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TENTATIVI DI FANTASCIENZA DI UNA NOBEL TENTENNANTE

Risultati immagini per memorie di una sopravvissuta lessingAvevo già letto un romanzo di Doris Lessing, “Martha Quest”, e non ero rimasto entusiasta, ma avendo scoperto che quest’autrice, premiata con il Nobel nel 2007, aveva scritto anche fantascienza, ho voluto provare uno dei suoi libri che di solito sono catalogati in questo genere. Ho provato così a leggere “Memorie di una sopravvissuta” (1990). Amo la fantascienza, le storie di sopravvivenza e la buona scrittura, dunque, il romanzo si presentava con buone carte per piacermi, ma si è rivelato non essere nessuna di queste tre cose.

Non penso che basti descrivere un mondo futuro dalle caratteristiche distopiche per fare fantascienza. Non penso che basti parlare di un gruppo di persone che si arrabattano in un mondo degradato per avere una buona avventura di sopravvivenza. Soprattutto, non penso che questo libro sia un esempio di buona scrittura.

Se Doris Lessing, anziché una premio nobel, fosse stata un’esordiente, io il docente di un corso di scrittura creativa e lei fosse venuta da me portandomi questo romanzo, le avrei dovuto rispondere:

“Cara Doris, credo che tu abbia la stoffa per scrivere, ma ora prendi questo romanzo e ripuliscilo. Non indulgere in descrizioni generiche, ma mostra l’azione. Non raccontare, ma descrivi questo tuo mondo immaginario. Dovresti poi dare una bella potata al tuo libro, per renderlo più solido. Rileggilo e vedrai che l’hai riempito di aggettivi. Per ogni sostantivo ne metti quasi sempre almeno due e a volte di più. Spesso sono quasi sinonimi. Non servono tanti aggettivi, Doris! Concentrati sulla struttura del discorso: soggetto, verbo e complemento oggetto. La narrazione sta tutta lì. Gli aggettivi sono spesso inutili, gli avverbi anche più e indeboliscono la narrazione. Perché poi ripeti più volte lo stesso concetto, la stessa immagine, la stessa azione? L’hai già detto. Vedi, l’ho appena fatto anch’io. Era davvero necessario? Concetto, immagine e azione sono cose molto diverse, è vero, ma bastava che dicessi di non ripeterti. Avresti capito lo stesso, no? Non insultare il lettore. Il lettore è intelligente e capisce con una frase sola. Sta a te, autrice, trovare la frase perfetta e bruciante, quella che dice tutto in poche sillabe. È questa la professionalità di un autore. Un dilettante erra alla ricerca delle parole e delle espressioni migliori. Un professionista arriva dritto al punto. Un romanzo non è una lezione. Il maestro ripete. I narratori antichi ripetevano, ma avevano davanti ascoltatori, probabilmente distratti, di certo illetterati. Se il lettore, non ha capito, può rileggere. Se non capisce, probabilmente non hai saputo esprimerti. Il lettore non ha colpa. La colpa è sempre e solo dell’autore.”

Possibile che si debba esser costretti a dire cose simili a una donna premiata con il massimo riconoscimento nel mondo della letteratura? Possibile che a Stoccolma ultimamente premiano autori così?

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Doris Lessing

Memorie di una sopravvissuta” ha una trama esile ma interessante: uno sconosciuto si presenta a casa della protagonista e le lascia una bambina ormai quasi adolescente. La donna rimane solo con la piccola e la alleva. La bambina è accompagnata da uno strano brutto cane dal muso di gatto. Nella casa, poi, c’è un misterioso muro che non potrei che definire magico e che si “schiude” su altri mondi. Siamo in un futuro imprecisato, in un luogo imprecisato. La civiltà sta degradandosi sempre più. Alcune bande passano attraverso il territorio.

Fin qui tutto ottimo. Si direbbe una trama intrigante da cui potrebbe nascere una grande storia. Ma Doris Lessing non è Stephen King che ne avrebbe fatto un agghiacciante capolavoro. Doris Lessing la prende alla larga… molto alla larga. Racconta di questo mondo, ma non ne fa vedere quasi nulla. Ci sono i personaggi della storia, ma sono sospesi in una nuvola di indeterminazione. Vediamo la casa della protagonista e quel poco che le sta attorno. Poco.

Peccato.

Se leggendo un libro non riesco a smettere, questo per me è il miglior segnale che ho davanti qualcosa di buono. Se, però, mentre leggo, non vedo l’ora di arrivare in fondo, non perché sono curioso, ma perché vorrei farla finita e passare a leggere altro, siamo sulla buona strada per dire che quel libro è tutt’altro che buono. Se la tentazione è di mollare la lettura, allora è davvero pessimo.

A metà di “Memorie di una sopravvissuta”, ho cominciato a chiedermi che cosa avrei potuto leggere dopo e a pensare che stavo perdendo tempo, che avrei potuto dedicare a letture migliori! Se non altro, però, non sono stato tentato di interrompere la lettura.

Vorrei dare ancora una chance a quest’autrice e alla sua fantascienza, ma dopo queste prime due prove sono davvero scoraggiato.

Il volume è corredato da una postfazione di Oriana Palusci che ci spiega, tra molte altre cose, che questo è un esempio di fantascienza sociologica, che uno degli autori cui si è ispirata maggiormente è Ballard, che il mondo dietro al muro ricorda quello di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che “Memorie di una sopravvissuta” fa parte del primo dei tre periodi che caratterizzano l’esperienza fantascientifica della Lessing.

Per fortuna la fantascienza sociologica ha prodotto ben altri risultati. Persino i recenti telefilm “The walking dead” e “Wayward Pines” ci offrono assai migliori descrizioni di tentativi di riorganizzazione sociale in un mondo degradato. I bambini selvaggi della Lessing non hanno neanche un po’ della vivacità e concretezza dei bambini de “Il Signore delle mosche”, anche questo citato dalla Palusci, e scritto da un premio nobel di ben altro livello, qual è William Golding. Se questa Lessing mi ha deluso, forse, sarà proprio per il suo ispirarsi a Ballard che, tra gli autori di fantascienza mi è parso uno dei più fumosi (anche lui però l’ho letto poco).

Se il confronto della Palusci con Golding non tiene, regge ancora meno quello con quel capolavoro assoluto della letteratura mondiale che è “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dove sono le fantasie oniriche di Carroll e i suoi magici personaggi?

La considerazione che questo sia stato uno dei primi tentativi della Lessing di spostarsi verso la fantascienza, lascia una porta aperta alla speranza che con opere successive abbia poi effettivamente imparato a scrivere qualcosa di apprezzabile per gli amanti del genere.

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DOVE STA ANDANDO A FINIRE IL PREMIO NOBEL?

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Bob Dylan

Oggi, 13 Ottbre 2016, è stato assegnato al cantautore americano Bob Dylan il Premio Nobel per la Letteratura. La mia prima impressione a caldo è stata di sdegno e ho pensato che davvero stiano screditando questo premio.

Mi è sembrato quasi di essere Doc in “Ritorno al futuro” quando Marty gli dice che Ronald Reagan diventerà Presidente degli Stati Uniti d’America! Bob Dylan, nobel per la letteratura: non mi prendere in giro!

Senza nulla togliere ai canzonieri, forse dice bene Baricco che le canzoni non sono letteratura e dico io che Baricco, sebbene non in corsa, lo avrebbe meritato dieci volte più di Dylan. C’erano, comunque, candidati ben più autorevoli ancora non insigniti, basti pensare all’eterno candidato Murakami (della cui genialità ancora non capisco i limiti) o ad autori mai neppure presi in considerazione come il grandioso King o magari un Lansdale, un Roth (anche lui più volte candidato), un Eugenides o un JonassonEco, purtroppo, ci ha lasciato prima di poterlo vincere e non mi risulterebbe si possano dare assegnazioni postume. Tra i nomi circolati c’erano Don De Lillo, il siriano Adonis, il keniota Ngugi wa Thiong, Joyce Carol Oates, Richard Ford e il notevole Thomas Pynchon. Se si voleva dare un segnale di rottura e novità, perché non premiare qualche autore di genere, sdoganando finalmente, per esempio, la fantascienza, il fantasy, il thriller, il noir. Perché non premiare magari un Dan Simmons o una J.K. Rowling?

Non è certo la prima volte che il premio è assegnato ad autori deludenti, ma almeno erano scrittori! Certo, si può dire che un cantautore è anche un poeta e che anche nell’antichità musica e parole erano spesso abbinati. Insomma, la scelta si può giustificare, ma mi pare un inutile strizzare gli occhi al grande pubblico, quasi che sia il Nobel a cercare pubblicità piuttosto che essere un premio destinato a sostenere autori meritevoli. Anche in passato il nome del menestrello rock era apparso trai possibili papabili, ma l’ipotesi era stata liquidata dai più come un’idea balzana. Questa volta, invece, l’ha ottenuto! Se la letteratura si apre alla musica, possibile che il suo massimo rappresentante sia lui? Lasciando da parte i morti, forse che i Rolling Stones o i Beatles hanno fatto meno storia di lui? È autori più impegnati come i Genesis o i Pink Floyd? Toccherà a qualcuno di loro la prossima volta? Allora, dice bene Baricco che dovrebbero dare il Grammy Awards a qualche scrittore e, aggiungo io, il premio Oscar a un architetto.

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Dario Fo

Sebbene apprezzi sia Bob Dylan che l’appena scomparso Dario Fo per quello che hanno fatto, rispettivamente, nel campo della musica e del teatro, in entrambi i casi, l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura mi è parso fuori luogo. Fo, se non altro aveva il merito di aver inventato quella sorta di meta-lingua, fatta di suoini e assonanze e, comunque, il teatro da sempre è abbinato alla letteratura, pur essendo cosa diversa. I testi delle canzoni sono poesia? Forse sì. Anzi, a volte sono più poetici di certe “poesie” ufficiali, ma musica e letteratura sono arti diverse. Anche nei cantautori il testo non dovrebbe essere distinto dalla musica. Un premio a Dylan allarga gli orizzonti della definizione di letteratura. Sarà un bene? Diciamo che le etichette servono solo ai critici, dunque potremmo chiamare letteratura anche molte altre cose, se ci aggrada o se fa piacere ai giudici di Stoccolma.

Purtroppo, anche nel caso di veri scrittori, negli ultimi anni sono stati insigniti autori ben inferiori ad altri in circolazione. Un vero peccato per questo riconoscimento, che si sta trasformando quasi in un premio Oscar, che è un’altra cosa. Con questo non voglio criticare in nessun modo né Fo, né Dylan e con tristezza apprendo la scomparsa di questo grande guitto che da ragazzo ho molto amato.

Non ho certo letto tutti gli autori insigniti del Premio in passato e di alcuni ho letto solo poche cose, ma se ho amato alcuni di loro, altri mi hanno profondamente deluso. Mi pare incredibile che un Premio che è stato assegnato a nomi come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Neruda, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, SaramagoGrass e Solženicyn, possa essere riconosciuto anche a  Doris Lessing, Orhan PamukAlice MunroPatrick Modiano.

Di recente il solo nome valido, mi è parso Mo Yan.  Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

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Svetlana Aljaksandraŭna Aleksievič

Quanto a Svetlana Aleksievic mi pare che siamo di nuovo dalle parti del quesito su Fo e Dylan: cosa c’entra il giornalismo con la letteratura?

Insomma, le scelte sono due:

  1. Accettare l’autorevolezza del Comitato di Stoccolma e cercare di convincersi che i confini della letteratura ormai sono assai più ampi e comprendono il teatro istrionico di Fo, le canzoni di Dylan, i saggi dell’Aleksievic e, in futuro, chissà che cos’altro, magari anche i graffiti dei
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    Bob Dylan

    writers, il cinema o i video fatti con lo smartphone;

  2. Rendersi conto che questa giuria a volte si lascia condizionare da scelte poco comprensibili e che la portano a premiare talora autori minori che vorrebbe far conoscere, talora autentici artisti, talora personaggi il cui nome serve soprattutto al Premio per farsi notare dal pubblico.

Purtroppo, non so quale delle due soluzioni mi piaccia meno. Se in genere ho sempre creduto poco nella validità di qualsiasi premio artistico, spesso pilotati da esigenze e volontà economiche, per un po’ mi ero illuso che almeno il riconoscimento svedese fosse fuori da queste logiche e potesse rappresentare un faro per illuminare le nostre scelte di lettura. Ma serve illuminare un cantautore già ben noto a livello planetario? Non avremmo piuttosto bisogno di riflettori su autori minori, meritevoli ma privi del dovuto riconoscimento del pubblico?

 

VITA QUOTIDIANA A PARIGI

Patrick Modiano (Boulogne-Billancourt30 luglio 1945), scrittore ebreo francese di origine italiana, ha vinto l’ultimo Premio Nobel (2014). Non avendone mai letto nulla prima, ho deciso di cercare qualcosa di suo e ho così letto “L’orizzonte” (2010), opera che mi ha lasciato del tutto indifferente e che temo destinata a essere dimenticata prestissimo.

La trama di questo snello volumetto (80 pagine) si snoda in un quarantennio attraverso incontri, ricerche di incontri, tentativi di evitare incontri. Più che “L’orizzonte”, l’avrei chiamato allora “Gli incontri”.

Jean Bosmans e Margaret Le Coz si incontrano per caso, percorrono un po’ di vita assieme, si separano e, infine, quarant’anni dopo Bosmans parte alla ricerca della donna e lì il racconto si interrompe (si spezza?). Margaret cerca di sfuggire a un tale Boyaval. Jean alla propria madre. Entrambi cercano e trovano lavoro.

Insomma, vita quotidiana a Parigi, dialoghi comuni, personaggi comuni, vicende comuni. Nulla di cui mi pare meriti scrivere, a dir il vero. Nulla che possa colpire la mia curiosità di lettore.

Patrick Modiano

La trama pur esile è dilatata in un tempo troppo lungo per le poche pagine del libro e nel dilatarsi perde consistenza, i personaggi non riescono ad assumere spessore, l’epoca descritta potrebbe quasi essere una qualunque, Parigi potrebbe essere un’altra città. Rispetto ad altri romanzi questo pare un disegno a penna, appena tratteggiato, messo accanto a un Tintoretto dai mille dettagli, a un Dalì dalle mille interpretazioni, a un Magritte dai magici paradossi, a un Caravaggio dai giochi di luce e ombre. Chi lo noterebbe in un museo?

Eppure questo signore ha vinto un Premio Nobel. Non credo nei premi letterari, ma fino a qualche tempo fa mi illudevo che alcuni almeno facessero eccezione, in primis il Nobel, vinto, non per nulla, da nomi come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, Saramago, Grass e, persino di recente (2012), da Mo Yan. Tra questi, del resto, ci sono molti tra i miei autori preferiti. Eppure di recente sono stati premiati autori come Pamuk (2006), Lessing (2007) e Munro (2013) di cui ho letto poco ma che mi hanno notevolmente deluso.

Mi chiedo allora se questo Premio non stia un po’ decadendo o se sia io a non essere più al passo con i tempi e a non capirne le scelte. Non credo, invece, che manchino autori eccezionali ancora non insigniti del premio, basti pensare a un Murakami (di cui ancora non capisco i limiti della genialità), più volte candidato e mai vincitore o ad autori mai neppure presi in considerazione come il grandioso King o ai nostrani Baricco ed Eco o magari a un Lansdale, un Roth, un Eugenides o un Jonasson. Persino un Menzinger sarebbe meglio di certe scelte recenti!!!

Probabilmente, però, devo aver scelto i libri sbagliati!

 

L’INGANNO DEL NOBEL INCIPIT

Orhan Pamuk

Orhan Pamuk

La nuova vita” di Orhan Pamuk ha un incipit che penso sia in grado di affascinare non pochi lettori, soprattutto quelli che amano particolarmente i romanzi:

Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò. Fin dalle prime pagine ne percepii a tal punto la forza che mi parve quasi che il mio corpo si staccasse dalla sedia e dal tavolo a cui sedevo per allontanarsene. Ma nonostante avessi sentito il mio corpo staccarsi e allontanarsi, io ero più che mai su quella sedia e davanti a quel tavolo, con tutto il mio essere e tutto il mio corpo e il libro mostrava i suoi effetti sulla mia anima come su tutto ciò che mi apparteneva”.

Chi di voi non vorrebbe un libro così? Quale lettore non vorrebbe un libro che possa cambiargli la vita? Chi più di un lettore sogna un’altra vita?

Ebbene, con una simile premessa ci aspetteremo che quel libro sia proprio quello che stiamo leggendo o che almeno ci si avvicini. Purtroppo segue un centinaio di pagine di astrattezze, continue riflessioni e osservazioni personali del protagonista Osman, fastidiosi elenchi, nella quasi totale assenza di azione, a meno di non considerare tale la descrizione di banali gesti quotidiani. Neppure questo pseudobiblion al centro della narrazione prende forma. Non ne conosciamo la trama e per molte decine di pagine neppure il titolo!

Poi, finalmente, qualcosa in questo metaromanzo si muove. Il protagonista incontra il Dottor Narin, padre dell’evanescente Mehmet dai molti nomi, scopre che questo faceva sorvegliare il proprio figlio e tutti gli altri lettori del Libro da una squadra di agenti segreti, ognuno soprannominato come la marca di un orologio (la migliore o forse l’unica trovata simpatica del libro). Le loro relazioni cominciano a dare un po’ di vivacità alla storia, a farci vedere un po’ di avventura. Capiamo anche la filosofia del padre di Mehmet e, pian piano dell’autore del Libro. I personaggi e, forse anche l’autore, combattono il diffondersi del pensiero occidentale in Turchia, la morte dell’anima turca.

Poi, il giovane protagonista risprofonda nelle sue elucubrazioni, Pamuk ci elargisce numerosi altri inutili elenchi, finché l’amata Canan non si allontana e allora Osman la cerca. Poi scopre che l’autore del Libro è suo zio Rifkin. Ogni tanto si perde in nuove tediose elucubrazioni, poi riprende l’indagine su perché fu scritto il Libro e da chi e cosa fu ispirato. Scopriremo quindi che lo zio ferroviere si è ispirato a numerose opere letterarie occidentali tra cui, più volte citata, la “Vita Nova” di Dante Alighieri, eppure il titolo del Libro, che scopriremo infine essere proprio “La nuova vita” (stesso titolo del romanzo di cui stiamo parlando), sembra sia stato ispirato a una marca di caramelle con un angelo effigiato sulla carta e che Osman mangiava da bambino.

Ho letto questo libro nel tentativo di conoscere un altro degli autori insigniti del Premio Nobel che non ho ancora letto.

Purtroppo, sebbene tra i Nobel ci siano scrittori che ho apprezzato molto come Thomas Mann, Luigi Pirandello, Herman Hesse, André Gide, Ernest Hemingway, Albert Camus, John Steinbeck, Pablo Neruda, William Golding, Gabriel Garcia Marquez, Toni Morrison, Dario Fo (per il teatro), José Saramago e Mo Yan (che ne dite di questo elenco? Noioso come quelli di Pamuk?), ultimamente, sarà perché sono autori che sto leggendo solo per il fatto che hanno vinto il Premio e non per un interesse particolare, sto rimanendo molto deluso da questi scrittori.

Dopo Doris Lessing e Alice Munro, ora anche Orhan Pamuk mi delude, scrivendo un romanzo come mi sarei aspettato da un qualunque dilettante, al quale, se mi avesse chiesto un parere spassionato prima di proporre il volume a un editore, avrei detto di cuore di riscrivere il tutto, di inserire dei dialoghi, di mostrare e non raccontare, di non perdersi in riflessioni, di far agire di più i personaggi, di essere più concreto, di creare un ambientazione più credibile, di non creare false aspettative nel lettore e, poi, se non mi avesse mandato a quel paese, avrei provato a dargli consigli su come migliorare le singole parti, per esempio eliminando i continui elenchi. Visto però che a scrivere non è un esordiente alle prime armi, ma uno dei massimi lumi della letteratura mondiale, mentre io non sono nessuno, mi chiedo se non sia io a sbagliare tutto. Eppure, chiuso questo libro, ne ho iniziato uno di Stephen King e per me, queste prime pagine, sono state come tornare a respirare aria di montagna dopo un’apnea sottomarina.

Ho letto di recente il saggio “Scrivere un libro (e farselo pubblicare)”, incentrato soprattutto su incipit e scelta del titolo. “La nuova vita” credo, come scritto all’inizio, che abbia un buon incipit e credo che debba a questo, soprattutto, il suo successo, anche se ha un difetto: delude il lettore (o almeno me!). Crea delle aspettative che non trovano soddisfazione nelle pagine successive. Quanto al titolo, sono incerto se considerarlo buono. In un certo senso lo è, perché è semplice ed essenziale, fa riferimento a un’ispirazione comune a molti: avere una vita diversa. La nuova vita cela in sé anche aspettative trascendentali di vita oltre la morte, di vita spirituale. Eppure mi pare un titolo troppo comune, troppo banale, troppo usato. Del resto il nostro Dante lo usava già nel 1300! Allora poteva avere un senso. Oggi mi suona vecchio. E difficile da assimilare. Non da ricordare. Una volta imparato non si dimentica, ma non è qualcosa che ti entra in testa. Non nella mia almeno. Sarà per questo che Pamuk ha vinto il Nobel e io neanche l’orsacchiotto al tirassegno?

I METARACCONTI DEL FIDANZATINO DELLA ZIA JULIA

Ed eccomi, un po’ per caso, un po’ per il desiderio di approfondire le mie conoscenze dei più recenti Premi Nobel, a leggere per la terza volta di seguito un’opera di un autore insignito del massimo riconoscimento letterario. Ho, infatti, da poco finito di leggere “Marta Quest” di Dorris Lessing (Nobel 2007) e poco prima avevo letto “I percorsi dell’amore” di Alice Munro (Nobel 2013).

Ho ora appena completato la lettura de “La zia Julia e lo scribacchino” del peruviano Mario Vargas Llosa (Nobel 2010), autore di cui avevo già apprezzato il romanzo “Avventure della ragazza cattiva”. Bisogna dire, però che questo mio approccio a tali premiati autori non mi ha dato le soddisfazioni che speravo, anche se la qualità, per i mei gusti personali, delle tre opere è andata crescendo con l’ordine di lettura.  Se della Munro non avevo amato soprattutto la struttura a racconti, della Lessing mi aveva deluso l’approccio troppo leggero per un’ambientazione come il Sudafrica, di questo romanzo di Llosa mi ha convinto poco innanzitutto l’aver inserito dei racconti del tutto sconnessi dalla trama principale, approccio che mi suona sempre come un trucchetto per allungare il brodo trasformando in romanzo un racconto. Tali intermezzi sono (o dovrebbero essere, dato che non è dichiarato espressamente) i radioromanzi scritti da un tal Pedro Camacho, personaggio secondario della trama principale. Tipo che dà fuori di testa e che si mette a scrive storie sempre più confuse, mescolando personaggi e ambientazioni dei propri romanzi radiofonici. Ci troviamo quindi non solo a veder interrotta spesso la trama principale da storie diverse, ma per giunta da storie alquanto “disarticolate”.

Sono proprio queste, peraltro, a dare un tocco più “sudamericano” al romanzo, ma il caos mentale di Pedro Camacho è ben poca cosa rispetto alla fantasia grottesca di autori come Marquez o alla colta genialità di Borges o alla creatività immaginifica di un altro premio Nobel di lingua iberica (sebbene non sudamericano) come Saramago. Non si respira, soprattuto, la sensualità calda e surreale della miglior letteratura del continente e che, almeno in parte, respiriamo forse persino in “Avventure della ragazza cattiva” dello stesso Llosa.

Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa

Certo anche qui la trama si basa proprio su un amore difficile quale quello di un ragazzino diciottenne e spiantato per una specie di zia, di vari anni più grande e divorziata e assistiamo a una fuga rocambolesca alla ricerca di un sindaco compiacente che sia disposto a celebrare il matrimonio, ma questa è altra cosa rispetto alla carnalità spumeggiante di altre opere di quelle terre.

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