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PER LA TERZA VOLTA IL PREMIO NOBEL A UN AUTORE DI UCRONIE

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Kazuo Ishiguro

Ebbene sì! Kazuo Ishiguro, l’autore anglo-giapponese della splendida distopia ucronicaNon lasciarmi” ha appena vinto il Premio Nobel per la Letteratura!

Ora bisogna che legga anche altre cose sue, ma mi basta “Non lasciarmi” per capire che, una volta tanto, il premio è stato ben assegnato. Ultimamente le scelte della giuria mi avevano, invece, lasciato alquanto perplesso.

Sono molto contento che il riconoscimento sia andato a un autore che ha scritto (anche) ucronie. Questo genere ancora così poco conosciuto, vanta ora ben tre frequentatori tra i premi nobel. Assieme a Ishiguro, si deve infatti ricordare lo statista inglese Winston Churchil, che scrisse alcune ucronie come “Se Hitler avesse vinto la guerra” e“Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg” (1931), e il genio portoghese José Saramago, autore, per esempio, de “Il vangelo secondo Gesù Cristo”.

Non lasciarmi” di Ishiguro, mi è particolarmente caro anche perché è una delle letture che ha ispirato la mia trilogia VIA DA SPARTA, di cui è appena uscito “Il sogno del ragno”, un’ucronia su un mondo moderno dominato da Sparta.

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TENTATIVI DI FANTASCIENZA DI UNA NOBEL TENTENNANTE

Risultati immagini per memorie di una sopravvissuta lessingAvevo già letto un romanzo di Doris Lessing, “Martha Quest”, e non ero rimasto entusiasta, ma avendo scoperto che quest’autrice, premiata con il Nobel nel 2007, aveva scritto anche fantascienza, ho voluto provare uno dei suoi libri che di solito sono catalogati in questo genere. Ho provato così a leggere “Memorie di una sopravvissuta” (1990). Amo la fantascienza, le storie di sopravvivenza e la buona scrittura, dunque, il romanzo si presentava con buone carte per piacermi, ma si è rivelato non essere nessuna di queste tre cose.

Non penso che basti descrivere un mondo futuro dalle caratteristiche distopiche per fare fantascienza. Non penso che basti parlare di un gruppo di persone che si arrabattano in un mondo degradato per avere una buona avventura di sopravvivenza. Soprattutto, non penso che questo libro sia un esempio di buona scrittura.

Se Doris Lessing, anziché una premio nobel, fosse stata un’esordiente, io il docente di un corso di scrittura creativa e lei fosse venuta da me portandomi questo romanzo, le avrei dovuto rispondere:

“Cara Doris, credo che tu abbia la stoffa per scrivere, ma ora prendi questo romanzo e ripuliscilo. Non indulgere in descrizioni generiche, ma mostra l’azione. Non raccontare, ma descrivi questo tuo mondo immaginario. Dovresti poi dare una bella potata al tuo libro, per renderlo più solido. Rileggilo e vedrai che l’hai riempito di aggettivi. Per ogni sostantivo ne metti quasi sempre almeno due e a volte di più. Spesso sono quasi sinonimi. Non servono tanti aggettivi, Doris! Concentrati sulla struttura del discorso: soggetto, verbo e complemento oggetto. La narrazione sta tutta lì. Gli aggettivi sono spesso inutili, gli avverbi anche più e indeboliscono la narrazione. Perché poi ripeti più volte lo stesso concetto, la stessa immagine, la stessa azione? L’hai già detto. Vedi, l’ho appena fatto anch’io. Era davvero necessario? Concetto, immagine e azione sono cose molto diverse, è vero, ma bastava che dicessi di non ripeterti. Avresti capito lo stesso, no? Non insultare il lettore. Il lettore è intelligente e capisce con una frase sola. Sta a te, autrice, trovare la frase perfetta e bruciante, quella che dice tutto in poche sillabe. È questa la professionalità di un autore. Un dilettante erra alla ricerca delle parole e delle espressioni migliori. Un professionista arriva dritto al punto. Un romanzo non è una lezione. Il maestro ripete. I narratori antichi ripetevano, ma avevano davanti ascoltatori, probabilmente distratti, di certo illetterati. Se il lettore, non ha capito, può rileggere. Se non capisce, probabilmente non hai saputo esprimerti. Il lettore non ha colpa. La colpa è sempre e solo dell’autore.”

Possibile che si debba esser costretti a dire cose simili a una donna premiata con il massimo riconoscimento nel mondo della letteratura? Possibile che a Stoccolma ultimamente premiano autori così?

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Doris Lessing

Memorie di una sopravvissuta” ha una trama esile ma interessante: uno sconosciuto si presenta a casa della protagonista e le lascia una bambina ormai quasi adolescente. La donna rimane solo con la piccola e la alleva. La bambina è accompagnata da uno strano brutto cane dal muso di gatto. Nella casa, poi, c’è un misterioso muro che non potrei che definire magico e che si “schiude” su altri mondi. Siamo in un futuro imprecisato, in un luogo imprecisato. La civiltà sta degradandosi sempre più. Alcune bande passano attraverso il territorio.

Fin qui tutto ottimo. Si direbbe una trama intrigante da cui potrebbe nascere una grande storia. Ma Doris Lessing non è Stephen King che ne avrebbe fatto un agghiacciante capolavoro. Doris Lessing la prende alla larga… molto alla larga. Racconta di questo mondo, ma non ne fa vedere quasi nulla. Ci sono i personaggi della storia, ma sono sospesi in una nuvola di indeterminazione. Vediamo la casa della protagonista e quel poco che le sta attorno. Poco.

Peccato.

Se leggendo un libro non riesco a smettere, questo per me è il miglior segnale che ho davanti qualcosa di buono. Se, però, mentre leggo, non vedo l’ora di arrivare in fondo, non perché sono curioso, ma perché vorrei farla finita e passare a leggere altro, siamo sulla buona strada per dire che quel libro è tutt’altro che buono. Se la tentazione è di mollare la lettura, allora è davvero pessimo.

A metà di “Memorie di una sopravvissuta”, ho cominciato a chiedermi che cosa avrei potuto leggere dopo e a pensare che stavo perdendo tempo, che avrei potuto dedicare a letture migliori! Se non altro, però, non sono stato tentato di interrompere la lettura.

Vorrei dare ancora una chance a quest’autrice e alla sua fantascienza, ma dopo queste prime due prove sono davvero scoraggiato.

Il volume è corredato da una postfazione di Oriana Palusci che ci spiega, tra molte altre cose, che questo è un esempio di fantascienza sociologica, che uno degli autori cui si è ispirata maggiormente è Ballard, che il mondo dietro al muro ricorda quello di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che “Memorie di una sopravvissuta” fa parte del primo dei tre periodi che caratterizzano l’esperienza fantascientifica della Lessing.

Per fortuna la fantascienza sociologica ha prodotto ben altri risultati. Persino i recenti telefilm “The walking dead” e “Wayward Pines” ci offrono assai migliori descrizioni di tentativi di riorganizzazione sociale in un mondo degradato. I bambini selvaggi della Lessing non hanno neanche un po’ della vivacità e concretezza dei bambini de “Il Signore delle mosche”, anche questo citato dalla Palusci, e scritto da un premio nobel di ben altro livello, qual è William Golding. Se questa Lessing mi ha deluso, forse, sarà proprio per il suo ispirarsi a Ballard che, tra gli autori di fantascienza mi è parso uno dei più fumosi (anche lui però l’ho letto poco).

Se il confronto della Palusci con Golding non tiene, regge ancora meno quello con quel capolavoro assoluto della letteratura mondiale che è “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dove sono le fantasie oniriche di Carroll e i suoi magici personaggi?

La considerazione che questo sia stato uno dei primi tentativi della Lessing di spostarsi verso la fantascienza, lascia una porta aperta alla speranza che con opere successive abbia poi effettivamente imparato a scrivere qualcosa di apprezzabile per gli amanti del genere.

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DOVE STA ANDANDO A FINIRE IL PREMIO NOBEL?

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Bob Dylan

Oggi, 13 Ottbre 2016, è stato assegnato al cantautore americano Bob Dylan il Premio Nobel per la Letteratura. La mia prima impressione a caldo è stata di sdegno e ho pensato che davvero stiano screditando questo premio.

Mi è sembrato quasi di essere Doc in “Ritorno al futuro” quando Marty gli dice che Ronald Reagan diventerà Presidente degli Stati Uniti d’America! Bob Dylan, nobel per la letteratura: non mi prendere in giro!

Senza nulla togliere ai canzonieri, forse dice bene Baricco che le canzoni non sono letteratura e dico io che Baricco, sebbene non in corsa, lo avrebbe meritato dieci volte più di Dylan. C’erano, comunque, candidati ben più autorevoli ancora non insigniti, basti pensare all’eterno candidato Murakami (della cui genialità ancora non capisco i limiti) o ad autori mai neppure presi in considerazione come il grandioso King o magari un Lansdale, un Roth (anche lui più volte candidato), un Eugenides o un JonassonEco, purtroppo, ci ha lasciato prima di poterlo vincere e non mi risulterebbe si possano dare assegnazioni postume. Tra i nomi circolati c’erano Don De Lillo, il siriano Adonis, il keniota Ngugi wa Thiong, Joyce Carol Oates, Richard Ford e il notevole Thomas Pynchon. Se si voleva dare un segnale di rottura e novità, perché non premiare qualche autore di genere, sdoganando finalmente, per esempio, la fantascienza, il fantasy, il thriller, il noir. Perché non premiare magari un Dan Simmons o una J.K. Rowling?

Non è certo la prima volte che il premio è assegnato ad autori deludenti, ma almeno erano scrittori! Certo, si può dire che un cantautore è anche un poeta e che anche nell’antichità musica e parole erano spesso abbinati. Insomma, la scelta si può giustificare, ma mi pare un inutile strizzare gli occhi al grande pubblico, quasi che sia il Nobel a cercare pubblicità piuttosto che essere un premio destinato a sostenere autori meritevoli. Anche in passato il nome del menestrello rock era apparso trai possibili papabili, ma l’ipotesi era stata liquidata dai più come un’idea balzana. Questa volta, invece, l’ha ottenuto! Se la letteratura si apre alla musica, possibile che il suo massimo rappresentante sia lui? Lasciando da parte i morti, forse che i Rolling Stones o i Beatles hanno fatto meno storia di lui? È autori più impegnati come i Genesis o i Pink Floyd? Toccherà a qualcuno di loro la prossima volta? Allora, dice bene Baricco che dovrebbero dare il Grammy Awards a qualche scrittore e, aggiungo io, il premio Oscar a un architetto.

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Dario Fo

Sebbene apprezzi sia Bob Dylan che l’appena scomparso Dario Fo per quello che hanno fatto, rispettivamente, nel campo della musica e del teatro, in entrambi i casi, l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura mi è parso fuori luogo. Fo, se non altro aveva il merito di aver inventato quella sorta di meta-lingua, fatta di suoini e assonanze e, comunque, il teatro da sempre è abbinato alla letteratura, pur essendo cosa diversa. I testi delle canzoni sono poesia? Forse sì. Anzi, a volte sono più poetici di certe “poesie” ufficiali, ma musica e letteratura sono arti diverse. Anche nei cantautori il testo non dovrebbe essere distinto dalla musica. Un premio a Dylan allarga gli orizzonti della definizione di letteratura. Sarà un bene? Diciamo che le etichette servono solo ai critici, dunque potremmo chiamare letteratura anche molte altre cose, se ci aggrada o se fa piacere ai giudici di Stoccolma.

Purtroppo, anche nel caso di veri scrittori, negli ultimi anni sono stati insigniti autori ben inferiori ad altri in circolazione. Un vero peccato per questo riconoscimento, che si sta trasformando quasi in un premio Oscar, che è un’altra cosa. Con questo non voglio criticare in nessun modo né Fo, né Dylan e con tristezza apprendo la scomparsa di questo grande guitto che da ragazzo ho molto amato.

Non ho certo letto tutti gli autori insigniti del Premio in passato e di alcuni ho letto solo poche cose, ma se ho amato alcuni di loro, altri mi hanno profondamente deluso. Mi pare incredibile che un Premio che è stato assegnato a nomi come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Neruda, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, SaramagoGrass e Solženicyn, possa essere riconosciuto anche a  Doris Lessing, Orhan PamukAlice MunroPatrick Modiano.

Di recente il solo nome valido, mi è parso Mo Yan.  Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

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Svetlana Aljaksandraŭna Aleksievič

Quanto a Svetlana Aleksievic mi pare che siamo di nuovo dalle parti del quesito su Fo e Dylan: cosa c’entra il giornalismo con la letteratura?

Insomma, le scelte sono due:

  1. Accettare l’autorevolezza del Comitato di Stoccolma e cercare di convincersi che i confini della letteratura ormai sono assai più ampi e comprendono il teatro istrionico di Fo, le canzoni di Dylan, i saggi dell’Aleksievic e, in futuro, chissà che cos’altro, magari anche i graffiti dei
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    Bob Dylan

    writers, il cinema o i video fatti con lo smartphone;

  2. Rendersi conto che questa giuria a volte si lascia condizionare da scelte poco comprensibili e che la portano a premiare talora autori minori che vorrebbe far conoscere, talora autentici artisti, talora personaggi il cui nome serve soprattutto al Premio per farsi notare dal pubblico.

Purtroppo, non so quale delle due soluzioni mi piaccia meno. Se in genere ho sempre creduto poco nella validità di qualsiasi premio artistico, spesso pilotati da esigenze e volontà economiche, per un po’ mi ero illuso che almeno il riconoscimento svedese fosse fuori da queste logiche e potesse rappresentare un faro per illuminare le nostre scelte di lettura. Ma serve illuminare un cantautore già ben noto a livello planetario? Non avremmo piuttosto bisogno di riflettori su autori minori, meritevoli ma privi del dovuto riconoscimento del pubblico?

 

LA CINA E IL TRAUMA DEL PROGRESSO – IL XX SECOLO VISTO DAL MIGLIOR PREMIO NOBEL DEL XXI SECOLO.

 

Tra tutti i vincitori di un premio Nobel nel corso di questo millennio, forse quello che sto apprezzando maggiormente è il cinese Mo Yan, vincitore nel 2012.

Di sicuro lo considero molto al di sopra di Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice Munro, Patrick Modiano o persino della recentemente premiata Svetlana Aleksievic. Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con un Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

Di Mo Yan, sinora, ho letto “Il supplizio del legno di sandalo” (2001), “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti” (1986) e, ora, “Grande seno, fianchi larghi” (1996), cui, se devo attribuire un difetto, direi che, con le sue oltre 900 pagine è davvero lungo, ma, per come scorre e per quanto è ricco, non sarebbe giusto dire che sia troppo lungo. Solo un grande autore poteva creare un’opera così monumentale senza annoiare e restando sempre diretto, chiaro, leggibile e coinvolgente.

Essere leggibile e coinvolgente è la maggior dote di un autore. Per una volta è un pregio che appartiene a un nobel. Anche questo rende Mo Yan superiore agli altri.

Ne ho apprezzato, soprattutto, la vivacità descrittiva, l’abbondanza di immagini vivide ed efficaci, la ricchezza delle storie che si dipanano attorno alla trama principale, che altro non è se non la vita del protagonista, che attraversa gran parte del XX secolo, mostrandoci l’evoluzione della Cina, dal periodo pre-rivoluzionario a quello contemporaneo. Eccezionali sono anche molti dei personaggi, dal protagonista ad alcuni minori, come i fratelli muti. Ottima l’idea di chiamare spesso le sorelle con un numero ordinale. Ci parla, infatti, di una Sorella Maggiore, una Seconda Sorella, una Terza Sorella e così via. Trattandosi di nomi cinesi si sarebbe, infatti, fatto fatica a riconoscerle l’una dall’altra, ma forse sarebbe stato complesso, anche conoscendo la lingua, dato che ciascuna delle prime sette sorelle ha nomi che si somigliano per significato, dato che se una si chiama con una parola che vuol dire “aspettare il fratellino”, un’altra “evocare il fratellino”, un’altra “ottenere il fratellino” e altre simili varianti[1].

Ogni sorella apporta alla trama la propria vicenda, il proprio matrimonio con personaggi pittoreschi ma realistici.

La Storia, quella ufficiale, quella dei grandi nomi e grandi eventi, rimane in secondo piano, ma vediamo l’evolversi del mondo e della Cina attraverso le vicende di una regione (quella di Gaomi in cui è nato lo stesso Mo Yan), della famiglia Shangguan e, in particolare, del nono figlio, Jingtong, il più inatteso e vezzeggiato ma anche il più inetto dell’enorme progenie della vedova Shangguan Lu. Si passa così dalle invasioni tedesche e giapponesi all’avvento del comunismo e alla sua trasformazione. Si vede la Cina trasformarsi da impero feudale in potenza industriale, ma sempre sullo sfondo delle vicende di questo personaggio, che vediamo nascere, primo maschio tanto atteso, dopo ben sette sorelle, più un’ottava, sua gemella.

Mo Yan (in cinese: 莫言S, Mò YánP), pseudonimo di Guan Moye (管謨業T, 管谟业S, Guǎn MóyèP; Gaomi, 17 febbraio 1955) è uno scrittore e saggista cinese. È considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2012.

Assistiamo alle peripezie di sua madre (rimasta vedova subito dopo la sua nascita) per allevare così tanti bambini, cui presto si aggiungeranno anche i nipoti. Assistiamo ai matrimoni delle sorelle con i personaggi più disparati, ognuno di diversa appartenenza politica, così da permettere alla famiglia di cadere e risorgere più volte, al diverso soffiare della politica e della Storia.

Scopriremo poi come il presunto padre di una simile progenie fosse in realtà sterile e come la madre, per accontentare marito e suocera, sia andata a ricercare di volta in volta un nuovo padre nella speranza di generare alfine il tanto atteso maschio.

Ne viene fuori una carrellata di personaggi che, nell’insieme sembrano mostrarci le molteplici facce della Cina.

Se l’abbondanza di donne potrebbe far pensare a un’opera al femminile, tra tutti spicca per la sua particolarità il protagonista Jingtong, prima per il suo rifiuto di abbandonare il seno materno e accettare, persino da grande, altro cibo che non sia il latte, prima materno e poi caprino, poi per il lasciarsi andare alla sua malata passione per i seni, divenendo, grazie all’aiuto di un nipote, proprietario di un negozio e poi di una fabbrica di reggiseni. Attraverso di lui, Mo Yan ci lascia una singolare ode al seno femminile e al suo potere evocatore.

Mo Yan dunque ha l’abilità di dipingere una grande saga familiare dal sapore ottocentesco e con un numero di pagine non meno ottocentesco, ma con un piglio narrativo così visivo e intenso da ricordare piuttosto il cinema contemporaneo. La capacità che più colpisce è quella di sommergere il lettore con immagini dettagliate e vivaci, senza per questo essere superflue per la trama, ma costituendone anzi la sostanza.

Se “Il supplizio del legno di sandalo” era certo più crudo e violento, anche qui proviamo sensazioni forti, accanto ad altre poetiche e non manca qualche tocco magico, sebbene non si possa dire di essere dalle parti del soprannaturale, poiché la magia che ci offre questo poeta (tale è spesso Mo Yan, sebbene scriva in prosa) è quella del quotidiano e delle superstizioni popolari ed è tutta nelle menti dei personaggi.

Come ne “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”, anche qui Mo Yan ci parla della difficoltà di un popolo di contadini che si è visto proiettato nel giro di meno di un secolo dal medioevo nell’età moderna. La violenza che troviamo nelle sue opere nasce da qui, dal dolore di questo popolo plurimillenario e dal suo dolore per questa crescita inumana. La magia che ci regala è quella antica, quella dell’anima e della Storia, che il progresso sta violentando e uccidendo.

Non oserei dire che le sue siano opere di denuncia delle contraddizioni del progresso, ma ne sono certo una delle più eccelse testimonianze.

[1]  Aspettare il Fratellino – Laidi
Evocare il Fratellino – Zhaodi
Ottenere il Fratellino – Lingdi
Pensare al Fratellino – Xiangdi
Desiderare il Fratellino – Pandi
Sognare il Fratellino – Niandi
Implorare il Fratellino – Qiundi

LA COSCIENZA DEGLI OGGETTI

A volte i premi nobel mi deludono, ma non José Saramago. La sua creatività, fantasia, eleganza e raffinatezza si colgono persino in un’opera minore come la piccola raccolta di racconti surreali “Oggetto quasi”.

Il primo racconto “Sedia” pare quasi un esercizio di stile. Saramago si dilunga per varie pagine nel descrivere la caduta di una sedia e nel farlo ci parla del legno con cui è fatta o avrebbe potuto essere fatta, dei tarli, della produzione delle sedie, ma soprattutto ci descrive, con un’ironia sottile la morte del dittatore Salazar.

Con “Embargo” siamo dalle parti della fantascienza surreale, quella senza una spiegazione scientifica, con un’auto che si muove da sola, trascinando con sé il conducente, imprigionato al suo interno, forse metafora del nostro essere prigionieri della tecnologia.

In “Riflusso” un sovrano decide di concentrare tutti i morti del regno, umani e animali, in un unico immenso cimitero circondato di alte mura. Poco per volta vi sorgono attorno quattro città, che rendono il cimitero meno raggiungibile e la gente riprende a seppellire i morti in giro per il regno, il cimitero e le quattro città decadono, a testimonianza che morte e vita non possono restare separate e che l’uomo non può dominare e piegare al suo volere le leggi della natura.

José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010) è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Cose” è una drammatica distopia. Descrive un mondo all’apparenza perfetto ma del tutto burocratizzato e diviso in tante classi quante sono le lettere dell’alfabeto, in cui, un giorno le cose, un po’ per volta cominciano a scomparire. In realtà, non scompaiono ma si trasformano in persone (o quasi). Il Governo reagisce stimolando la delazione (sebbene del tutto inutile, non essendo la situazione colpa di nessuno) e scatenando una guerra (altrettanto inutile, non essendoci alcun nemico), fino alla scomparsa dell’umanità e all’inizio di una nuova era, dominata dagli ex-oggetti.

Centauro”, con ironica seppur triste melanconia, ci mostra una di queste creature, sopravvissuta per millenni fino ai giorni d’oggi, con tutte le assurde difficoltà che derivano dal suo essere metà uomo e metà cavallo, a partire dalla scomodità per dormire fino alle pene d’amore, destino di tutti i meticci del mondo.

Rivincita” è un semplice doppio quadro di un ragazzo che vede castrare un maiale, quindi va al fiume, si spoglia e si dirige verso una ragazza che si sta spogliando dall’altro lato del fiume, una pittura in movimento fatta di parole e contrasti.

In questi racconti spesso incontriamo oggetti o cose inanimate che si ribellano alla loro funzione passiva e si attivano divenendo protagonisti e attori, nel senso di soggetti agenti, quasi  a volerci mostrare che tutti hanno una propria dignità e coscienza, non solo ogni essere umano, ogni animale, ma persino cose che crediamo inanimate (“senz’anima”), che invece si rivelano avere una propria coscienza e volontà.

La scrittura è intensa e ricca di riferimenti culturali, rendendo storie semplici (il caso esemplare è quello della sedia che casca) complesse descrizioni del mondo in cui viviamo e regalandoci implicazioni e connessioni degne di questo mondo interconnesso da infiniti link, che Saramago sembra già prefigurare nel suo modo di narrare in questa raccolta dell’ormai lontano 1978.

LE LETTERE NON SPEDITE DI UN BLOGGER ANZITEMPO: un altro nobel che non mi ha convinto

Leggo su Wikipedia che “Herzog è un romanzo di Saul Bellow, pubblicato nel 1964. È un romanzo a struttura epistolare, dove le lettere scritte dal protagonista costituiscono gran parte del testo.

Il romanzo ha vinto il National Book Award nel 1965. La rivista TIME ha incluso il romanzo nella lista dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005.” A questo si aggiunga che l’autore Saul Bellow, che ha da poco compiuto un secolo, (Lachine, 10 giugno 1915 – Brookline, 5 aprile 2005), scrittore ebraico canadese di origini russe naturalizzato statunitense fu insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1976 con la motivazione “Per la comprensione umana e la sottile analisi della cultura contemporanea che sono combinate nel suo lavoro“. Oltretutto l’edizione in cui l’ho letto è quella dedicata da La Repubblica ai classici del Novecento.

Di fronte a tali e tanti riconoscimenti, come si può dire che un simile libro non ci è piaciuto? In effetti, ci sono parti che ho apprezzato e letto con piacere, ma nel complesso mi ha abbastanza annoiato, sia per l’inserimento delle lunghe lettere che questa sorta di blogger anzitempo di nome Moses Elkanah Herzog scrive un po’ a tutto il mondo, da amici e parenti a personaggi illustri del suo tempo, sia per la trama, incentrata sulla vita quotidiana di un personaggio poco attraente. Se fosse vissuto oggi, il protagonista probabilmente si sarebbe sfogato aprendo un Blog che nessuno legge o tormentando i suoi amici di Facebook con post interminabili.

Saul Bellow è laureato in sociologia e antropologia e il suo protagonista è un professore di filosofia. Le infinite lettere non spedite sono dunque un espediente letterario per inserire riflessioni sociali nell’ambito di una trama principale che sostanzialmente descrive la vita di questo professore, due volte separato, con una figlia che non riesce a vedere, con pochi amici e molte turbe.

Il trucchetto delle lettere però non mi piace e mi disturba. Se già la trama base mi entusiasma poco (in un romanzo le miserie e tristezze del quotidiano non le vorrei trovare, se miseria e tristezza devono esserci che abbiano almeno qualcosa di epico!), vederla interrotta per narrare le vicende di personaggi secondari o per seguire le elucubrazioni di questo professore, mi crea un notevole disturbo.

Insomma, o si scrive un saggio di filosofia, sociologia o altro, oppure si scrive un romanzo! Non mi pare degno di un premio Nobel cercare di mescolare le cose. Questo non vuol dire che io non ami la mescolanza di generi narrativi (si veda in proposito quanto scrivo della grande capacità in tal senso di Stephen King), ma mescolare narrativa con ciò che non lo è non mi pare giusto nei confronti dei lettori.

Con tutto ciò, non voglio comunque dire che “Herzog” sia un romanzo illeggibile e che lo collocherei in fondo alla classifica, tra quelli che ho detestato, dato che comunque ci sono descrizioni di personaggi e di episodi di tutto pregio e questo va riconosciuto. Rimango però ancora una volta deluso dalla lettura di un Premio Nobel. Ormai la delusione è sempre minore, perché Bellow non è certo il primo insignito del riconoscimento a non avermi entusiasmato (vedi per esempio Pamuk, Lessing, Munro o Modiano). Ribadisco anche qui che questo avviene perché da autori considerati dei classici o insigniti di premi di grande importanza, mi aspetto sempre dei capolavori, eppure anche i Nobel scrivono cose che alcuni editori potrebbero rifiutarsi di pubblicare se gli fossero presentate da degli sconosciuti e questo mi amareggia. E dire che è un premio vinto da grandi autori come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, SaramagoGrass e, di recente (2012), da Mo Yan.

 

IL PERCORSO DISCONTINUO DELLA MUNRO

Il mese scorso la scrittrice canadese Alice Munro ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2013, in quanto considerata “la più grande maestra delle storie brevi contemporanee”, grazie ai suoi capolavori “Il sogno di mia madre”, “Nemico, amico, amante”, “In fuga”, “Il percorso dell’amore”, “La vista da Castle Rock”, “Segreti svelati”, “Le lune di Giove” o “Troppa felicità”.

Non avendo ancora mai letto niente di suo, ho voluto rimediare affrotando la raccolta Il percorso dell’amore”. Con questa silloge, Alice Munro ha vinto nel 1986, per la terza volta, il Governor General’s Award, il premio letterario canadese più importante.

Purtroppo raramente riesco a calarmi in un racconto, per quanto ben scritto, allo stesso modo come in un romanzo, forma letteraria che, pertanto, preferisco nettamente oltre, forse, a considerarla superiore ai racconti. Questi, per coinvolgermi, in genere, devono contenere un evento rilevante intorno a cui la storia si snoda, orientandosi verso un finale che in qualche modo mi sorprenda. Nei racconti apprezzo poi la brevità e l’andare dritti al punto. Questi sono criteri chiaramente personali, che evidenzio per far capire perché, pur avendo gradito questa lettura, non mi abbia entusiasmato.

Alice Munro (Wingham, 10 luglio 1931), scrittrice canadese, vincitrice del premio Nobel per la Letteratura nel 2013 e vincitrice per tre volte del Governor General’s Award, il più importante premio letterario canadese.

In questi racconti della Munro non mancano eventi di un certo effetto, per esempio un incidente con un fucile, una vecchia aggredita dagli hippies, una bambina che assiste al tentativo di suicidio della madre, l’omicidio-suicidio di una coppia di pensionati, eppure attorno a questi fatti focali la Munro ama disegnare tutto un mondo di dettagli, che spesso hanno poco a che fare con l’evento centrale. Qualcuno ha scritto che è un’autrice asciutta ed essenziale e che questo è uno dei suoi pregi. In un certo senso è vero: descrive i dettagli così, ma tante divagazioni non sono per me qualcosa che si possa definir tale. Se la Munro descrive davvero un mondo crudele e deprimente, allora cosa dovremmo dire di McCarthy? Tra l’altro, quest’anno il Nobel l’avrei dato a lui, piuttosto!

Si è detto che la sua bravura sta nel girare attorno alle storie, come, per esempio, in “Mucchio bianco”, uno dei racconti della raccolta, dove prima introduce i personaggi secondari come se fossero loro i protagonisti, poi si concentra sulla nonna Sophie (con l’episodio degli hippies che la lasciano nuda nel lago) e infine si spostandosi su Isabel. Sarà anche una prova di maestria narrativa, ma mi è parso un approccio romanzesco, e quindi improprio per un racconto. Se scrivi un racconto non puoi perderti, a mio avviso, in digressioni, flashback e storie parallele. Occorre restare concentrati e mirare a un epilogo mirabile.

In linea generale, forse proprio per questo uso dei personaggi e degli eventi secondari, i racconti di questa raccolta mi sono parsi troppo lunghi. Sebbene ne abbia apprezzato lo stile narrativo, la scrittura pulita e chiara e mi sia appassionato in alcuni momenti più intensi, il tutto mi è parso perdersi in descrizioni di vita quotidiana. Si può forse dire che è proprio questo l’intento dell’autrice: mostrarci come la vita di tutti i giorni possa celare in sé piccole avventure, paure, emozioni, quelle che rendono ogni vita piena e degna di essere ricordata. Eppure il quotidiano, proprio perché tale, difficilmente mi pare materia narrativa in grado di tenere desta la mia attenzione a lungo, sarà perché amo la letteratura fantastica e accetto il realismo solo nella misura in cui riesce comunque a emozionare.

 

Firenze, 23/11/2013

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