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L’IMPORTANZA DELLE EMOZIONI

IIntelligenza Emotiva (Edizione Economica)l cervello è sempre una materia affascinante, per chiunque, io credo. Se non altro perché tutti noi (o quasi!) ne possediamo uno e abbiamo a che fare con i suoi meccanismi e spesso ci troviamo a cercare di interpretarlo o di interpretare quelli ancora più misteriosi di chi ci sta attorno. “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman è un libro che ci parla, in fondo, proprio di questo, della nostra capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Un tempo, soprattutto nella terra degli yankee, andava molto di moda misurare il Q.I., il Quoziente Intellettivo. C’erano e tuttora si usano dei test per valutarlo. In più modi, credo (ma non sono certo un esperto della materia) sono stati evidenziati i limiti di tali misurazioni. Credo, in particolare, che uno dei loro difetti fosse quello di essere tarati su un modo di pensare tipico di un occidentale istruito. L’intelligenza, invece, è qualcosa che può assumere forme ben diverse. Un ragionamento a parte, per esempio, meriterebbe capire quantificare l’intelligenza degli altri animali.

Anni fa si cominciò a ragionare sul fatto che potesse esistere anche qualcosa di simile al Q.I. ma che misurasse la capacità empatica ed emozionale. Il fatto è che gente con alti Q.I. a volte è socialmente disastrosa, mentre persone con Q.I. non elevati riescono ad avere vite soddisfacenti, con buone carriere, famiglie stabili e varie soddisfazioni.

La capacità di comprendere se stessi e gli altri e di rapportarsi con le persone è non meno importante delle capacità connesse a un elevato Q.I..

Il saggio di Goleman non ci parla tanto di Q.E. (Quoziente Emotivo), quanto del funzionamento dell’intelligenza emotiva.

Secondo wikipedia «L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”. Definiscono l’intelligenza emotiva come “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.»

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Goleman ci parla dell’importanza di comprendere gli altri per il buon funzionamento di un matrimonio, di un rapporto lavorativo, dell’educazione dei bambini. Ci parla del Q.I, di gruppo che favorisce la coesione emotiva. Affronta il tema delle malattie psicosomatiche e il collegamento tra emozioni e sistema immunitario. Ci spiega come persino la collera possa diventare una causa di morte. Ci racconta  come tra le emozioni negative la collera sia più connaturata negli uomini, mentre nelle donne prevalgono l’ansia e la paura e come queste emozioni possano determinare cardiopatie. Ci parla anche della connessione tra depressione e, persino, fratture ossee, con le cardiopatie. Ci spiega che persino nei tumori un aiuto psicologico possa rallentarne il decorso.

Affronta poi il tema della timidezza infantile e di come questa possa trasformare i bambini in adulti paurosi se non malati.

Analizza quanto del temperamento dipenda da tendenze genetiche o dall’educazione.

Ci racconta come si stia abbassando l’età per l’inizio della depressione giovanile, forse per effetto della disgregazione delle famiglie, generata a sua volta dall’industrializzazione.

Ci spiega che sia possibile insegnare con appositi corsi ai bambini antipatici a diventare più simpatici.

Racconta che droga e alcol danno assuefazione soprattutto quando sono assunti come se fossero farmaci per lenire ansia e malinconia.

Ci avverte su quanti danni possa infliggere la povertà anche a livello emotivo.

Racconta come questi siano concetti che ora si studiano scientificamente ma ben noti, basti pensare a quando di parlava di carattere e volontà delle persone: si dava un giudizio sulla loro capacità emotiva.

L’incapacità di controllare le emozioni, unita all’elevata accessibilità di armi da fuoco negli USA stanno portando a un aumento delle morti causate da queste, che, a quanto dice, in America avrebbero persino superato in numero quelle, elevatissime, provocate dalle automobili.

Ritiene sia importante insegnare l’empatia e il controllo di collera e impulsi.

Nell’appendice analizza la definizione e il concetto di emozione, spiegando, in particolare, che le emozioni non sono uno stato duraturo della nostra mente, ma tendono a durare molto poco, in quanto sono meccanismi generati dall’evoluzione per reagire prontamente alle situazioni pericolose, mentre la mente razionale ha tempi più lunghi, legati al ragionamento.

A volte però la mente emozionale riporta al presente emozioni del passato e così ingabbia la mente razionale.

Il saggio, abbastanza voluminoso, risulta sempre comprensibile e leggibile anche per una persona come me, non esperta di psicologia. Forse non offre spunti particolarmente innovativi o suggestivi, ma fornisce un quadro della materia ampio e dettagliato, per chi voglia sapere qualcosa in merito.

Risultati immagini per emozioni

UN DELICATO E AFFASCINANTE ROMANZO SUI LIMITI DELL’INTELLIGENZA

Risultati immagini per fiori per algernonCome ho fatto a non leggere quasi più fantascienza per tanti anni? Negli ultimi mesi ho ripreso queste letture, che tanto mi appassionavano al tempo del liceo, per scoprire che spesso è proprio tra questi libri che si nascondono molte delle opere più avvincenti e dense di interrogativi della letteratura mondiale.

Solo i profani pensano che fantascienza sia sinonimo di storie con astronavi, alieni e robot. Certo, questi sono spesso presenti e caratterizzanti, ma quanti temi importanti e fondamentali sono stati trattati dagli autori di science fiction!

Persino nell’opera di uno scrittore tra i meno noti come Daniel Keyes (Brooklyn, 9 agosto 1927 – Boca Raton, 15 giugno 2014) si riesce a trovare una perla come “Fiori per Algernon

Keyes è stato un autore di fantascienza statunitense, principalmente noto proprio per il suo racconto “Fiori per Algernon”, del 1959, vincitore del Premio Hugo nel 1960, che adattò in un romanzo omonimo nel 1966, aggiudicandosi con esso il Premio Nebula.

Keyes aveva un Bachelor of Arts in psicologia e un Master’s degree in letteratura inglese e americana e questa sua doppia vocazione emerge nel romanzo “Fiori per Algernon”, una delicata e appassionante analisi dell’intelligenza umana, che non è fatta solo della capacità di comprendere, ma anche di memoria e, soprattutto, di emotività.

Daniel Keyes

L’ipotesi su cui è costruito il romanzo è che un giovane ritardato sia operato al cervello e poi sottoposto a un trattamento per diventare intelligente. Dal ragazzo tonto e bonaccione che era, Charlie Gordon si trasforma in una persona molto più intelligente della media, unendosi persino all’equipe che l’ha curato per sviluppare ulteriormente la loro teoria, scoprendone i limiti.

Scoprirà a sue spese che non basta diventare intelligenti per affrontare il mondo, perché la sua grande e nuova capacità di comprendere e imparare necessita della memoria e dell’esperienza per potersi “riempire” e trovare il senso delle cose. Grazie a moderne tecniche di apprendimento, Charlie riesce a superare questo ostacolo, ma la vera grande impresa è quella di far crescere emotivamente il bambino che era rimasto, il superare i traumi infantili, lo scoprire se stessi e le proprie origini. Solo così la sua immensa intelligenza potrà trovare un equilibrio, anche se Charlie scoprirà che Risultati immagini per fiori per algernondall’isolamento del ritardato è ora finito nell’isolamento del genio, perché le persone comuni evitano chi sentono superiore. Il ritardato che pensava di trovare la felicità e l’amicizia nell’intelligenza scoprirà di essersi ingannato, ma non potrà che essere affascinato dalle meraviglie della conoscenza. Il cervello umano, poi, è fragile e ha le sue regole. Una crescita accelerata comporta anche una fine accelerata. Charlie, che nella sua avventura era stato preceduto da alcune cavie animali, vedrà i primi sintomi di regressione nel topolino da laboratorio dalla mente potenziata Algernon, cui si è affezionato, comprendendo che quello del topolino è il suo stesso destino. Quando l’animaletto morirà, lo seppellirà e non cesserà mai di portare fiori sulla sua tomba e di cercare di conservare e coltivare quel poco di intelligenza che gli resta, sforzandosi di leggere, sebbene ormai non capisca più i libri, perché una cosa ricorda ancora: nei libri c’è il segreto della conoscenza.

Viva la fantascienza, quando è scritta così!

IL FORMARSI DELLA CONOSCENZA COMUNE

Quest’estate Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook) aveva consigliato la lettura di alcuni libri. Sebbene il personaggio sia importante, non ha molto a che fare con la letteratura o la saggistica, ma i titoli suggeriti erano tutti interessanti e me ne sono procurato alcuni. Tra questi c’era anche “Rational ritual”, che ho appena finito di leggere.

Rational ritual” del giovane Michael Suk-Young Chwe è un saggio che esplora il concetto di conoscenza comune, l’importanza del coordinamento delle informazioni per generare una conoscenza comune e le distorsioni che si creano quando questa è assente o manipolata, come nel caso della informazione politica o del razzismo, dove la percezione che altri la pensino in un certo modo induce le persone ad adattarsi alla nuova forma di pensiero, senza capire che quello che percepiscono come un pensiero maggioritario è in realtà ancora minoritario, ma tende a diventare maggioritario proprio per i meccanismi di errato coordinamento delle informazioni alla base della conoscenza comune. Viene allora da pensare all’uso dei sondaggi fatto dalle televisioni italiane durante il periodo berlusconiano. Non è necessario dare informazioni false o censurarne altre. È più utile far credere che tutti credano a certe cose, perché in molti comincino a credere a tali cose. All’apparenza la televisione si mostra neutrale, ma, di fatto, manipola la conoscenza comune, creandone una artificiale.

Michael Suk-Young Chwe

Il volume affronta il tema anche dal punto di vista marketing e delle campagne promozionali.

Tutto gira intorno al meccanismo io so che tu sai che io so e alla possibilità che questo si inceppi. L’autore spende varie pagine sull’esempio dell’autobus dove qualcuno è sveglio e qualcuno dorme.

Se io guardo qualcuno seduto davanti a me e lui mi guarda lui sai che io so che lui sa che io lo vedo e viceversa, ma cosa succede se uno dei due dorme? Il meccanismo salta.

Il testo è denso di ripetizioni e lo stesso concetto viene rigirato più volte come un tempo si faceva con un abito usato. Deve essere un vizio americano (l’autore sebbene sembri di origine asiatica ha studiato e pubblicato in America). Anche i documentari statunitensi che si vedono in televisione hanno il vizio di ripetere i concetti all’infinito. L’impressione è che prendano i lettori per deficienti o che l’autore si senta molto più intelligente degli altri e quindi debba rivolgersi al pubblico come se fosse formato da bambini. Anche i bambini però si stufano, se uno ripete sempre le stesse cose! L’altra ipotesi che verrebbe da formulare guardando tali documentari è che il quoziente intellettuale d’oltreoceano possa essere davvero parecchio più basso di quello di un italiano medio! Scherzo. Ovviamente credo sia solo un problema di livello di attenzione. Danno per scontato che nessuno si concentri nella visione o (talora) nella lettura. Sono programmi fatti per gente che ne vede solo un breve pezzo e poi cambia canale o che si collega a trasmissione già iniziata. Anche questo però non mi pare un buon indice del livello intellettuale.

Visto chi suggeriva questo saggio, speravo in un testo più innovativo, ma non mi ha dato molto. Spero di rifarmi con gli altri titoli suggeriti.

 

Questo è il primo libro in inglese che leggo usando il TTS (Text-To-Speech). Ormai leggo soprattutto con il sintetizzatore vocale, ma sempre in italiano. Alcuni trovano difficile concentrarsi leggendo con il TTS, percui (conoscenza comune!) temevo che leggere in un’altra lingua avrebbe potuto comportare una certa difficoltà e, soprattutto, mi avrebbe reso difficile avere la medesima concentrazione che riesco ad avere con un testo italiano, ma devo dire che l’esperienza di è rivelata abbastanza positiva e intendo ripeterla. La pronuncia del sintetizzatore vocale inglese mi parrebbe buona, almeno e forse più di quella del lettore italiano e la lettura (più correttamente “ascolto”) di testi inglesi si è rivelata anche un buon esercizio per la pronuncia inglese.

Nello specifico, dato che, come scrivevo, questo saggio presenta numerose ripetizioni questo ne rende più facile la comprensione anche con un simile strumento e in una lingua straniera, mentre l’uso del sintetizzatore vocale su questo saggio dà dei problemi per la presenza di numerosi grafici, tabelle e illustrazioni. Il prossimo testo inglese che leggero con TTS sarà un romanzo e spero che la lettura possa essere ancora più fluida. Ho già iniziato “The Martian” di Weir.

LA CHIAMATA DEL QUARTO: LA SCHIZOFRENIA E IL SUO OPPOSTO

Risultati immagini per stephen king Terre desolateIl ciclo della Torre Nera di Stephen King è qualcosa di complesso e quindi difficilmente definibile. Il primo volume (“L’Ultimo Cavaliere”), conservava toni da western e faceva quasi pensare che ne fosse solo una versione un po’ futuribile, eppure già lì c’erano tutti gli elementi per farci capire quanto fosse rilevante la componente fantascientifica. Pensate anche solo all’incipit della serie: “L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì. Il deserto era l’apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni.” In quella singola parola “parsec” c’è già la promessa di tutta la magia fantascientifica che seguirà. Già “L’Ultimo Cavaliere” ci parla di viaggi nel tempo, viaggi tutt’altro che lineari ed elementari, il secondo volume (“La chiamata dei tre”) è incentrato su  questi. Ci sono delle porte (nel terzo volume si parlerà di “sinapsi temporali” e credo che queste porte potrebbero esserle, anche se King ancora non ce lo dice). Non sono solo banali aperture tra un “quando” e un altro, ma aperture attraverso le quali il Pistolero Roland riesce a entrare nella mente dei tre, alla ricerca di nuovi compagni per la sua avventura. Sinapsi appunto, come quelle della mente. Si parla molto della mente nel secondo volume e si continua a farlo nel terzo. Si capisce la centralità di questo argomento forse maggiormente leggendo “Terre desolate”, ma già nel volume precedente era un concetto evidente. I primi volumi de “La Torre Nera” sembrano quasi il risultato di uno studio sulla schizofrenia in tutte le sue forme e persino nel suo opposto.

Il primo chiamato è il tossico Eddie Dean, la sua è una schizofrenia artificiale, tra lo stato di lucidità e quello di allucinazione, la seconda chiamata è una vera schizofrenica, Detta-Odetta Holmes, con due personalità che si combattono tra di loro. Roland Deschain di Gilead guarisce entrambi. Anche lui però è in qualche modo schizofrenico, alla rovescia (forse per questo è la cura per gli altri due). Quando abbandona il proprio corpo sulla spiaggia infestata di aramostre e entra nei corpi dei suoi ospiti è una mente sola con due corpi!

Nel terzo volume “Terre desolate” ritroviamo il ragazzino Jake Chambers che Roland aveva lasciato cadere e morire nel primo volume. In realtà non è morto ma si è sdoppiato. Una metà vive nel tempo di Roland e una nella New York in cui il ragazzino è nato e di questo Jake soffre. Anche Roland ne soffre e la sua sofferenza non è solo dovuta al rimpianto per averlo dovuto sacrificare in nome della ricerca della Torre Nera (questa storia è una grande Quest e Roland un cavaliere alla ricerca del suo particolare Santo Graal), ma anche alla necessità di consentire al bambino di ricongiungere la propria personalità e di farlo ricongiungere a Roland e agli altri due. Sarà lui il quarto del Ka-tet, di quel gruppo di unione psichico-spirituale costituita da Roland, Eddie e Susannah Dean (la schizofrenica Detta-Odetta ora guarita e riunita). Ne “La chiamata dei tre”, il terzo a essere chiamato è l’uomo che ha ferito due volta Detta-Odetta e fatto morire Jake. Anche lui è una sorta di schizofrenico, un serial-killer (o “serial-feritore”, se preferite) che si nasconde sotto i rispettabili panni di un uomo normale. Il destino per lui è la morte. Sarà Jake, non lui, a completare nel terzo volume il quartetto. Un altro ricongiungimento è tra Eddie e Susannah, che divengono marito e moglie, nella più ovvia delle ricongiunzioni di due anime gemelle, ma all’interno del ka-tet, come parte di un disegno più grande.

Cosa poi dire dell’altro grande schizofrenico del terzo episodio, il treno malandrino Blaine il mono? Oltre che pazzo ha una personalità divisa tra il Grande Blaine e il Piccolo Blaine. Perché poi è rosa se ha un’identità maschile, mentre la sua gemella, che ha lasciato morire, si chiama Patricia ma è azzurra? Nel terzo libro non si dice ma sorge il sospetto che in realtà il perfido Blaine sia la depressa Patricia e che il suo suicidio sia in realtà stato un “trenicidio”.

In “Terre desolate” l’ambientazione diventa decisamente fantascientifica, eppure gli elementi magici sono rilevanti, quasi a dirci che tra scienza e magia il confine è labile, è solo una questione di punti di vista, di conoscenza della realtà. In questo mondo di un lontanissimo futuro, la civiltà tecnologica è un ricordo perduto del passato, le cui vestigia talora riappaiono. Il mostro che custodisce l’accesso al Vettore, la strada per la Torre Nera, è un orso gigantesco che sopravvive da millenni, temuto dalla popolazione locale come un demone. Gli amici di Roland lo sconfiggeranno e uccideranno, scoprendo che è solo un cyborg con cervello positronico (e qui immagino che King debba ringraziare Isaac Asimov). Lo assistono piccoli mostri, che altro non sono che robot. La figura centrale del volume è un essere mostruoso che vive in una zona proibita e che si rivelerà essere un treno ipertecnologico, in grado di correre alla velocità del suono e dotato di un cervello folle degno di quello HAL 9000 che vediamo in “2001 odissea nello spazio”.

Con lui Roland e i suoi amici intraprenderanno un nuovo duello, ma non con le pistole, bensì a colpi di indovinelli, come se si trattasse di un’antica sfinge (non per nulla uno di quelli che gli pongono è proprio quello edipico).

Il volume finisce in modo improvviso e tronco, lasciando i nostri eroi a combattere con il treno folle. King ci spiega che vuole prendersi tempo per decidere come andare
avanti. Mi pare una scelta saggia, dato che è meglio fermarsi piuttosto che rovinare una buona storia, però poteva anche aspettare a trovare il seguito prima di pubblicare, no? Sono favorevole ai finali aperti, soprattuto in quella che è una serie, ma anche questi hanno le loro regole. Ci si sarebbe, insomma, aspettati che il duello si completasse e che il treno li depositasse, lasciandoli partire per nuove avventure, prima di scrivere la parola fine in fondo al libro, no?

Comunque, continua, a maggior ragione, la voglia di andare avanti, con questa bella e ricca storia (anche se non adoro gli indovinelli) e così ho già iniziato a leggere “La sfera del buio”. King ha fatto aspettare i suoi lettori dal 1991 (anno di pubblicazione di “Terre Desolate”) al 1997, anno dell’uscita del quarto volume. Il vantaggio di aver scoperto in ritardo questa storia e questo autore è nel dover aspettare!

Leggi anche:

– Il western fantasy di King – L’ultimo Cavaliere (La Torre Nera) – Stephen King

La chiamata del libro – La chiamata dei tre (La Torre Nera) – Stephen King

– La bambina che sconfisse la natura – La bambina che amava Tom Gordon – Stephen King

– King for President of Ucronia – 22/11/’63 – Stephen King

– IT: un mostro lovecraftiano emerso da arcani abissi spazio-temporali – IT – Stephen King

– The Second King – Le notti di Salem – Stephen King

– Tutto è kinghiano – Tutto è fatidico – Stephen King

COME LIBERARSI DAI BAMBOCCIONI

Paolo Crepet - I Figli non crescono più

Paolo Crepet – I Figli non crescono più

Alcuni mesi fa un personaggio politico definì (suscitando una certa polemica) i giovani italiani dei bamboccioni, in quanto stentano a liberarsi della dipendenza dalla famiglia.

Nel saggio “I figli non crescono più” il sociologo Paolo Crepet affronta il tema del distacco degli adolescenti dalla tutela/ oppressione della famiglia.

Nel suo libro si rivolge sia ai figli, che ai genitori. Più che un saggio organico e strutturato, il testo è una raccolta di pensieri, riflessioni e resoconti di esperienze professionali, ma nonostante ciò, è una lettura interessante e assai abbordabile per ogni tipo di lettore.

Mi ha stupito veder esaltato il modello di scuola a tempo pieno che ha scelto per il liceo mia figlia (scuola quanto mai rara, poco conosciuta e poco apprezzata dalla maggior parte degli italiani).

Tra le motivazioni cito “La scuola attuale, nella maggioranza dei casi, non dispone di tempo sufficiente e quindi tende a delegarne la necessaria estensione ad altre agenzie: famiglia, associazioni per attività sportive e creative ecc (…) Educare significa aiutare a crescere. Dunque, occorre che chiunque ricopra questo ruolo (…) pensi al tempo come a una dimensione obbligata per capire la complessità di chi sta crescendo”, “Chi potrebbe negare che pranzare assieme ai propri amici e compagni sia incomparabilmente più utile per la crescita di un adolescente che riscaldare a casa la cotoletta lasciata dalla mamma prima di andare a lavorare? La mensa scolastica è un laboratorio fondamentale per imparare a vivere” e “Naturalmente un tempo pieno scolastico corrisponde a una nuova responsabilità anche per le famiglie: chiudere le scuole il sabato implica la possibilità (ma anche la disponibilità) a esserci per un lungo week-end.

 

Paolo Crepet

Paolo Crepet

Centrale nel volume è il tema del lasciare il bambino/ adolescente libero di crescere in autonomia. Crepet mostra, come esempio, un bambino che impara a camminare e cerca di prendere un bicchiere. Il piccolo “si alza, cade e si rialza, per cadere di nuovo”. Ci dice poi Crepet: “Cosa fa infatti il cattivo educatore? Prende quel bicchiere e glielo porge”. Quale genitore non ha mai preso il bicchiere a suo figlio? Quanti di noi sanno resistere come la madre, citata nel libro, di Ray Charles, che osserva muta e sofferente, il bambino cieco sbattere contro le pareti disorientato, ma non fa nulla per aiutarlo? Quanti genitori di bamboccioni trentenni, quarantenni o magari cinquantenni, continuano a porgere loro un bicchiere che il figlio potrebbe prendere assai meglio di loro, solo per ribadire il proprio potere e il proprio controllo su degli adulti che avrebbero voluto eternamente fanciulli, in una sorta di sindrome di Peter Pan rovesciata? Quanti di noi continuano a ingerire in vite che non sono nostre, ma che continuiamo a sentire come parte di noi, di cui ci sentiamo responsabili?

A volte un genitore che cerca di essere troppo presente, che impone le sue idee, la sua presenza, la sua volontà è la causa di danni gravissimi nella mente e nel comportamento del figlio, che potrà liberarsi dello spettro della figura materna o paterna solo a costo di lunghe sessioni psicoanalitiche.

 

Singolare anche l’attenzione dedicata dall’autore alla creatività (“il creativo è mentalmente flessibile, dunque psicologicamente labile”). La gente comune associa alla creatività e al genio una mente forte e ben sviluppata. Troppo spesso è invece esattamente l’opposto. Il genio, spesso, è qualcuno molto debole su qualche altro versante, spesso psicologico o emotivo.

 

Firenze, 17/06/2012

Oltre il Giordano – La solitudine dei matematici

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Finalmente ci sono riuscito. Ho letto “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Un libro di cui avevo sentito parlare molto bene alla sua uscita e di cui mi era capitato di leggere commenti contrastanti anche se in prevalenza positivi in seguito. Si tratta del primo romanzo di un esordiente italiano piuttosto giovane, almeno rispetto a me, essendo nato nel 1982, quando io già stavo finendo il liceo.

È un romanzo il cui primo capitolo mi ha fatto subito pensare a quel piccolo capolavoro di Stephen King intitolato “La bambina che amava Tom Gordon”, con la piccola Alice persa tra le nevi montane. Solo che qualcosa da cui King ha tirato fuori un intero, emozionante romanzo, qui si esaurisce in sole nove pagine. Del resto sapevo già che il libro parlava d’altro e non del rapporto di una bambina con la montagna e la natura (peccato!).

Anche il secondo episodio potrebbe essere un buon incipit per una storia horror, con il bambino che “elimina” la sorella gemella deficiente. Ma Giordano decisamente non è King! Quella che ci regala è la storia di una “remotissima vicinanza” (come definivo il rapporto trai protagonisti di “Giovanna e l’angelo”, il cui tema, in fondo, è lo stesso), la storia di due “numeri primi gemelli” (come spiega Giordano sono due numeri primi separati tra loro solo da un altro numero, come il 17 e il 19, per intendersi), la storia di due persone che sembrano fatte per stare l’una con l’altro, ma che non riescono mai a colmare questa distanza che li separa.

Numeri primi

Numeri primi

È anche una storia sulla malattia dello spirito e della mente. Alice è decisamente anoressica  e Mattia, con la sua passione per i numeri sfiora l’autismo, ma il suo personaggio non raggiunge certo gli estremi – e il fascino – dei protagonisti di storie come “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, di “Rain man” o magari di “Oltre il giardino”.

Eppure qui la malattia non sembra raggiungere gli estremi, Mattia, tutto sommato, anche nonostante il suo masochismo (che lo porta a infliggersi tagli sulla pelle), riesce a confondersi e a sembrare normale, riesce a muoversi nell’ambiente circostante con una certa impacciata sicurezza (ma non fatelo guidare!). Alice non mangia e per non farsi scoprire fa strani acrobatismi con il tovagliolo (l’episodio del bagno che trabocca è un po’ scontato e ricorda troppi episodi simili, compreso un altro Peter Seller, come quello di “Holliwood Party”), eppure la sua malattia, a parte uno svenimento, non la porta agli estremi del danno e del dolore fisico estremo, la sua somatizzazione si limita all’estrema magrezza (non poi così eccessiva dato che più d’uno la trova “carina” o, all’inglese, “cute”). Messaggio forse non proprio politically correct, perché nasconde il vero orrore del suo stato.

La storia è trascinante e l’ho letta molto più in fretta di quanto pensassi o volessi, perché ti spinge ad andare avanti. La mancanza di lieto fine è un’innegabile pregio, che dimostra in questo autore un certo coraggio anticonformista che fa ben sperare per lui, soprattutto vista la sua giovane età. Fa ben  sperare, perché forse il maggior difetto di questo libro è proprio l’opposto, quello cioè di narrare una storia tutto sommato abbastanza comune: la difficoltà di dichiarare i propri sentimenti, il proprio amore, caratteristica centrale di tutti i romanzi adolescenziali alla Meyer o alla Moccia, tanto per citare due autori di moda.

Oltre il Giardino - Peter Sellers

Oltre il Giardino – Peter Sellers

Il rischio che rimane è quello di un sequel in cui i due si ritrovano e si sposano! Speriamo che Giordano non si lasci tentare. Forse questo accrescerebbe la sua fama, ma lo spingerebbe verso un gruppo di autori assai poco interessanti.

Se avessi avuto la fortuna di leggere “La solitudine dei numeri primi” appena uscito, se non fosse stato edito da Mondadori e non fosse stato già un bestseller, l’avrei magari osannato come il libro di un autore di grande potenziale e tutto da scoprire.

A farmelo piacere c’è poi un altro dei miei tarli fissi: il concetto che basti un attimo per cambiare la vita o la Storia (come nell’ucronia). Qui le esistenze dei due protagonisti prendono la direzione di cui leggiamo per una piccola scelta della loro infanzia, all’apparenza inconsistente. Ma ogni decisione porta delle conseguenze.

Di solito da un bestseller mi aspetto di più (spesso vengo deluso; è più facile avere grandi sorprese da autori sconosciuti, come mi è capitato con Laura Costantini, Loredana Falcone, Alessandra Libutti, Paolo Ciampi, Alessandro Bastasi e non pochi altri), ma in fondo il successo non è una colpa, dunque non mi porrò nelle fila dei detrattori di questo libro. Aspetto solo di leggere ancora qualcosa di Giordano, per capire in che direzione vada.

Firenze, 30/01/2011

Paolo Giordano

Paolo Giordano

LA FILOSOFIA DI LOST

Simone Regazzoni - La filosofia di Lost"Lost” è un film per la televisione (definizione riduttiva, ma come definirlo altrimenti? Non certo solo “telefilm”)  davvero affascinante. Essendo però un film con una sua epica unitarietà non si dovrebbe assolutamente vederne solo qualche episodio qua e là, come a qualcuno certo sarà capitato.

Per poter capire che dietro “Lost” c’è una filosofia, come ci spiega il Prof. Simone Regazzoni (docente dell’Università Cattolica di Milano e filosofo dei media) nel suo saggio “La filosofia di Lost” edito da Ponte alle Grazie, occorre fare come lui e vederne almeno quattro stagioni (io quando ho letto il saggio avevoe scritto questo articolo avevo visto le prime cinque).
Ci si potrà allora rendere conto che “Lost” non solo è un prodotto che avrà il suo peso sulla letteratura in senso lato (e il buon cinema è letteratura) per il suo uso dei punti di vista, dei salti temporali (flashback, flashforward e non solo), delle ambientazioni e della trama in continua coerente reinvenzione, ma anche un raro esempio di fiction televisiva che, senza parlare espresssamente di filosofi o di filosofia, in reltà offre al telespettatore ampi spaccati di diverse filosofie e approcci culturali all’essere.

A renderlo un’opera filosofica non è certo il fatto (ne è semmai un indizio) che ci siano personaggi che si chiamano Rousseau, Hume, Locke, Bentham (come gli omonimi filosofi) o Faraday e Hawking (come i fisici), ma che ponga continui interrogativi su cosa sia l’Isola, sul perché i naufraghi e gli Altri si trovino lì, su cosa debbano fare e perché, su quale organizzazione debbano darsi. E sempre presente è la contrapposizione tra Fede e Ragione, tra Sogno e Realtà, tra Fisica e Religione.

All’inizio si pensa di avere solo a che fare con un gruppo di Robinson Crusoe, quali tanti ce ne hanno regalati letteratura e cinema, ma poi si capisce che la forza della storia è nell’offrirci, con i flashback, una ricostruzione dei personaggi e siamo già dalle parti di Dante Alighieri e della legge del contrappasso. Come dei dannati infernali alla rovescia, i Sopravvissuti vivono la negazione della propria vita (nel bene e nel male): l’invalido che torna a camminare, il fortuanto sfortunato, la ragazza che voleva abortire che riscopre la maternità, lo spacciatore che diventa prete… A ciascuno sembra sia stata data una nuova chance, una nuova possibilità per ricominciare, per rifarsi una vita.”Siamo tutti morti tre giorni fa. Dobbiamo rocominciare da capo” dice Jack a Kate nell’episodio 3 della Stagione I (come ricordato a pag. 42 del libro).
Protagonisti di Lost
E allora ci si chiede se quando l’aereo è precipitato i passeggeri non siano tutti morti e vivano ora in una sorta di Limbo, in cui i misteriosi Altri sono angeli o demoni. Poi vediamo il loro aereo in TV e scopriamo che nessuno si è salvato. Ma non finisce lì: si è trattato tutto di un trucco. Davvero?
Insomma dove comincia la realtà e dove la finzione? Non è questo un interrogativo filosofico? Cos’è la realtà? È vero ciò che percepisco con i miei sensi o i miei sensi sono illusori?
Cos’è dunque l’Isola? È inferno, limbo, paradiso o, addirittura, Dio stesso? Perché l’Isola ha una propria volontà. O no?
E il mondo? L’Isola è il Mondo? C’è un Altro Mondo oltre l’Isola o è solo illusione dei Sopravvissuti?
E la Morte? L’Isola sconfigge la Malattia (non sempre) ma porta la Morte e a volte l’allontana. Nascita e Morte sono particolarmente vicine: le donne incinta non sopravvivono, i bambini non possono nascere.
E i naufraghi si interrogano sul senso della Morte e della Vita.
Di cosa ci parla Regazzoni nel suo libro? Penso che un elenco dei capitoli possa dare una traccia:

  • Tutti gli uomini sono filosofi.Lost
  • Che cos’è un’isola?
  • Il deserto e il sacro.
  • Sopravvivere.
  • Lutto e gravidanza.
  • L’Illusione del mondo esterno.
  • Punti di vista sul mondo perduto.
  • Tutto è relativo.
  • L’enigma della verità.
  • La società invisibile
  • La tortura della verità.
  • La verità della tortura.
  • Real life.
  • Superstites.
  • Il sentimento oceanico.
  • Comunità
  • La costante.

Firenze, 4/1/2010

Leggi anche:
Il tempo ucronico di Lost

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