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UNA RUTILANTE CACCIA AL TESORO VIRTUALE

Risultati immagini per player one libroNel 2018 Steven Spielberg ha realizzato un bel film di fantascienza distopica intitolato “Ready Player One”. Di solito dopo aver visto un film, anche se mi è piaciuto, mi sento poco invogliato a leggere il romanzo da cui è tratto, perché temo che la lettura mi aggiunga poco a quanto dato dalla visione. Ciononostante, a volte, soprattutto quando (come in questo caso) ho apprezzato il film, mi lascio attirare dal libro.

 

Ho così letto ora “Player One” (2011) di Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972), un lungo ma appassionante romanzo che ci trasporta in un non troppo lontano futuro distopico in cui la devastazione antropica del clima e la sovrappopolazione hanno creato un mondo di miseria. Solo sollievo per la popolazione è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, una sorta di mix tra Facebook e Second Life, cui tutti partecipano. Oasis è stato creato da un genio dei videogiochi e dell’informatica, James Halliday, un patito degli anni ’80. Il suo mondo virtuale, dunque, è una citazione continua di videogiochi, film e alcuni romanzi di quel decennio del secolo scorso, che Cline dimostra di conoscere davvero bene, così come (per quanto io sia in grado di giudicare da profano) l’informatica che regola i funzionamenti di un social network. Non per nulla Cline è proprio un informatico appassionato di internet e cultura pop.

Player One” ha la classica struttura narrativa che definisco “caccia al tesoro”: il protagonista affronta una serie di prove, risolve una serie di enigmi, affronta numerosi e potenti nemici per arrivare al suo tesoro. Nello specifico si tratta di un Easter Egg (uovo di Pasqua) virtuale che contiene in premio l’eredità di James Halliday, ovvero una ricchezza sconfinata e la proprietà della più potente società del mondo, quella che controlla Oasis.

Il protagonista Wade Watts, che usa l’avatar Parzival, affronta le sue avventure da solo, ma si scontra presto con alcuni Gunter (sono detti così i cercatori dell’Easter Egg), con cui stringe amicizia e con la potente organizzazione IOI, il grande “cattivo” di questa storia.

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Ernest Cline

Alcuni meccanismi narrativi sono, dunque, quelli della saga di Harry Potter: il ragazzino sfigato (che qui vive in una periferia degradata ed è orfano) che riesce a risolvere situazioni complesse fino a raggiungere la celebrità, lottando con nemici che sembrano molto più potenti di lui, ma anche con avversari alla sua portata, che stringe amicizia con una squadra di sfigati che diventano assieme a lui dei vincenti. Se il personaggio della Rowling si avvale di poteri magici, Parzival usa quelli virtuali del mondo in cui si muove. Anche qui Parzival rappresenta il Bene e, con gli altri Gunter, è un paladino dell’Oasis originaria, come immaginata e creata dal suo fondatore, e combatte contro la IOI, che vuole “snaturare” Oasis.

Se ci pensate anche la saga di Harry Potter è una caccia al tesoro, anche se più articolata ancora, con gli Horcrux al posto dell’Easter Egg di Halliday e una serie di prove da superare prima, un po’ come Parzival nel conquistare le sue tre chiavi.

Come la Rowling, anche Cline ci offre una trama complessa e appassionante, personaggi che si fanno amare o odiare, un mondo immaginario/virtuale che viaggia in parallelo a quello reale e in cui i protagonisti si rifugiano per sfuggirne, suspence e avventure a raffica. Anche qui non manca la spettacolarità che ha fatto sì che se ne potesse trarre un film ricco di effetti speciali.

Sebbene l’ambientazione “reale” sia in un mondo distopico, prevalgono le ambientazioni virtuali nel rutilante mondo dei videogiochi anni’80. Il romanzo si colloca allora più che dalle parti delle distopie, da quelle di quei film che hanno al loro centro il gioco come i classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e il citato da Cline “Wargames” (1983) di John Badham, “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo -2008- di Suzanne Collins). E parlando di nuovo di Harry Potter, non c’è anche lì il Qidditch? Tra gli ultimissimi romanzi di gioco, citerei anche “L’unico sesso” della toscana Linda Lercari, che ho letto in parallelo a “Player One”, notandone le somiglianze.

Ora, spero che non mi si fraintenda. Anche quando commentai “Il gioco di Ender” notai che aveva molte caratteristiche in comune con la saga della Rowling e fui attaccato dai fan di Orson Scott Card come se avessi detto un’eresia. Non sto accusando nessuno di questi autori di plagio. Ciascuno si muove per vie autonome e con assoluta originalità. Leggendo i sette volumi della saga del mago di Hogwarth avevo cercato di capire che cosa rendesse affascinante la storia al punto di ottenere il grande successo che ha ottenuto. Ebbene, ho ritrovato buona parte di quegli stessi elementi sia ne “Il gioco di Ender”, sia in “Player One”. I fan di Scott Card mi accusarono di non vedere che erano opere del tutto diverse: non cercavo di dire che sono simili, dico che usano gli stessi meccanismi per raggiungere l’attenzione e il cuore del lettore. Così come possono farlo, con altre leve, delle storie d’amore o di altro genere.

Forse questi elementi non funzionano allo stesso modo con tutti i lettori e non bastano questi a farci amare una storia. Posso amare Harry Potter perché amo la magia o l’Inghilterra e odiare “Player One” perché non sopporto i videogiochi e la realtà virtuale o viceversa.  In questo e molto altro sono libri diversi.

Comunque, per quanto mi riguarda, sono componenti che mi fanno restare attaccato al libro con attenzione e partecipazione fino alla fine. Visto il successo mondiale di queste opere, non mi considero un caso unico e strano.

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GIOCARE PER SOPRAVVIVERE

Risultati immagini per l'unico sessoSe scrivere narrativa è in fondo (per molti) un gioco, non stupisce che ci siano non pochi libri che parlano di giochi. Ogni storia d’avventura un po’ lo è.

Molte storie ne seguono le regole: cacce al tesoro, labirinti, partite varie. I gialli spesso sono cacce al tesoro. Le storie d’amore sono partite a due. I racconti di guerra sono wargame ma spesso anche quelli di politica o di affari.

Ci sono, però, romanzi e film che hanno al loro centro veri e propri giochi. Si pensi ai classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e “Wargames” (1983) di John Badham, a “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, a “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, a “Ready Player One” (2108) di Steven Spielberg (tratto dal notevole “Player One” di Ernst Cline – 2010), a “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), a “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo (2008) di Suzanne Collins. Persino la saga di Harry Potter ha uno spazio importante per un gioco inventato, il Qidditch.

Ebbene, Linda Lercari ha da poco pubblicato un romanzo, “L’unico sesso” che si inserisce in questo filone, oltre che in quello, ancor più nutrito, della letteratura distopica e in quello della fantascienza postapocalittica.

Quest’autrice toscana immagina un mondo futuro in cui una guerra termonucleare ha invertito drammaticamente il surriscaldamento in atto, congelando il nostro pianeta.

Siamo dalle parti del 2215 e gli agi del nostro mondo contemporaneo sono solo un ricordo. La gente si “consola” praticando una versione omicida dell’hockey su ghiaccio in cui “l’uccisione di un giocatore equivale a un tiro in porta”.

Il romanzo ci racconta la vita e le imprese di due campioni di questo sport micidiale, il loro gelido mondo fatto di sofferenza e violenza, in cui la consapevolezza per andare avanti suona come “Capisco che d’ora in poi la carriera che voglio costruirmi sarà fatta di tanti mattoni umani”.

Ovunque c’è una gran “voglia di morte”.

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Linda Lercari

Un po’ come in “1984” (1948) di Orwell o in “Farhenheit 451” (1953) di Bradbury, “lo Stato regala i televisori a chi non ne possiede. Tutti devono averne uno nella propria abitazione”. Sono strumenti di controllo.

Come in “Hunger games” si gioca/ combatte per sopravvivere ma il gioco è comunque uno spettacolo con il suo pubblico. Si va avanti, anche se “Tutto questo uccidere sta diventando pesante”.

Di solito leggo in contemporanea un libro su carta e uno in e-book. Il caso vuole che mentre leggevo “L’unico sesso” di Linda Lercari stessi anche leggendo “Player one” di Ernst Cline e passando dall’uno all’altro mi pareva quasi di restare nella stessa storia: due mondi degradati, anche se in modo diverso, un ragazzo e una ragazza che giocano/ combattono l’uno contro l’altra, arrivando ad ammirarsi e apprezzarsi reciprocamente, fino a innamorarsi.

Il resto è diverso, diversi i giochi, sebbene comunque letali, diverso il mondo ricostruito, diversi i  personaggi, ma lo spirito è lo stesso. Se avete amato “Hunger games” o “Player One” o le avventure dei ragazzi imprigionati nel labirinto di “Maze Runner” è tempo di leggere “L’unico sesso”.

Quanto a Linda Lercari, tenetela d’occhio, perché un’autrice capace di spaziare dal romanzo d’ambientazione giapponese come “Kaijin” alla distopia postapocalittica come ne “L’unico sesso” potrebbe riservarci altre sorprese.

 

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ENDER, IL PADRE DI HARRY POTTER

Risultati immagini per il gioco di enderLeggendo “Il Gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card la sensazione è stata di ritrovarmi nei medesimi meccanismi narrativi che hanno portato al successo la saga di Harry Potter della Rowling.

Ma non pensiate che Orson Scott Card abbia in qualche modo emulato le imprese del maghetto di Hogwarts. Si tratta, infatti, di un romanzo del 1985, che riprende un racconto addirittura del 1977, mentre la pubblicazione della saga della Rowling parte nel 1997 e si conclude nel 2007.

Che cosa hanno in comune queste due storie? Innanzitutto il protagonista. Ender, come Harry è un bambino che lascia la sua famiglia, dove viene maltrattato, per finire in una scuola molto speciale, dove, sebbene sia l’ultimo arrivato, si distingue subito come il migliore. Entrambi hanno il destino segnato, Harry da una profezia e una maledizione, Ender perché è già stato individuato, per le sue doti, come il potenziale comandante di tutta la flotta aerospaziale terrestre. Nessuno dei due riesce ad ammettere del tutto di essere eccezionale. Entrambi devono salvare il loro mondo da una minaccia che appare assai più grande di loro (Voldermort per Harry, gli Scorpioni alieni per Ender). Entrambi affrontano grandi difficoltà a scuola, con compagni e insegnanti ostili. Entrambi si fanno grandi amici in entrambe le categorie. E le somiglianze non finiscono qui. Le battaglie a gravità zero di Ender somigliano alle partite di Quidditch di Harry. Nella Scuola di Guerra i ragazzi sono divisi in orde con nomi di animali, a Hogwarts in Case con nomi di maghi famosi ma che ricordano quelli di animali. La competizione è centrale in entrambe le storie. La magia di Hogwarts è sostituita dalla tecnologia della Scuola di Guerra. La telepatia non è centrale ma ha la sua importanza.

Entrambi sono romanzi di formazione. Entrambi creano una fortissima empatia con il lettore.

Orson Scott Card

Le ambientazioni della Rowling sono forse più ricche, ma le battaglie spaziali di Scott Card, pur non essendo allo stesso livello, hanno una buona dose di spettacolarità.

Come in Harry Potter, anche ne “Il Gioco di Ender” assistiamo a una lotta tra Bene e Male, ma scopriamo che quel che pare Bene ha in sé un po’ di male e viceversa.

In entrambe le storie troviamo la morte, la paura, il dolore, il rimorso. In entrambe c’è un po’ di introspezione e psicoanalisi (ma senza esagerare, senza disturbare l’avventura).

In entrambi ci sono certe ripetitività degli eventi, che rivelano però sempre delle sorprese. In entrambi ci mistero e scoperta. In entrambi ci sono ribaltamenti dei caratteri di alcuni personaggi.

Anche il “Il Gioco di Ender” fa parte di un ciclo (di cui non ho ancora letto i volumi successivi). È il primo volume, ma fu scritto in funzione del secondo, come romanzo in cui si presenta il personaggio Ender Wiggin, protagonista de “Il riscatto di Ender”.

La Rowiling avrà letto “Il Gioco di Ender”? Lo avrà amato. Io credo proprio di sì.

 

Ultimamente avevo letto due o tre romanzi di fantascienza che mi stavano quasi facendo perdere l’amore per il genere. “Il Gioco di Ender” è, invece, uno di quei romanzi che ti ravviva l’amore per la fantascienza e per la lettura in genere.

Una storia tutto sommato semplice, ma sempre piena di sorprese e rivolgimenti, abbinamento quanto mai raro e prezioso. Come “La mano sinistra delle tenebre” della Le Guin, che ho appena letto e mi ha profondamente deluso, anche “Il Gioco di Ender” ha vinto sia il premio Hugo che il Premio Nebula, scelta che, questa volta condivido in pieno. Dunque, se non sempre i premi letterari sono assegnati a opere che apprezzo, altre volte riescono a rispettare i miei gusti.

In conclusione, direi che questo forse è il miglior romanzo che ho letto in questa prima metà del 2018 e di certo potrò immaginare di collocarlo piuttosto in alto nella classifica dei miei romanzi preferiti.

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L’OPPOSTO DEL SIGNORE DELLE MOSCHE

Ne “Il signore delle mosche” un gruppo di ragazzini civilizzati, abbandonati su un’isola deserta si trasformano in selvaggi. Ne “Il labirinto” un gruppo di ragazzini rinchiuso in una radura, circondata da un labirinto, creano una società civile e organizzata, con ruoli e compiti ben definiti.

Apparentemente il messaggio che sembra lasciarci Golding appare l’opposto di quello di James Dashner. Il premio nobel sembra comunicarci che, dentro di noi, siamo tutti dei selvaggi e che basta poco per trasformare delle creature falsamente considerate come innocenti, quali i bambini, in assassini senza cuore. Il giovane scrittore americano (1972), con questo primo volume (The maze runner – 2009) di una serie che promette già 5 o forse 6 volumi, ci dice invece che la volontà e la capacità di organizzarsi è prerogativa dell’uomo, persino quando è solo un adolescente.

Se valutare il senso della storia di Golding è più semplice, trattandosi di opera in sé compiuta, “Il labirinto”, per essere interpretato correttamente andrebbe letto all’interno della serie. Questo primo volume, infatti, ci lascia con i ragazzi che si apprestano ad affrontare nuove prove in un ambiente diverso.

Nel primo romanzo vediamo che i movimenti e le scelte dei ragazzi sembrano essere in parte pilotate dall’esterno, ma la loro libertà di scelta è tale da renderli i veri artefici di questo ordine in cui vivono, anche se l’arrivo di due nuovi personaggi porterà ad alterare le loro abitudini e l’ordine, che uno dei loro capi sottolinea essere una delle cose più importanti che hanno, in quella sorta di prigione.

Il labirinto” sembra un romanzo fatto apposta per ricavarne un video gioco, con un dedalo da attraversare, popolato da creature minacciose, un codice da decifrare e passaggi di livello, ma è una lettura che scorre veloce e appassiona, tenendo alta la tensione e la curiosità. La trama è sostanzialmente quella di un’avventura, ma la presenza di personaggi adolescenziali, ne fa anche una sorta di romanzo di formazione, di percorso di autoconsapevolezza e crescita personale. Il fatto che i ragazzi abbiano perso la memoria li rende figure particolari, con un desiderio di conoscenza e scoperta che si trasmette nel lettore.

La radura, con le strane creature meccaniche che osservano ciò che vi succede e con le piccole e grandi battaglie affrontate dai radurai, fa pensare all’arena di “Hunger Game”, anche se il pubblico sembra assente e se c’è si nasconde dietro quei piccoli marchingegni da spionaggio. Anche l’età dei personaggi è simile, ma per Suzanne Collins sono ragazzi che combattono per la propria sopavvivenza personale, l’uno contro l’altro (con qualche eccezione), mentre i radurai combattono assieme per la salvezza comune, pur essendo disposti a lasciare dei morti sul campo di battaglia. Come in “Hunger Game” anche ne “Il labirinto” i ragazzi sembrano destinati a morire uno dopo l’altro, a meno che qualcuno non si ribelli e spezzi il meccanismo.

Il messaggio di entrambi, sempre gradito agli adolescenti, sembra essere che il mondo è un posto difficile in cui vivere (del resto questi sono anni di crisi) ma che la forza di volontà può cambiarlo, che può esserci un ragazzo speciale in grado di mutare le cose.

Il labirinto” parte come una sfida intellettuale oltre che fisica, ambientato in un mondo dal sentore fantascientifico, ma si conclude proiettandoci decisamente in una distopia apocalittica fantascientifica, che ci si aspetta potrà svilupparsi nei prossimi volumi.

Come i migliori fantasy, il romanzo cerca di inventarsi un suo linguaggio con numerosi neologismi (caspio, pive, radurai, scacertole, dolenti…), ma forse non osa abbastanza e avrebbe potuto approfondire il tentativo creando un linguaggio nuovo più articolato, anche se, non essendo un contesto fantasy, forse non ce n’è bisogno e possono bastare quelli creati, sufficienti per una comunità autonoma ma tutto sommato recente. Insomma un buon tentativo di dare maggior realismo all’ambientazione.

James Dashner

The Maze Runner (The Maze Runner Series)

 

FINALMENTE UN REALITY DOVE I PARTECIPANTI VENGONO ELIMINATI DAVVERO!!

IL REALITY DEI GLADIATORI

Hunger Games - Simona Brogli,Fabio Paracchini,Suzanne Collins - ebookHunger Games” di Suzanne Collins racconta di un futuro distopico in cui il mondo abitato, a seguito di guerre devastanti, è ridotto a una capitale (banalmente definita Capitol City) e 12 Distretti, più un tredicesimo che fu distrutto anni prima.

Capitol City, dopo le ribellioni di circa 75 anni prima domina i Distretti con pugno di ferro e, come un futuribile Minotauro, richiede il sacrificio mediatico, rituale e ricorrente, di alcuni giovani. Ogni Distretto deve fornire ogni anno un ragazzo e una ragazza, che vengono sorteggiati il Giorno della Mietitura. I 24 tributi così scelti si affronteranno in arene ogni anno diverse e solo uno di loro potrà uscirne vivo. Insomma, nulla di nuovo, sembrerebbe: i soliti giochi gladiatori.

La differenza rispetto al Panem (nome, guarda caso, della nazione che riunisce i Distretti) et Circenses di romana memoria è che lo spettacolo si guarda da casa in TV, comodamente seduti in poltrona, e somiglia tragicamente a un reality, con le sue interviste, con i tributi/ candidati che vengono eliminati uno a uno, con le recite dei partecipanti. A differenza de “L’Isola dei Famosi” qui la gente, anziché fare una dieta forzata, muore davvero di fame, quando non ci pensano le insidie dell’arena e i gli altri tributi / gladiatori a eliminarli.

Suzanne Collins

Suzanne Collins

Il romanzo può essere letto dunque anche come una critica del sistema mediatico, dei reality e della TV Spazzatura.

Non è per questo però che mi piaciuto. Innanzitutto è una storia emozionante. La protagonista Katniss riesce più volte a colpire la sensibilità del lettore. Nel terzo volume della serie che inizia con questo romanzo, quando i ribelli si interrogano su cosa abbia fatto Katniss per farsi amare dal pubblico, Suzanne Collins fa persino un elenco dei trucchi mediatici utilizzati dalla sua eroina (e da lei stessa! – facendoci capire quanto l’autrice stessa sia ben consapevole che certe scene sono costruite ad arte per emozionare i lettori). Se non si fa caso a questo, in effetti, il trucco funziona!

Personalmente quello che ho amato di più è l’ambientazione. L’arena non somiglia affatto a un circo romano: è uno spazio selvaggio, con lago e boschi. I tributi lottano tra loro, ma anche per sopravvivere nella natura, con la natura e, persino, contro la natura. È il grande scontro tra l’uomo e questa. Il ritorno alle origini. Quello che fa grandi romanzi come il ciclo di “Ayla, Figlia della Terra” della Auel, cui ho pensato spesso leggendo queste pagine, vista la somiglianza tra le protagoniste, o mie letture più recenti come “La Bambina che amava Tom Gordon” di King (qui la protagonista è persino più giovane), “Darwinia” di Wilson o gli infiniti episodi delle sei stagioni di Lost, per non parlare di classici per ragazzi come “Robinson Crusoe” di Defoe, “L’Isola Misteriosa” di Verne e di tutti i naufragi possibili o tutti i sopravvissuti immaginabili, come il padre e figlio de “La Strada” di McCarty o il protagonista di “Io sono leggenda” di Matheson.

VENTO DI RIVOLTA NELL’ARENA

Hunger Games - the movie

Hunger Games – il film

Nel secondo volume della serie ideata da Suzanne Collins, “La Ragazza di Fuoco”, gli organizzatori dei Giochi della Fame (Hunger Games), poiché si sono trovati incastrati, da un trucco della tenace Katniss, a proclamare, per la prima volta in 74 anni, due vincitori (e quindi due sopravvissuti) anziché uno, decidono di vendicarsi di lei, proclamando, in occasione del settantacinquesimo anniversario dei giochi, l’Edizione della Memoria, una competizione non più tra ventiquattro ragazzi “qualunque”, ma tra ventiquattro tributi/ gladiatori, un maschio e una femmina per ogni Distretto, selezionati tra i vincitori delle precedenti edizioni. Poiché Katniss è la sola ragazza in vita ad aver mai vinto per il Dodicesimo Distretto, il suo sorteggio è automatico. Assieme a lei scenderà a combattere per lo stesso Distretto anche l’amato Peeta. Questa volta non ci dovranno essere eccezioni: uno solo ne uscirà vivo. I due innamorati (ma Katniss è combattuta tra il nuovo amore Peeta e il vecchio amico Gale) dovranno accettare che uno dei due muoia. Ciascuno di loro cerca di tenere in vita l’altro.

Suzanne Collins - La Ragazza di Fuoco

Suzanne Collins – La Ragazza di Fuoco

Anche questa volta c’è un trucco finale, sempre a opera di Katniss, che fa saltare l’intera arena. Come un deus-ex-machina arrivano i ribelli a salvare i tributi sopravvissuti e si portano via Katniss. Anche Peeta è vivo.

In questo secondo volume, dunque, alla trovata del reality gladiatorio e alla lotta dell’uomo (o della ragazza) contro la Natura, si aggiunge l’insurrezione dei Distretti contro la tirannia decadente di Capitol City.

In questi tempi in cui in Italia e buona parte d’Europa si respira un’aria pesante e la protesta monta, non stupisce che anche questo episodio abbia saputo emozionare il pubblico, sempre più desideroso di svolte rivoluzionarie che tolgano di torno una classe politica ladra e corrotta, non molto dissimile dai molli ma crudeli abitanti di Capitol City. Ci si stupisce dunque quasi che Suzanne Collins viva nel Connecticut e non in qualche provincia italiana.

La Ragazza di Fuoco”, essendo un sequel, presenta alcune parti un po’ ripetitive, che servono a ricordare a chi avesse letto troppo tempo prima o non abbia letto affatto “Hunger Games”, cosa sia accaduto nel primo romanzo. I protagonisti, poi, non sono tutti giovani e questo si sente. Inoltre, la divisione in tre parti/ ambienti (il tour dei Distretti, la gara nell’arena e la ribellione), rende l’opera meno omogenea, unitaria e scorrevole del primo romanzo. Il finale sospeso, rende infine (purtroppo) indispensabile procedere con la lettura del volume successivo “Mockinjai” o “Il Canto della Rivolta”.

 

Firenze, 17/06/2012

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

 

Katniss - Hunger Games

Katniss – Hunger Games

Mockinjai” o “Il Canto della Rivolta” è il terzo volume della serie “Hunger Games” ideata da da Suzanne Collins e ci fa scoprire la potenza e la debolezza del perduto Tredicesimo Distretto, che nel primo volume credevamo distrutto per sempre. Qui veniamo a sapere che per 75 anni i suoi abitanti sono sopravvissuti nascondendosi sotto terra e creando armi sempre più potenti e ora sono in grado di fronteggiare la supremazia tirannica di Capitol City. Sono loro a guidare i ribelli che hanno salvato Katniss e gli ultimi Tributi sopravvissuti durante l’Edizione della Memoria degli Hunger Games. Katniss scoprirà però che la loro organizzazione non è meno rigida e severa di quella di Capitol City e mostrerà ancora una volta il suo spirito ribelle.

Suzanne Collins - Mockinjai

Suzanne Collins – Il Canto della rivolta

Anche questo terzo volume riesce a essere coinvolgente, ma l’idea di trasformare la vittima sacrificale/ gladiatrice Katniss in un simbolo mediatico della rivolta (un Mockingjai) e farla di nuovo affiancare da uno staff di costumisti e truccatori come durante lo spettacolo degli Hunger Games appare assai meno credibile e comunque come una variante di un’idea ormai già pienamente sfruttata.

Anche il suo conflitto interiore tra l’amore/amicizia verso Gale e l’amore/rivalità verso Peeta cerca nuove strade, ma convince assai meno che nei precedenti episodi.

Da una lettura complessiva della serie si ricava l’impressione che un volume solo, il primo, con una ventina di pagine conclusive in più sarebbe in fondo bastato.

Firenze, 8/7/2012

LA GRAN CUOCA ROWLING E I MAGICI INGREDIENTI DI HARRY POTTER

Il mese scorso ho letto anche il settimo libro della serie di Harry Potter (Harry Potter e i doni della morte) e non posso non interrogarmi su quale sia la formula magica che ha portato J.K. Rowling a diventare la scrittrice di maggior successo di questi nostri tempi (e non solo) nel giro di pochissimi anni. Ne sono passati, infatti, solo undici da quel 1997 in cui partorì il primo libro, che la portò subito alla ribalta, partendo dal nulla.
Io credo che la storia di questa geniale autrice non possa che essere presa ad esempio da qualunque scrittore sconosciuto che ambisca ad emergere dalla folla degli autori da dieci copie.
Dire che il successo di J. K. Rowling sia stato determinato solo dal marketing, dalla pubblicità, dai bei film girati sui suoi libri, sarebbe ingeneroso nei suoi confronti. Non si fanno cinque film di gran successo su dei libri scadenti, non si vendono milioni di copie con delle storie che non funzionano.
Altrettanto ingeneroso sarebbe considerare un’autrice che vende più copie della Bibbia (bestseller mondiale e secolare) come un’autrice di seconda categoria.
Ovviamente il successo “economico” di un libro non è tutto e non si valuta un libro sulla base delle copie vendute (altrimenti i miei sarebbero da considerare delle schifezze!), ma, certamente, se un autore riesce a trovare il consenso di milioni di lettori che le comprano non un libro ma sette, che la seguono in un’avventura lunga ormai undici anni (come l’età del suo personaggio nel primo libro), che leggono avidamente migliaia di pagine, quest’autore non può non essere considerato un genio, perché la genialità, a volte, sta anche nel saper capire la gente, nel saperne riconoscere i gusti, nel dare alle persone ciò che vogliono. Per questo dunque io qui proclamo che Joanne Kathleen Rowling è un genio.

 

Cosa ha capito, allora mi chiedo, questa donna che noi bricoleur della letteratura non abbiamo compreso? Cosa la rende differente da noi

Rowling

sconosciuti della tastiera? Io non leggo tanto quanto vorrei, ma posso dire di aver letto libri di autori molto differenti tra loro, compresi alcuni di autori che i più definiscono “emergenti”. Quello che, talora, ho riscontrato nei libri che non emergono è, innanzitutto, la mancanza di una storia, di una trama. Parrà banale, ma, cari colleghi bricoleur, alcuni di noi a volte scrivono dei libri in cui non si parla di nulla. Ebbene, nei libri della somma Rowling, la trama c’è sempre ed è ricca, articolata, ben sviluppata, colma di richiami al passato (il settimo volume in particolare) e di annunci per il futuro. Ogni volume ha una sua trama che lo rende unico e leggibilissimo in sé stesso, ma tutti sono connessi da una trama comune che li lega bene tra loro.La mia impressione è che questa trama si sia delineata nella mente dell’autrice progressivamente, man mano che scriveva, direi soprattutto dal quarto libro in poi, dopo che il successo l’aveva ormai resa un’icona vivente e che aveva la certezza di poter scrivere con tranquillità tutte le centinaia di pagine che voleva. I primi due volumi e forse anche il terzo, sono, infatti, un po’ più chiusi in sé, più unitari. Il sesto è decisamente proiettato in avanti. Non è concepibile senza il settimo, che, a sua volta, chiude magistralmente il tutto. Quello che credo dovrebbe lasciare un po’ perplessi i fan di questo ciclo è l’improvviso salto temporale dell’ultimo capitolo, che sembra volerci dire: ok, è veramente finita, almeno per qualche anno non succederà più nulla. Probabilmente sarà così. Una trama vuol dire anche struttura. Certo la Rowling non è Dante e non divide i suoi libri pesandone le parti e bilanciandole in modo ossessivo, ma ogni suo libro ha una struttura di massima che si ripete. Questo dà tranquillità al lettore, gli fa sentire i libri come qualcosa di familiare. Per struttura mi riferisco qui al fatto che iniziano tutti a casa degli zii, c’è poi l’anno scolastico che segue il suo corso, secondo una tempistica ben nota ad ogni scolaro (quali sono la maggior parte dei lettori) e si chiude con una vittoria parziale del nostro eroe. Solo il settimo libro, rompe gli schemi. Sembra quasi un modo per aiutarci al congedo. Fin dall’inizio si capisce che tutto è cambiato. Anche l’ambientazione, altro aspetto tranquillizzante e che porta il lettore ad identificarsi con i libri, nel settimo improvvisamente muta, non è più nella scuola, la scuola c’è sempre, compare, ma è diventata uno spazio secondario. Tutto ciò sembra volerci preparare al cambiamento (che potrebbe essere la fine effettiva della serie o un suo nuovo inizio su altre basi).Questi tre aspetti (trama, strutturazione e ambientazione) già spiegano buona parte dell’affezione dei lettori verso il ciclo, lettori, in genere, giovanili, che quindi ricercano la sicurezza della ripetitività, del rito. Il rito. Ecco un altro aspetto. I libri sono rituali non solo per i tempi che si ripetono, ma anche per la componente magica, che ne costituisce la “religiosità”, quella che dà un senso al rito.

La magia viene spesso indicata semplicisticamente come la componente che fa di questi libri dei libri di successo. In effetti, ha la sua importanza, anche se, come stiamo vedendo, non è l’unica. Perché piace la magia? Innanzitutto perché ci rende capaci di fare cose che nel mondo reale non sappiamo fare, perché, quindi, ci fa sognare un mondo diverso dal nostro. I libri di HP sono colmi di magia. Il suo universo è pervaso di magia. Molte delle cose che nel nostro mondo fa la tecnologia, lì vengono realizzate con la magia. È un mondo alternativo, quasi ucronico. In un certo senso potrebbe essere davvero ucronico se immaginassimo la domanda “se la magia esistesse e i maghi vivessero nascosti in mezzo a noi, come sarebbe il mondo?” Non è un mondo ucronico, però, perché l’esistenza della magia non porta effetti sul mondo reale, non modifica la storia come la conosciamo, si limita a creare un universo parallelo (non uno divergente). Il successo dei libri di magia (considerate anche il Signore degli Anelli o le Cronache di Narnia, solo per citare i più famosi) nasce, a mio avviso, dal medesimo desiderio di mondi alternativi che è alla base dei romanzi ucronici (che quindi potrebbero meritare un successo almeno confrontabile, se solo l’editoria se ne rendesse conto!). La magia sostituisce, in questo scorcio di terzo millennio, la tecnologia nell’immaginario letterario. Solo pochi decenni fa era la fantascienza a svolgere questa funzione. Ormai, però, la tecnologia è andata troppo avanti, nulla più di essa ci stupisce, ci pare che abbia raggiunto i suoi limiti, i viaggi nello spazio non ci paiono realizzabili. La tecnologia non ci basta per sognare. Vogliamo la magia. La fantascienza ci faceva sperare in futuri migliori e diversi. L’ucronia ci fa sognare un diverso passato (e di conseguenza un diverso presente). La magia ci fa sognare solo un presente diverso. L’orizzonte temporale del sogno si restringe. Non osiamo sognare più in là. Non osiamo sognare sogni che potrebbero diventare reali. Il virtuale prevale. Il sogno domina il nostro tempo. Viviamo schizofrenicamente, come HP, in universi paralleli, nascosti dietro impossibili avatar e nickname. HP quando è a casa degli zii non può esercitare la magia. Sono due mondi paralleli. In ognuno siamo diversi, abbiamo poteri diversi. Per questo HP e il mondo di Hogwarth sono lo specchio del nostro tempo. Per questo ci riconosciamo in loro. Sono il virtuale.

Ed ogni mondo parallelo che si rispetti, come ci insegnano il fantasy e la fantascienza, ha il suo linguaggio. Parlare di Babbani, Dissennatori, Horcrux e altre simili parole inventate aggiunge sicuramente fascino alla narrazione e stimola il desisderio di conoscere e di arricchire il proprio linguaggio che è, io credo, innato in ciascuno di noi e particolarmente sviluppato nei ragazzi.
Cos’altro c’è in questi libri?
C’è l’amicizia. L’amicizia tre ragazzi, un’amicizia solida, indistruttibile, nonostante i vacillamenti, i litigi, un’amicizia che si estende al gruppo, ai Grifondoro, all’Esercito di Silente, all’Ordine della Fenice, un’amicizia concentrica, dilatabile, in cui c’è un centro ma in cui c’è posto per chiunque abbia un cuore da offrire. Un’amicizia che resiste per sette anni e oltre (come ci fa capire l’ultimo capitolo).
C’è, però, anche il suo opposto. Un bambino isolato, che vive con una famiglia che lo odia. Un ragazzo che a volte viene sospettato e accusato, che deve difendersi dall’invidia e dalla maldicenza. Ci sono nemici. Piccoli nemici, come quelli che ogni bambino e ragazzo e uomo hanno, ma anche grandi nemici, nemici personali, nemici giurati, nemici spietati. Ci sono falsi amici e falsi nemici. Nemici che si rivelano grandi amici e amici che nascondono dentro di sé il Male, quel Voldermort che si insinua dentro di loro, che muta aspetto, che ha un’anima spezzata per propria stessa folle volontà.
Voldermort è il male assoluto ma la Rowling ha la grande capacità di descrivercelo non come uno stereotipo del male. Ci fa vedere come e perché è diventato tale. Persino lui ha la sua umanità.
Questi sono libri in cui il Bene ed il Male si fronteggiano continuamente, ma non sono libri manichiesti. Bene e Male non sono sempre tutti dalla stessa parte, sono compenetrati. Lo stesso HP è un po’ Voldermort, ha un po’ di Tom Riddle in sé.
Streghe e lupi mannari non sono più simboli del male, come eravamo abituati a considerarli. Anche loro si dividono in buoni e cattivi.
C’è poi il personaggio. HP è un ragazzo, come dicevamo, che vive in un mondo di gente normale (Babbani) conducendo una vita sventurata con una famiglia che non lo ama e lo disprezza. Improvvisamente scopre di essere speciale. Un mago. Non solo: un mago speciale.
Non è mai convinto della sua eccezionalità, che però, libro dopo libro, anno dopo anno, appare sempre più evidente. È un personaggio in cui è facile per ogni adolescente (e non solo) identificarsi.
Tutti sognano di essere migliori di quelli che sono, speciali. È questo il sogno che ci regala HP.Cos’altro c’è? Ovviamente quello che più si apprezza al cinema, ciò che rende questi libri così adatti per trasformarsi in film da alto budget e dagli effetti speciali mirabolanti: la spettacolarità.
Fantasmi, giganti, draghi, magie, elfi, basilischi, ippogrifi, fenici e ogni altra sorta di mostri, un castello animato da scale mobili e ritratti parlanti. Come se non bastasse, la Rowling si è persino inventata il Quiddich e il Torneo Tre Maghi: anche gli amanti dello sport sono accontentati.
La competizione è, infatti, un ennesimo elemento, le quattro Case competono tra loro all’interno della scuola, le scuole competono nel Torneo Tre Maghi, i ragazzi delle Case si affrontano in strane partite a palla volando sulle scope.
In HP troviamo, poi, il mistero, molto mistero. Ci sono sempre molte cose poco chiare e che vanno scoperte. Non manca la suspance. C’è attesa per gli sviluppi successivi.
C’è paura. Non certo terrore, ma sufficiente a fare un film in cui il pubblico più giovane chiude gli occhi o sobbalza sulla sedia.
C’è anche un po’ di horror, dato che Voldermort non si può certo dire una bellezza, i Dissennatori sono inquietanti e i mostri non mancano.
C’è avventura. Tanta avventura, con lotte tra buoni e cattivi, peripezie, ostacoli da superare, percorsi di iniziazione. È, infatti, anche un ciclo di libri sulla crescita, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e contiene quindi anche piccole riflessioni sulla vita.

E c’è, infine, la morte, che nell’ultimo volume fa da padrona.
Abbiamo, dunque, incontrato i principali elementi di molti libri. Certo si possono fare buone torte e buone minestre usando ingredienti molto diversi, quindi, sarebbe naturale che anche qui qualche elemento, che è la forza di altri libri, manchi. Mancano, in effetti, l’amore e il romanticismo, anche se negli ultimi libri la Rowling cerca di darne una spolverata. Manca quasi del tutto la satira, anche se quel mondo alternativo con i suoi ministeri, le sue scuole e le su banche potrebbe esser considerato una sorta di satira del mondo reale. L’umorismo è presente in dosi moderate e non manca una blanda ironia. La metafora della vita e della politica mi pare secondaria o inesistente. L’introspezione e la psicologia ci sono ma in giusta dose. E così via. Non si sente la mancanza di quello che non c’è. Non si desidera che questa storia sia diversa. Certo anche questi libri hanno i loro difetti, ma sono peccati veniali (mi viene in mente,ad esempio, l’estrema lunghezza della parte sul campionato mondiale di Quidditch).
Del resto, in alcune migliaia di pagine c’è posto un po’ per tutto e, comunque, in ogni ricetta ci devono essere ingredienti principali ed ingredienti di cui occorre solo un pizzico. La maestria nel cuoco non sta solo negli ingredienti ma anche nelle loro dosi, nei tempi di cottura e nella presentazione del piatto. Quest’ultima l’hanno fornita il marketing e, in primis, i film realizzati.Lasciamo alla Rowling il segreto delle dosi e dei tempi di cottura, ma cerchiamo qui di riepilogare gli ingredienti:
– trama;
– strutturazione;
– ambientazione costante;
– ripetitività e ritualità;
– magia come estraneamento dalla realtà;
– mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
– linguaggio inventato;

– amicizia;
– lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
– compenetrazione tra il Bene e il Male;
– tanti nemici, grandi e piccoli;
– un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
– spettacolarità;
– competizione;
– mistero;
– suspense;
– paura;
– avventura;
– iniziazione e crescita verso l’età adulta;

– morte.Ho dimenticato qualcosa? Certamente, ma esaminate i libri che avete letto e ditemi in quanti trovate tutti questi elementi. Magari ne hanno altri. Elencateli. Sono pochi? Un buon piatto può anche avere uno solo, ma deve essere molto buono, però la mancanza di ingredienti può essere un indizio del perché i clienti lasciano il ristorante. Se vi chiedete perché non hanno il successo di HP, forse la riposta è tutta lì: gli autori sono stati un po’ tirchi con qualche ingrediente. Oppure non li hanno saputi dosare.
Joanne Rowling, invece, è una gran cuoca. Una curiosità

Visto che si parla di HP, vorrei fare una domanda a chi conosce meglio di me tutti i retroscena di questo libro? Come mai se solleviamo la sovracoperta del settimo libro in edizione italiana, sulla costa non si legge il titolo del libro ma una misteriosa parola: LANDUS? È, forse, mi chiedo, un segnale per dirci che questo libro è l’ultimo di questa serie ma il primo di un’altra, uno in cui su ogni libro scopriremo una piccola parola, per arrivare a ricostruire una frase misteriosa? Ho letto, però, che l’editore ha cambiato la nuova edizione di tutti i libri e, pertanto, ora, su ciascun volume si legge una parola simile, unendo tutti i libri della nuova edizione dovrebbe venire fuori il motto di hogwarts “draco dormiens nunquam titillandus”.

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