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LA COSCIENZA DEGLI OGGETTI

A volte i premi nobel mi deludono, ma non José Saramago. La sua creatività, fantasia, eleganza e raffinatezza si colgono persino in un’opera minore come la piccola raccolta di racconti surreali “Oggetto quasi”.

Il primo racconto “Sedia” pare quasi un esercizio di stile. Saramago si dilunga per varie pagine nel descrivere la caduta di una sedia e nel farlo ci parla del legno con cui è fatta o avrebbe potuto essere fatta, dei tarli, della produzione delle sedie, ma soprattutto ci descrive, con un’ironia sottile la morte del dittatore Salazar.

Con “Embargo” siamo dalle parti della fantascienza surreale, quella senza una spiegazione scientifica, con un’auto che si muove da sola, trascinando con sé il conducente, imprigionato al suo interno, forse metafora del nostro essere prigionieri della tecnologia.

In “Riflusso” un sovrano decide di concentrare tutti i morti del regno, umani e animali, in un unico immenso cimitero circondato di alte mura. Poco per volta vi sorgono attorno quattro città, che rendono il cimitero meno raggiungibile e la gente riprende a seppellire i morti in giro per il regno, il cimitero e le quattro città decadono, a testimonianza che morte e vita non possono restare separate e che l’uomo non può dominare e piegare al suo volere le leggi della natura.

José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010) è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Cose” è una drammatica distopia. Descrive un mondo all’apparenza perfetto ma del tutto burocratizzato e diviso in tante classi quante sono le lettere dell’alfabeto, in cui, un giorno le cose, un po’ per volta cominciano a scomparire. In realtà, non scompaiono ma si trasformano in persone (o quasi). Il Governo reagisce stimolando la delazione (sebbene del tutto inutile, non essendo la situazione colpa di nessuno) e scatenando una guerra (altrettanto inutile, non essendoci alcun nemico), fino alla scomparsa dell’umanità e all’inizio di una nuova era, dominata dagli ex-oggetti.

Centauro”, con ironica seppur triste melanconia, ci mostra una di queste creature, sopravvissuta per millenni fino ai giorni d’oggi, con tutte le assurde difficoltà che derivano dal suo essere metà uomo e metà cavallo, a partire dalla scomodità per dormire fino alle pene d’amore, destino di tutti i meticci del mondo.

Rivincita” è un semplice doppio quadro di un ragazzo che vede castrare un maiale, quindi va al fiume, si spoglia e si dirige verso una ragazza che si sta spogliando dall’altro lato del fiume, una pittura in movimento fatta di parole e contrasti.

In questi racconti spesso incontriamo oggetti o cose inanimate che si ribellano alla loro funzione passiva e si attivano divenendo protagonisti e attori, nel senso di soggetti agenti, quasi  a volerci mostrare che tutti hanno una propria dignità e coscienza, non solo ogni essere umano, ogni animale, ma persino cose che crediamo inanimate (“senz’anima”), che invece si rivelano avere una propria coscienza e volontà.

La scrittura è intensa e ricca di riferimenti culturali, rendendo storie semplici (il caso esemplare è quello della sedia che casca) complesse descrizioni del mondo in cui viviamo e regalandoci implicazioni e connessioni degne di questo mondo interconnesso da infiniti link, che Saramago sembra già prefigurare nel suo modo di narrare in questa raccolta dell’ormai lontano 1978.

IL MEDITERRANEO FUORI DAL MONDO

Quando ho letto che il numero 14 di IF – Insolito & Fantastico, intitolato “Fuera del Mundo” era dedicato all’omonimo “Incontro internazionale di studio sulle origini delle letteratura di anticipazione e protofantascienza in Spagna, Portogallo e Italia”, mi aspettavo una serie di atti congressuali su autori mediterranei sconosciuti del secolo scorso, cosa che mi ispirava poco, ma il volume mi ha piacevolmente sorpreso per i suoi contenuti.

Intanto, ho potuto scoprire l’origine della famosa frase ripetuta da Snoopy, il cane di Shultz, quando siede alla macchina da scrivere sul tetto della sua cuccia “Era una notte buia e tempestosa…” incipit di “Seis dias fuera del mundo”, opera che ha certo ispirato il titolo del convegno, di Juan Perez Zuniga, parodia de “The First Men in the Moon” di Herbert George Wells.

Uno spazio viene dedicato persino al nostrano Salgari, con il suo fantascientifico “Le Meraviglie del duemila” e ad altri autori italici, come  Ippolito Nievo, Antonio Ghislanzoni, Paolo Mantegazza, Della Sala Spada, Ferri, Grifoni e persino Guareschi, il cui rapporto popolaresco con l’ultraterreno lo avvicina alla letteratura fantastica.

Tra gli spagnoli sono ricordati Luis Bargaria con i suoi viaggi spaziali illustrati, il catalano Manuel De Pedrolo con la sua “Seconda origine”, Eduardo Mendoza e il suo “Nessuna notizia di Gurb”. Alvaro Ceballos Viro ci sintetizza la natura degli autori fantastici ispanici con la frase: “Ciò che i viaggiatori temporali incontrano nel futuro è la nostalgia del presente; ciò che gli astronauti spagnoli incontrano nello spazio è fondmentalmente il proprio riflesso”.

Parlando di letteratura portoghese, spostandoci da Herculano a Régio, partiamo dall’antico racconto “La dama dal piede caprino” per arrivare all’insuperabile premio nobel José Saramago, con il suo approccio unico e originale al fantastico, passando per le opere di Frederico Cruz, Luis de Mesquita, Alves Morgado.

Un intero capitolo è dedicato al fumetto “Little Nemo in Slumberland”.

Anche se geograficamente off-topic, un altro articolo è dedicato al ceco Karel Čapek, l’inventore del termine “robot” e uno all’argentino Julio Cortazar, l’immaginifico autore delle “Historias de Cronopios y de Famas”.

C’è, poi, vero la fine, un imperdibile articolo del curatore della rivista Carlo Bordoni sull’immenso J.L. Borges.

Un omaggio fuori tema è dedicato al grande della fantascienza Jack Vance, scomparso in maggio, e ai suoi rapporti con l’opera di Ray Bradbury.

Firenze, 13/02/2014

COSTRUIRE CATTEDRALI E CONVENTI

Memoriale del Convento” di José Saramago è il terzo romanzo che mi è capita di leggere ultimamente (o quasi) che parla della costruzione di un importante edificio religioso.

Il primo l’ho letto, a dir il vero, ormai qualche anno fa, ed è “I pilastri della Terra  (The Pillars of the Earth) un romanzo storico pubblicato nel 1989 da Ken Follett. Racconta la costruzione di una cattedrale a Kingsbridge (una località immaginaria nel Wiltshire inglese); è ambientato tra il 1123 e il 1174.

Il secondo l’ho finito solo il mese scorso ed è La cattedrale del mare (2006), il primo romanzo scritto da Ildefonso Falcones. Si tratta di un romanzo, che trae spunto dalla parabola di vita del protagonista per dipingere la società catalana del XIV secolo.

Memoriale del convento”, se non fosse per alcuni elementi fantastici, che ne costituiscono parti imprescindibili e tra le migliori dell’opera, potrebbe essere definito, come i primi due, romanzo storico.

Scritto nel 1982, precede entrambi gli altri volumi appena citati e, immagino, vista l’importanza dell’autore, che debba essere noto agli altri due, in particolare a Falcones, anche lui autore iberico, come il premio Nobel che lo ha preceduto nel trattare l’argomento.

In tutte e tre le opere, più che parlare delle tecniche edificatorie o di architettura, si parla degli uomini, per lo più semplici lavoratori, che hanno contribuito con il proprio sudore all’edificazione del monumento religioso, che sia una cattedrale, come nelle opere più recenti, o un convento.

A rendere speciale l’opera originaria è quel gusto magico per il fantastico che contraddistingue l’autore de “La Zattera di Pietra”. Qui non sarà il Portogallo a staccarsi dal continente e ad andare alla deriva, ma saranno il protagonista Baltasar Mateus, detto Sette-Soli, la sua compagna Blimunda, detta Sette-Lune e il loro amico prete Bartolomeu Lourenço de Gusmão a staccarsi da terra e a sorvolare il Paese con uno strano uccellaccio costruito da loro stessi e animato da oltre duemila “volontà” rubate da Blimunda (che ha il potere di guardare dentro gli uomini) ad altrettante persone. Le volontà potrebbero anche essere “anime”, ma il prete in odore di eresia che crea il marchingegno volante pensa che siano cosa diversa.

José Saramago

José Saramago

Se la stesura del romanzo precede quella degli altri due citati, l’ambientazione è invece successiva a entrambi (1711-1739), anche se il mondo descritto, con le sue superstizioni, sembra ancora tanto medievale, da non far quasi notare grandi differenze ai lettori più distratti.

L’autore de “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo” e “Caino”, non poteva certo essere molto tenero nei confronti della Chiesa, anche se qui la colpisce solo per alcuni peccati veniali e se la vediamo più nelle sue forme esteriori e popolari, fatta di processioni, voti e flagellanti.

Sarà lo stesso Re del Portogallo, con un proprio voto per la nascita tanto attesa della figlia primogenita, ad avviare la costruzione del monastero, che i sogni di grandezza reali faranno poi lievitare e crescere, quasi a competere con la sede papale, di cui il sovrano si diverte a montare e smontare un modellino in legno.

Mentre il convento cresce, Baltasar, un po’ come l’Arnau de “La Cattedrale del Mare”, cambierà più volte mestiere (soldato, carrettiere, operaio), pur rimanendo comunque un uomo del popolo (mentre Arnau da scaricatore di porto diviene nobile).

A essere davvero diverso nei tre romanzi è lo stile, qui sempre ironico, leggero, un po’ magico, come l’atmosfera che si respira. Se gli altri due sono ottimi libri, non per nulla entrambi dei besteseller, con “Il Memoriale del Convento” si respira aria di vera letteratura, di quella che resta e finisce nelle antologie scolastiche (o ci finirebbe se le polemiche politiche e religiose intorno allo scomparso Premio Nobel non tardassero a smorzarsi).

 

Firenze, 24/06/2013

 

Convento a Porto - Agosto 2013

Porto, agosto 2013 (foto di Carlo Menzinger)

LE DEBOLEZZE DELLA MORTE

José Saramago - Le Intermittenze della Morte

José Saramago – Le Intermittenze della Morte

Il Premio Nobel José Saramago ha scritto romanzi affascinanti come “Cecità”, “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”, assai più godibili de “Le Intermittenze della Morte”, anche se l’ipotesi da cui parte questo romanzo è quanto mai affascinante: cosa succederebbe se le persone, un giorno, smettessero di morire?

Il racconto si caratterizza per una visione forse un po’ troppo generale, mostrando gli effetti sulla Nazione (si direbbe il Portogallo, anche se non viene mai detto) piuttosto che calarsi con costanza sui singoli personaggi e questo, temo, rende la narrazione meno coinvolgente, seppur interessante nel suo sviluppo.

La vera protagonista è la morte (meriterebbe una maiuscola, ma Saramago non gliela concede), che a metà dell’opera si personifica in una bella donna di poco più di trent’anni.

Durante sette mesi di “sciopero” della morte, vediamo la conseguente crisi delle imprese di pompe funebri, costrette a far funerali agli animali domestici, degli ospedali sovraffollati, dove la gente non guarisce ma neppure muore, delle assicurazioni (meno credibile, dato che il Caso Morte, non è certo la sola polizza trattata) e delle istituzioni politiche.

La cittadinanza trova però un rimedio: portare i moribondi fuori confine, dove trapassano all’istante, perché all’estero la morte è sempre attiva. La cosa però trova l’interesse della Maphia (scritta con il ”ph”, forse per differenziarsi da quella siciliana), che prende il controllo del traffico di moribondi.

Finalmente la morte torna al lavoro, concludendo in una notte quel che non aveva fatto in sette mesi (una sorta di ecatombe). Al suo ritorno le regole per morire sono cambiate: ciascuno riceverà prima del decesso una lettera viola che lo avvertirà del prossimo trapasso.

José Saramago

José Saramago

L’idea però mostra presto i suoi difetti (non si dice, però, cosa questo potrebbe comportare alla vigilia di una battaglia, in cui si sapesse già da una settimana quanti e quali saranno i morti!).

Ciò che turba la morte e la induce a prendere le femminee fattezze che si diceva è una delle lettere viola che insistentemente torna indietro. La morte/ donna, per capire andrà allora a conoscere il violoncellista cinquantenne cui è destinata.

Insomma, una storia che affronta temi quanto mai importanti, ma che si perde in una sorta di satira di costume, senza mostrare veramente il dramma di tali mutamenti vissuti dai mortali dalla sorte sospesa, né i veri orrori che né potrebbero derivare. Non certo degna, a mio modesto parere, di un Premio Nobel.

 

Firenze, 21/08/2012

 

Morte

 

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