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ULTIME TRACCE D’INCHIOSTRO

Risultati immagini per prime forme di scritturaNella mia vita di ultracinquantenne che ama scrivere, ho visto cambiare quest’attività e tutto ciò che gira attorno al mondo dei libri in modo così radicale, che ben poco di ciò che è avvenuto prima mi pare sia stato altrettanto rivoluzionario, se non le tre invenzioni fondamentali della storia della scrivere:

  1. la scrittura;
  2. la scrittura fonetica;
  3. la stampa a caratteri mobili.

L’invenzione della scrittura non è stato un evento immediato, ma il frutto di una lunga evoluzione preceduta dalla comparsa di simboli e sembra sia avvenuta in Mesopotamia nel 3.400 avanti Cristo e, indipendentemente, in Mesoamerica nel 600 a.C., e forse altrettanto autonomamente in Egitto nel 3.200 a.C. e in Cina nel 1200 a.C.

Il fatto che la scrittura, come forse il linguaggio, sia nata indipendentemente o quasi in più luoghi, dimostra quanto questo sia un bisogno innato nell’uomo.

Il primo alfabeto noto è quello fenicio, che era, in origine, di tipo consonantico. L’alfabeto greco, derivato da quello fenicio, ha introdotto simboli per i suoni vocalici.

Johann Gutenberg stampa tra il 1448 e il 1454 a Magonza il primo libro con la tecnica della stampa a caratteri mobili. Altri stampatori in Europa, Risultati immagini per stampa a caratteri mobiliperò, in quegli anni si stavano già avvicinando alla tecnica.

L’uso dell’inchiostro e poi delle penne resero la scrittura assai più agevole.

La storia della scrittura comprende anche progressi ed evoluzioni nel campo dei supporti su cui scrivere (dalle tavolette d’argilla, ai papiri alla carta) e degli strumenti utilizzati per farlo, ma dai tempi di Gutenberg, l’evoluzione non ha subito altri salti paragonabili fino a pochi anni fa.

 

Che cosa sarebbe dunque avvenuto di così rivoluzionario in questi ultimi tempi?

Varie cose. Vorrei qui limitarmi a raccontare questo progresso in base alla mia esperienza personale, che penso possa dare un’idea di come cambiarono le cose nelle case italiane e di tutto il mondo, senza la pretesa di voler fare un’analisi storica. Quando ero bambino, negli anni ’60 del XX secolo, nessuno aveva in casa un computer. Ne usai per la prima volta uno alla fine del liceo e si trattava di un oggetto assai primitivo, il Sinclair XZ Spectrum, un microcomputer a 8 bit basato sul microprocessore Z80A, originariamente dotato di 16 kB di ROM contenenti il linguaggio BASIC, di 16 kB di RAM espandibili a 48 kB e di una caratteristica tastiera in lattice con 40 tasti multifunzione. La Sinclair Research Ltd iniziò a produrlo nel 1982: Risultati immagini per Sinclair ZX Spectrumavevo 18 anni! Altri amici avevano il Commodore 64 (più diffuso), un home computer della Commodore Business Machines Inc., commercializzato dal 1982 al 1993.

Per scrivere la tesi di laurea in casa avevo un PC a floppy disk e utilizzavo Wordstar, uno dei primi programmi di videoscrittura commerciali che, prodotto nel 1978 dalla MicroPro International Corporation, fu reso disponibile in ambiente MS-DOS solo nel 1982. Raggiunse un alto grado di diffusione nella prima metà degli anni ottanta, diventando uno dei più diffusi word processor dell’epoca. Era uno dei software che veniva insegnato anche all’università.

Fino ad allora scrivevo racconti e tentativi di romanzi su quaderni ad anelli, migliori di quelli a fogli fissi, perché quando dovevo correggere qualcosa potevo sostituire i fogli. Poi dovevo battere a macchina la versione finale, con una macchina da scrivere meccanica. Ne esistevano però già di elettriche, anche se il beneficio del loro uso era relativo.

Utilizzare un word processor fu ciò che mi permise di scrivere finalmente un romanzo. Potevo correggere agevolmente ciò che scrivevo. Scrivevo per Risultati immagini per prime macchine videoscritturastratificazioni successive, ovvero prima buttavo giù un testo semplice, poi lo integravo con vari passaggi successivi. Con un quaderno questo non era impossibile, ma molto più laborioso e richiedeva la riscrittura di intere parti. Con wordstar bastava usare il taglia e incolla e interi brani si potevano spostare prima e dopo. Il lavoro divenne più facile, ma anche la qualità dei testi migliorò, essendo possibili facili revisioni.

Wordstar era, però, un sistema poco agevole, per fare un semplice grassetto occorreva creare dei blocchi di parole e incasellarle tra caratteri speciali e così per tutto il resto.

Non era certo il primo programma di videoscrittura: Astrotype era del 1968. Quando comparve avevo quattro anni, ma non aveva certo una diffusione di massa. Solo pochi anni prima mia madre aveva frequentato corsi di dattilografia e stenografia! La stenografia ha ormai perso ogni utilità.

Nel 1983 la Microsoft creò Word e già eravamo un passo avanti come usabilità. Era più “user friendly”, come già si diceva. Ricordo che nel 1991, quando ero nell’esercito italiano, usavo delle macchine di videoscrittura simili a computer ma con all’interno solo un software per scrivere. Gli ufficiali davano lettere e rapporti scritti a mano alle segretarie e ai soldati di leva che li ricopiavano a macchina. Le macchine per la sola videoscrittura durarono poco. Poco dopo entrai a lavorare al Monte dei Paschi di Siena. All’Ufficio Marketing avevamo solo due computer in una dozzina di persone e, mi pare, un paio di macchine da scrivere! Oggi sarebbe impensabile.

Risultati immagini per Il colombo divergentePoter scrivere su un PC fu, insomma, un grande salto avanti, eppure internet non era ancora facilmente accessibile quando scrissi la prima edizione del mio romanzo “Il Colombo divergente” (pubblicato nel 2001). Il web era nato già negli anni sessanta, ma l’Italia ci si collegò (terzo Paese al mondo) solo il 30 aprile 1986. Fino al 1995, però, internet era una rete utilizzata soprattutto dalla comunità scientifica e dalle associazioni governative e amministrative. La diffusione di massa della rete iniziò con i primi mesi del Terzo Millennio. Lo usai per la prima volta in Ufficio quando ero in Direzione Generale a Siena attorno al 1996. Solo un paio di postazioni in ufficio ne erano dotate e se si voleva accedere si doveva chiedere al collega che usava abitualmente quel computer di spostarsi.

Il Colombo divergente” è un’ucronia, cioè un romanzo che immagina un diverso svolgimento della storia. Per scriverlo, nella seconda metà degli anni Novanta, ho dovuto cercare, a volte acquistare e leggere numerosi libri e testi vari per potermi documentare. Quando scrissi “Giovanna e l’angelo”, nei primi anni del Duemila, già avevo accesso in rete e ho potuto così integrare la documentazione cartacea su Giovanna d’Arco mediante informazioni raccolte nel web. Certo, allora, i motori di ricerca erano meno efficienti e le informazioni reperibili erano molte meno di adesso, ma fu di sicuro un grande vantaggio e mi evitò di cercare in librerie e biblioteche. Divenne più facile verificare anche piccoli dettagli. La certezza sulle informazioni prese in rete era minore di quella di testi cartacei, ma dovendo scrivere solo un romanzo di fantasia, per me le basi storiche dovevano essere solo una base di partenza e questo poteva bastare.

 

Insomma, videoscrittura e internet hanno del tutto cambiato il modo di scrivere in pochi anni. Eppure la rivoluzione non finisce qui, dato che, di norma, uno scrittore non si limita a scrivere per sé, ma vuole (se non deve) entrare in contatto con i lettori (almeno potenziali). Anche qui le cose sono cambiate molto, soprattutto, di nuovo grazie a internet, ma non solo.

Il Colombo divergente” nacque prima del mio accesso al web, ma grazie a questo. Al momento di trovare un editore, ero iscritto ad alcuni neonati siti di scrittura creativa, tra cui l’ancora esistente www.liberodiscrvere.it che prevedeva da parte degli utenti l’inserimento di brani che erano poi letti dagli altri frequentatori del sito e da questi votati. Anche l’editore poteva rilasciare dei voti. A un certo punto fecero una selezione on-line e il mio romanzo, assieme ad altri quattro, ottenne un buon punteggio e fu quindi scelto per la pubblicazione. Per farlo conoscere mi avvalsi sia del sito dell’editore, sia di altri siti web. Aprii allora il mio primo sito internet, la cui evoluzione è ora www.menzinger.it, anche se ho cambiato la piattaforma.

Il web era diventato uno spazio in cui lettori e scrittori si incontravano e scambiavano opinioni. Stavano nascendo le community. Ce n’erano già per ogni tipo di interesse. I siti di scrittura proliferarono e nacquero i blog. Il blog è un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma anti-cronologica (dal più recente al più lontano nel tempo). Era il 1997, l’anno in cui nacque mia figlia. A quanto leggo su wikipedia, il 18 luglio 1997, è stato scelto come data di nascita simbolica del blog, riferendosi allo sviluppo, da parte dello statunitense Dave Winer, del software che ne permette la pubblicazione. Il primo blog è stato effettivamente pubblicato il 23 dicembre dello stesso anno da Jorn Barger. I blog aprirono nuovi spazi per gli scrittori. Mi iscrissi alla piattaforma Splinder, dove c’era una community di scrittori e lettori molto attiva. Ci conobbi molti dei miei lettori e vari altri autori. Cominciai a scrivere sistematicamente recensioni dei libri che leggevo e a pubblicarle sul mio blog. Lo aprii il 20 novembre 2007, Risultati immagini per Parole nel webl’anno in cui pubblicai la seconda edizione de “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, “Ansia assassina”, “Parole nel web” e “Ucronie per il terzo millennio”. Il blog era anche uno strumento di promozione dei libri che pubblicavo, oltre che uno strumento per reclutare illustratori. Fu anche una delle basi che usai quando attivai il processo di revisione on-line dei testi, ma di questo parleremo un po’ più avanti. “Parole nel web” e “Ucronie per il terzo millennio” sono due volumi da me curati che riuniscono scritti anche di altri autori. Sono nati nel web e grazie al web. “Parole nel web” contiene scritti a quattro mani, realizzati per scambio di mail, in parte con gente conosciuta in community. “Ucronie per il terzo millennio” è un’antologia di 18 autore che ho trovato e reclutato tramite il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere.

I blog non furono uccisi da facebook e twitter, ma questi gli fecero molto male! La piattaforma Splinder, su cui avevo il mio blogLa legenda di Carlo Menzinger”, chiuse e il 20 dicembre 2011 dovetti traslocare su WordPress, ma la comunità si disperse. WordPress è una buona piattaforma, ma la sua comunità non ha più la vivacità dei primi tempi pioneristici. Il blog era uno spazio in cui si potevano esprimere pensieri in forma articolata e compiuta. I post avevano lunghezze di svariate righe (oltre a contenere immagini e video). Facebook ridusse terribilmente questi spazi. Era più veloce, raggiungeva più gente, era più invasivo, ma, per gli autori, secondo me, fu un peggioramento nettissimo, soprattutto perché svuotò i blog. Facebook è una community ma è più difficile individuarci dei gruppi di interesse comune, come si riusciva a fare bene con i blog. Twitter è peggio ancora. Un cicaleccio inconsistente, il diffondersi di messaggi troppo stringati per avere sostanza. Uso Facebook e sono su Twitter ma non lo uso più e rimpiango i tempi di Splinder!

Nel 2006 nacque aNobii, un bel portale di libri e lettori. Vi entrai quasi subito, aprendovi la mia Libreria virtuale. Era, innanzitutto, un sistema per catalogare i propri libri. Si rivelò un’ottima community per far conoscere i miei libri e incontrare lettori e altri autori.

 

Le rivoluzioni sono finite? Per nulla. Ancora non vi ho scritto dell’editoria, dei sistemi di pubblicazione.

Già ho accennato al fatto che il web è un sistema per la selezione degli autori da parte degli editori, mediante l’organizzazione di concorsi e simili iniziative e un modo per pubblicare brevi testi e farseli leggere senza l’intermediazione degli editori.

Con la nascita delle tecniche di print-on-demand, poi, gli editori si sono liberati dal vincolo del numero di copie. Divenne possibile pubblicare piccoli autori e stampare solo venti o trenta copie, magari anche una sola. Se c’era richiesta, l’editore stampava, se no non lo faceva e poteva così ridurre i costi. Fu così possibile a molti autori minori essere pubblicati. Questo, però, si è portato dietro che al piccolo editore non conveniva revisionare o promuovere il testo. Si limitava a pubblicarlo o magari a organizzare un paio di serate di presentazione. Tutta pubblicità anche per lui: magari tra il pubblico si annidava un altro autore in cerca di pubblicazione! Da lì il passo verso l’autopubblicazione fu breve. A che serviva un editore che era ormai solo uno stampatore?

Dopo aver pubblicato varie cose con Liberodiscrivere e altri editori, con il thriller “La bambina dei sogni” volli tentare la via dell’autopubblicazione.

Già con “Il Settimo Plenilunio” avevo reperito numerosi illustratori in rete che avevano trasformato il romanzo in quella che chiamai una “gallery novel”: 117 illustrazioni di 17 artisti diversi, tra pittori, disegnatori e fotografi.

Ne scelsi uno, Angelo Condello, e gli chiesi di farmi la copertina del romanzo. Poi mi inventai una cosa che volli chiamare “web-editing”: pubblicai “La bambina dei sogni” a puntate su www.liberodiscrive.it”, linkai i capitoli sul mio blog e condivisi le pagine del blog su facebook. Creai anche un gruppo apposito su aNobii. Il romanzo fu letto in anteprima da numerose decine di lettori. A tutti chiedevo di segnalarmi errori e refusi e come migliorare il libro.

Avevo ottenuto un editing non professionale ma consistente. Pubblicai nel 2013 con Lulu. Questo mi consentì di poter continuare a revisionare il testo anche dopo la prima pubblicazione. Visto che il libro era comunque già in rete, lo diffusi in copy-left, cioè gratuitamente e già che c’ero ne creai un e-book che distribuii in svariati formati, La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthaldall’epub, al mobi, al pdf ad altri. Il self-publishing era esploso intorno al 2009 con il lancio dei primi lettori di eBook di massa, il Kindle di Amazon e il Nook di Barnes&Noble. In Italia credo siano arrivati più tardi. IlMioLibro della Feltrinelli arriva nel 2011, Lulu poco prima e YouCanPrint poco dopo. Lulu è un sito internazionale che pubblica in sei lingue dal 2002.

Ripetei l’esperienza del self-publishing con “Jacopo Flammer nella terra dei suricati” (il sequel di “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale”), anche questo, come “Il Settimo Plenilunio” fu illustrato da vari artisti.

Ho parlato di e-book. L’e-book è l’altra grandissima rivoluzione di quest’epoca. Rende il libro leggero. In tutti i sensi. Per l’editore significa tagliare i costi di stampa e distribuzione e arrivare direttamente al lettore. Per l’autore significa la stessa cosa e in più poter avere un accesso ancora più facile alla pubblicazione. Per i lettori significa libri molto meno cari. A dir il vero, praticamente gratis, dato che molti sono ufficialmente distribuiti gratuitamente e tutti gli altri sono in circolazione in rete in copie pirata. Oggi, chi volesse violare le leggi del copyright, potrebbe trovare quasi qualunque libro in rete e scaricarlo senza pagare nulla di più del costo della connessione internet.

Questo ucciderà l’editoria o la rivitalizzerà? Certo lascerà delle vittime sul campo, ma io credo che si debba solo cambiare approccio. I libri non i devono più vendere. Si deve vendere la pubblicità che li accompagna. Non dovranno essere né i lettori, né gli editori, né tantomeno gli autori a pagare per la diffusione delle pubblicazioni gratuite. Questo sarà un nuovo mercato in cui ognuno potrà ricavarsi il suo spazio, semplicemente scaricando i costi (ormai assai ridotti) su chi voglia usare un dato libro come veicolo per il proprio messaggio commerciale (o di altra natura). Autori e editori (se ce ne sarà bisogno) potranno cercare sponsor su mercati appositi e vendere spazi promozionali nei propri libri. Probabilmente più che di editori in futuro potrà esserci bisogno di mediatori pubblicitari.

Gli e-book hanno portato anche un’altra rivoluzione, per ora ancora poco compresa e conosciuta che si chiama T.T.S., che per quanto riguarda la mia vita di lettore è stato qualcosa pari a imparare a leggere per la prima volta.

Leggere un e-book ha enormi vantaggi e proprio non capisco quelli che dicono che vogliono leggere solo su carta e che proprio non possono leggere su schermo.

Un e-reader può contenere, nelle dimensioni di un piccolissimo tascabile centinaia se non migliaia di libri. Più di quelli che si possono leggere in una vita. Io penso di poter essere considerato un forte lettore con i miei 50-70 libri letti ogni anno. In 50 anni sono solo 2.500-3.000. Potrebbero starmi tutti in tasca, dentro un e-reader. Non devo più caricarmi la valigia quando viaggio, non ho più bisogno di librerie sempre straboccanti e mai sufficienti.

Posso leggere un libro di mille pagine tenendo l’e-rader in mano (il volume con tante pagine sarebbe troppo pesante). Posso leggere quello che mi pare in pubblico, senza che nessuno Risultati immagini per PocketBook Touchpossa sbirciarmi la copertina!

Posso trovare in rete e ricevere quasi all’istante quasi ogni titolo. Posso creare quante copie voglio dei miei libri ed evitare di perderli e darli in prestito agli amici senza temere che non me li restituiscano.

Posso leggere mentre leggo, guido, vado in palestra, cucino o faccio altre simili attività poco impegnative. Leggi mentre guidi? Ma sei pazzo, direte voi. Certo che no. Quando guido non rispondo neppure al cellulare! Posso però leggere con il TTS, con il Text-To-Speech ovvero con un sintetizzatore vocale. Il mio lettore, PocketBook Touch, ne ha uno che legge qualsiasi formato e nelle principali lingue. Trasforma qualunque testo in parole. Se non avessi il TTS dei 50-70 libri che leggo in un anno potrei leggerne al massimo una dozzina. Ascoltare un libro mentre si fanno altre cose, richiede una certa attenzione e questo, secondo me, è un bene perché aiuta il cervello a tenersi agile e attento. Adoro il TTS e non saprei più vivere senza. Purtroppo gli apparecchi che lo hanno sono pochissimi e temo che, se il mercato continuerà a ignorarli, potrebbero sparire, nonostante i progressi dell’intelligenza artificiale in altri campi. Certo ci sono anche gli audiolibri, ma non sono la stessa cosa, innanzitutto perché sono molti meno. Di solito non ci sono saggi in audiolibro. Con il TTS, invece si può leggere davvero tutto, per genere e formato, dal rtf, al word, all’epub, al mobi.

In conclusione, in questo mezzo secolo ho visto la nascita di:

  • personal computer;
  • videoscrittura;
  • internet;
  • siti di scrittura creativa;
  • blog;
  • print-on-demand;
  • self-publishing;
  • facebook;
  • e-book;
  • sintesi vocale (Text-To-Speech).

Vi sembra poco? A me no. A pare che sia cambiato il mondo intero. Il libro, il simbolo del nostro essere umani, il simbolo della storia (che, per convenzione, ha inizio con la nascita della scrittura), non è morto, ma è cambiato. Ha cambiato forma e modi di lettura. L’inchiostro e la carta stanno morendo. Ce ne dispiace, ma non troppo. Il nuovo è promettente. Ci guardiamo attorno con un po’ di nostalgia e cerchiamo le ultime tracce di inchiostro, poi alziamo gli occhi e guardiamo verso il futuro e, almeno per quanto riguarda i libri, ci pare di poter sorridere.

LA DISILLUSIONE DI UNA NUOVA EPOCA DI PROGRESSO

Vita di Galileo” di Bertolt Brecht ci parla della difficoltà di affermazione della verità nei confronti dei pregiudizi, soprattutto se questi si basano sul potere costituito e se questo si avvale della forza irrazionale della fede.

In quest’opera teatrale assistiamo alle scoperte di Galileo Galilei, che confermano le teorie copernicane sul moto dei pianeti e sulla centralità (nel sistema solare) del Sole, in luogo della Terra, come sostenuto dal sistema tolemaico, sostenuto dalla Chiesa e alla sua abiura di tali scoperte per aver salva la vita. Ne consegue per lui la possibilità di continuare, più o meno segretamente, i propri studi, e per il mondo e la scienza una grande delusione e disillusione. Galileo, anche avendo scritto in volgare anziché in latino, aveva creato un gran coinvolgimento popolare. La sua abiura arresta il processo di liberazione sociale che, indirettamente, aveva innescato e toglie coraggio ad altri scienziati (si cita Cartesio) per proseguire nei propri studi.

Brecht, insomma, mette in evidenza l’importanza sociale delle scoperte galileane più che quella scientifica. Galileo ci appare come figura umana, viva e vivace, circondata da personaggi concreti come la domestica Sarti, il figlio di lei Andrea, che diverrà egli stesso astronomo, l’ingenua figlia dello scienziato, Virginia. Galileo si fa prendere dall’entusiasmo per le sue scoperte, ama le piccole cose della vita, il mangiare, il bere, sa andare oltre le convenzioni sociali pur di sostenere le proprie idee, mettendo persino a repentaglio il matrimonio della figlia, ma, infine, cede, e abiura. È un Galileo ben lontano dall’essere un eroe, non solo per la sua abiura, ma anche per il suo opportunismo, come quando spaccia per invenzione propria il telescopio, che aveva copiato da quanto raccontatogli dal futuro sposo della figlia, che ne aveva visti di simili ad Amsterdam.

Galileo dice, a sua scusa “l’ho perfezionato” e Ludovico replica, non senza ironia “Sì, Signore, l’ho visto. Gli avete fatto un fodero rosso. In Olanda era verde”.

Galileo è mostrato persino come un leccapiedi, che afferma “Uno come me, se vuole trovare un impiego appena decente, ha da strisciare come un verme”.

Quando l’allievo Andrea Sarti lo attacca per la sua abiura dicendo: “Sventurata la terra che non ha eroi!”, pragmaticamente Galileo risponde “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Emoziona l’entusiasmo per questo sapere la Terra non più al centro dell’universo, le reazioni di derisione, di meraviglia o di scandalo di chi ne sente parlare.

L’opera si conclude con le parole “siamo appena al principio” e davvero ancora oggi siamo ancora al principio, oggi che sappiamo che la nostra Terra si trova su braccio secondario di una dei miliardi di galassie, ruotando attorno a una dei miliardi di stelle di questa galassia, oggi che continuiamo a scoprire continuamente nuovi pianeti, esplorando come Galileo lo spazio con strumenti sempre più potenti, al punto di poter sospettare che nell’universo esistano miliardi di terre simili alla nostra, oggi che sappiamo quanto piccola sia la nostra Terra rispetto ad altri corpi celesti, al sistema solare, alla galassia, all’universo.

Bertolt Brecht

Eppure, siamo ancora al principio perché siamo ancora così sciocchi da credere che la razza umana sia importante nel “creato”, siamo così sciocchi da credere che tutto esista in funzione nostra, siamo così sciocchi da pensare che se davvero esiste un Dio onnipotente, possa curarsi davvero delle nostre esistenze insignificanti.

Siamo ancora al principio, perché molto, troppo, dobbiamo ancora scoprire. Siamo ancora al principio perché ancora ragioniamo come se fosse il tempo a scorrere e non noi a muoverci in esso. Siamo ancora al principio, perché la fisica quantistica ha ancora troppe incognite, perché non comprendiamo appieno la multidimensionalità dell’universo, perché ancora non abbiamo una vera teoria unificatrice che sappia anche spiegare il senso della vita. Siamo ancora al principio, perché non comprendiamo e non sappiamo se la vita sia un unicum della Terra o se sia la norma nell’universo. Siamo ancora al principio, perché ancora non abbiamo prove per confutare chi crede che l’intelligenza umana sia la sola nell’universo (ammesso che quelle degli altri animali non si possano considerare nostre pari).

Siamo ancora al principio, data, come dice il Galileo brechtiano “l’enorme quantità di problemi che restano da chiarire nel nostro tempo”.

L’opera di Brecht ci parla della difficoltà di opporsi al potere costituito, qualunque esso sia. Come dice Priuli, parlando con Galileo:

“A che scopo formulare nuove leggi sulla caduta dei gravi, là dove la sola legge che importa è quella di cadere in ginocchio?”

Galileo Galilei

Vita di Galileo” ci parla della speranza delusa di un’epoca nuova. Il suo tempo somiglia, dunque, tristemente al nostro, in cui ci eravamo illusi, nella seconda metà del XX secolo, che la tecnica, le grandi organizzazioni internazionali, le conquistate libertà, i neo-acquisiti diritti sociali, la fine delle grandi guerre, stessero aprendo nuove, grandi frontiere e che ora ci stiamo già arrendendo e siamo sull’orlo di un nuovo medioevo. Ci sono ancora forze che spingono avanti, verso le stelle indicate da Galileo, ma ci sono anche troppe forze oscure che ci spingono con insistenza nella tenebra da cui ci pareva di essere usciti.

La “Vita di Galileo” è un’opera teatrale, dunque, per sua natura, il testo si presenta particolarmente essenziale, essendo ridotto ai soli dialoghi, demandando alla rappresentazione e alla recitazione ciò che in un romanzo è espresso direttamente. La semplicità e l’immediatezza appaiono, in ogni caso, come uno dei massimi pregi di quest’opera, che, pur affrontando temi importanti quali il potere, la libertà, la scienza, la conoscenza, la dignità, riesce a mantenersi su un registro di lettura immediata e accessibile, in cui persino le teorie fisiche sono presentate con facilità e snellezza, anche grazie a personaggi molto concreti e diretti.

LA CINA E IL TRAUMA DEL PROGRESSO – IL XX SECOLO VISTO DAL MIGLIOR PREMIO NOBEL DEL XXI SECOLO.

 

Tra tutti i vincitori di un premio Nobel nel corso di questo millennio, forse quello che sto apprezzando maggiormente è il cinese Mo Yan, vincitore nel 2012.

Di sicuro lo considero molto al di sopra di Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice Munro, Patrick Modiano o persino della recentemente premiata Svetlana Aleksievic. Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con un Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

Di Mo Yan, sinora, ho letto “Il supplizio del legno di sandalo” (2001), “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti” (1986) e, ora, “Grande seno, fianchi larghi” (1996), cui, se devo attribuire un difetto, direi che, con le sue oltre 900 pagine è davvero lungo, ma, per come scorre e per quanto è ricco, non sarebbe giusto dire che sia troppo lungo. Solo un grande autore poteva creare un’opera così monumentale senza annoiare e restando sempre diretto, chiaro, leggibile e coinvolgente.

Essere leggibile e coinvolgente è la maggior dote di un autore. Per una volta è un pregio che appartiene a un nobel. Anche questo rende Mo Yan superiore agli altri.

Ne ho apprezzato, soprattutto, la vivacità descrittiva, l’abbondanza di immagini vivide ed efficaci, la ricchezza delle storie che si dipanano attorno alla trama principale, che altro non è se non la vita del protagonista, che attraversa gran parte del XX secolo, mostrandoci l’evoluzione della Cina, dal periodo pre-rivoluzionario a quello contemporaneo. Eccezionali sono anche molti dei personaggi, dal protagonista ad alcuni minori, come i fratelli muti. Ottima l’idea di chiamare spesso le sorelle con un numero ordinale. Ci parla, infatti, di una Sorella Maggiore, una Seconda Sorella, una Terza Sorella e così via. Trattandosi di nomi cinesi si sarebbe, infatti, fatto fatica a riconoscerle l’una dall’altra, ma forse sarebbe stato complesso, anche conoscendo la lingua, dato che ciascuna delle prime sette sorelle ha nomi che si somigliano per significato, dato che se una si chiama con una parola che vuol dire “aspettare il fratellino”, un’altra “evocare il fratellino”, un’altra “ottenere il fratellino” e altre simili varianti[1].

Ogni sorella apporta alla trama la propria vicenda, il proprio matrimonio con personaggi pittoreschi ma realistici.

La Storia, quella ufficiale, quella dei grandi nomi e grandi eventi, rimane in secondo piano, ma vediamo l’evolversi del mondo e della Cina attraverso le vicende di una regione (quella di Gaomi in cui è nato lo stesso Mo Yan), della famiglia Shangguan e, in particolare, del nono figlio, Jingtong, il più inatteso e vezzeggiato ma anche il più inetto dell’enorme progenie della vedova Shangguan Lu. Si passa così dalle invasioni tedesche e giapponesi all’avvento del comunismo e alla sua trasformazione. Si vede la Cina trasformarsi da impero feudale in potenza industriale, ma sempre sullo sfondo delle vicende di questo personaggio, che vediamo nascere, primo maschio tanto atteso, dopo ben sette sorelle, più un’ottava, sua gemella.

Mo Yan (in cinese: 莫言S, Mò YánP), pseudonimo di Guan Moye (管謨業T, 管谟业S, Guǎn MóyèP; Gaomi, 17 febbraio 1955) è uno scrittore e saggista cinese. È considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2012.

Assistiamo alle peripezie di sua madre (rimasta vedova subito dopo la sua nascita) per allevare così tanti bambini, cui presto si aggiungeranno anche i nipoti. Assistiamo ai matrimoni delle sorelle con i personaggi più disparati, ognuno di diversa appartenenza politica, così da permettere alla famiglia di cadere e risorgere più volte, al diverso soffiare della politica e della Storia.

Scopriremo poi come il presunto padre di una simile progenie fosse in realtà sterile e come la madre, per accontentare marito e suocera, sia andata a ricercare di volta in volta un nuovo padre nella speranza di generare alfine il tanto atteso maschio.

Ne viene fuori una carrellata di personaggi che, nell’insieme sembrano mostrarci le molteplici facce della Cina.

Se l’abbondanza di donne potrebbe far pensare a un’opera al femminile, tra tutti spicca per la sua particolarità il protagonista Jingtong, prima per il suo rifiuto di abbandonare il seno materno e accettare, persino da grande, altro cibo che non sia il latte, prima materno e poi caprino, poi per il lasciarsi andare alla sua malata passione per i seni, divenendo, grazie all’aiuto di un nipote, proprietario di un negozio e poi di una fabbrica di reggiseni. Attraverso di lui, Mo Yan ci lascia una singolare ode al seno femminile e al suo potere evocatore.

Mo Yan dunque ha l’abilità di dipingere una grande saga familiare dal sapore ottocentesco e con un numero di pagine non meno ottocentesco, ma con un piglio narrativo così visivo e intenso da ricordare piuttosto il cinema contemporaneo. La capacità che più colpisce è quella di sommergere il lettore con immagini dettagliate e vivaci, senza per questo essere superflue per la trama, ma costituendone anzi la sostanza.

Se “Il supplizio del legno di sandalo” era certo più crudo e violento, anche qui proviamo sensazioni forti, accanto ad altre poetiche e non manca qualche tocco magico, sebbene non si possa dire di essere dalle parti del soprannaturale, poiché la magia che ci offre questo poeta (tale è spesso Mo Yan, sebbene scriva in prosa) è quella del quotidiano e delle superstizioni popolari ed è tutta nelle menti dei personaggi.

Come ne “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”, anche qui Mo Yan ci parla della difficoltà di un popolo di contadini che si è visto proiettato nel giro di meno di un secolo dal medioevo nell’età moderna. La violenza che troviamo nelle sue opere nasce da qui, dal dolore di questo popolo plurimillenario e dal suo dolore per questa crescita inumana. La magia che ci regala è quella antica, quella dell’anima e della Storia, che il progresso sta violentando e uccidendo.

Non oserei dire che le sue siano opere di denuncia delle contraddizioni del progresso, ma ne sono certo una delle più eccelse testimonianze.

[1]  Aspettare il Fratellino – Laidi
Evocare il Fratellino – Zhaodi
Ottenere il Fratellino – Lingdi
Pensare al Fratellino – Xiangdi
Desiderare il Fratellino – Pandi
Sognare il Fratellino – Niandi
Implorare il Fratellino – Qiundi

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