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LA FISICA QUANTISTICA DI SCHOPENAUER

Con il “Saggio sulla visione degli spiriti”, Arthur Schopenauer volle rispondere ai “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” di Kant, con cui il filosofo tedesco negava, prendendosene gioco, la possibilità di parlare con gli spiriti dei defunti.

Il saggio di Schopenauer fa parte dei due volumi “Parerga” e “Paralipomena”, stesi tra il 1845 e il 1851.

Il filosofo polacco accetta da Kant che “il mondo quale ci appare sia un mondo di fenomeni, cioè si sensazioni e percezioni, che si presentano ai nostri sensi e alla nostra soggettività senza che noi possiamo realmente conoscerne l’intima esistenza, la cosa in sé, destinata a rimanere ignota al soggetto conoscente”, come scrive Leonardo Casini nell’introduzione.

Il polacco riduce a tre le categorie del tedesco, come strumenti dell’organizzazione della conoscenza: spazio e tempo (come categorie della sensazione) e causalità (come categoria dell’intelletto).

L’essenza più intima di ogni cosa (uomini, animali, piante ed esseri inanimati) per Schopenauer è la volontà. Tutto è, nella sua essenza, volontà. Viene allora in mente la fisica quantistica quando afferma che nel momento in cui una microparticella devia in una direzione si crea un universo, ma che questo esiste solo nel momento in cui viene osservato. Non è un po’ come se gli universi siano creati dall’espressione della volontà della microparticella?

Arthur Schopenauer

Per Schopenauer tutto è parte della Volontà Universale. Abbiamo allora da una parte il mondo come conoscenza teoretica, come rappresentazione del soggetto conoscente e come insieme di fenomeni e, dall’altra l’in sé del mondo, la sua essenza metafisica unica e universale, la Volontà. Vita e morte sono manifestazione della Volontà.

La morte non è, quindi, l’annullamento totale dell’uomo, ma del suo fenomeno spazio-temporale, perché la sua essenza torna a far parte della Volontà. Mi viene allora in mente, anche se sono due concetti non proprio uguali, quando Einstein, facendo le condoglianze per un amico morto, diceva che l’amico in realtà non era scomparso, continuava a esistere nel tempo in cui era vissuto, dato che il tempo non scorre, ma siamo noi a passarci attraverso. Il morto c’era ancora, ma in un tempo che ci siamo lasciati indietro.

Questa per Schopenauer è la spiegazione “idealistica” del mondo degli spiriti, mentre nega quella “spiritualistica”, fondata sull’apparizione delle anime agli organi sensoriali del conoscere.

Nell’universo einsteniano, potremmo, se ce ne fossero gli strumenti, allora quasi immaginare che se si riuscisse a proiettarci avanti nel tempo, potremmo comunicare con i nostri cari anche dopo morti.

Nell’universo di Schopenauer, i morti comunicano con i vivi tramite la Volontà universale di cui sono parte!

Per Schopenauer lo strumento per comunicare attraverso la Volontà è quello che chiama “organo del sogno”. Tale organo non mette in comunicazione il sognante con la realtà esterna, ma con il suo interno, con la Volontà, permettendo così non solo la visione degli spiriti, ma anche la chiaroveggenza, la magia e altri fenomeni.

Schopenauer, per sostenere tale tesi, indaga molto sul sonnambulismo, sui sogni profetici, sulla follia e attribuisce a taluni sonnambuli doti di chiaroveggenza. Il sonnambulismo, secondo lui, si baserebbe, infatti, su una diversa percezione, non sensoriale, dell’ambiente, percezione che può travalicare i limiti del tempo (e qui vedo ancora una somiglianza tra il tempo immoto della fisica moderna e la Volontà di Schopenauer).

Per il filosofo, nel sogno tutte le forze spirituali sono attive, tranne la memoria (come nella follia).

Il sogno sarebbe dunque la porta per i viaggi nel tempo?

GRANDI POTERI E GRANDI RESPONSABILITÀ

Stephen King è senz’altro uno dei migliori autori viventi, ma “La zona morta” (1979), sebbene sia stato il suo primo romanzo ad arrivare in cima alla vetta dei best seller e abbia ispirato un film di Cronenberg e una serie TV,  non è il suo miglior romanzo, sebbene, essendo stato scritto da lui, è comunque un buon libro, che riesce a emozionare e a coinvolgere. Mi pare, però, che parta un po’ a rilento e sembra quasi che l’autore abbia cominciato a scriverlo senza sapere bene dove volesse andare a parare, poi King si riprende e ricollega le parti della narrazione che all’inizio sembravano separate. Per esempio, nella prima parte mi chiedevo perché perdesse tanto tempo a parlarci di politici americani, ma le ultime pagine giustificano queste che parevano divagazioni gratuite. C’è anche qualche pagina sulla malattia di Johnny Smith, il protagonista, che mi è parsa troppo lunga.

Stephen King

La zona morta” sembra un po’ la bozza di prova di “22/11/’63” (2011). In questo  romanzo più recente, King ci mostra un viaggiatore nel tempo che dal futuro dei nostri giorni torna indietro negli anni ’60 del secolo scorso per cercare di sventare l’omicidio del presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy. Ne “La zona morta” il protagonista diventa un veggente e ha la visione di un politico locale che diventa presidente degli Stati Uniti, portando la nazione e il mondo alla rovina. Decide dunque di fermarlo prima che diventi troppo importante. Se in “22/11/’63” la soluzione era evitare un omicidio (magari commettendone un altro), qui sembra che il solo modo per evitare un dramma planetario sia un assassinio. Sicuramente anche questo romanzo, scritto negli anni ’70, risente dell’emozione che ha a lungo sconvolto l’America a seguito dell’omicidio di Dallas. Il romanzo più recente si presenta più “compatto” e concentrato sulla trama centrale, “La zona morta” si disperde in una serie di racconti di altre visioni di Smith, del suo tentativo di tornare a una vita normale dopo essere uscito dal coma, dei suoi rapporti con i genitori e la ragazza, che Johnny, risvegliandosi da 4 anni e mezzo di coma, ritrova sposata con un figlio. “La zona morta” ci parla, insomma, non della missione di John Smith, ma di lui, di come abbia vissuto l’incidente che l’ha portato a un sonno pluriennale e al risveglio con le sue doti di veggente amplificate, del suo tentativo di ricostruirsi una vita e dell’impossibilità di ciò, perché, come dice l’Uomo Ragno, “grandi poteri comportano grandi responsabilità”. Se Johnny sente l’arrivo di un incendio, non può non intervenire per salvare delle vite. Se sente l’arrivo di una catastrofe planetaria, non può restare con le mani in mano. Quella che King descrive è dunque la vita difficile e tormentata di chi, trovandosi inaspettatamente ad avere poteri più grandi di lui, fatica ad adattarsi alle responsabilità che ne conseguono. Un problema da supereroi, ma anche da gente normale con carriere sproporzionate ai meriti.

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