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LA DISTOPIA PRIMA DI HUXLEY E ORWEL

Risultati immagini per tallone di ferro londonQuando ero un ragazzino divoravo i libri di Emilio Salgari e Jules Verne, ma accanto a loro c’erano altri autori che consideravo dei riferimenti per letture future, tra questi di sicuro c’era Jack London all’anagrafe John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916).

Jack London era, però per me soprattutto l’autore di romanzi di avventura nella natura come “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca”. Ricordo di aver letto e apprezzato  anche “Martin Eden” e “Assassini S.p.A.”, non immaginavo, però, che la sua produzione comprendesse ben altro. London, infatti, ha scritto ben 50 opere in soli 40 anni di vita, la maggior parte dei quali passati a fare tutt’altro.

In età adulta ho letto poi “Il vagabondo delle stelle”, scoprendo un London, sì avventuroso, ma in modo ben diverso, essendo una storia con toni paranormali, che anticipa persino la fantascienza, immaginando viaggi onirici nel tempo.

Leggo ora “Il tallone di ferro” (“The Hiron Heel”, 1908), altra opera in qualche modo anticipatrice di tale genere e, in particolare, della distopia.

La struttura del romanzo è quella di una sorta di “matrioska temporale”, ambientato prevalentemente in un futuro abbastanza prossimo al momento in cui fu scritto (il 1907), direi circa il 1936, ha come protagonista un rivoluzionario socialista; viene raccontato qualche tempo dopo dalla moglie; si immagina poi che il diario di questa sia commentato con una serie di note a fine capitolo da un autore di sei secoli dopo.Risultati immagini per tallone di ferro london

Sia per la presenza del consistente corpo di note, alcune che fanno riferimento a informazioni storiche e vere, altre del tutto inventate, sia per quella di lunghi e complessi dibattiti socio-politici tra i personaggi, il volume appare quasi più come un saggio politico che come un romanzo, sebbene si assista ai tentativi di rivolta dei socialisti che cercano di resistere all’avvento di un’oligarchia plutocratica detta “Tallone di ferro”.

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Jack London

La descrizione del futuro, rende l’opera un testo di anticipazione futurologica, che lo farebbe connotare come fantascientifico, sebbene sia qui quasi del tutto assente l’attenzione verso l’evoluzione tecnologica e la crescente presenza delle macchine è analizzata soprattutto in chiave sociologica. Siamo, insomma, in quell’area della fantascienza che possiamo dire fantapolitica. L’analisi socio-politica, sebbene vista oggi presenti alcune debolezze e ingenuità, ha una sua consistenza, che fa sì che l’autore riesca con essa ad anticipare alcuni fenomeni politici, che, secondo il ragionamento sviluppato nei discorsi dei personaggi, sembrano la logica conseguenza della situazione descritta e, soprattutto, di ovvie regole socio-economiche: London così anticipa la rivoluzione russa e cinese e, in qualche misura, anche l’avvento dei totalitarismi tedesco, italiano e spagnolo. I suoi “errori” sono soprattutto “geografici”. Non parla, per esempio, di una rivoluzione russa, ma ne immagina l’equivalente in America.

Altra singolare anticipazione è l’idea che tra la classe dei “plutocrati” e quella dei piccoli industriali, destinati a essere schiacciati dalla plutocrazia (oggi diremmo le “multinazionali”), nonché i lavoratori, compaia, per necessità storica, una classe di artisti strapagati, cosa che mi fa pensare agli stipendi miliardari di calciatori, cantanti e attori di successo.

Certo, va detto, che anticipare la rivoluzione russa non deve aver comportato un grosso sforzo immaginativo. Eravamo nel 1907, solo a dieci anni dal fatidico ottobre e i germi della rivoluzione erano nell’aria da tempo. Basti, del resto, pensare a quanto scriveva già nel 1873 (assai meno bene di London) il troppo lodato Dostoevskij ne “I demoni”, o nel 1877 Turgenev con “Terra vergine” (ambientato nel 1874) o, meglio di tutti, Puskin, già nel 1836  con “La figlia del capitano” parlando del settecentesco Pugacov.

Peccato che, appunto, London, non ci parli della Russia, che peraltro doveva conoscere abbastanza bene avendo fatto, tra le sue tante attività, il corrispondente della guerra russo-giapponese (anche se in Corea).

Peraltro, il ragionamento che porta all’anticipazione è qui particolarmente lucido, connotando l’opera come un saggio politico-economico mascherato da fantapolitica. Tale componente mi pare prevalente su quella distopica, giacché la dominazione del “Tallone di ferro” è qui solo preconizzata ed è il commentatore del futuro che ce ne parla, mentre gli eventi descritti hanno sì una forte connotazione negativa, ma ancora la società non presenta quelle forme di degenerazione strutturata che troveremo in “Noi” (1921) di Zamjatin, ne “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley o in “1984” (1949) di Orwel.

La grande differenza rispetto a queste opere, poi, è che queste ultime nascono dopo la rivoluzione russa e hanno come bersaglio proprio l’Unione Sovietica, mentre London vede una rivoluzione socialista come lo strumento per avverare un’utopia e vede come un pericolo distopico il potere delle multinazionali (“plutocrazia”).

L’utopia londoniana vede i tentativi dei rivoluzionari di coinvolgere nella propria lotta al nascente “Tallone di Ferro” persino quella che oggi chiameremmo “Piccola e media impresa” e la Chiesa. Peculiare la figura del vescovo convertito al un ritorno ai principi di povertà e servizio del prossimo, che richiamano sviluppi che solo di recente stiamo cominciando a vedere ma sono ancora ben futuribili.

L’opera non è per nulla un capolavoro, ma è un documento interessante e meritevole di lettura come tale. Di sicuro la sua lettura ha stimolato in me la curiosità verso questo autore che forse ho sottovalutato (e non solo io). Mi piacerebbe ora sia rileggere, con gli occhi di un cinquantenne, i romanzi della mia infanzia, sia scoprire opere con titoli che sembrano promettenti, come “La figlia delle nevi”, “Prima di Adamo”, “Il bruto delle caverne”, “Le morti concentriche”, “La valle della Luna” o “Pronto soccorso per autori esordienti”.

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RISCOPRIRE MALE UN AUTORE AMATO

Ivan Turgenev era uno degli autori che, memore di letture giovanili, consideravo tra i miei preferiti. Sono però passati ormai alcuni decenni da quando ho letto qualcosa di suo. Di sicuro avevo letto “Memorie di un cacciatore” e forse qualcos’altro, ma tutto quello che ne ricordo è che mi piacque molto, forse per una certa poesia presente nella sua prosa. Mi è parso dunque tempo di tornare a leggere qualcosa di questo grande autore russo, nato quasi due secoli fa a Orël, il 9 novembre 1818 (o 28 ottobre secondo il calendario giuliano).

Ho scelto quindi, sulla base del titolo, la lettura di “Terre vergini” (ultimo romanzo di Turgenev, del 1877), aspettandomi qualcosa tipo un racconto di uomini rudi che affrontano una natura ostile. Il romanzo è, invece, tutt’altra cosa. I personaggi sono, infatti, alcuni giovani colti e populisti, che vagheggiano una rivoluzione, con alcuni decenni di anticipo rispetto al 1917 di Lenin (l’opera si svolge nel 1874). L’argomento mi ha subito portato alla mente il bel romanzo di Puskin “La figlia del Capitano” che mostra analoghi istinti rivoluzionari nei russi già nel secolo precedente, ai tempi di Pugačëv.

L’opera di Puskin, però, mi è parsa assai più interessante e stimolante. Temo, insomma, di aver scelto male l’opera per riscoprire un autore amato. Se avessi cominciato a conoscere Turgenev da “Terre vergini”, temo che mi sarei fermato lì, con un giudizio poco entusiastico.

Cosa mi ha deluso? Direi soprattutto il fatto di non aver trovato la storia coinvolgente, forse per il solito problema: l’esiguità e inconsistenza della trama e la poca concretezza dei fatti narrati, sebbene si narri vicende storiche di un certo interesse, come il tentativo di questi giovani di coinvolgere il popolo, mescolandosi al suo interno.

Forse l’opera risente anche della finalità con cui fu scritta, il desiderio di appianare i malintesi politici sorti con la pubblicazione di “Padri e figli” e “Fumo”. Un romanzo che cerca di chiarire una posizione o fare ammenda, rischia di perdere in forza narrativa e poetica.

Altro intento credo fosse quello di disegnare un ritratto dei russi o almeno di parte di essi, e qualche immagine è meritevole, come la coppia di vecchini detti “i pappagallini”.

Ora mi s’impone la lettura di qualcosa di più significativo, forse “Padri e figli” (che non sono certo di aver letto in passato), se non una rilettura dei racconti di “Memorie di un cacciatore” per cercare di riscoprire la meraviglia che mi aveva regalato Turgenev in passato.

LE MOTIVAZIONI STORICHE DELLA FRETTA

Il Tempo mi ha sempre affascinato e forse un po’ angosciato. Come autore di ucronie, mi incuriosiva leggere qualcosa su come sia nato il concetto di tempo lineare. Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque infinite, ognuna con infinite divergenze.

Questa visione è implicita nelle narrazioni ucroniche ma non l’ho mai vista esplicitata o teorizzata in alcun testo. Ero dunque curioso di leggere un saggio che descrivesse il variare del concetto di tempo nella storia della filosofia per vedere se apparisse una simile idea. Sono allora andato nel Gruppo Filosofia su Anobii e ho chiesto consiglio su cosa leggere. Tra le varie proposte mi è stato suggeritoEssere senza tempo” (2010) di Diego Fusaro, un giovanissimo filosofo e saggista italiano (nato a Torino il 15 giugno 1983) con al suo attivo, nonostante l’età, già numerose pubblicazioni.

In effetti, la lettura merita senz’altro e, come mi era stato detto, è ricca di riferimenti e citazioni di pensatori di tutte le epoche. Affronta però il concetto di tempo in maniera diversa da quella che mi interessava esplorare. Si concentra, infatti, sull’accelerazione della Storia e sul suo effetto sulla vita quotidiana, che è la fretta. Tra l’altro Fusaro parla anche di ucronia, ma non lo fa come in letteratura, riferendosi alla narrazione di tempi alternativi, di allostorie, di storie controfattuali che nascono dall’esplorazione dei “se” della Storia. “Ucronico”, mi parrebbe, che per lui (che peraltro cita anche Renouvier, da cui deriva il su citato concetto di ucronia) voglia dire soprattutto “senza tempo” nel senso di mancante del tempo, e non di fuori dal tempo. Definizione semanticamente accettabile, dato che il termine deriva dal greco “ou-cronos”, ovvero “non-tempo” e. forse sarebbe più giusto usarlo nel senso di “privo di tempo” piuttosto che di “tempo alternativo”. Il termine, seppur ancora poco diffuso, mi pare però sia più comunemente usato in quest’ultima accezione.

Diego Fusaro

Essere senza tempo” (potremmo tradurre “Vivere ucronicamente”?) è dunque un saggio sullo scorrere del tempo e non sulla sua forma, come avrei sperato, ma non per questo è meno ricco di spunti come l’idea (utile anche per una chiacchiera al bar) che il caffè sia un acceleratore della Storia e del Tempo, in quanto, allungando la veglia e accorciando la notte, ha reso l’uomo più produttivo e più adatto alla Rivoluzione Industriale. Proprio perché riduce il sonno e allontana le tenebre, il caffè diviene bevanda della borghesia emergente e simbolo dell’illuminismo (pensate ai caffè letterari), mentre la nobiltà dilatava i suoi tempi sorseggiando placidamente la cioccolata (non anche il the?) e gli operai abbrutiti dal lavoro fordiano in catena, si ubriacavano di acquavite.

L’opera si presenta organica e strutturata, mi si perdoni quindi se, per darne un’idea cito parti un po’ a caso, ma un altro concetto interessante su cui ho riflettuto è il Secolo breve che Fusaro vedrebbe (ma credo che lo spunto venga da più lontano) racchiuso tra il 1914 e il 1989 e la grande importanza in termini di accelerazione rivestita dalla Rivoluzione Francese. Mi verrebbe allora da pensare che forse dovremmo considerare la modernità (magari chiamandola “epoca rivoluzionaria”) come quel periodo della Storia caratterizzato per la forte presenza di movimenti rivoluzionari e che comincia, appunto, con la Rivoluzione Francese (1789) e si conclude con la caduta del Muro di Berlino (1989), che segna la fine emblematica del sogno della Rivoluzione Russa e che vede al suo interno anche la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Cinese e quella Informatica e le basi per quella Internet, ma in cui possono anche essere inseriti i fenomeni del Nazismo e del Fascismo, che sebbene non “rivoluzionari” in senso stretto, miravano però a rivoluzionare e trasformare radicalmente la società e il mondo e, persino, le esperienze di Franco in Spagna e di Tito in Jugoslavia, per non parlare del Quarantotto e del Sessantotto. Due secoli precisi di “modernismo” rivoluzionario (non solo sul piano sociale, ma anche tecnologico e organizzativo), caratterizzati da una fortissima accelerazione dalla Storia, seguiti ora da questa fase post-industriale di recessione e regressione e di fine della civiltà occidentale, in via di superamento da parte delle economie asiatiche cinese e indiana, ma anche dalle forze emergenti dell’America Latina.

Inutile dire che le considerazioni, ben documentate, attorno al motto moderno “Mi affretto, dunque sono” si presentano come un momento importante di riflessione sul senso della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catene viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, come si vede dalle citazioni di Fusaro, quale la seguente, che mostra come alcuni spiriti acuti già coglievano le contraddizioni che sarebbero divenute presto ben più evidenti:

“Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825) 

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

LE CHIACCHIERE DEI RIVOLUZIONARI NICHILISTI

Risultati immagini per dostoevskij i demoniIn tutta la mia vita, prima di leggere “I Demoni”, solo una volta avevo abbandonato la lettura di un libro senza averlo finito. Fu circa quaranta anni fa, ai tempi della scuola elementare!

Leggendo le oltre 2.800 pagine de “I Demoni” di Dostojevsky, più volte sono stato tentato di ripetere quel gesto e mollare la lettura, cosa che non mi è capitata neanche con i peggiori esordienti.
Certo in questo ha contribuito la mole del volume, che ho potuto affrontare grazie al formato e-book, che mi ha consentito di portarmi dietro un simile malloppo ridotto al peso virtualmente nullo di un file nel mio e-reader. Mi è scomodo, altrimenti, leggere tomi troppo grandi. In altre edizioni, peraltro, le pagine sono poco più di un migliaio o addirittura meno. Rimane comunque un’opera corposa. In questo sta il suo principale difetto. Ho avuto quasi costantemente la sensazione di “inutilità” di molte pagine. La sensazione quasi costante è stata che tutto quanto leggevo potesse essere agevolmente scritto in un decimo delle pagine utilizzate, con grande beneficio per la qualità dell’opera. Trattandosi di un’icona della letteratura russa e mondiale, so bene di bestemmiare quasi, scrivendo così, ma questa è stata la mia personale impressione.

Ho trovato la prima parte più noiosa e vacua della seconda, cui sono ostinatamente e fortunatamente arrivato, altrimenti il mio giudizio sarebbe potuto essere peggiore.

Per buona metà del libro la sensazione è stata quella di leggere solo chiacchiere, se non pettegolezzi da salotto. Se il libro fosse stato scritto da un contemporaneo, gli avrei detto ciò che si ripete costantemente nelle scuole di scrittura creativa: “mostra, non raccontare”.

Evidentemente le scuole di scrittura hanno i loro limiti, tanto è vero che non conosco nessun genio che ne sia uscito, dunque le loro regole sono opinabili. Un grande si riconosce dalla capacità di andare oltre le regole.

Eppure troppo ci viene presentato tramite le chiacchiere dei personaggi, anziché la descrizione delle loro azioni. Gli argomenti di cui parlano all’inizio sono dei più vari. Alcuni di un certo interesse, altri assai meno.

Dostoevskij

Fedor Dostoevskij

La seconda metà del volume acquista maggior spessore e cominciano ad accadere cose, persiste però un uso dei dialoghi che mi ha infastidito per la sua costanza.

Alcuni episodi sono degni di memoria, dall’assemblea, all’incendio, alla violenza sulla bambina, ma nel complesso la trama è così dilatata che non si riesce più a vedere. Questo, per il mio modo di percepire un romanzo, è un difetto assai grave.

L’esile trama è così sintetizzata sulla scheda di IBS: Petr Verchovenskij, guidato ideologicamente dal demoniaco Stavrogin, è a capo di un’organizzazione nichilista e lega i suoi seguaci con una serie di delitti. L’ultima vittima è Satov, un ex-seguace convertitosi alla fede ortodossa. Per coprire il delitto Petr obbliga Kirillov a scrivere una lettera di autodenuncia, prima di suicidarsi. Altri delitti, apparentemente immotivati, seguono e solo il suicidio di Stavrogin che si impicca nella soffitta del suo appartamento, sembra porre fine all’azione di questi “demoni.

Tutti questi eventi sono nella parte finale del libro, il che fa capire come poco delineata sia la trama nella prima parte. A quella principale se ne affiancano altre secondarie per descrivere altri fatti e personaggi.
A cosa serve dunque la prima parte? A descrivere come la vacuità della generazione precedente abbia favorito il nichilismo dei giovani che hanno vissuto nei decenni antecedenti la rivoluzione o forse ad avvicinarci per gradi alla visione del Male. Ha dunque una sua funzione, ma questo non toglie, secondo me, che la svolga troppo a lungo.

Non si può dire che i personaggi non siano ben delineati, ma sono forse troppi e con nomi che si confondono (tra nome proprio, patronimico e cognome) soprattutto per un lettore occidentale, rendendo faticoso orientarsi.

Infine, la visione socio-politica dei decenni di fine XIX secolo che hanno preceduto la rivoluzione russa, con il tentativo di mostrare il nascere dei primi rivoluzionari, il loro fermento, mi è parsa assai strana, troppo mirata a descrivere questi proto-rivoluzionari come dei ragazzotti scapestrati, senza rispetto per la religione e la Russia, di cui minano la solidità. È stato detto che con queste pagine Dostojesky ha saputo anticipare la rivoluzione. Non ho avuto questa impressione. Credo che abbia descritto, a modo suo, il fermento che già allora c’era in Russia, ma non abbia “profetizzato” nulla: le rivoluzioni non si generano da un giorno all’altro, mi pare plausibile che vi fossero i germi già trent’anni prima. Che questi rivoluzionari siano stati dei “demoni” nichilisti senza Dio è qualcosa che non posso giudicare, ma penso che sia questione da discutere.

Il senso del titolo rimane per tutta la prima parte del libro del tutto misterioso e mi sono chiesto più volte cosa c’entrassero i demoni in una storia di salotti, chiacchiere, amorazzi, riflessioni filosofiche e simili. Non vedevo demoni, né in senso materiale, né in senso metaforico, dato che i vizi di questi russi descritti nel primo migliaio di pagine mi sono parsi ben poca cosa rispetto a quelli degli italiani attuali.

Finalmente l’autore ci spiega che sta pensando al passo del Vangelo in cui Gesù scaccia la Legione di Demoni da un uomo, facendola entrare nel corpo di alcuni maiali, che impazziranno e affogheranno. Secondo Dostojevky i demoni sono usciti dall’anima della Russia e si sono trasferiti nei corpi di alcuni russi facendoli impazzire. Alcuni di questi uomini sono i demoni stessi e altri sono i porci. O forse i vizi sono i demoni e i rivoluzionari sono tutti come i porci, il cui destino è di suicidarsi (come qualcuno farà) o di impazzire. Una visione quantomeno reazionaria, se non poco realistica.
I Demoni” è un romanzo che parla di molte cose: il Bene e il Male, la Politica, il Delitto, la Rivoluzione, la Filosofia, la Morte, il Suicidio, la Colpa, il Peccato e altro ancora. Troppo materiale, mi pare.

Nella seconda parte del romanzo la trama si concretizza, alcuni delitti si compiono, la catena degli eventi si scioglie, ma è solo chiudendo l’ultima pagina che ho tirato finalmente un sospiro di sollievo su una lettura, che mi ha stancato e lasciato insoddisfatto come poche e che mi è parsa in grado di far morire ogni amore per la lettura in qualunque lettore meno accanito di me. Dico ciò pur sapendo che molti considerano questo libro un capolavoro, dunque la mia è un opinione del tutto personale, invito quindi a verificare di persona, ciascuno secondo i propri gusti.

 

Firenze, 20/12/2012

LE RIVOLUZIONI NASCONO IN BIBLIOTECA

biblioteca

Chi è che sconvolge l’intricato ordine dato dal meticoloso Julien Sariette ai volumi della biblioteca della famiglia d’Esparvieu e sparpaglia in giro i suoi amati libri, causandogli notti agitate e insonni?

Anatole France - La Rivolta degli angeli

Anatole France – La Rivolta degli angeli

Anatole France – La Rivolta degli angeliNessuna spiegazione naturale sembra possibile. Chi potrebbe penetrare in quella biblioteca così ben conservata?

Chi quell’uomo nudo che si nasconde nella camera dove Maurice d’Esparvieu si unisce di nascosto alla bella Madame des Aubels? Sarà lui stesso a rivelarsi: è Arcade, l’angelo custode di Maurice, il rampollo della famiglia d’Esparvieu, ed è sempre lui a materializzarsi all’interno della biblioteca per consultare i testi di teologia e scoprire un modo per avviare la più grande delle rivolte. Quello che i cristiani venerano, egli dice, non è il vero Dio, ma l’usurpatore degli altri Dei, Ialdabaoth, e, grazie al sapere acquisito consultando febbrilmente i testi dei pensatori umani, Arcade si appresta ora a ripetere le gesta di Satana, ribellandosi a Dio.

Il potere è nella conoscenza e questa è nei libri. Solo i libri possono sconfiggere l’ignoranza, la credulità e le false fedi.

File:Anatole France1.jpg

Anatole France, all’anagrafe Jacques François-Anatole Thibault (Parigi, 16 aprile 1844 – Saint-Cyr-sur-Loire, 12 ottobre 1924), è stato uno scrittore francese, Premio Nobel per la letteratura nell’anno 1921.

Forse la vera “La Rivolta degli Angeli” che Anatole France vorrebbe mostrarci è quella degli intelletti contro la superstizione.

Da un simile titolo, mi sarei aspettato qualcosa di modernamente più epocale, cinematografico, colossale: schiere di angeli in battaglia gli uni contro gli altri, inganni, tradimenti, complotti, repressioni, battaglie.

France ci mostra ben poco di tutto ciò. Il suo è un mondo delicato in cui sono in primo piano le manie del bibliotecario Sariette, le debolezze di Maurice, le illusioni giovanili di Arcade.

Una storia in cui il vero, grande messaggio, mi pare sia nel potere della cultura e dell’informazione, vera grande arma delle genti moderne, con cui persino un Dio può essere sconfitto.

Firenze, 17/07/2012

angelo armato

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