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IL TEMPO È UN’ALTRA COSA E I BUONI ROMANZI PURE

Un titolo come “Il tempo è un bastardo” ben si presterebbe per un romanzo di fantascienza o per uno esistenziale. Quello scritto dall’americana Jennifer Egan e che le è valso nientemeno che il Pulitzer per la narrativa (a ulteriore dimostrazione che i premi letterari, dal nobel in giù, spesso hanno poco significato) non appartiene certo alla prima categoria (nonostante un finale nel futuro) ma appartiene poco anche alla seconda, se non perché questa frase viene detta da un grassone in crisi che un tempo era stato una star del rock e che riesce a rifarsi su questo tempo bastardo, ritornando con successo in un grande concerto vent’anni dopo il proprio ritiro. Altri momenti “esistenziali” legati al tempo non li ho colti, anche se il ciccione non è il solo personaggio in crisi.

Jennifer Egan (Chicago, 7 settembre 1962) è una scrittrice statunitense. Oltre che per l’attività di scrittrice, la Egan è nota per le frequenti collaborazioni prestate per il New York Times Magazine. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011 per l’opera Il tempo è un bastardo (A Visit from the Goon Squad).

La storia è ambientata soprattutto nel mondo del rock, del giornalismo musicale, dei punk. Parlare di “storia” però sarebbe un’ingiustizia verso quei romanzi che una storia la raccontano davvero, dato che qui abbiamo tanti frammenti di tante storie diverse, variamente collegate tra loro e distribuite in un largo arco temporale. Si passa dalla prima alla seconda alla terza persona. Ci sono parti in stili diversi e persino delle parti in power point (che avendo letto in TTS non sono riuscito a leggere)! Insomma, un po’ di sperimentalismo stilistico, di quello che se hai un buono sponsor può anche valerti qualche premio letterario e magari l’osannazione di qualche lettore, anche se ci sono di sicuro opere che si leggono più agevolmente e piacevolmente.

Sarà che pur essendo un romanzo, somiglia a una raccolta di racconti ed io preferisco trame con una loro unità, sarà che la varietà di stili confonde e dà una sensazione di frammentarietà, sarà che del mondo del rock, per giunta privo di star reali, me ne importa poco, ma leggendolo non vedevo l’ora di finirlo e passare ad altro. Non dico che mi abbia sempre annoiato, ma di certo non mi ha divertito o soddisfatto in alcun modo. E dire che negli Stati uniti è finito in molte classifiche dei migliori romanzi!

LEGGERE LE CANZONI DEL DUCA

Alladin Sane - David Bowie

Alladin Sane – David Bowie

Quando avevo circa un paio d’anni meno di mia figlia adesso (ha quasi 15 anni) uscirono “Low” e “Heroes”, due dei tre album berlinesi di David Bowie, frutto della collaborazione con Brian Eno. Grazie a questi dischi David Bowie entrò a far parte dei miei cantanti preferiti e ancora ora, a distanza di tanto tempo dal quel 1977, lo ascolto sempre volentieri.

Non mi era però mai capitato prima di leggere un libro su di lui. “Le canzoni di David Bowie” di Laura Gerevasi non è una biografia ma una sistematica descrizione e commento dei principali dischi di questo artista, esposti in ordine cronologico.

Dalla lettura del volume, ne emerge, comunque, un quadro piuttosto preciso della sua evoluzione artistica.

Devo dire che, di lui sapevo abbastanza poco. Non ricordavo più la sua collaborazione con Brian Eno e ignoravo quelle con John Lennon, Lindsay Kemp e Alan Parker, gli incontri con Andy Warhol e le esperienze con i Tin Machine.

Il libro non ne parla, ma Bowie ha cantato anche con Queen, Annie Lennox, Elton John, George Michael e molti altri.

David Bowie

David Bowie

Mi erano invece noti i suoi frequenti cambi di stile e di look, i suoi molteplici personaggi, che lo rendono quasi un “attore musicale”. Del resto, a parte il celeberrimo “L’Uomo che Cadde sulla Terra”, Bowie ha avuto varie esperienze cinematografiche. Più che una movie star, rimane però soprattutto una rock star, cosa assai diversa, perché un attore recita i propri personaggi, una rock star “è” il proprio personaggio, anche se questo muta spesso, come nel caso di Bowie o di Madonna.

Nel leggere questo piacevole volume (letto nel novembre del 2010), ero curioso di scoprire i testi delle sue canzoni, che conoscevo a malapena, perché anche quando ero ragazzino e ascoltavo la musica, badavo poco ai testi, soprattutto se erano in inglese. Di Bowie quello che era suggestivo era soprattutto la sua presenza scenica.

Che dire di questi testi? Alcuni, in effetti, sono banali (mi perdonino i fan). Altri sono ermetici. Altri ancora però hanno un certo tocco poetico. Anche in questo il Duca Bianco è mutevole.

In linea di massima sono di scarso valore le canzoni d’amore. Più intense quelle che parlano di Dio, della Morte e del Senso della Vita, forse i soli temi che davvero interessano a questo autore.

Esco da questa lettura, con la voglia di riscoprire Bowie. Di riascoltare gli album del 1977, comunque trai più significativi della sua produzione, ma anche di scoprire album più recenti come “Black Tie White Noise”, “The Buddha Of Suburbia”, “1.Outside”, “Heathen” o approfondire l’ascolto dei più antichi “Space Oddity”, “The Rise and Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, “Aladdin Sane”, “Diamond Dogs” e magari anche “Young Americans” o “Let’s Dance” (di cui non serbo un gran ricordo).

Soprattutto, mi è venuta voglia di ripercorrere la sua carriera non solo leggendone i testi (presenti nel volume per estratto, in originale con traduzione), ma anche ascoltandoli uno per uno. Magari ripescando anche i vecchi video.

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