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IL NARRATORE DI RIFREDI IN FINALE AL PREMIO VEGETTI

A volte la vita ci sorprende portandoci riconoscimenti dove mai ce li saremmo aspettati.

Il Vegetti è un’importante premio per gli autori di fantascienza. Già l’anno scorso avevo avuto la fortuna di entrare nella finale per la sessione romanzi con il secondo volume della saga ucronica “Via da Sparta”, “Il regno del ragno”. Quest’anno avrei potuto collocarmi in finale con il terzo volume “La figlia del ragno” o magari con l’antologia di racconti distopici “Apocalissi fiorentine”. Ho anche pubblicato vari racconti di fantascienza che ritengo interessanti.

Non avrei mai pensato che potesse piazzarsi quello strano volume che ho intitolato “Il narratore di Rifredi” (Porto Seguro, 2019). Invece, oggi ho scoperto che finito in finale!

Devo dire, anzi, che non pensavo neppure di pubblicarlo. Ne avevo autoprodotto a fine 2018 una versione in self-publishing con Lulu. Questa poi è stata adocchiata dal mio editore Paolo Cammilli, che ha voluto a tutti i costi che lo pubblicassi con la sua Porto Seguro Editore. Evidentemente, aveva lo sguardo più lungo del mio, perché ieri ho scoperto che era entrato nella rosa dei finalisti.

Grazie a chi mi ha votato e grazie Paolo per avermi convinto.

Si è classificato nella categoria dei saggi. Si tratta, infatti, della biografia letteraria di Massimo Acciai Baggiani, un autore contemporaneo poco noto ma meritevole, fantasioso e prolifico, membro della World SF Italia (oltre che del GSF – Gruppo Scrittori Firenze) e autore di interessanti saggi, tra cui in particolare uno sulla comunicazione nella fantascienza e un altro sulle lingue inventate (in fantascienza e nella vita reale). Acciai è, infatti, conoscitore e docente di esperanto. Ha anche scritto opere di narrativa di fantascienza e fantasy, ma non solo, spaziando in altri generi, in particolare la narrativa “geografica”. Ha, per esempio, scritto interessanti volumi sul Mugello e il Casentino e sta per dare alle stampe uno sul Valdarno. Il suo grande amore rimane comunque la letteratura fantastica e persino alcune sue poesie hanno una chiave fantascientifica.

Vive a Rifredi, lo stesso quartiere di Firenze in cui vivo anche io e nelle sue opere non mancano i riferimenti a questo luogo, cui è molto legato, come ho testimoniato con il titolo.

Il volume raccoglie una panoramica su molte delle sue opere, un’intervista all’autore e alcuni racconti e poesie scritti sia da lui che da me sul quartiere di Rifredi. In particolare, un mio racconto lo vede protagonista di un’avventura fantascientifica in queste vie. Completano l’opera le testimonianze di numerosi autori che lo hanno conosciuto.

Il libro ricalca la struttura de “Il sognatore divergente” (Porto Seguro, 2018), finalista al Premio Vegetti 2019, opera scritta dallo stesso Acciai e vuole essere una sorta di ringraziamento per quanto vi ha scritto.

Grazie Massimo!

Qui tutti i finalisti.

Premio Vegetti per la fantascienza e il fantastico

Da domani si potrà votare per il Premio Vegetti.

Ho pubblicato varie cose che potrebbero concorrere, chissà se qualcuno mi vorrà segnalare:Associazione World SF Italia

– “La soluzione del problema” sul primo numero della rivista “ProspettiveIng” dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze dedicato al Complex Problem Solving;

– il racconto “Attimi evanescenti di pensiero critico” sul secondo numero della rivista “ProspettiveIng” dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze dedicato al “Critical Thinking”;

– Il racconto “La giusta paura” sulla rivista “L’Area di Broca” (Gazebo Libri);

– Il racconto “Protesi” sulla rivista “IF – Insolito & Fantastico” (Odoya), numero 23 dedicato a “Stephen King”;

– Il racconto “Corputer”, presente nel numero 22 “Corpo e Computer” della rivista “IF – Insolito & Fantastico” (Odoya);

– Il racconto “Lezioni di cratività” sul terzo numero della rivista “ProspettiveIng” dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze dedicato alla “Creativity“,

– Il racconto “Io è un altro. Nessun altro” nell’antologia “Nessun altro” (Giulio Perrone Editore, 2018)

Quale racconto consiglierei? “Lezioni di cretività“.

Intanto, auguri di buon 2020 a tutti e buon decennio.

Risultati immagini per buon anno

 

L’ATTRICE E IL BAMBINO SCOMPARSO SOTTO LA MONTAGNA DI SALE

Risultato immagini per la montagna di sale handke"

Torno a leggere un libro di Peter Handke, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2019, dopo la lettura de “Il grande evento”, che mi aveva lasciato un po’ perplesso, sebbene avessi invece molto amato il film “Il cielo sopra Berlino” di cui fu sceneggiatore.

Ho appena finito di leggere “La montagna di sale”, che mi ha convinto persino meno de “Il grande evento”. Il problema è il medesimo: non riesco (di sicuro è un problema mio) ad appassionarmi ai romanzi la cui trama sia troppo esile e in cui non ci sono eventi (nonostante l’enunciato del titolo).

Entrambi i romanzi sono di “osservazione”. Handke più che narrare qualcosa, ci mostra quel che il suo protagonista vede. Ne “La montagna di sale” l’ambientazione ha una sua originalità, dato che vi è descritta una comunità che vive attorno a una cava di sale (una delle ultime “miniere di sale a disposizione verticale”). Lavorare in questo luogo, cambia gli uomini:

E racconta ancora: «Ai tempi della costruzione della Torre di Babele, che avrebbe dovuto raggiungere il cielo, Dio, per punire un simile sacrilegio, confuse la lingua dei lavoratori addetti alla costruzione, così nessuno capì più la lingua del proprio vicino e la realizzazione della torre venne interrotta. Qui ho appurato in prima persona che quanto più in profondità si trovano le gallerie, tanto meglio e più chiaramente chi lavora e vive lì sotto capisce la lingua degli altri, anche se in superficie gli era più che estranea. Almeno provvisoriamente, provvisoriamente. Provvisoriamente, una bella parola, no?

Ci sarebbe persino un evento su cui costruire un romanzo, la scomparsa di un bambino, ma la vicenda non trova l’approfondimento che in altri tipi di romanzo ci saremmo aspettati e anche il ritrovamento è assai poco

Tutti contro il Nobel a Peter Handke - la Repubblica
Peter Handke

eclatante.

Semmai è occasione per riflessioni come questa, in cui, in poche righe si parla di vergogna, di anima, del rapporto con gli altri, in un flusso di pensiero che stupisce e confonde:

Oh voi bambini, introvabili, incastrati nei tubi di calcestruzzo. E voialtri: vergognatevi di vivere. Ma no, voi non vi vergognate, non riuscite più a vergognarvi. È il tempo dell’insolenza, del non-riuscire-più-a-vergognarsi. La vergogna non è sopravvissuta. Noi di adesso siamo i primi ad aver perso le nostre anime e non ne soffriamo affatto, al massimo siamo infastiditi. Fastidio del mondo! Ah, chi avrebbe pensato che il mondo potesse infastidirmi. Tutto il mio ridere e piangere non sono serviti a nulla: desolazione e siccità. Subito via da qui, via dall’Angolo Morto, verso il delta del Mekong, il delta del Niger. Oh, tutti i delta che non conosco. E cosa significa: ho perso la mia anima? Significa che non c’è più nessuna membrana tra me e l’altro. La membrana è lacerata. E cos’è allora l’altro, un tempo l’alfa e l’omega, per me? Rumore. Certo, c’è anche rumore piacevole. Rumore sano. Ma questo…».

Ed ecco il ritorno del bambino, che quasi pare una descrizione come le altre:

Poi fuori, dai campi, si sentì un gridio di corvi, stranamente tenero, quasi uno zufolare; la porta sul lato ovest della chiesa si aprì e nell’ingresso si videro due figure, quella di una donna e quella di un bambino. A parte il fatto che entrambi, da capo a piedi, erano completamente coperti di neve, non si riusciva a riconoscere nessun particolare. Soltanto in controluce, come semplice profilo apparve il bambino ritrovato, persino ora che la porta era stata richiusa, e d’altronde io non volevo affatto vederlo in modo diverso.”

Se neanche la riapparizione del bambino, la cui sparizione era “il grande evento” di questo libro, passa così leggera, sembra che Handke ci dica che nulla, in fondo, importa, che tutto si risolva in immagini e apparenza.

Handke dunque descrive questa comunità non mediante narrazioni o azioni particolari, ma piuttosto con una serie di piccoli quadri verbali, una serie di scorci, filtrati dagli occhi della protagonista, un’attrice, come attore era il protagonista de “Il grande evento”. Mi chiedo, allora quanto questo loro ruolo sia importante e simbolico.

Se ne “Il grande eventoHandke rimarcava la “tipizzazione” degli individui, forse questo suo individuare, senza una particolare connessione con il narrato, in personaggi del mondo dello spettacolo i propri protagonisti, forse vuol dire che viviamo ormai in un mondo in cui siamo tutti solo attori, che recitano la propria vita, piuttosto che viverla oppure che viviamo (in questo mondo di social network) sotto lo sguardo di tutti. Queste interpretazioni mi parrebbero, però, azzardate, giacché nulla nel loro agire ci fa pensare che sia metafora della recitazione. Non sono, per dire, “falsi”, né amano mettersi in mostra. Sarà allora solo una coincidenza o espressione di una qualche vicinanza di Handke al mondo degli attori. Non per nulla la sua carriera è iniziata scrivendo pezzi teatrali.

È un libro, insomma, che va goduto così, per le suggestioni delle immagini che ci lascia.

Ce ne sono alcune che fanno riflettere, come questa:

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Kali, montagna di sale in Germania

E d’altra parte talvolta mi basta soltanto vederlo, vederlo così innocente, appunto, e mi sento spinto a picchiare mio figlio, il mio discendente, e al tempo stesso ho paura di farlo. La sola consapevolezza che questo piccolo individuo, con una rosa di capelli dietro la testa, ne ha persino due di queste rose, con la bocca triste, gli occhi che brillano senza motivo, è mio figlio, sangue del mio sangue, mi spinge a sbatterlo a calci fuori dalla porta, se possibile nella peggior sozzura là fuori. E a pensarci non mi sento nemmeno la coscienza sporca: perché un giorno, in chiesa, la pastora ci ha letto un capitolo dell’Antico Testamento dove si dice grosso modo che il padre, anzi, qualunque padre deve tirar fuori il male dal figlio a suon di botte… non da una figlia, non da una bambina, solo da un bambino… ovvero prima che questo si manifesti, o almeno così l’ho capita io. Qualunque padre deve picchiare già in anticipo il figlio ancora incorrotto, ancora del tutto innocente, da mattina a sera, a ogni occasione, di punto in bianco, sistematicamente, come prevenzione: questo picchiare impedirebbe in seguito l’insinuarsi del male nel figlio; poiché una volta penetrato nell’uomo, il male non lo si può più estirpare.»

Buona scrittura, in conclusione, riflessiva e intensa, ma non coinvolgente, per i miei gusti.

Grazie ai lettori di Ansia assassina!

Ancora una volta mi sento in dovere di ringraziare quei lettori che dopo aver letto uno dei miei romanzi sono stati così gentili da pubblicare un loro commento o una recensione vera e propria.
Amicizia legame indissolubileAltri li avevo ringraziati qui, qui, qui, qui e qui e a tutti loro rinnovo i miei ringraziamenti.
 
I nuovi commenti sono talmente tanti che li dividerei in base al romanzo. In questo post citerei quelli di Ansia assassina, nei prossimi parleremo di "Giovanna e l’angelo" e de "Il Colombo divergente".
Colgo però l’occasione per ringraziare anche Miele2 e Giuliana Argenio che mi hanno fatto un gran piacere regalandomi il Premio Amicizia Legame Indissolubile.
Da quanto ho capito è un premio che va trasmesso ad altri, ma non a chi l’ha dato. Non c’è un limite al numero di destinatari. Sono ovviamente in imbarazzo nello scegliere ma lo trasmetto, tra gli amici di Splinder, a:
E a  tutti gli altri (che non me ne vogliano ma li citerò in un’altra occasione!)
 
ANSIA ASSASSINA
 
Comincerei con ricordare le generose parole di un’autrice che si sta facendo strada nel mondo del web, MP Black, che così commenta “Ansia assassina” su aNobii:
 
Una carambola di delitti ben giostrati dall’autore, che dimostra una notevole capacità di espressione, utilizzando una tecnica linguistica fresca, vivace, che rende il libro ancora più piacevole da leggere. Frasi rapide, immediate, che scandiscono una trama superba, dove nulla è lasciato al caso o dato per scontato. Una serie di delitti efferati collegati tra di loro da un filo unico, che porterà allo sconvolgente finale… un vero colpo da maestro. Complimenti all’autore, non è facile scrivere un thriller di questi livelli… Quattro stelle piene, ma, in effetti, anche cinque!!!
 
Sempre su aNobii, la bravissima autrice di “La morale di Pietra”, Monica Caira, che già aveva commentato “Giovanna e l’angelo”, così parla su aNobii e su IBS sempre di “Ansia assassina”:
 
Ansia assassina - seconda edizioneE’ uno stile diverso da quello più ricercato, studiato e a diversi strati di lettura cui Carlo Menzinger ci ha abituato. E’ un noir il cui titolo rappresenta un perfetto biglietto da visita, Ansia assassina.
Le pagine scorrono veloci, i termini sono diretti, i concetti arrivano dritti al cervello, nella loro crudezza.  Le morti si inseguono ad un ritmo che non può essere nel normale ordine delle cose, né può essere annoverato nella casualità, perché troppo serrato, ma diventa talmente incalzante da portarti alla certezza che non può neppure essere voluto, essere cioè il frutto della mente perversa di uno spietato killer, perché la dinamica dei vari accidenti è tale da non poter essere ragionevolmente ricondotta ad una sola mano.
Allora? Allora non si può far altro che andare avanti, come quando si è in fila per un evento eccezionale che ha richiamato un pubblico troppo numeroso, incanalato in un percorso obbligato. Ti senti una spinta invincibile che ti costringe ad un’unica direzione. Devi andare avanti e farlo in fretta perché il cervello continua ad elaborare ipotesi che si sgretolano man mano che si va avanti e, quindi, comincia ad avvilupparsi su se stesso e ti chiede conto di uno sforzo immane che non porta ad alcuna soluzione.
Allora dove mi sta conducendo Menzinger?
L’epilogo è sorprendente, inatteso, fuori dagli schemi, anche fuori dall’immaginario, quando la mente è così crudamente inzuppata nella più turpe delle sequenze quotidiane.
E’ una lettura che merita attenzione, è un giro sul filo della tensione per riflettere su un senso più alto della vita.
Ti passano per la mente il manicheismo (però non lo diciamo all’Autore), la carità cristiana e il primato dell’uomo…avrei anche detto "Egoismo letale".
Sei bravo Carlo, te l’aveva mai detto nessuno? ^_°
 
 
Rossella Drudi, una sceneggiatrici di successo e autrice di un bel thriller di cui ho parlato qui, che incidenteha letto il mio romanzo “Ansia assassina” e così ne ha parlato su Ditelo a me:
 
Ansia Assassina, il buon romanzo di Carlo Menzinger di Preussenthal si legge alla velocità della luce grazie allo scandire e al susseguirsi di tante piccole storie complete e non episodiche con un inizio e una fine. Se volessi descriverlo con taglio cinematografico lo definirei un insieme di corti ad episodi come quei bellissimi film in bianco e nero di una volta, inoltre, le piccole storie hanno tutte richiami demenziali con quel senso dell’humour inglese freddo, sadico e divertente che non guasta mai, anzi in alcuni casi fa riflettere su tutt’altre storie. All’inizio nello scorrere della lettura pensavo fosse un’esagerazione, tutte quelle morti e nei modi più improbabili, diventavano troppo esagerate anche nell’assurdo, attraverso dialoghi anche troppo espliciti si poteva capire con largo anticipo cosa sarebbe successo e come sarebbe finita al storia. Cosa che mi disturba molto perché non sopporto le telefonate in qualunque tipo di racconto, poi ho capito il senso e forse la volontà dell’autore, l’eccesso voluto era il soggetto principe del racconto stesso, dove l’importanza e l’interesse si spostava sul perché i fatti andavano in tale direzione e non sul come o sul chi. Da queste piccole storie si potrebbero realizzare dei cortometraggi o episodi in un unico film. La scrittura leggera e scorrevole di Menzinger si presta alla cinematografia, “visualizza” nello scrivere ogni minima cosa, particolare importante che in pochi adottano anche in sceneggiatura, esclusa me. Perdonatemi questo dualismo, ma sono una sceneggiatrice passata in sordina alla narrativa, inevitabile per me il confronto, visualizzo sempre ogni minimo dettaglio in scrittura e credo sia fondamentale farlo anche nella letteratura di genere. Termino segnalando “Ansia Assassina” ai produttori in cerca di romanzi da “usare” per trasformarli in film. Il giallo di Menzinger è un valido esempio di narrativa “scorrevole e immediata” per plot in stile e scrittura.
Non avevo mai scritto recensioni prima d’ora, sperando di non aver “vergato” astruse corbellerie, (letta la serietà e professionalità delle altre ) vi saluto sperando di avervi incuriosito alla lettura di: “Ansia Assassina, quando si afferma che l’ansia è dannosa assai.
Buona lettura.
 

Cupido assassinato

Una lettrice che si presenta su aNobii come 1949paperina così commenta “Ansia assassina” (su aNobii e e su IBS :
 
La prima cosa che mi viene in mente del libro di Carlo è spiazzante: in ogni senso. Leggi un capitolo, poi un altro, ti godi la scrittura molto piacevole (quella che adoro: frasi brevi, ogni tanto puntini sospensivi, il pensiero scandito da due o tre parole eppure estremamente incisivo), dopo un po’ pensi di aver capito "il metodo" e credi di poter anticipare cosa accadrà. Errore!!! Non voglio parlare della trama, toglierei in qualunque maniera lo facessi la sorpresa della lettura, della scoperta. Possiamo dire il genere giallo o noir? Mhmmm… Si può soltanto leggerlo, assaporarlo, senza volerlo ad ogni costo inserire in una categoria che non sia quella dei libri belli, ben scritti, da aver a portata di mano per rileggere ogni tanto. Bravissimo Carlo, grazie!
 
Sempre a proposito di “Ansia assassina” così ne parla Carla Casazza (alias Boskoop67), che già aveva letto e apprezzato “Giovanna e l’angelo”, su Carta e Calamaio, su aNobii su IBS e su Italian Bibliobloggers:
 
E’ sufficiente leggere  i primi periodi di Ansia Assassina di Carlo Menzinger per venire catturati da questo noir veloce, ritmato, notevolmente cruento, tanto da poter essere definito quasi pulp. Quasi, perché è molto marcato l’elemento di suspance, una tensione tangibile, densa, angosciosa, che accompagna il lettore fino all’ultima pagina. Che stupisce per un finale inaspettato, minimalista a confronto di tutto il resto della storia.
Un romanzo che si divora in due ore, per stomaci forti che riescano a reggere 17 morti violente e apparentemente immotivate. O meglio, originate da cause sempre molto banali e senza collegamento tra loro, ma che fanno pensare ad un folle deus ex machina, ad un serial killer animato da un’illogico movente che nessuno riesce ad individuare. Al di là della storia coinvolgente e ben scritta, l’autore non rinuncia ad alcuni passaggi che ne rivelano la sensibilità e la capacità di tratteggiare brevi istantanee di quotidiana poesia. come questo brano che descrive i lavavetri: "Tutti lì a togliere piccole gocce di nulla. Tutti lì a pretendere un goccio della nostra irraggiungibile e vicina opulenza di gente che arranca fino al ventisette del mese".
Grazie a tutte!
E già: siete tutte donne! Non pensavo di aver scritto un romanzo "femminile"!
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