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L’UOMO GESÙ

Inchiesta su Gesù”, sottotitolo “Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo” è un’intervista effettuata dal giornalista Corrado Augias allo storico Mauro Pesce a ridosso del successo planetario del primo romanzo di Dan Brown “Il codice da Vinci”, più volte citato nel volume Risultati immagini per Inchiesta su Gesù(interrogandosi sul perché del successo di un’opera, a detta degli autori, tanto modesta).

Il libro risente di una certa mancanza di organizzazione nell’affrontare i vari temi e di un buon numero di ripetizioni. Questi probabilmente sono difetti in buona parte connessi alla forma letteraria (l’intervista) scelta per la realizzazione di questo saggio.

Tolto ciò, l’opera si presenta molto interessante e ben argomentata e apre interessanti quesiti sulla figura di Gesù, della madre, degli apostoli, su alcuni miti successivi, quali quello del Santo Graal, e sulle ragioni dell’antisemitismo.

Il volume cerca di mantenersi obiettivo, non volendo essere né un supporto per la fede, né uno strumento per combatterla, ma solo un resoconto sullo stato dell’arte nelle indagini sulla figura storica di Gesù di Nazareth, distinguendo il Gesù ebraico, figura reale, dal Gesù Cristo, figura fondante del Cristianesimo e frutto di rielaborazioni filosofiche e teologiche.

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Corrado Augias

Il testo non è scritto per studiosi o esperti della materia, ma vuole essere opera divulgativa e fornire informazioni di base sulle conoscenze storiche di questa figura e della sua epoca, anche avvalendosi di fonti diverse, quali le ben ridotte fonti romane e i numerosi vangeli apocrifi, gnostici o meno, molti dei quali scoperti e tornati alla luce solo negli ultimi decenni.

Interessanti anche i chiarimenti in merito ad alcuni errori di traduzione, che si sono trasformati in professioni di fede. Non si tratta solo del ben noto errore del cammello che non riesce a passare attraverso la cruna di un ago (mentre il termine originale voleva dire “grossa fune”), ma anche dell’equivoca interpretazione del passo Isaia in cui si annuncia la nascita di Emmanuele da una “vergine”, traduzione solo cristiana, mentre gli ebrei hanno sempre letto e continuato a leggere il termine solo come “giovane donna”. Da questo nasce e si sviluppa il tema della verginità della Madonna, con tutte le implicazioni.

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Mauro Pesce

Importante è la riflessione sulla profonda ortodossia ebraica di Gesù e sul suo grande rispetto della religione della sua terra, su come mai abbia dato segni di voler creare una nuova religione o di voler “evangelizzare” non ebrei, essendo il suo un messaggio di un ebreo verso altri ebrei. Ortodossia affiancata, però, dall’aver creato attorno a sé un gruppo di persone che si muoveva al di fuori delle istituzioni, sia il tempio, sia lo stato, sia la famiglia.

Appare in questo volume anche il concetto, non nuovo, che nulla è più lontano dal pensiero di Gesù di voler dare centralità alla famiglia, con i suoi inviti a lasciare mogli, figli e genitori per seguirlo, con il suo dire, quando la madre e i fratelli (ne aveva almeno 5) lo cercano, che la sua vera famiglia sono i suoi discepoli, con il suo respingere la madre, con la totale assenza di figure paterne tra gli apostoli (pur essendo alcuni di loro sposati e forse con figli), nel senso che sebbene tra di essi compaiano alcune figure che sembrerebbero essere fratelli di Gesù (per non parlare del suo ipotetico gemello), non vi compare il padre, né hanno un ruolo i padri degli altri apostoli.

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“Jesus Christ Superstar” musical citato da “Indagine su Gesù”

Insomma, un volume semplice, ma utile per una riflessione sulla storicità dei vangeli. Una lettura doverosa soprattutto per chi non ne abbia già fatte di simili.

LA DISILLUSIONE DI UNA NUOVA EPOCA DI PROGRESSO

Vita di Galileo” di Bertolt Brecht ci parla della difficoltà di affermazione della verità nei confronti dei pregiudizi, soprattutto se questi si basano sul potere costituito e se questo si avvale della forza irrazionale della fede.

In quest’opera teatrale assistiamo alle scoperte di Galileo Galilei, che confermano le teorie copernicane sul moto dei pianeti e sulla centralità (nel sistema solare) del Sole, in luogo della Terra, come sostenuto dal sistema tolemaico, sostenuto dalla Chiesa e alla sua abiura di tali scoperte per aver salva la vita. Ne consegue per lui la possibilità di continuare, più o meno segretamente, i propri studi, e per il mondo e la scienza una grande delusione e disillusione. Galileo, anche avendo scritto in volgare anziché in latino, aveva creato un gran coinvolgimento popolare. La sua abiura arresta il processo di liberazione sociale che, indirettamente, aveva innescato e toglie coraggio ad altri scienziati (si cita Cartesio) per proseguire nei propri studi.

Brecht, insomma, mette in evidenza l’importanza sociale delle scoperte galileane più che quella scientifica. Galileo ci appare come figura umana, viva e vivace, circondata da personaggi concreti come la domestica Sarti, il figlio di lei Andrea, che diverrà egli stesso astronomo, l’ingenua figlia dello scienziato, Virginia. Galileo si fa prendere dall’entusiasmo per le sue scoperte, ama le piccole cose della vita, il mangiare, il bere, sa andare oltre le convenzioni sociali pur di sostenere le proprie idee, mettendo persino a repentaglio il matrimonio della figlia, ma, infine, cede, e abiura. È un Galileo ben lontano dall’essere un eroe, non solo per la sua abiura, ma anche per il suo opportunismo, come quando spaccia per invenzione propria il telescopio, che aveva copiato da quanto raccontatogli dal futuro sposo della figlia, che ne aveva visti di simili ad Amsterdam.

Galileo dice, a sua scusa “l’ho perfezionato” e Ludovico replica, non senza ironia “Sì, Signore, l’ho visto. Gli avete fatto un fodero rosso. In Olanda era verde”.

Galileo è mostrato persino come un leccapiedi, che afferma “Uno come me, se vuole trovare un impiego appena decente, ha da strisciare come un verme”.

Quando l’allievo Andrea Sarti lo attacca per la sua abiura dicendo: “Sventurata la terra che non ha eroi!”, pragmaticamente Galileo risponde “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Emoziona l’entusiasmo per questo sapere la Terra non più al centro dell’universo, le reazioni di derisione, di meraviglia o di scandalo di chi ne sente parlare.

L’opera si conclude con le parole “siamo appena al principio” e davvero ancora oggi siamo ancora al principio, oggi che sappiamo che la nostra Terra si trova su braccio secondario di una dei miliardi di galassie, ruotando attorno a una dei miliardi di stelle di questa galassia, oggi che continuiamo a scoprire continuamente nuovi pianeti, esplorando come Galileo lo spazio con strumenti sempre più potenti, al punto di poter sospettare che nell’universo esistano miliardi di terre simili alla nostra, oggi che sappiamo quanto piccola sia la nostra Terra rispetto ad altri corpi celesti, al sistema solare, alla galassia, all’universo.

Bertolt Brecht

Eppure, siamo ancora al principio perché siamo ancora così sciocchi da credere che la razza umana sia importante nel “creato”, siamo così sciocchi da credere che tutto esista in funzione nostra, siamo così sciocchi da pensare che se davvero esiste un Dio onnipotente, possa curarsi davvero delle nostre esistenze insignificanti.

Siamo ancora al principio, perché molto, troppo, dobbiamo ancora scoprire. Siamo ancora al principio perché ancora ragioniamo come se fosse il tempo a scorrere e non noi a muoverci in esso. Siamo ancora al principio, perché la fisica quantistica ha ancora troppe incognite, perché non comprendiamo appieno la multidimensionalità dell’universo, perché ancora non abbiamo una vera teoria unificatrice che sappia anche spiegare il senso della vita. Siamo ancora al principio, perché non comprendiamo e non sappiamo se la vita sia un unicum della Terra o se sia la norma nell’universo. Siamo ancora al principio, perché ancora non abbiamo prove per confutare chi crede che l’intelligenza umana sia la sola nell’universo (ammesso che quelle degli altri animali non si possano considerare nostre pari).

Siamo ancora al principio, data, come dice il Galileo brechtiano “l’enorme quantità di problemi che restano da chiarire nel nostro tempo”.

L’opera di Brecht ci parla della difficoltà di opporsi al potere costituito, qualunque esso sia. Come dice Priuli, parlando con Galileo:

“A che scopo formulare nuove leggi sulla caduta dei gravi, là dove la sola legge che importa è quella di cadere in ginocchio?”

Galileo Galilei

Vita di Galileo” ci parla della speranza delusa di un’epoca nuova. Il suo tempo somiglia, dunque, tristemente al nostro, in cui ci eravamo illusi, nella seconda metà del XX secolo, che la tecnica, le grandi organizzazioni internazionali, le conquistate libertà, i neo-acquisiti diritti sociali, la fine delle grandi guerre, stessero aprendo nuove, grandi frontiere e che ora ci stiamo già arrendendo e siamo sull’orlo di un nuovo medioevo. Ci sono ancora forze che spingono avanti, verso le stelle indicate da Galileo, ma ci sono anche troppe forze oscure che ci spingono con insistenza nella tenebra da cui ci pareva di essere usciti.

La “Vita di Galileo” è un’opera teatrale, dunque, per sua natura, il testo si presenta particolarmente essenziale, essendo ridotto ai soli dialoghi, demandando alla rappresentazione e alla recitazione ciò che in un romanzo è espresso direttamente. La semplicità e l’immediatezza appaiono, in ogni caso, come uno dei massimi pregi di quest’opera, che, pur affrontando temi importanti quali il potere, la libertà, la scienza, la conoscenza, la dignità, riesce a mantenersi su un registro di lettura immediata e accessibile, in cui persino le teorie fisiche sono presentate con facilità e snellezza, anche grazie a personaggi molto concreti e diretti.

I VANGELI CHE IGNORIAMO

Dopo aver letto le “Apocalissi gnostiche”, ho affrontato ora la lettura de “I Vangeli gnostici” di Tommaso, Maria, Verità e Filippo.

Come le “Apocalissi gnostiche”, anche questi Vangeli ci sono stati restituiti nel 1945 grazie ai ritrovamenti avvenuti in Egitto, in un cimitero di Nag Hammadi. In una giara furono, infatti, rinvenuti tredici codici, contenenti a loro volta cinquantatré  testi gnostici, sino ad allora sconosciuti, in traduzione copta.

Il volume, oltre alla traduzione italiana degli antichissimi testi sacri, contiene un commento e le note dell’esperto Luigi Moraldi.

Si tratta di testi che aprono nuova luce non solo sulla gnosi, ma sulle parole di Gesù e sulle fonti dei Vangeli sinottici, scelti e accolti dalla Chiesa Cattolica come libri sacri. Sono, infatti, coevi, di poco posteriori, se non anteriori ai Vangeli di Luca, Marco, Matteo e Giovanni (datati tra il I e II secolo). Possono dunque rappresentare sia materiale per questi, sia aver attinto a simile o diverso materiale. Prima di arrivare alla stesura dei Vangeli, infatti, parrebbe che i discorsi e le azioni di Gesù siano state comunque documentate e riportate per scritto.

Per esempio, nello scritto apocrifo gnostico “Pistis Sophia” del III-IV secolo, Gesù dice:

“Ascolta Filippo. Tu sei beato, perciò ti voglio parlare. A te, a Tommaso e a Matteo, il primo mistero ha assegnato il compito di scrivere tutti i discorsi che pronuncerò e farò e tutte le cose che voi vedrete”. Gli evangelisti originari potrebbero dunque essere proprio Filippo, Tommaso e Matteo e a loro essersi rifatti gli altri evangelisti.

La visione del cristianesimo degli gnostici si differenzia per molti aspetti da quella cattolica.

Si presenta, innanzitutto, come fede misterica, esoterica e per iniziati. Importante è la divisione della progenie di Adamo in tre: irrazionali, razionali e pneumatici, dove la gran moltitudine degli irrazionali (iliaci) non ha alcuna speranza di conoscere la Parola di Dio, i razionali rischiano di avere la stessa sorte degli irrazionali, mentre solo i rarissimi pneumatici, qualora ben istruiti, possono ambire alla perfezione e quindi alla conoscenza di Dio.

Importante è il riferimento al Pleroma, l’insieme degli eoni, la pienezza o totalità dei poteri divini, la scoperta della luce di verità.

Ricostruzione del volto di Gesù di Nazareth

Diversa appare la concezione dell’unità divina, dato che dall’Essere Supremo, il Padre, sono generati gli eoni, come il Demiurgo, Sophia e Gesù. È il Demiurgo ad aver generato il mondo e con esso il male. La generazione del Cristo viene a compensare ciò.

I Vangeli gnostici si presentano diversi da quelli canonici non solo come visione religiosa, ma anche come forma e contenuto. Non raccontano la vita, le azioni e i discorsi di Gesù in modo organico o cronologico, ma sono spesso raccolte di singole affermazioni del Nazzareno, di aforismi, di brevi narrazioni che fanno pensare più che altro ai pensieri dei monaci zen, scritti nella forma “il maestro disse, l’allievo rispose” (vedi soprattutto il Vangelo di Maria o anche quello di Tomaso).

La natura misterica di questi testi, fa sì che a volte (vedi il Vangelo di Verità) sembrino più un commento o una riflessione su un Vangelo, che non una narrazione.

Alcune affermazioni sono degne di essere qui ricordate, per dare un’idea dei pensieri espressi.

Nel Vangelo di Verità leggiamo: “Per la pecora ritrovata, caduta in un pozzo, egli lavorò anche di sabato, e le diede vita”.

Sempre in Filippo leggiamo:

“Tre persone camminavano sempre con il Signore: Maria, sua madre, la sorella di lei, e la Maddalena, detta la sua compagna. Maria infatti (si chiamava) sua sorella, sua madre, e sua compagna”.

“Nel Regno dei Cieli i vestiti sono migliori di coloro che li indossano”.

“In ebraico ‘Gesù’ significa ‘Redenzione’; ‘Nazara’ la ‘verità’: il Nazzareno è dunque (quello della) ‘verità’”.

“Dio è un mangiatore d’uomini; per questo l’uomo gli è immolato”.

“Gesù, infatti, venne per crocifiggere il mondo”.

“La Sophia, chiamata ‘sterile’, è la madre degli angeli; la compagna del Figlio è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli, e spesso la baciava sulla bocca”.

“Non avere paura della carne, e non amarla. Se tu ne hai paura essa ti dominerà. Se tu l’ami essa ti divorerà e inghiottirà”.

“Ma, dopo di questo mondo, c’è qualcosa di veramente cattivo, ed è il luogo di mezzo. Esso è la morte.”

“Nei giorni in cui Eva si trovava in Adamo, la morte non c’era”.

“Il letto nuziale non è per gli animali, né per gli schiavi, né per le donne impure, ma per gli uomini liberi e per le vergini”.

“Adamo fu prodotto da due vergini: dallo spirito e dalla terra vergine. Il Cristo, perciò, nacque da una vergine, per correggere il passo falso verificatosi all’inizio”.

“Il mondo ebbe origine da una trasgressione. Colui, infatti, che lo ha creato voleva farlo incorruttibile e immortale; ma fallì”.

“Anche l’agricoltura di Dio abbisogna di quattro elementi: la fede, la speranza, l’amore e la gnosi”.

“È la gnosi per mezzo della quale maturiamo”.

“Quando un matrimonio è senza veli, diventa prostituzione”.

LA FISICA QUANTISTICA DI SCHOPENAUER

Con il “Saggio sulla visione degli spiriti”, Arthur Schopenauer volle rispondere ai “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” di Kant, con cui il filosofo tedesco negava, prendendosene gioco, la possibilità di parlare con gli spiriti dei defunti.

Il saggio di Schopenauer fa parte dei due volumi “Parerga” e “Paralipomena”, stesi tra il 1845 e il 1851.

Il filosofo polacco accetta da Kant che “il mondo quale ci appare sia un mondo di fenomeni, cioè si sensazioni e percezioni, che si presentano ai nostri sensi e alla nostra soggettività senza che noi possiamo realmente conoscerne l’intima esistenza, la cosa in sé, destinata a rimanere ignota al soggetto conoscente”, come scrive Leonardo Casini nell’introduzione.

Il polacco riduce a tre le categorie del tedesco, come strumenti dell’organizzazione della conoscenza: spazio e tempo (come categorie della sensazione) e causalità (come categoria dell’intelletto).

L’essenza più intima di ogni cosa (uomini, animali, piante ed esseri inanimati) per Schopenauer è la volontà. Tutto è, nella sua essenza, volontà. Viene allora in mente la fisica quantistica quando afferma che nel momento in cui una microparticella devia in una direzione si crea un universo, ma che questo esiste solo nel momento in cui viene osservato. Non è un po’ come se gli universi siano creati dall’espressione della volontà della microparticella?

Arthur Schopenauer

Per Schopenauer tutto è parte della Volontà Universale. Abbiamo allora da una parte il mondo come conoscenza teoretica, come rappresentazione del soggetto conoscente e come insieme di fenomeni e, dall’altra l’in sé del mondo, la sua essenza metafisica unica e universale, la Volontà. Vita e morte sono manifestazione della Volontà.

La morte non è, quindi, l’annullamento totale dell’uomo, ma del suo fenomeno spazio-temporale, perché la sua essenza torna a far parte della Volontà. Mi viene allora in mente, anche se sono due concetti non proprio uguali, quando Einstein, facendo le condoglianze per un amico morto, diceva che l’amico in realtà non era scomparso, continuava a esistere nel tempo in cui era vissuto, dato che il tempo non scorre, ma siamo noi a passarci attraverso. Il morto c’era ancora, ma in un tempo che ci siamo lasciati indietro.

Questa per Schopenauer è la spiegazione “idealistica” del mondo degli spiriti, mentre nega quella “spiritualistica”, fondata sull’apparizione delle anime agli organi sensoriali del conoscere.

Nell’universo einsteniano, potremmo, se ce ne fossero gli strumenti, allora quasi immaginare che se si riuscisse a proiettarci avanti nel tempo, potremmo comunicare con i nostri cari anche dopo morti.

Nell’universo di Schopenauer, i morti comunicano con i vivi tramite la Volontà universale di cui sono parte!

Per Schopenauer lo strumento per comunicare attraverso la Volontà è quello che chiama “organo del sogno”. Tale organo non mette in comunicazione il sognante con la realtà esterna, ma con il suo interno, con la Volontà, permettendo così non solo la visione degli spiriti, ma anche la chiaroveggenza, la magia e altri fenomeni.

Schopenauer, per sostenere tale tesi, indaga molto sul sonnambulismo, sui sogni profetici, sulla follia e attribuisce a taluni sonnambuli doti di chiaroveggenza. Il sonnambulismo, secondo lui, si baserebbe, infatti, su una diversa percezione, non sensoriale, dell’ambiente, percezione che può travalicare i limiti del tempo (e qui vedo ancora una somiglianza tra il tempo immoto della fisica moderna e la Volontà di Schopenauer).

Per il filosofo, nel sogno tutte le forze spirituali sono attive, tranne la memoria (come nella follia).

Il sogno sarebbe dunque la porta per i viaggi nel tempo?

LE APOCALISSI RITROVATE

Da tempo, progetto di scrivere un romanzo apocalittico. Con quell’intento alcuni anni fa acquistai il volume “Le Apocalissi gnostiche” di Adamo, Pietro, Giacomo e Paolo.

Ancora non ho iniziato il romanzo, ma intanto mi sto “allenando” scrivendo la raccolta di racconti “Apocalissi fiorentine” con cui esploro varie alternative.

È così finalmente giunto il tempo di leggere “Le Apocalissi gnostiche”, anche se il romanzo che vorrei scrivere e i racconti che sto scrivendo si riferiscono alla definizione moderna di apocalisse, come distruzione del mondo, mentre il volume, così come l’Apocalisse di Giovanni e la Chiesa, parlando di apocalisse parlano di “rivelazione”.

Il termine deriva dal greco ἀποκάλυψις, composto di apó (“da”) e kalýptein (“nascosto”), significa togliere il velo, ovvero scoperta o disvelamento.

Il concetto sembrerebbe essersi originato presso gli ebrei che parlavano greco, per poi passare ai cristiani. Nella terminologia della letteratura del primo Ebraismo e Cristianesimo, indica una rivelazione di cose nascoste da Dio a un profeta scelto. Il termine è più spesso usato per descrivere il resoconto di tale esperienza.

Le cinque apocalissi gnostiche riportate nel volume fanno parte di un gruppo di testi ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi (Egitto), che rivoluzionarono le nostre conoscenze dello gnosticismo. Fino ad allora, infatti, prevalevano le fonti contrarie allo gnosticismo.

I testi sono ampiamente commentati e annotati dall’importante filologo Luigi Moraldi.

 

Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico, religioso ed esoterico, a carattere iniziatico, molto articolato e complesso, presente nel mondo
ellenistico greco-romano, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo d.C. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (
γνῶσις), cioè «conoscenza», che era l’obiettivo che esso si poneva.

Anche se parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano, in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e inclusero credenze religiose pre-cristiane e pratiche spirituali comuni alle origini del cristianesimo, al neoplatonismo, all’ebraismo del Secondo Tempio, alle religioni misteriche e allo zoroastrismo (specialmente per ciò che riguarda lo zervanismo) (testo ripreso da wikipedia).

Come scritto in prefazione “l’apocalittica immagina la storia universale come un’unità alla quale Dio ha stabilito un termine che segnerà il trionfo completo e definitivo dei giusti”.

Sempre in prefazione si evidenzia come in Ezechiele l’apocalisse fosse vista come lo scontro tra i malvagi guidati da Gog e l’Eterno, che difende i giusti e che è in Daniele che s’introduce per la prima volta la fede nella risurrezione dei giusti.

Altri ancora sono i riferimenti biblici. C’era dunque una cultura apocalittica ebraica tutto sommato poco recepita dal cristianesimo. Nel Vangelo l’unica apocalisse è Gesù Cristo e persino l’Apocalisse di Giovanni stentò a essere riconosciuta come parte di questi libri.

Le Apocalissi gnostiche” furono ritrovate in lingua copta (egizio scritto in caratteri greci). Il volume non presenta un testo a fronte nell’originale, ma accanto ad alcune parole ne riporta la versione greca, soluzione che ho trovato apprezzabile, dato che, almeno per me, un intero testo a fronte si sarebbe rivelata lettura troppo impegnativa, mentre ho gradito questi veloci riferimenti linguistici.

Affascinante è leggere le differenze di visione tra i testi evangelici e quelli gnostici, anche se rimpiango di avere conoscenze teologiche alquanto limitate. In particolare, mi ha colpito il concetto che non vi sia un solo Dio, ma un Demiurgo, che crea i corpi, e un Dio supremo, vero Dio. Singolare è ritrovare l’idea platonica di un’anima completa maschile e femminile, poi scissa e che ora cerca di ricomporsi tramite l’unione sessuale, l’attrazione tra maschio e femmina.

Curiosa l’idea che il Demiurgo sostenesse la stirpe di Seth (figlio di Adamo, nato dopo la morte di Abele), contro le altre.

È questo un concetto centrale per lo gnosticismo, secondo il quale, come scrive il padre della Chiesa, Clemente Alessandrino, negli Excepta 54-56: “A partire da Adamo sono generate tre nature: la prima irrazionale, alla quale appartiene Caino; la seconda razionale e giusta alla quale appartiene Abele; la terza pneumatica alla quale appartiene Seth… Molti sono gli iilici (irrazionali) piccolo il numero degli psichici (razionali), rari sono i pneumatici”.

I pneumatici, anime giuste, devono essere educati alla perfezione, quando la raggiungeranno saranno dati in sposa agli angeli del Salvatore. Per gli irrazionali non c’è speranza, mentre i razionali, dotati di libero arbitrio, difficilmente assurgeranno, però, alla grazia.

Gli gnostici, poi, rifiutano l’organizzazione della Chiesa in “episcopi” (vescovi e diaconi), che considerano inammissibile.

Ben diversa è anche la concezione della passione di Cristo. Negli Apocrifi del Nuovo Testamento, si legge qualcosa di simile al concetto gnostico di Cristo “per voi io sono un ineffabile mistero”:

Io, dunque, non ho sofferto alcuna di queste cose che essi diranno a mio riguardo; ed anche la passione che danzando ho indicato a te e agli altri, voglio che sia chiamata ‘un mistero’. Giacché ciò che sei tu, tu lo vedi, te l’ho indicato io. Ma ciò che sono io, lo so soltanto io e nessun altro… Non curarti dei molti e disprezza coloro che sono fuori del mistero. Tu senti dire ch’io patisco, ed io invece non ho patito, ch’io non patisco, ed io invece  ho patito, ch’io sono trafitto ed io invece non sono trafitto, ch’io sono appeso, ed invece io non sono stato appeso… In breve: ciò che quelli affermano di me non ha avuto luogo, mentre ciò che essi non affermano di me è proprio ciò che ho patito.

 

L’ATROCE OMICIDIO ORDINATO DAL VESCOVO DI ALESSANDRIA

Era da quando vidi “Agorà” (il bel film del 2009 di Alejandro Amenábar con Rachel Weisz) che desideravo leggere il saggio “Ipazia” di Silvia Ronchey o, comunque, approfondire le mie conoscenze su questa filosofa e matematica alessandrina, barbaramente trucidata nel 415 d.c. dai cristiani (monaci parabolani) guidati dal vescovo Cirillo.

Si tratta, infatti, di una figura e di un momento storico di grande interesse.

Silvia Ronchey affronta un’analisi rigorosa (l’autrice è una bizantinista esperta), distinguendo ciò che realmente sappiamo della sua vita, del suo pensiero e del suo crudele assassinio, da ciò che poi è stato costruito e inventato su questa figura, trasformandola di volta in volta in martire della scienza, protofemminista, iniziatrice di una scuola di pensiero e persino, in netto contrasto con quanto noto, una simpatizzante del cristianesimo. Parrebbe anzi addirittura che la storia di Santa Caterina d’Alessandria (quella di cui Giovanna D’Arco sentiva la Voce e di cui parlo anche nel mio “Giovanna e l’angelo”) altro non sia che una trasposizione cristianizzata del suo martirio, perpetrato da cristiani su una filosofa pagana e non viceversa da pagani su una dotta cristiana. Considerata la dubbia veridicità della vicenda di Caterina, persino la Chiesa, per alcuni anni, la cancellò dall’elenco dei santi (martirologio).

Silvia Ronchey

Il volume della Ronchey, dunque risolve in poche pagine le notizie certe su Ipazia, in sostanza la sua appartenenza alla scuola platonica di Plotino, l’esser figlia di quel Teotecno (detto anche Teone) che insegnava filosofia e matematica nel Museo di Alessandria (come forse anche la figlia), l’essersi occupata di matematica e geometria, più che di filosofia, l’aver dato contributi di rilievo minore alla geometria (soprattutto la realizzazione di strumenti per l’insegnamento, mentre meno probabili sembrano quelli all’astronomia, come l’ipotesi che la vede come un antesignana del sistema copernicano), l’esser stata assassinata brutalmente mediante scorticazione e asportazione da viva di occhi e forse altri organi, tutto ciò indubbiamente a opera di cristiani, in prevalenza sacerdoti e per volontà del vescovo Cirillo (quindicesimo papa della Chiesa Copta), venerato come santo dalle Chiese Cattolica e Copta. Cirillo perseguitò i novaziani, gli ebrei e i pagani, fino a quasi eliminarli da Alessandria d’Egitto.

Insomma, in quei tempi la Chiesa (seppur Copta) si macchiava di delitti che non sfigurano in alcun modo di fronte alle atrocità commesse dallo Stato Islamico (ancora impropriamente chiamato ISIS) e ancora oggi non ha screditato chi di tali colpe si è macchiato, permettendo che sia persino considerato santo. Purtroppo, non è una religione o un’altra a essere più o meno intollerante e violenta, ma lo sono tutti gli estremismi e la fede, proprio per la sua irrazionalità, basandosi sulla credenza invece che sulla ragione e la logica, non riesce ad accettare ciò che va oltre i propri dogmi e genera così reazioni eccessive e pericolose.

In questo la storia di Ipazia è ancora oggi esemplare e deve ricordare a tutti i cristiani che non sono migliori dei fedeli di altre religioni, che è troppo facile criticare ciò che le altre fanno, senza ricordare quel che dal cristianesimo fu fatto in quei tempi ma anche in altre epoche.

Un’interessante affermazione della Ronchey è che l’assassinio di Ipazia non segni la fine della cultura greco-romana, ma sia l’inizio del millennio bizantino, periodo in cui Bisanzio conservò, preservò e sviluppò tale cultura, preparando e favorendo poi il suo ritorno modernizzato nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Se dunque per lei è sbagliato vedere in Ipazia una protofemminista o un simbolo del martirio della scienza, sembrerebbe invece che vi riconosca una sorta di proto-umanista!

LA GRANDEZZA DEI CLASSICI

Non sempre la lettura di un classico ottocentesco mi lascia soddisfatto. Tutto evolve, anche la letteratura e la scrittura. Ci sono modi di esprimersi del XIX secolo che nel XXI non risultano più gradevoli. Eppure ci sono opere che hanno fatto storia e che sono tuttora da non perdere.

Complice la pausa estiva e un lungo viaggio in treno, sono riuscito a completare la lettura, fino a poco fa solo avviata, del capolavoro francese di Victor Hugo I miserabili”.

Non ci sono dubbi che quest’opera monumentale (940 pagine, di quelle belle fitte, nell’edizione Newton Compton che ho letto) abbia alcuni punti morti, ma nel complesso rimane un lavoro estremamente coinvolgente con dei notevoli personaggi, una bella trama ricca di colpi di scena, un’ambientazione interessante e una scrittura matura.

Partiamo dai, pochi, difetti. Per scrivere mille pagine non bastano una trama articolata e un buon numero di personaggi descritti in dettaglio, dunque Hugo spesso fa delle digressioni. Alcune sono interessanti. Lo sono state per me, per esempio, quella sulla vita conventuale delle suore e quelle su Napoleone Bonaparte. Altre, invece, lo sono meno, come la descrizione del sistema fognario parigino e, forse, persino l’indagine sul dialetto “argot”.

Anche togliendo le digressioni, comunque, il tomo rimarrebbe voluminoso, segno questo che il loro peso complessivo è ridotto.

In ogni caso, è anche grazie a esse che l’opera si trasforma in romanzo storico, non limitandosi a descrivere le vicende di alcune persone a Parigi negli anni della caduta di Napoleone, ma fornendo un affresco storico e ambientale che ci insegna su quegli anni quanto un saggio.

Non pretendo qui di inquadrare il romanzo nella storia della letteratura o fare paragoni con altre opere del periodo, ma non posso non notare quanto lo spirito cristiano, che permea tutte le pagine, sia qualcosa di diverso dalla Provvidenza manzoniana.

Il vero protagonista, tra tanti personaggi, è Jean Valjean, un uomo la cui giovinezza fu segnata da una miseria che lo portò in galera, ma anche da un incontro illuminante con il buon vescovo Charles-François – Bienvenu Myriel, la cui generosità nei suoi confronti lo cambierà, facendone un uomo nuovo, quasi che la bontà si possa trasmettere da uomo a uomo, per il solo suo esprimersi. Lo stesso Jean Valjean dimostrerà la medesima capacità di perdono, mutando chi ne sarà beneficiato. La colpa giovanile, però, continuerà a pesare sulla sua coscienza e Jean Valjean, pur continuando a compiere opere di bene, si sentirà sempre un galeotto.

Dio qui non è presente come deus-ex-machina, come risolutore delle vicende umane o come destino, ma come coscienza. Dio parla attraverso la coscienza degli uomini, quella del citato vescovo di Digne e quella del ex-forzato Jean Valjean. Dio esiste attraverso gli uomini.

Anche l’antagonista, l’ispettore Javert ha una sua coscienza. Non quella che mira al Bene, ma quella che mira al Giusto, al rispetto delle norme e della Legge. La Legge è il suo Dio.

I soli che sembrano non aver coscienza sono gli altri antagonisti, i Thénardier, eppure anche loro sono capaci di gesti buoni, almeno ogni tanto, come il salvataggio del colonnello o l’aiuto dato a Marius da una delle due figlie.

Dio è presente ma lo è nell’uomo. La religiosità è nell’animo umano. È la morale la vera forza. La Morale diventa il nuovo Dio illuminista. La cosa che forse stupisce di più un lettore italiano del terzo millennio è proprio questa morale, questa coscienza, che sembriamo aver smarrito. Il senso della colpa e della sua espiazione è qualcosa che non appartiene più alla nostra società, dove gente macchiata delle peggiori colpe ricopre cariche pubbliche o continua a far parte impunemente della vita sociale, dove i delinquenti, invece ci marcire in qualche prigione a pentirsi della propria sciaguratezza, si trasformano in star televisive, dove uomini che con la propria vigliaccheria hanno causato danni enormi e la morte delle persone loro affidate, hanno il coraggio di rilasciare interviste e persino di tenere lezione su quello che non hanno saputo fare!

È questa morale, per noi perduta, che dà peso e spessore al romanzo, ma anche la ricchezza emotiva e di vita dei personaggi.

 

Tempo fa avevo esaminato gli elementi presenti in un moderno bestseller fantasy (il ciclo di Harry Potter). Quando leggo un romanzo avvincente, mi chiedo se queste componenti ci siano.

Gli “ingredienti” individuati nella saga della Rowlings erano:

  • trama;
  • strutturazione;
  • ambientazione costante;
  • ripetitività e ritualità;
  • magia come estraneamento dalla realtà;
  • mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
  • amicizia;
  • lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
  • compenetrazione tra il Bene e il Male;
  • tanti nemici, grandi e piccoli;
  • un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
  • spettacolarità;
  • competizione;
  • mistero;
  • suspance;
  • paura;
  • avventura;
  • iniziazione e crescita verso l’età adulta.
  • morte

 

Victor Hugo

Considerato che alcuni elementi della precedente lista sono tipici del genere esaminato (magia, paura) o di una saga (costanza dell’ambientazione, ripetitività), occorre però dire che ne “I miserabili” ritroviamo:

  • una trama complessa, con più vicende intrecciate, con alcuni personaggi le cui vite si incrociano più spesso di quanto il calcolo delle probabilità farebbe ritenere plausibile, con le molteplici trasformazioni di Jean Valjean (che cambia spesso anche nome), ma anche di Cosette e del signor Thénardier;
  • dunque non manca una struttura articolata;
  • l’ambientazione è quella parigina nella prima metà del XIX secolo, senza voli temporali in altre epoche, ma con lo scorrere degli anni dal 1815 al 1848;
  • ci sono amicizie, ma ognuno sembra solo con se stesso e con la propria coscienza;
  • la lotta tra Bene e Male è lo scontro tra uomini la cui malvagità è spesso involontaria e uomini la cui bontà nasce dal male che hanno fatto e subito, ma anche dal bene ricevuto;
  • Bene e Male sono in effetti, anche qui, compenetrati;
  • gli avversari, a differenza dal fantasy, sono tutti umani, ma il grande avversario è la Coscienza, non possiamo però certo considerarla un nemico;
  • se Harry Potter si scopre potente grazie alla magia, Jean Valjean si scopre buono grazie al perdono e alla generosità, Marius e Cosette, da poveri e sventurati che erano, si scoprono ricchi e felici; tutti e tre si scoprono migliori;
  • la spettacolarità è data dal grande affresco di Parigi, della Francia e delle guerre napoleoniche e della Restaurazione;
  • le avventure di Jean Valjean per sfuggire alla giustizia, di Marius e degli altri “miserabili” per sopravvivere creano suspance;
  • l’identità mutevole del protagonista crea mistero;
  • la crescita riguarda la piccola Cosette, ma soprattutto l’adulto Jean Valjean e il giovane Marius.

Victor Hugo

 

Dunque anche in un classico, quando è opera di successo e quando risulta ancora godibile al giorno d’oggi, ritroviamo molti degli elementi costitutivi di un bestseller moderno, a conferma che sono questi a contribuire all’empatia con il lettore.

 

Hugo però riesce a essere moderno anche in altri modi, non voglio qui indagare alcuni aspetti certo meglio trattati da altri come la capacità di approfondimento dei personaggi, ma limitarmi a segnalare alcune intuizioni come la riflessione ecologista:

Si spediscono con ingenti spese delle flottiglie al polo australe per raccogliere gli escrementi delle procellarie e dei pinguini e si butta in mare l’incalcolabile elemento di ricchezza che abbiamo sottomano. Tutto il concime umano e animale che il mondo perde, se fosse reso alla terra invece di essere gettato nell’acqua basterebbe a nutrire il mondo.” (pag. 815)

 

Cinquale 11/08/2014

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