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CAMBIARE IL PASSATO SI PUÒ

Risultati immagini per le cinque vite di simone boscoUn sistema per far capire rapidamente alle persone che tipo di libro abbiano davanti è quello di assegnargli un’etichetta che lo classifichi all’interno di un genere preciso. Nessun’ etichetta è però mai totalmente soddisfacente, perché spesso i libri rientrano nei generi solo in parte o, a volte, hanno elementi di un genere diverso.

Altre volte inserire una lettura in un genere preciso può essere davvero difficile.

Nel caso de “Le cinque vite di Simone Bosco”, opera prima di Marcovalerio Bianchi, autore della “scuderia” di Porto Seguro, la classificazione non è delle più semplici.

Il romanzo, abbastanza corposo con le su 430 pagine, immagina che il protagonista citato nel titolo abbia l’opportunità dopo la morte di ricominciare, per ben altre quattro volte, la propria vita fin da quando era ragazzino. A quanto pare Marcovalerio Bianchi concorda con me nel ritenere che se mutiamo un piccolo elemento del passato, il futuro sarà irrimediabilmente diverso, e così, ogni volta, ammaestrato dalle vite già vissute (che ricorda, anche se in modo un po’ confuso), Simone Bosco fa scelte un po’ diverse e vive vite che divergono ogni giorno di più. Siamo, insomma dalle parti del celebre film “Sliding doors” (1998) di Peter Howitt ma anche del capolavoro di Stephen King “22/11/’63”, in cui il protagonista, attraverso un passaggio in uno scantinato, torna ogni volta indietro esattamente allo stesso giorno del passato e da lì ogni volta cerca di cambiare il corso degli eventi. Il protagonista di King cerca, soprattutto, di salvare la vita al presidente americano Kennedy. In effetti, conscendo il futuro, mi pare logico cercare di evitare ciò che ci appare negativo.

Risultati immagini per le cinque vite di simone bosco marcovalerio BIanchi

Marcovalerio Bianchi

Il protagonista di Bianchi, quando resuscita nel proprio corpo giovanile mi fa pensare anche a film come “Big” con Tom Hanks o “Da grande” con Pozzetto, solo che lì la vicenda è un po’ alla rovescia: sono dei cervelli infantili in corpi da adulti, mentre per Bianchi è un cervello maturo, di una persona che ha già vissuto una o più vite, a ritrovarsi nel corpo di un ragazzo, con davanti ancora quasi tutto il liceo da completare.

Immaginare che il passato possa essere cambiato è il principio alla base dell’ucronia, anche se questa di solito si applica a eventi storici noti e non alla vita di una persona qualunque.

 

In qualche modo, l’idea di tornare indietro nel tempo e mutare la propria vita, dando magari dei consigli a se stessi è ben sperimentata dalla fantascienza, basti pensare alla celeberrima trilogia cinematografica di “Ritorno al futuro”.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” in viaggio verso Mlano

Eppure nella fantascienza di solito c’è un personaggio che torna indietro nel tempo con qualche macchinario o deformazione dello spazio-tempo. Ne “Le cinque vite di Simone Bosco” la variazione è provocata, invece, da una forza sovrannaturale, ovvero dalla volontà divina che concede a Simone ogni volta una nuova opportunità. In qualche modo siamo abbastanza dalle parti della mia ucronia-onirica “Giovanna e l’angelo”, in cui Giovanna D’Arco sopravvive al rogo in una sorta di sogno indotto da una creatura soprannaturale che per semplificare potremmo definire angelica.

Per il mio romanzo a volte ho parlato di fantareligione e forse un po’ lo è anche l’opera di Bianchi, dato che immagina un Dio che sembra quello cristiano ma vediamo una sorta di reincarnazione in se stesso con ritorno al passato, che non è certo previsto dalla fede canonica. Siamo quasi più vicini all’idea buddista di reincarnazione. Potremmo considerare questa una forma di reinvenzione del credo cristiano?

Insomma, “Le cinque vita di Simone Bosco”, sono un po’ ucronia, un po’ fantascienza, un po’ fantareligione, ma forse non sono nessuna di queste cose, perché la vita di Simone scorre, in modo piuttosto comune e il solo elemento fantastico è la sua morte. Comune nel senso che non sono altri eventi fantastici, non nel senso che le storie narrate siano banali o piatte, perché assistiamo a molte vicende, innamoramenti, incidenti, amicizie nate e morte, e ogni volta possiamo confrontare la nuova storia con le precedenti e vedere la fragilità dei nostri percorsi di vita. C’è qui lo stesso grande insegnamento dell’ucronia: nulla è scontato, il destino non esiste e siamo noi gli artefici delle nostre vite e del nostro futuro. Qui c’è un Dio che concede nuove possibilità, ma a parte ciò non interviene. Simone ha pieno libero arbitrio. La cosa forse un po’ strana è che se io avessi parlato con Dio e fossi certo, come pare essere Simone, che questa non sia stata un’allucinazione, non mi preoccuperei certo di vincere alla lotteria o di conquistare una donna o di ottenere un buon lavoro, ma cercherei di procurarmi un buon posto nell’aldilà, dunque , come minimo mi farei prete o cercherei di capire quale sia il volere di Dio o comunque mi preoccuperei di raggiungere una qualche forma di santità, cosa che a Simone non pare interessare per nulla.

Le cinque vite potrebbero quasi essere lette come cinque racconti, se non fosse per quel ricordo indefinito delle precedenti vite che Simone si porta dietro.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” a Milano

E così il romanzo ci mostra Simone dall’adolescenza alla morte, che ogni volta cerca di evitare errori precedenti e sembra trovarsi sempre in situazioni mai del tutto soddisfacenti, fino alla quinta vita, in cui azzecca quasi tutto e vive finalmente un’esistenza soddisfacente. Ho trovato questo racconto il migliore di tutti e cinque e mi ha persino emozionato. Sarà che forse è questa quella che avrei scelto al posto di Simone.Qui lo troviamo da prima un po’ allo sbando, ma poi sempre più umano e partecipe. Personalmente, se, come Simone, avessi potuto vedere il futuro (immaginando di non avere visto Dio), nella vita successiva avrei fatto come in questa quinta vita: cercato di sfruttare la mia conoscenza del futuro, magari cercando persino di diventarne un vero protagonista.

Del resto, essendo uno scrittore di ucronie, so bene che ogni sviluppo della storia è possibile e accettabile. Per coprire tutte le possibilità, a Bianchi non sarebbero bastate né cinque, né cinque milioni di vite.

Magari un giorno, chissà, Bianchi potrebbe scrivere altre cinque vite di Simone, anche se devo dire che la quinta è una buona conclusione per il romanzo.

Insomma, cinque storie che sono un po’ una sola e che ci fanno riflettere sull’importanza delle tantissime scelte che in ogni istante compiamo, che ci ricordano che il futuro è nelle nostre mani, che ci dicono che migliorare la nostra vita si potrebbe, ma anche che abbiamo una maledetta propensione a commettere sempre nuovi errori.

E, sorpresa finale, tra i ringraziamenti in fondo al volume scopro quelli a Massimo Acciai Baggiani, l’autore della mia biografia “Il sognatore divergente” appena pubblicata.

 

CHIEDERE DI DIO AL DIAVOLO

Risultati immagini per La caduta di Hyperion SimmonsIl romanzo pluripremiato e iper-apprezzato “Hyperion” di Dan Simmons è il primo volume di un ciclo di quattro romanzi fantascientifici denominati “I Canti di Hyperion”, ispirati alla figura del poeta ottocentesco John Keats e alle sue opere, in particolare gli omonimi “Iperione” (opera incompleta, poi riscritta come “La caduta di Iperione”) e “Endymion”.

La quadrilogia di Dan Simmons comprende:

  1. Hyperion” (id., 1989)
  2. La caduta di Hyperion” (The Fall of Hyperion, 1990)
  3. “Endymion” (id., 1995)
  4. “Il risveglio di Endymion” (The Rise of Endymion, 1997).

Oltre ai quattro romanzi principali vi sono un romanzo breve, “Gli orfani di Helix” (Orphans of the Helix, 1999; premio Locus 2000), ambientato 481 anni dopo la tetralogia, e due racconti brevi, “Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”.

 

Hyperion” è un contenitore di sei, affascinanti, romanzi brevi, retti da una cornice comune. La maggior debolezza di questo primo volume è la sua incompiutezza, dato che le sei storie convergono nella “cornice comune”, ovvero nel viaggio dei sei protagonisti (i “pellegrini”) sul pianeta Hyperion, senza trovare una vera unità narrativa. Tale debolezza può esser perdonata, considerata la grande fantasia del volume, pensando che nei volumi successivi le sei storie potranno trovare tale unità e le molte domande aperte avere risposte. Leggendolo, insomma, mi sono quasi aspettato che questo primo volume fosse solo una premessa del secondo, che avrebbe rappresentato il cuore della quadrilogia e in cui le sei storie avrebbero trovato un’immediata unità e parziale spiegazione (pur essendo consapevole che altri due volumi attendevano per completare la trama).

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Dan Simmons (Peoria, 4 aprile 1948)

Questo, però, avviene in modo molto ridotto con il secondo volume “La Caduta di Hyperion”. Non abbiamo qui più la struttura a racconti incastonati nella cornice generale, ma quest’ultima diviene la storia portante, riunendo per un po’ i sei personaggi, che, però, tornano presto a dividersi. Inoltre, una seconda storia si sviluppa in parallelo allo “sviluppo della cornice”, avendo come protagonista un nuovo cibrido collegato alla personalità artificiale di John Keats. La centralità del poeta e delle sue opere già riscontrata nel primo romanzo, qui acquista ancora maggior rilievo.

Il cibrido è un essere umano creato artificialmente e con una personalità ricostruita sulla base di quella del poeta morto alcuni secoli prima e presente in una sorta di rete internet evoluta. In uno dei sei racconti del primo libro, abbiamo visto come il cliente e amante della detective Brawne Lamia fosse un cibrido con la personalità (e il nome) di John (Johnny) Keats. Quando il cibrido viene distrutto, trasferisce la propria personalità nella mente della donna. Il suo corpo viene, invece “riciclato” per dare vita a un nuovo cibrido, che prenderà nome di Joseph Severn (nel mondo reale costui era un’artista amico del poeta inglese ottocentesco). Joseph Severn, che diviene il ritrattista di Meina Gladstone (primo funzionario dell’impero galattico chiamato Egemonia dell’Uomo) e una sorta di suo consigliere, conserva memorie della vecchia personalità del cibrido John Keats e “sogna” i sei pellegrini che su Hyperion stanno per incontrare il mitico mostro tecnologico noto come Shrike. I suoi sogni riportano in realtà fedelmente i movimenti dei pellegrini e il loro scontro con il mostro proveniente da un imprecisato futuro.

Questo romanzo, che deve essere letto unitariamente a “Hyperion” (di cui è l’immediato seguito e sviluppo) e, presumo, agli altri romanzi del ciclo, conferma la ricchezza di contenuti del primo, sia per gli importanti riferimenti letterari, sia per l’intensa riflessione su Dio, la morte, il tempo, il dolore, la tecnologia e il futuro.

I riferimenti a religioni reali e immaginarie sono importanti e l’opera, che fa riferimento al keatsiano conflitto tra Titani e Dei olimpici, mostra qui il conflitto tra umani, nuovi umani (Ouster) e, soprattutto, intelligenze artificiali presenti in una rete che somiglia a un web iper-potenziato e autocosciente (il TecnoNucleo). Assistiamo a un conflitto tra tre fazioni di IA (intelligenze artificiali), Stabili, Volatili e Finali (ma non pensate a nulla di simile all’adolescenziale “Divergent” di Veronica Roth con i suoi Candidi, Eruditi, Pacifici, Abneganti, e Intrepidi; siamo in un altro genere di letteratura) intorno alla generazione di un nuovo Dio (IF – Intelligenza Finale), da generare dalla Rete, con l’umanità ridotta a pedina di un gioco assai più grande.

Il fascino del primo volume, per me, era soprattutto nelle storie che parlavano dei misteriosi e primitivi Bikura o in quella della ragazza per la quale il Risultati immagini per La caduta di Hyperion Simmonstempo ha preso a scorrere alla rovescia, facendola tornare bambina, ma questo secondo volume ricorda assai di più il racconto delle imprese belliche del colonnello Kassad e  trasforma il ciclo in una “space opera”, assai di più di quanto si potesse immaginare leggendo il solo “Hyperion”, proiettandoci nel mezzo di un’epica ed estrema guerra interstellare tra umani tradizionali e i mutanti e multiformi Ouster da una parte, tra le varie fazioni dell’IA dall’altra, tra gli umani e il TecnoNucleo da un’altra parte ancora.

La creativa e l’immaginazione di questi libri fanno di Dan Simmons di sicuro uno degli autori di fantascienza più fantasiosi e geniali.

Anche quest’opera, però, presenta un finale alquanto incompiuto e ci spinge a leggere i volumi successivi, ma la tensione narrativa creata da “Hyperion”, cala in modo rilevante con “La caduta di Hyperion”. Rimane comunque la sensazione di essere davanti a uno degli ultimi capolavori del XX secolo, che per essere compreso e valutato appieno andrebbe letto unitariamente in tutte le componenti del ciclo, cosa che spero di poter fare abbastanza presto.

 

IL POLIEDRICO E FANTASIOSO UNIVERSO KEATSIANO DI HYPERION

Risultati immagini per hyperion simmonsDa ragazzo ho letto varie centinaia di libri di fantascienza, poi, per alcuni decenni, sono passato a leggere altro. Negli ultimi anni, interrogandomi su quali aspetti dei libri amo maggiormente, mi sono reso conto che queste caratteristiche di trama, ambientazione, fantasia, azione si trovano assai più facilmente nella fantascienza che in altri generi e, così, ultimamente ho ripreso in mano romanzi che già avevo letto e cercato di scoprire cosa di nuovo fosse stato prodotto dal 1980 a oggi. Da poco, poi, mi sono imbattuto in un gruppo di lettori della piattaforma anobii, che sta tentando di realizzare una lista dei migliori romanzi di fantascienza di sempre. Si tratta della Fratellanza della Fantascienza, cui ho ora aderito.

Il romanzo con la media di voti più alta che compare, per ora, in tale Lista (ma è ancora in lenta evoluzione) è “Hyperion” di Dan Simmons. Pubblicato nel 1989, è il primo volume di un ciclo (“I Canti di Hyperion”). Oltre a essere il più amato dai miei Confratelli, ha anche vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990, forse il riconoscimento più importante nel mondo della Si-Fi e vari altri premi.

Parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, raccontano ciascuno la propria storia e i propri rapporti con questo mondo. È una formula narrativa che non amo e che considero un po’ primitiva. Mi viene da pensare alle “Mille e una notte”, al “Decamerone” di Boccaccio, a “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o a “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Il racconto contenitore appare poco rilevante e serve, almeno in questo primo volume, solo da collante, anche se si può immaginare che le sei storie qui raccontate costituiscano l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel passato che i sei narratori siano già riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

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Dan Simmos

Già con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé è un romanzo breve e dei più affascinanti. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine, che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta e del romanzo. Le implicazioni filosofiche e religiose ci permettono di considerare quest’opera come un significativo esempio di “fantareligione”. Già in questo primo romanzo breve sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

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John Keats

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione”?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce dai versi ottocenteschi:

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei”.

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Posso immaginare che andando avanti con la lettura si finisca per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire, ma il primo approccio non è così scontato.

 

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Il titano Iperione

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti. A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese. Grande è, a questo punto, la voglia di leggere di nuovo qualcosa del poeta dell’”Ode a un usignolo”.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Il titano Iperione è padre di Elio (il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna) generati da Teia, sua sorella e moglie. Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare.

Risultati immagini per Hyperion SimmonsIl quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla anche di maree del tempo e sacche temporali. La vicenda di Rachel è qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

 

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia, ma nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido vivente considera la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

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Iperione, la luna di Saturno

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i sei pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe Risultati immagini per hyperion simmonsdel Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera
complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se purtroppo risente del difetto di essere un romanzo incompleto, in quanto parte di un ciclo e di non essere in sé un vero romanzo, quanto piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro probabile unificazione narrativa. La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento.

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