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L’INDIA DELL’OPPIO

Risultati immagini per Mare di papaveriDopo aver letto un romanzo sulla povertà più profonda dell’India di metà del secolo scorso con “La città della gioia” di Lapierre, faccio ora un salto indietro di un altro secolo per tornare ai tempi delle colonie inglesi nelle pagine di un autore indigeno, Amitav Gosh, che nel suo “Mare di papaveri” ci parla di un Paese che sembra assai meno misero di quello descritto da Lapierre, ma che era già profondamente ferito e con una povertà diffusa. L’impostazione dei due romanzi non potrebbe, però, essere più diversa, perché “Mare di papaveri” è una grande avventura che, per brevi momenti, può persino farci venire in mente il nostrano Emilio Salgari e i suoi pirati. Non per nulla al centro di tutta la vicenda c’è una nave, la Ibis, adibita ora al trasporto di schiavi, ora al commercio di oppio. Come si capisce dal titolo, le vicende ruotano in gran parte attorno al mondo dell’oppio, ai suoi coltivatori, a chi lo commercia, a chi ne trae profitto e a chi lo consuma e ne è schiavo.

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Amitav Gosh

I protagonisti sono membri di ogni classe sociale, indigeni e coloni. Chissà se è un caso che anche qui, come ne “La città della gioia” ci sia una Lambert. La vita in questo “Mare di papaveri” è dura, a volte spietata. La sorte è fragile e può rovesciarsi come un fortunale in mezzo al mare.

In questo mondo si muovono personaggi con un loro spessore, una loro forza vitale, con sogni, speranze e desideri di sopravvivenza se non di rivalsa. Ci sono storie d’amore, amicizie impensabili, solidarietà, cameratismo a condire un’avventura corale che ci descrive un mondo esotico per epoca e lontananza geografica, ma con protagonisti così umani ma sentirli nostri fratelli. Non ci sono le emozioni forti de “La città della gioia”, ma il racconto è coinvolgente.

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PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

TEMPO DI TORNARE A RIFLETTERE SUL RAZZISMO

In questi giorni appena successivi all’attentato alla rivista satirica francese “Charlie Hebdo”, mi è parso appropriato leggere il veloce manualetto scritto da un marocchino residente a Parigi, il giornalista (anche per “La Repubblica”) e scrittore (vincitore del Premio Goncourt) Tahar Ben JellounIl razzismo spiegato a mia figlia”, scritto nel 1997.

Il titolo è quanto mai esplicito nell’indicare il target di lettori: ragazzini attorno ai dieci anni di età e quindi non dobbiamo meravigliarci della grande semplicità e dell’ovvietà dei concetti espressi in questo testo. Lo consiglierei dunque soprattutto a loro, anche perché come scrive Jelloun, non si nasce razzisti ma lo si diventa per effetto di una cattiva educazione ed è bene cominciare presto a dotarsi dei necessari antidoti.

Eppure, se è vero, come anche qui si dice, che il razzismo nasce, tra le altre cose, dall’ignoranza, a giudicare dalle reazioni di tanta gente nei confronti di tutti gli immigrati e di quelli di religione islamica in particolare a seguito dell’attacco terroristico perpetrato da un gruppetto di estremisti jiaidisti, sembrerebbe proprio che le idee essenziali di questo volumetto siano ignorate (o dimenticate) da molti di noi e che sarebbe bene cercare di ripassarle con spirito critico e riflessivo, così come approfondire la conoscenza del mondo islamico, che non è certo un blocco compatto, ma diviso in diversissimi orientamenti religiosi e approcci alla fede e al modo di viverla.

Occorre dunque, in momenti simili, sempre interrogarci quanto le nostre reazioni siano razionali o emotive e quanto siano motivate da sentimenti umanitari o razzisti, perché il razzismo nasce, come dicevamo, dall’ignoranza, ma è alimentato dalla paura dell’altro e dalla violenza e si nutre di dogmi e certezze.

copertina attentato

IL LENTO CAMMINO DELL’ANTIRAZZISMO IN AMERICA

Il buio oltre la siepe” (“To kill a mockingbird”, ovvero “Uccidere un usignolo” nel titolo originale) è un romanzo pubblicato nel 1960 dalla scrittrice statunitense Harper Lee, vincitrice del Premio Pulitzer.

Ci mostra con gli occhi di una bambina figlia di un avvocato, la vita della provincia americana (Alabama) negli anni ’30 del XX secolo.

La piccola Jean Louise, detta Scout, assiste al processo contro un uomo di colore storpio, Tom Robinson, accusato di aver violentato una ragazza bianca e difeso dal padre della bambina stessa. Nonostante la scarsità delle prove a suo carico, Tom sarà condannato in primo grado e troverà la morte in carcere prima del giudizio di appello.

Il vero colpevole aggredirà quindi la piccola Scout e il fratellino Jeremy, detto Jem, per vendicarsi del padre che l’aveva messo in difficoltà durante il processo a Tom, ma rimarrà ucciso grazie all’intervento del vicino Boo, un tipo un po’ strano di cui i bambini avevano grande paura, ma che si era affezionato a loro e faceva loro regali di nascosto.

il buio oltre la siepe – film

Il romanzo può essere letto come una denuncia del razzismo della provincia americana, ma i suoi toni poco accesi, anche considerato il punto di vista infantile della storia, lo rendono più una cronaca e un ritratto di una certa mentalità, una quadro della vita della provincia americana che non un vero atto d’accusa.

La lettura parte piano, nelle prime pagine, mostrandoci il mondo dei bambini e acquista maggior interesse con l’avvio del processo, dopo il quale riesce ancora a mantenere alta l’attenzione del lettore descrivendo l’aggressione dei figli dell’avvocato.

Sinceramente mi ero aspettato qualcosa di più tagliente e incisivo da un romanzo tanto celebrato e non solo una lettura gradevole, quale è stata.

Cinquale, 19/08/2014

 

E' morta il 19/02/2016 Nelle Harper Lee, l'autrice de "Il buio oltre la siepe"

Nelle Harper Lee

SU E GIÙ PER IL TEMPO

David Mitchell

Dopo aver apprezzato molto il film “Cloud Atlas” (2012), ho ora letto il romanzo da cui è stato tratto, “L’atlante delle nuvole” di David Mitchell. Il film ricalca piuttosto fedelmente la trama del libro, ma il risultato è, secondo me, superiore, grazie alla trovata di far recitare parti diverse agli stessi attori (tra cui Tom Hanks, Susan Sarandon, Hugh Grant e Zhou Xun), questo non solo lo rende un piacevole esercizio recitativo, ma sembra aggiungere un’importante chiave di lettura, che nell’opera letteraria non ho ritrovato.

La trama, comune, si snoda attraverso diverse epoche del passato e del futuro (facendo essere questo lavoro sia romanzo storico sia fantascienza futurologa), con continui salti in avanti e indietro e in diverse parti del mondo. La storia dell’umanità viene descritta attraverso alcune vicende specifiche, quindi il romanzo si può leggere quasi come una raccolta di racconti slegati tra loro, sebbene alcuni elementi ritornino in ciascuno, come la presenza del fisico nucleare omosessuale Rufus Sixsmith, che incontriamo sia giovane, sia vecchio in due diverse epoche o la musica di Forbisher (il Sestetto dell’Atalnte delle Nuvole) o il diario di Adam Ewing (salvatore e salvato dallo schiavo moriori in altra parte del romanzo) letto dallo stesso Forbisher o Cavendish che scrive un film sulla vita di Luisa Rey, la giornalista che indagava su Sixsmith, o il clone Sonmi-451 che si ribella al sistema e che in epoche successive sarà venerata come una divinità.

Il romanzo, insomma, presenta un’unitarietà non troppo evidente, e questo è, io credo, il suo maggior difetto. I salti temporali e di genere, inoltre, penso possano indisporre taluni lettori, specie chi, a differenza di me, non ami al contempo fantascienza e romanzo storico.

Questa mancanza di unitarietà, viene brillantemente superata dai geniali registi Lana, Andy Whachowski (gli ideatori dell’imperdibile saga di “Matrix”)  e Tom Tykwer,  mediante l’espediente di far recitare gli stessi attori nelle diverse epoche, mostrandoci come tutto sia assai più legato di quel che sembra (nella nostra vita e non solo in questa storia), come i rapporti tra i personaggi abbiano radici che si perdono nel tempo e, forse, suggerendo l’ipotesi di possibili reincarnazioni o di un destino che si possa trasmettere da un individuo a un altro di una diversa generazione. I registi poi hanno aggiunto alcuni elementi ricorrenti che legano ulteriormente la trama dei sei racconti (più un prologo aggiuntivo), come la voglia a forma di stella cometa che hanno i personaggi che vogliono mutare il proprio mondo.

Le singole storie sono affascinanti e ben costruite, dunque il romanzo si potrebbe ben leggere anche come semplice silloge, ma il tocco degli ottimi attori e la trovata dei registi fanno dell’opera cinematografica un piccolo capolavoro, degno di segnare la storia di questa forma narrativa.

In particolare, la descrizione del mondo futuro, sia nell’epoca popolata da cloni schiavizzati dai “purosangue”, sia nell’epoca post-apocalittica, con l’umanità regredita a livelli medievali si presenta piuttosto inventiva, se non innovativa, ma anche le vicende di epoca coloniale dello schiavo fuggito o del giovane compositore asservito al grande maestro non mancano di fascino, soprattutto se si legge tutto l’insieme come un grande affresco attraverso i secoli della schiavitù, nelle sue varie forme.

Personalmente, sono stato colpito dai riferimenti alla cultura moriori (di cui avevo letto recentemente nel saggio “Collasso” di Jared Diamond), ritrovandovi alcune osservazioni sulla crisi di questa civiltà già lette nel saggio.

Insomma, un buon romanzo che ha beneficiato di un’intelligente, se non geniale, reinterpretazione cinematografica.

Uno dei rari casi in cui si può dire che il cinema ha superato la scrittura.

 

 

Cinquale, 03/08/2014

 

 

 

 

 

 

LE GIAPPONESI PASSARONO VELOCI

Julie Otsuka - Venivamo tutte per mare

Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare

Un essere poliforme è venuto dal Giappone.

Un mostro dalle mille teste ha attraversato l’Oceano.

Una creatura femminea e seducente è arrivata in America,

quella del sogno,

a cercare mille uomini da far suoi.

Mille corpi stipati in una nave per mesi.

Mille vite spezzate e ricominciate.

Mille donne diverse.

Mille donne uguali.

Mille fanciulle con la foto e il sogno di un marito mai visto.

Mille spose per mariti sconosciuti.

Mille donne che sognavano un uomo e l’hanno trovato diverso.

Mille piccole donne orientali arrivate nella terra della speranza,

Mille vite nuove.

Mille donne dai passi leggeri.

Mille donne silenziose e rispettose.

Mille piccole povere ragazze.

Mille ragazzine ingenue.

Mille teste piene di sogni.

Mille ricordi.

Mille fantasie.

Julie Otsuka

Julie Otsuka

Mille leggende.

Il sogno le ha accolte.

Le ha assorbite.

Le ha rese parte di sé.

Le ha masticate e digerite.

Le ha cacciate via al rullo dei tamburi di guerra.

Ha chiuso i loro mariti in ghetti.

Le ha trattate da amiche, da serve, da schiave, da nemiche.

Le ha sfruttate, arricchite, istruite, maltrattate e scacciate.

Le ha rimandate nude e violentate nelle perdute case paterne.

Julie Otsuka, ha cantato la loro epopea.

Julie Otsuka le ha dipinte una a una e tutte assieme.

Julie Otsuka le ha viste e le ha sognate per noi.

Come non innamorarsi di queste molteplici donne?

Come non emozionarsi per il loro coraggio,

per la loro sorte,

per la loro avventura e per la lo sventura?

Come non essere una di loro?

Come non essere tutte loro?immigranti giapponesi

Come essere così ciechi al loro dolore,

al dolore di chi fugge,

al dolore di chi sceglie il coraggio,

al dolore di chi decide di ricominciare

al dolore di chi affronta l’ignoto?

Come non inchinarci davanti ai loro mille piccoli volti,

tutti uguali eppure tutti così diversi.

Julie Otsuka, con “Venivamo Tutte per Mare”, ha scelto di narrare l’epopea dell’emigrazione giapponese nella prima metà del XX secolo non attraverso una protagonista, ma attraverso tutte quelle ragazze, uguali e diverse tra loro, che, a bordo di una stessa nave, sono arrivate in America per sposarsi con un marito conosciuto per corrispondenza, che in America hanno vissuto e che allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sono diventate il nemico, sono state rinchiuse in ghetti e lager o scacciate, perdendo tutto quello che avevano creato con anni di vita e lavoro.

La scelta di questo insolito “noi” narrativo conferisce poeticità e forza rappresentativa al romanzo che, parlando di un intero popolo quasi sembra, per contenuti, un saggio, pur non assumendone mai i toni o lo stile.

Firenze, 01/09/2012

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