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FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

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Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

L’ANTOLOGIA DI PAGFORD RIVER

Il Seggio Vacante - J.K. Rowling

Il Seggio Vacante – J.K. Rowling

Ho affrontato la lettura de “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowlings con grande curiosità, essendo scritto dall’autrice di maggior successo di questi anni. Ho avuto modo di leggere in precedenza tutti e sette i romanzi del ciclo di Harry Potter e di averne apprezzato la grande qualità. Di fatto, però, finora la Rowling aveva scritto un unico, lungo romanzo, diviso in sette capitoli, con qualche appendice tipo “Le Fiabe di Beda il Bardo”. Aspettavo dunque di vederla all’opera con qualcosa di diverso.

Harry Potter, come noto è un ciclo di romanzi fantasy per ragazzi, sebbene dai toni progressivamente più cupi.

Il Seggio Vacante” è invece presentato come un romanzo per adulti.

I quesiti che mi ponevo iniziando la lettura erano essenzialmente:

1)      In cosa differisce veramente la celebre saga dalla nuova opera e quali elementi ci sono in comune?

2)      La Rowling è davvero una scrittrice di qualità e sa quindi scrivere romanzi di genere e sostanza tra loro diversi?

Iniziando la lettura, mi hanno colpito subito due somiglianze, non con l’opera precedente della scrittrice inglese, ma, innanzitutto, con il mio piccolo romanzo “Ansia Assassina” e con la raccolta di poesie “L’Antologia di Spoon River” dell’americano Edgard Lee Masters.

Prima di rispondere alle domande, vorrei ora chiarire queste sensazioni.

Nello scrivere “Ansia Assassina”, la mia idea principale era scrivere una storia sull’assenza del protagonista. Vi si narra della scomparsa di un ragazzo, la cui scomparsa crea una serie di altri incidenti e problemi.

Ebbene, la Rowling ha fatto lo stesso. Nel suo romanzo tutto ruota attorno alla morte del Consigliere Locale Barry Fairbrother. All’inizio questo non comporta nessun dramma particolare, a parte il generale stupore e dolore per la scomparsa di un uomo di poco più di quarant’anni, ma poi, in un crescendo che mi ha ricordato l’incupirsi della trama di Harry Potter, si consumano alcuni drammi. “Ansia assassina” è un romanzo breve, mentre “Il Seggio Vacante” è un romanzo lungo, quindi il respiro di tutto è assai diverso e la Rowling ha lo spazio per farci conoscere con precisione i suoi forse un po’ troppo numerosi personaggi.

J.K Rowling

J.K Rowling

Come molti sapranno “L’Antologia di Spoon River” è una raccolta di 245 ritratti – racconti, che, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. L’umanità che viene messa a nudo da Lee Masters è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica, in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, celando al contempo la propria umanità di piccoli peccatori.

Ebbene, “Il Seggio Vacante” non è una raccolta di poesie, ma un romanzo, eppure quello che fa è qualcosa di molto simile: descrive, attraverso i ritratti dei suoi abitanti, le piccolezze, debolezze e peccati degli abitanti dell’altrettanto immaginaria cittadina inglese di Pagford.

Veniamo dunque alle due domande iniziali. Quali sono le somiglianze e le differenze tra le due opere della Rowling?

A parte l’evidente assenza della magia, la principale differenza è che mentre le avventure di Harry Potter, riguardano soprattutto un personaggio, il piccolo maghetto, sebbene circondato da una miriade di amici e nemici, “Il Seggio Vacante”, invece, scegliendo un protagonista morto, finisce per essere, come la raccolta di Lee Masters, un’opera corale, dove protagonista è, accanto al morto assente, l’intera città. Certo, tra tutti i personaggi, ne spunta una, cui è andata gran parte della mia attenzione e simpatia, la sfortunata pupilla del defunto Fairbrother, Krystal Weedon, figlia un po’ disadattata di una tossica. Emerge, ma non è certo protagonista. Guarda caso, come l’Harry Potter degli ultimi episodi, anche lei è un’adolescente (16 anni) e adolescenti sono una parte dei personaggi, dal suo compagno di scopate Ciccio, all’amico di questo Andrew, alla bistrattata asiatica Sukhvinder. Assieme a loro, però, ci sono, in primo piano, assai più che in Harry Potter, i loro genitori e altri adulti.

Un’altra differenza è la totale assenza di magia, sebbene a un certo punto comparirà “Il Fantasma di Fairbrother”, ma sarà solo il nickname, dietro cui, uno dopo l’altro, si nasconderanno i ragazzi per denunciare anonimamente, in rete, le bassezze dei propri genitori. La centralità del morto riprenderà, tramite i suoi emuli virtuali, nuova vita. Saranno queste denunce anonime, nate nel cuore delle famiglie, dove i genitori sconvolti non pensano di cercarne la fonte, immaginando invece intrighi e bassezze politiche connesse alla lotta per occupare il seggio lasciato vacante dall’improvvisa morte di Fairbrother. Con questo stratagemma, la Rowling mostra la potenza della chiacchiera nell’era del web, quando il pettegolezzo malvagio si trasforma in post e assume una strana ufficialità, un mondo in cui finiamo per credere a qualcosa solo per averlo letto in rete, dove chiunque può scrivere, senza nessuna certezza di verità. Mostra un mondo in cui i ragazzi usano, un po’ inconsciamente, la rete come un’arma letale contro i propri genitori, che, come l’amministratrice del sito su cui si scatena “Il Fantasma di Fairbrother”, non riescono a fermare o arginare e, soprattutto, a capire.

Si potrebbe poi dire che qui non troviamo la netta dicotomia tra Bene e Male che caratterizzava il ciclo fantasy. Eppure anche in Harry Potter, alcuni buoni si rivelavano malvagi e dei malvagi si mostravano buoni.

A Pagford, tutti sembrano all’apparenza brave persone, ma ognuno ha in sé qualcosa se non di malvagio, di un po’ marcio.

Pagford

Pagford

Se Harry Potter era il riscatto di un ragazzo sfortunato e maltrattato in famiglia, “Il Seggio Vacante” ci mostra il riscatto della “scimmiesca” Sukhvinder, la rivalutazione della disprezzata ragazza proveniente dal brutto quartiere dei Fields, Krystal Weedon. Questo riscatto, però, non ha la stessa centralità.

Entrando un po’ più in dettaglio vorrei esaminare quelli che avevo chiamato “i magici ingredienti della Rowling”, alcuni elementi narrativi, che, secondo me, caratterizzano e danno forza alla saga di Harry Potter:

Trama: articolata e finemente intrecciata, consente di seguire le vicende di numerose famiglie di Pagford, tra loro legate, ognuna con la sua storia, che si sviluppa in modo strettamente correlato con quelle degli altri.

Ambientazione: se con Hogwarts e Diagon Alley abbiamo un mondo immaginario, ma costruito sulla falsariga dell’Inghilterra, Pagford potrebbe essere qualunque cittadina inglese e, come Hogwarts, appare all’inizio un luogo accogliente, ma rivela insidie.

Riti: non abbiamo le ritualità di Hogwarts, ma quelle tipiche della provincia inglese, con le elezioni e le messe, come momenti di incontro e confronto.

Magia: come detto, è, volutamente, assente, immagino soprattutto per l’esigenza di differenziarsi dal ciclo sul maghetto, proprio nel suo elemento più caratteristico.

Mondi paralleli: anche senza magia ci sono? In un certo senso sì. C’è il mondo delle apparenze sociali e quello delle realtà familiari. L’approccio, però, è ben diverso.

Linguaggio: le storie sulla scuola di magia usavano termini appositamente inventati, qui il linguaggio è quello comune, perché si vuole descrivere un mondo comune. Pagford è una qualunque cittadina dell’Inghilterra e del Mondo, ma, mi dicono, nella versione inglese c’è anche un interessante uso dello slang.

Amicizia: quella tra Harry, Ron e Hermione era un’amicizia forte e sincera, sebbene con i suoi dissapori. A Pagford ci sono molti amici, ma poche amicizie vere e quella tra Ciccio e Andrew si rompe irrimediabilmente, come quella tra le gemelle Fairbrother (anche qui una coppia di gemelli come i Wesley!) e Sukhvinder.

Isolamento: se il contrario dell’amicizia era l’isolamento patito da Harry nella casa degli zii, a Pagford, pur in seno alle famiglie e alla comunità, molti personaggi sono in realtà soli con se stessi.

Nemici: se il maghetto affronta nemici grandi piccoli, a Pagford ognuno ha il suo nemico personale e l’occasione politica della corsa al seggio vacante acuisce le inimicizie, facendole sfogare in sordida acrimonia.

Lotta tra Bene e Male: qui forse il contrasto tra Maghi buoni e cattivi potrebbe essere rappresentato dal contrasto politico tra coloro che vorrebbero liberarsi del quartiere popolare dei Fields e del centro di recupero dei tossicodipendenti e chi li difende. A voi scegliere dove sia una parte e dove l’altra.  Per il resto, però, la dicotomia si sfuma, come si diceva, e ognuno si mostra portatore di un poco di entrambi.

Scoperta di doti nascoste: se Harry, da sfigato, scopre di essere un grande mago, qui abbiamo la rivalsa di Sukhvinder e la rivalutazione dei Weedon, ma non sono così drastiche e complete e, soprattutto, non hanno la stessa centralità narrativa.

Spettacolarità: qui non abbiamo partite di Qiddich, draghi, grifoni e altri mostri, ma con gli intrighi e le vicende della gente del villaggio inglese si potrà di certo fare un bel film corale, ricco di numerosi attori.

Sport: anche qui non manca, con il canottaggio di cui era allenatore lo scomparso consigliere e che praticano Krystal e le sue amiche, però non assistiamo, tranne che in alcune memorie a nessuna scena sportiva.

Competizione: la lotta per la corsa al seggio scatena una corsa forse con non poi così tanti colpi bassi ma con molti cattivi pensieri. Certo per noi italiani, abituati a politici che si fregiano dei più pittoreschi delitti, i furti di computer, gli amorazzi segreti e i sogni pedofili fanno solo sorridere e non c’è facile capire come possano mutare il corso di un’elezione.

Mistero e suspance: non mi pare ce ne siamo un gran che per il lettore. Per i protagonisti c’è il mistero de “Il Fantasma di Fairbrother” e di come faccia a sapere cose tanto intime delle sue vittime. Scoprire chi vincerà le elezioni non mi pare sia, invece, motivo di particolare suspance e neppure l’evento più drammatico, la scomparsa del fratellino di Kriystal, è occasione per crearne.

Horror e paura: non direi che siano elementi di questo libro.

Avventure: sono quelle del quotidiano, assai meno spettacolari di quelle con maghi e draghi, ma non mancano i drammi.

Crescita: se mancano i tempi (i sette anni del ciclo) per vedere una vera maturazione dei personaggi, però assistiamo al cambiamento e alla maturazione di vari di loro, indotti dalle accuse del Fantasma e dal precipitare degli eventi che li costringe a confrontarsi con se stessi.

Morte: questo ingrediente fondamentale della celebre saga apre e chiude il nuovo romanzo e lo pervade dall’inizio alla fine, con la presenza ossessiva del defunto consigliere.

Veniamo quindi alla seconda domanda che mi ponevo all’inizio: quanto vale questo romanzo?

Credo che non potrà avere il successo planetario del ciclo fantasy, per la mancanza o la ridotta presenza di alcuni degli “ingredienti” che sottolineavo sopra, ma la robustezza della trama, la costruzione dell’ambiente, la descrizione, seppur non nuova, di un mondo borghese con le sue piccolezze, il dramma di alcuni personaggi (per quanto sesso e droga non siano certo elementi innovativi in un romanzo), l’affresco corale e l’innegabile capacità narrativa della Rowling fanno de “Il Seggio Vacante” un romanzo maturo, denso e intenso che, se troverà certo detrattori nell’indicarne alcune debolezze (non eccessiva originalità, un certo uso commerciale di alcuni cliché, per esempio), anche sull’onda del precedente successo, non potrà che portare questo libro in cima alle classifiche e a essere letto ancora per vari anni.

Vi lascio, infine, con due citazioni (non è trovate in effetti molte altre degne di esser ricordate):

Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? pensò, guardando il cielo notturno; c’è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte?

 

che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi”.

 

In conclusione, mi è piaciuto? Direi di sì. Penso che si potrà facilmente collocare tra i migliori libri letti nell’anno (ma siamo solo all’inizio), non direi però di riuscire a considerarlo un capolavoro, soprattutto perché non è riuscito a stupirmi. Mi ha fatto però riflettere e ragionare molto e questo è senz’altro un punto importante a suo favore. Inoltre, credo che sarà un romanzo di cui non mi dimenticherò troppo presto.

 

Firenze, 26/01/2013

GLI INTERESSI IN COMUNE DI SANTONI

Risultato immagini per gli interessi in comune Feltrinelli Santoni"A fine maggio sono stato in Feltrinelli, a Firenze, per sentire la presentazione del nuovo romanzo di Vanni SantoniGli interessi in comune”, edito dalla stessa Feltrinelli.

Avevo incontrato per caso, solo pochi giorni prima, Santoni su aNobii, l’immenso portale dei libri e dei lettori. Due cose mi avevano incuriosito e spinto ad andare a questa presentazione: che questo autore avesse effettuato il mitico “salto” da un editore minore come RGB a una “major” come Feltrinelli e che venisse da un’esperienza di scrittura collettiva, essendo trai fondatori di SIC, il progetto di “Scrittura Industriale Collettiva”.

Dalla presentazione già mi ero fatto l’idea di trovarmi davanti un romanzo che parlasse di amicizia, in particolare di gruppi di amici, quelli che scherzosamente chiamo “romanzi di compagnia”.

Fin da allora, prima di leggere il libro, mi era chiaro quali fossero gli “interessi in comune” di questi ragazzi: le droghe, di ogni tipo. Il libro è, infatti, diviso in capitoli che hanno ognuno il nome di uno stupefacente, dalle psichedeliche a quelle più innocue come il caffè e… il sesso. Mi ero anche fatto l’idea che rispetto alla descrizione delle droghe prevalesse la descrizione dei personaggi.

Dopo averlo letto posso confermare la centralità della descrizione delle dinamiche di un gruppo di amici e l’importanza delle droghe nella narrazione, questa, però, forse superiore a quanto avessi immaginato. In un certo senso il romanzo è quasi una piccola enciclopedia sugli effetti delle droghe!

Per chiarire l’argomento trattato, occorre, innanzitutto, dire che i personaggi descritti sono un gruppo di ragazzi, di cui seguiamo la storia da metà degli anni novanta al 2006.

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Vanni Santoni

Dai tempi del liceo a quelli dell’università, sebbene non siano esattamente dei secchioni. L’autore è un trentenne “spaccato”: è nato nel 1978 a Montevarchi, in provincia di Firenze. E questa zona della Toscana, alle porte di Firenze, il Valdarno, fa da sfondo attivo alle loro avventure. Si respira dunque un certo spirito autobiografico.

I personaggi che sono descritti in questo romanzo di Santoni, mi fanno un po’ pensare ai vitelloni di felliniana memoria o ai bamboccioni citati tempo addietro dal nostro Presidente Napolitano. Sono ragazzi che vivono a spese e a carico delle famiglie d’origine, direi piccolo borghesi, che studiacchiano ma che sembrano privi di alcun vero interesse e di alcuna maturità emotiva. Ne è un esempio il fatto che le donne in questo libro non compaiano quasi mai, se non come oggetti occasionali di un rapporto. Questi ragazzi passano il tempo al bar e a giocare (tra tutti i giochi prevale Magic).

Su cosa si regge allora la loro amicizia? Un po’ su queste chiacchiere da bar, su queste partite, ma soprattutto su quelli che sono i loro “interessi in comune”: le droghe.

Queste sono per loro quasi un vero interesse culturale: ne provano sempre di nuove, come studiosi continuano a sperimentarne di diverse, eppure in loro non c’è alcuno spirito o volontà scientifica o analitica, solo il desiderio di fare esperienza. Non viene detto ma la vera molla sembra essere il tentativo di combattere una sorta di noia esistenziale.

Anch’io vivo in Toscana, a Firenze, ma ci sono arrivato ormai laureato e appartengono ad un’altra generazione, quella dei quarantacinquenni, quindi non posso dire di conoscere veramente bene i trentenni fiorentini. Conosco però alcune persone della zona e della stessa fascia d’età, ma il mondo descritto da Santoni non corrisponde particolarmente né alla mia impressione della Toscana, né a quanto mi raccontano. A leggere queste pagine si ha l’impressione che il Valdarno pulluli di gente “fatta” o “allucinata” (per come sono presentati definirli drogati non parrebbe quasi corretto). È possibile che il mondo descritto abbia proporzioni assai più estese di quanto comunemente si crede? È possibile che siano così tanti i sedicenni/ventiquattrenni che fanno uso di sostanze stupefacenti di vario genere? E davvero circola una così grande varietà di droghe?

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I vitelloni

Qualunque sia la risposta, questa non conta per valutare la qualità di questo libro. Non stiamo parlando di un saggio ma di un romanzo. La narrativa, superati i tempi del realismo, è libera di esprimere qualunque realtà, anche totalmente inventata. Se qualcuno vuole scrivere che a Firenze le massaie comprano l’eroina a chili nei supermercati (tanto per esagerare, nulla del genere viene scritto dall’autore!) è libero di farlo e magari il suo libro, con un certo sapore almodovariano, potrebbe essere godibilissimo.

Segnalo, inoltre, che l’argomento “droghe” è trattato con la più assoluta indifferenza e normalità. L’autore non condanna né giudica nessuno, né i drogati, né gli spacciatori, né le droghe in sé. Neppure però si inserisce in quel filone letterario che osanna l’uso degli stupefacenti. Santoni si limita a raccontare il rapporto di un gruppo di ragazzi con queste sostanze. Mi verrebbe da dire la loro “esperienza” con gli stupefacenti, eppure il termine mal si addice a questo tipo di narrazione. Fa troppo pensare ad un approccio al fenomeno tipico degli anni ’60. Il modo di parlarne qui è molto diverso. Più moderno. Più disincantato. Più, appunto, indifferente. La droga ha perso, qui, ogni valenza politica o liberatoria.

È giusto parlare così di prodotti che indubbiamente sono nocivi per la salute e lo spirito? Certamente non offrirei questo libro in lettura ad un minorenne. Chi lo legge deve avere la maturità necessaria per capire che quello che qui viene descritto come normale, normale non è affatto ed è anzi pericoloso. Detto ciò, però non vorrei dare giudizi morali sul libro.

Vorrei ora, piuttosto, dire qualcosa su come è scritto.

Recentemente ho avuto modo di scrivere quanto io ritenga importante la presenza di una trama per fare un buon romanzo. Qui, sebbene la trama sia ridotta all’osso e non sia essenziale, abbiamo comunque una storia che scorre bene lo stesso. Si descrive l’evoluzione di un’amicizia, con i suoi alti e bassi. Non si sente l’esigenza di una vera trama. Ogni capitolo, in effetti, ne ha una propria. Ugualmente siamo curiosi di vedere cos’altro inventeranno questi ragazzi e un capitolo tira dietro il successivo. L’essere poi questi (che son ben 23!) dedicati ciascuno ad una droga diversa, rende il volume, come scrivevo sopra,quasi una piccola enciclopedia narrativa del genere e non può non suscitare una discreta curiosità.

Si aggiunga che il tutto è scritto bene, con uno stile diretto ma non banale, immediato ma non asciutto, e capirete di avere davanti un prodotto di qualità.

Vorrei ancora sottolineare che questo libro, sebbene edito da un editore importante come Feltrinelli, è un romanzo scritto da un esordiente (o quasi), con alle spalle solo (o principalmente) la pubblicazione di una raccolta di racconti, “Personaggi precari”, di cui ho già scritto. Mi chiedo allora cosa può aver indotto la Feltrinelli a decidere di pubblicarlo, a decidere di dare alle stampe questa storia e non tanti altri romanzi che certo devono venir proposti loro ogni giorno, alcuni sicuramente di qualità.

La risposta, credo sia in parte nel tema trattato, nella capacità di questo giovane autore di descrivere con assoluta normalità un mondo marginale che minaccia di diventare “centrale”, un mondo di giovani che vivono un po’ ai limiti, pur facendo parte a pieno titolo di una comunità più ampia che è quella dei giovani italiani e forse dei giovani di tutto il mondo. Forse Iacopo, Paride, Sasso, Malpa, Mimmo, Mella e gli altri non saranno davvero rappresentativi del mondo di oggi per il loro rapporto con le droghe ma lo sono certo per la loro immaturità, svogliataggine e disillusione.

Dunque, credo che un editore possa aver trovato in queste pagine la descrizione di un modo di vivere che deve aver ritenuto potesse interessare il pubblico. Farlo riflettere su se stesso e sui propri figli. Credo che in questo non si sia sbagliato. Penso che questo libro potrà far parlare ancora molto di sé. Potrà essere oggetto di analisi e discussione.

Posso dunque senz’altro consigliarvi, se avete almeno diciott’anni e vi ritenete poco suscettibili al fascino delle sostanze allucinogene (!!!), la lettura di questo libro.

E segnatevi questo nome: “Vanni Santoni”, perché ne sentirete parlare presto ancora.

 

 

ROMANZI DI COMPAGNIA

 
Gli interessi in comune di Vanni SantoniOggi pomeriggio sono stato in Feltrinelli, a Firenze, per sentire la presentazione del nuovo romanzo di Vanni SantoniGli interessi in comune”, edito da Feltrinelli.
Ho incontrato per caso, solo pochi giorni fa, Santoni su aNobii, l’immenso portale dei libri e dei lettori. Due cose mi hanno incuriosito e spinto ad andare a questa presentazione: che questo autore avesse effettuato il mitico “salto” da un editore minore come RGB a una “major” come Feltrinelli e che venisse da un esperienza di scrittura collettiva, essendo trai fondatori di SIC, il progetto di “Scrittura Industriale Collettiva”.
Mentre ascoltavo la presentazione ho subito pensato che avrei potuto parlarne in abbinamento con un altro libro, che ho finito di leggere da qualche settimana “Da qualche parte in Grecia” di Daniele Vannini. Sebbene i libri immagino siano molto diversi (quello di Santoni l’ho acquistato ma devo ancora leggerlo), ho percepito subito alcune similitudini, che la lettura de “Gli interessi in comune”, forse mi confermerà: i due autori sono entrambi fiorentini (ma questo conta il giusto) e, soprattutto, descrivono entrambi dei gruppi di amici. Li separa una discreta differenza generazionale, dato che Daniele Vannini (che pare un diminutivo di Vanni ma è il più “grande” dei due) parla da cinquantenne di un gruppo di quarantenni e Vanni Santoni, un trentenne, da quel che ho capito parla di un gruppo di ventenni.
Entrambi poi fanno abbondante uso di soprannomi, quasi che l’amicizia richieda di superare il nome e che in gruppo ci si identifichi solo con nomi di battaglia. Il gruppo somiglia, dunque ad una banda, in entrambi i casi. L’uso del soprannome mi ripo0rta a quello dei nick, sempre più diffuso, segno, forse, di una società in crisi d’identità, a ogni livello generazionale, a quanto pare.
Mi chiedo se questo genere di letteratura, che parla di amicizie di gruppo, abbia un nome. Forse sì. C’è sempre qualcuno che da un nome a qualcosa. Certo non mancano esempi di libri che raccontano storie di gruppo.
Il rappresentante della Feltrinelli ha parlato di romanzo generazionale. La definizione non mi è nuova ma non è quella che cerco. Cosa vuol dire generazionale? In genere con questo termine si parla delle generazioni emergenti, quelle dei ventenni o trentenni. Il romanzo di Vannini che parla di quarantenni allora è generazionale? Forse no.
Cane da compagniaLi chiamerei quasi “romanzi di compagnia” se non fosse che poi mi vengono in mente quei cagnolini da grembo per vecchie signore.
Userei magari la definizione “Groupie books”, se non fosse che con “groupie” di norma si intende una ragazzina che segue un gruppo rock da fan appassionata.
Dato che spesso il gruppo è un po’ branco, forse si potrebbe parlare di “branchismo” o “letteratura branchica” ma mi vengono subito in mente Baricco e i suoi barbari con le branchie e siamo di nuovo fuori strada.
E qui , ovviamente, sto scherzando!
Penso, infine, ad Altman e ai suoi film definiti “corali” e allora mi dico che questa è l’etichetta migliore Groupies(sempre che serva a qualcosa averne una) per descrivere questi due libri: “narrativa corale”.
 
Purtroppo posso dire poco del libro di Santoni e mi riservo di approfondire alla prossima occasione, dopo averlo letto. Voglio dire solo ancora un paio di cose. Da quanto ho capito gli “interessi in comune” di questi ragazzi sono le droghe, ogni tipo di droga e il libro è diviso in capitoli che hanno ognuno il nome di uno stupefacente, dalle psichedeliche a quelle più innocue come il caffè e… il sesso. Eppure credo che sulla descrizione delle droghe prevalga la descrizione dei personaggi.
Sex drugs & Rock 'n rollAlla presentazione l’autore era accompagnato da tre suoi coetanei, presumo amici, che sono intervenuti commentando e leggendo il libro. Nessuno di loro aveva l’aspetto del drogato. Non escludo che possano essersi anche fatti qualche spinello, ma l’impressione che ho avuto vedendoli é che questo non sia il libro di un autore che parla della sua esperienza di droga, quanto piuttosto di un autore che parla delle sue esperienze d’amicizia. Uno dei ragazzi ha detto che nel libro prevale lo stile narrativo sul contenuto. Il rappresentante dell’editore ha detto che un libro con una solida storia ed una trama. Sono curioso di scoprire com’è realmente.
 
Vi vorrei ora parlare, invece del libro di Vannini, che, a differenza di quello di Santoni ho già letto.
 
DA QUALCHE PARTE QUESTA GENTE L’HO GIÁ VISTA
 
 
Da qualche parte in Grecia di Daniele VanniniIl romanzo “Da qualche parte in Grecia” è stato scritto dal mio due volte collega Daniele Vannini. L’autore, oltre che scrittore, lavora, infatti, come legale, per la mia stessa banca, ma, essendo questa piuttosto grande, non l’ho mai incontrato personalmente.
Faccio quest’introduzione non solo per inquadrare i miei rapporti con l’autore (che potrebbero interessare poco) ma, soprattutto, perché sono rimasto molto colpito dalla capacità di Daniele Vannini di descrivere una tipologia di persone con cui anch’io ho a che fare. I protagonisti del libro sono, infatti, non solo fiorentini o senesi (come la maggior parte dei miei colleghi) ma non mancano la figura del bancario e, ovviamente, quella dell’avvocato. Per giunta anche l’età anagrafica dei personaggi corrisponde alla mia: sono tutti quarantenni!
Tutto ciò m’ha subito dato l’impressione di leggere una storia “vissuta”. In realtà, credo che anche un qualunque lettore, che conosca meno tali ambienti, avrebbe la stessa sensazione, perché Vannini scrive bene ed è assai abile a raffigurare i personaggi, a farli muovere ed interagire.
Qualcuno ha detto che per scrivere bene occorre scrivere di cose che si conoscono. Questa è una regola che molti autori disattendono. Vannini no: lui la segue e la forza del suo narrare sembra essere anche nell’aver saputo rispettare questa regola basilare.

Il grande freddo

    
Mediterraneo di SalvatoresLa storia mi ricorda quella di alcuni grandi film corali, come “Il grande freddo”, “Compagni di scuola” e, anche per le ambientazioni, “Mediterraneo”. Racconta, infatti, di un gruppo d’amici che si ritrova dopo molti anni.
L’argomento è, però, affrontato in modo nuovo ed originale rispetto a tali modelli. Innanzitutto è giocato di più sulla preparazione di questo incontro che sul medesimo. Inoltre, trovo importante il modo di raffrontarsi di questi personaggi con lo scorrere del tempo. Alcuni di loro vengono spesso chiamati, anche dal narratore, con i loro soprannomi giovanili. Lo scorrere degli anni li ha cambiati. Alcuni sono uomini di successo, altri meno. In ogni caso sono tutti diversi da come erano ai tempi della loro amicizia. Eppure il ritornare assieme li fa tornare indietro, li fa tornare “titolari” dei propri soprannomi di gioventù. A Creta, in cui si svolge parte della storia, il tempo per loro non si è fermato, è addirittura andato a ritroso!
Dall’Italia la scena si sposta, infatti, in quest’isola, dove uno di loro, lo Spaccone, li ha invitati in una bella villa per una vacanza che dovrebbe culminare con una cena con il gotha della finanza internazionale.
Tutti, compreso il lettore, si chiedono cosa mai possano avere a che Compagni di Scuola di Verdonefare una simile banda di “compagnoni”, con le loro stranezze e incomprensioni, con i VIP della finanza. Su questo mistero è costruito il racconto. La conclusione del romanzo, ovviamente, non la svelo, ma devo dire che è riuscita a sorprendermi, con quel suo doppio colpo di coda finale, che porta a credere di aver capito il senso dell’incontro e dopo poco ad offrire una diversa soluzione al mistero.
Dunque, nell’insieme un libro che ci offre dei bei personaggi, ognuno con la sua storia (che ti prende e ti porta avanti nella lettura) e con una trama generale ed un mistero che danno unitarietà al romanzo e accompagnano piacevolmente il lettore per le non poche pagine che compongono questo romanzo arioso e solare come la località in cui si svolge.
Da leggere.
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