mondo selvaggio in cui la vita non segue le regole fisse e immutabili dello Stato Unico, in cui l’Orario delle Ferrovie viene considerato un classico della letteratura.

Il romanzo è, insomma, interessante sia per la fantasia creativa del mondo distopico immaginato, sia per gli influssi sulle opere successive, sia per alcune trovate e passaggi degni di essere citati.

Eppure devo ammettere che durante la lettura la mia attenzione ha avuto assai più

spesso del normale dei cali di attenzione superiori a quelli che possono capitarmi durante una lettura e non saprei quanto questo possa essere dipeso dal fatto che ho letto l’e-book con il TTS (voce sintetica in auricolare) in un momento in cui ho vari pensieri. Di norma, però questo non è sufficiente a far calare la mia attenzione. Credo ci sia quindi qualcosa nello stile narrativo che, pur avendo delle punte che richiamano fortemente l’attenzione del lettore, altre volte fa sì che la tensione narrativa tenda ad allentarsi. Questo, in effetti, è spesso uno dei problemi dei romanzi che descrivono mondi alternativi. La necessità di spiegare cose inusuali allontana l’autore dalla trama principale e dagli eventi narrati. Inoltre, occorre considerare che nei primi anni del XX secolo era ancora forte l’influsso dello stile fortemente descrittivo dei grandi romanzi ottocenteschi, russi in particolare. Il romanzo dunque mescola, mi pare, punte di forte modernità e uno stile a tratti brioso tipico della migliore fantascienza con momenti descrittivi, pur contenuti, dal ritmo più lento.

Firenze, 13/04/2013

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