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LE SPIRALI ATTORNO AL GOLPE

Risultati immagini per anatomia di un istante di javier cercasAnatomia di un istante” (2009) del giornalista e professore spagnolo Javier Cercas Mena (1962) non è un romanzo (come da qualche parte erroneamente si scrive), anche se l’autore è noto per l’uso del cosiddetto romanzo non-fiction e l’unione di cronaca e saggio con la finzione, ma un saggio sul golpe del 23 febbraio 1981 in Spagna. Il colpo di stato fu un evento mediatico, in quanto ripreso dalle telecamere e Javier Cercas Mena inizia la sua indagine proprio da queste immagini, analizzando innanzitutto il comportamento dei vari protagonisti in quell’occasione, nel parlamento spagnolo, mentre i militari armati irrompevano sparando. La sua indagine si concentra soprattutto sul grande protagonista di quello “spettacolo” nonché principale bersaglio dei golpisti, il presidente del consiglio dimissionario Don Adolfo Suárez González, I duca di Suárez. L’autore mostra il primo ministro restare in piedi, mentre quasi tutti i parlamentari si buttano a terra, nascondendosi sotto gli scranni. Un’altra figura che resiste agli spari e alla violenza dei golpisti che vorrebbero far distendere è il capo del partito comunista Carrillo.

L’autore esamina il senso e il simbolo del loro gesto, andando ad allargare la scena al passato e al futuro. Non stima Suárez, un ex-falangista franchista, passato poi al potere per gestire il passaggio dalla dittatura franchista alla democrazia, ma vede in quel suo gesto il riscatto di tutti coloro che erano stati fascisti e che ora dicono no a quel modo di affrontare le cose.

Ci mostra come questo presidente, messo al governo dal re e con l’appoggio delle destre, abbia in realtà smantellato molto di quello che rappresentava questa destra dittatoriale, aprendo alla sinistra e “sdoganando” persino il partito comunista. Fu sempre lui ad aprire alle autonomie catalane, basche e galiziane, in uno stato storicamente centralista. E proprio in questi giorni, in Catalogna, con il referendum separatista, forse stiamo proprio vedendo i frutti di quella politica così poco nazionalista.

Al momento del golpe, Suárez aveva perso ogni appoggio, inviso alla destra, guardato con sospetto dalla sinistra che ne ricordava i trascorsi franchisti e, persino, abbandonato dal suo re.

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Javier Cercas Mena

I golpisti erano, dunque, convinti che la sua caduta non avrebbe trovato oppositori. C’erano, spiega Javier Cercas Mena, in realtà tre golpe l’uno nell’altro, ognuno con idee diverse, ma accomunati solo dal desiderio di spodestare Suárez. I golpisti erano convinti, più o meno in buona fede, di avere in questo l’appoggio del re. Non lo ottennero nel momento decisivo e così il golpe fallì, lacerato dalle sue diverse anime, diviso tra chi voleva un golpe duro e chi uno morbido.

Il libro descrive con toni quasi romanzeschi questi personaggi, i golpisti, il presidente, il re, girando attorno al momento cruciale del 23 Febbraio 1981. Ci gira, però, così tanto intorno, tornandoci e ritornandoci per vie simili o vicine, che spesso il panorama somiglia anche troppo a quanto già abbiamo letto. Oltre trecento pagine avrebbero potuto ridursi a un terzo senza eccessiva perdita di informazioni. Questa struttura narrativa spiraliforme, di per sé, potrebbe anche essere una forma interessante, ma diventando strumento per ripetere immagini, scene e concetti già detti, finisce per annoiare, soprattutto un lettore italiano, che a differenza di quello spagnolo, considera il golpe del 23 Febbraio un evento storico del tutto marginale e del quale forse gli basterebbe conoscere le linee essenziali. Se questo fosse un vero romanzo, sarebbe un’altra questione, ma essendo un saggio, pur avendo una scrittura vivace e coinvolgente, alla fine un po’ annoia.

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Adolfo Suárez González

Rimane la sensazione della grande debolezza della democrazia in Spagna negli anni dopo la fine del franchismo e visti i recenti eventi catalani, si capisce che questa fragilità non è ancora terminata. Per una volta, l’Italia, nel raffronto con l’estero, pare un baluardo della democrazia e della libertà. Del resto non abbiamo avuto la ventura di un fascismo franchista durato fino alla morte di Francisco Franco il 20 novembre 1975. Se Benito Mussolini non fosse stato sconfitto e fosse vissuto per altri trent’anni che Italia avremmo avuto negli anni ’80? E oggi? Ma questa è materia per un’ucronia come “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi o “Nero italiano” di Giampietro Stocco.

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L’IMPORTANZA STORICA DEI SISTEMI ELETTORALI

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Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942) è un filologo classico, storico e saggista italiano.

Volendo fare una riflessione sul recente referendum costituzionale, ho letto il saggio storico di Luciano CanforaLa democrazia”, sottotitolo “Storia di un’ideologia”.

Storico è anche l’approccio al tema, con un’analisi che ci mostra come questo concetto, nato prima dei greci, ma affermatosi con loro (soprattutto con moltissimi limiti, primo fra tutti la sua applicazione solo a parti ristrette della popolazione), si sia poi perso per lunghi secoli, per riaffiorare con la rivoluzione francese. Da lì l’analisi prosegue attraverso Ottocento e Novecento fino ai giorni nostri.

La prima importante distinzione è quella tra democrazia, libertà e uguaglianza, tre concetti del tutto diversi e non sempre compatibili. Spesso si chiede maggior democrazia, volendo, però, intendere maggior libertà o uguaglianza o viceversa, senza rendersi conto di quanto queste siano differenti tra loro e spesso incompatibili. La conclusione dell’autore è che ai nostri tempi prevalga l’ideale di libertà su quello di democrazia e che questa sia stata solo assai raramente in auge.

Gran parte dell’analisi di questo volume riguarda, però, l’importanza dei diversi sistemi elettorali e Canfora dimostra come la democrazia sia stata fortemente limitata ogni qualvolta ci si sia allontanati dal suffragio universale, verso varie forme di rappresentanza ridotta, quali quelle dettate dal sistema maggioritario, secondo il quale una parte dei voti si rivela “inutile”, in quanto non trova alcuna rappresentanza nei governanti.

Rileva anche come un sistema a bassa rappresentanza (il più ristretto sarebbe la monarchia, che sempre rischia di sfociare in tirannide) – spesso Risultati immagini per luciano canfora democrazia storia di un'ideologiainvocato dalla storia per la sua efficienza e velocità di esecuzione – corrisponda allo sfruttamento della popolazione non rappresentata. Interessante la riflessione su come per amministrare uno stato si pensi spesso a sistemi maggioritari, mentre in altre forme associative (rapporti tra soci di aziende, decisioni collegiali) nessuno lo proporrebbe mai.

Altra cosa ancora sono democrazia e rappresentanza parlamentare. Basti pensare alla “dittatura del proletariato” che è certo governo del popolo e quindi democrazia, ma non certo forma di rappresentanza parlamentare perfetta, né tantomeno esempio di libertà.

Il volume fa parte di un interessante progetto editoriale internazionale denominato “Fare l’Europa”, nato nel 1993 e sfociato in una collana diretta da Jacques Le Goff, pubblicata contemporaneamente da cinque editori:

  • H. Beck Verlag, di Monaco (Germania)
  • Basil Blackwell di Oxford (Regno Unito)
  • Editorial Crítica di Barcellona (Spagna)
  • Laterza di Roma-Bari (Italia)
  • Éditions du Seuil di Parigi (Francia).

L’intento dell’iniziativa è stato, fin dall’inizio, quello di ricostruire i temi comuni del vecchio continente prossimo a diventare Unione europea (l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht quasi coincide con il lancio della collana). Tra l’altro, anche altri editori portoghesi, olandesi, cechi, slovacchi, polacchi, ungheresi, bulgari, ma anche lituani, turchi, coreani e giapponesi traducono parte dei suoi libri. Nella “prefazione”, presente in ogni volume e firmata da Le Goff, si dice che l’avvenire deve fondarsi sull’eredità dal passato, gettando luce sulla “costruzione dell’Europa” e sui “suoi punti di forza non dimenticabili”, pur senza nascondere i conflitti e le contraddizioni che il continente ha vissuto nella sua tensione verso l’unità.

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CHI HA TROPPO POTERE SIA ELIMINATO

Shakespeare - Giulio Cesare

Shakespeare – Giulio Cesare

La lettura attuale di un classico come il “Giulio Cesare” di William Shakespeare riesce a risultare più moderna e contemporanea di certi testi ottocenteschi, nonostante sia scritto da cinque secoli e narri di fatti di ben due millenni fa.

Giulio Cesare rimane una figura di primo piano nella storia nazionale e mondiale. I suoi pregi continuano a sopraffare i difetti nella memoria della gente, per cui può stupire, chi non conosca già l’opera, vedere come Shakespeare la inizi mostrando le vicende connesse all’omicidio del condottiero romano dal punto di vista dei congiurati, facendo di Bruto un eroe, pronto a sacrificare il suo affetto per l’amato Cesare pur di salvare la Repubblica e la Libertà.

Fa, infatti, dire a Bruto:

 

Se è cosa che riguarda il bene pubblico,

innanzi a un occhio mettimi l’onore,

innanzi all’altro mettimi la morte;

li guardo con la stessa indifferenza;

perché così m’aiutino gli dèi,

com’è vero ch’io amo più l’onore

Giulio Cesare di Shakespeare

Giulio Cesare di Shakespeare

E ancora, parlando di Cesare:

Per mia parte, non ho nessun motivo

per doverlo coprire di disprezzo;

ma si tratta del bene generale.

Vorrebbe farsi incoronare re.

Quanto ciò può cambiar la sua natura?

Ecco il mio dubbio… È la bella giornata

che fa uscire la vipera all’aperto.

E allora occorre agire con cautela.

Incoronarlo re!…

Già, ma così gli diamo in mano un pungolo

con cui potrà far danno quando vuole…

Del potere si abusa facilmente,

quando non sia congiunto alla pietà;

Julius Caesar

Giulio Cesare

E poi:

si deve pensare allora a Cesare

come a un uovo di serpe che, covato,

diverrebbe fatale per natura;

ed allora uccidiamolo nel guscio!

Shakespeare

Shakespeare

Insomma, quando un uomo acquista troppo potere (o sembra che ne possa acquistarne), ogni mezzo sembrerebbe lecito per toglierlo di torno. Poco conta, per Bruto, quanto Cesare si sia comportato bene sino ad allora e quanto egli stesso l’abbia amato. Se con il suo comportamento attenta alla libertà e al bene pubblici, ogni uomo diventa un pericolo e come tale va eliminato dalla vita sociale.

Viene da chiedersi se un così forte senso civico, un po’ anglosassone, sia mai esistito davvero in questa Italia, dove gli interessi personali e familiari continuano a prevalere su quelli nazionali o se non sia un altro dei tanti anacronismi shakespeariani come i corsetti, le vesti da camera, le alchimie e il rintoccar degli orologi che compaiono in questa stessa opera. Il Bardo è sempre il Bardo e questo e altro gli si perdona, sebbene, leggendo simili anacronismi in altri autori, saremmo inorriditi.

Fiumalbo 22/08/2012 

LA MANOMISSIONE DELLA MORALE

Gianrico Carofiglio - La Manomissione delle Parole

Gianrico Carofiglio – La Manomissione delle Parole

Gianrico Carofiglio, l’autore de “La Manomissione delle Parole”, oltre che uno scrittore è un magistrato e un politico (del Partito Democratico) e che sia queste tre cose, oltre che un amante della scrittura, della corretta espressione, dell’onestà intellettuale, emerge chiaramente dalle poche pagine del suo piccolo saggio.

Non amando personalmente i gialli, non ho mai letto i suoi romanzi sull’Avvocato Guerrieri, ma questo saggio mi ha incuriosito.

In esso, Carofiglio riflette su cinque parole (Vergogna, Giustizia, Ribellione, Bellezza e Scelta), mostrandoci come il loro significato originario sia stato stravolto e confuso. Sono tutte parole con una profonda accezione morale e il magistrato ci mostra come la loro “manomissione” sia forma, mezzo e sintomo di un imbarbarimento civile della nostra società.

Il politico Carofiglio non ha dubbi su chi sia il maggior colpevole di questo crollo morale e, tra i numerosi esempi storici e letterari, emerge con netta e preoccupante evidenza l’uso manipolatorio e disonesto che è stato fatto di queste e altre parole dall’attuale Centrodestra e dal suo leader Berlusconi.

Pur condividendo in pieno l’analisi dell’attività mistificatoria posta in piedi da questa persona, mi ha un po’ sorpreso e forse persino infastidito vedere un buon numero delle pagine concentrate sul linguaggio usato da costui, sarà forse perché in questi giorni cerchiamo tutti di credere che un simile fenomeno non sia mai esistito, come se a sorreggere il Governo Monti non ci fosse dietro sempre lui. Sentirne rinominare ed elencare con tanta precisione le malefatte, suscita un senso di repulsione, che si riflette, ingiustamente sullo stesso autore. Dovranno ancora passare degli anni perché si possa fare un’analisi serena della tirannide mediatica e linguistica in corso, così come ora si possono analizzare finalmente i discorsi del Fuhrer o del Duce.

Tolto ciò, la lettura rimane illuminante e culturalmente formativa, ricca di riferimenti e citazioni, a partire da quella iniziale “Le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi: i bambini già sanno che esistono. Le fiabe dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti” (G. K. Chesterston).

Molto bella anche quella del poeta greco Ghiannis Ritsos secondo cui le parole sono come “vecchie prostitute che tutti usano spesso male” e al poeta tocca restituire loro la verginità.

Quello che cerca di fare Carofiglio è ridare il loro senso originario alle parole, svuotate di significato da politici, avvocati e altri professionisti che si celano dietro un gergoPapi Pio Sex-tus inutile, per affermare la propria superiorità e per rendere il proprio mestiere più misterioso, se non misterico.

Il dominio del linguaggio è potere. La sua incapacità di comprenderlo o utilizzarlo, schiavitù. L’incapacità di comunicare diventa violenza. La violenza del bullo, ma anche la violenza della società.

Sulla forza creatrice e sulla capacità di mutare il mondo proprio delle parole, del resto, si basa la stessa Bibbia, con il suo “In principio era il Verbo”. Dalla Parola di Dio, tutto nasce. Compito di Adamo è dare un nome agli animali e alle piante, divenendone così padrone.

Saltando poi a un libro assai meno religioso il giudice ci mostra Alice discutere con Humpty Dumpty (in italiano direi sia noto come Pinco Panco): “Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante “questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno.” 

“Bisogna vedere” disse Alice “se lei può dare tanti significati diversi alle parole.” “Bisogna vedere” disse Humpy Dumpty “chi è che comanda. È tutto qua.

Insomma, Carofiglio ci ricorda di dare il giusto senso e peso alle parole, perché a non farlo si rischia che siano altri a decidere per noi cosa significano e come funziona il mondo.

 

Firenze, 7/02/2012

Voldermort 3

 

Tre piccoli grandi autori

L’ANNO PALINDROMO DI PINOCCHIO


Comincia come la più cupa delle distopie il romanzo di
Silvio Donà Pinocchio 2112”. L’ho letto quasi in contemporanea con “La strada”, il capolavoro di McCarthy e all’inizio mi pareva quasi di leggere la stessa storia. Anche qui siamo in un futuro in cui la Terra non sembra aver fatto una gran bella fine. È il 21.12.2112, data palindroma come poche. La superficie del nostro pianeta è divenuta inabitabile e gli uomini, come novelli Morlock alla Wells, vivono, anzi sopravvivono nelle viscere oscure della Terra. La vita è una continua battaglia. Il protagonista è un uomo stanco e disilluso, senza più speranze che per campare fa il “cercatore di libri”. Questi sono divenuti ormai rari, come dopo un devastante “Fahrenheit 451” e anche se a saper leggere sono rimasti in pochi, c’è sempre qualcuno disposto a pagare per averli. Il Cercatore prima di liberarsene li legge. Dichiara:Silvio Donà 
Quando ho quei libri tra le mani io sono fuori.
Sono libero.

Sono vivo.” (pag. 33).
Ancora un atto d’amore d’un autore verso i libri e mi viene da pensare a Zafòn, a Kristof, a Lowry, solo per citare quelli che mi è capitato di leggere più di recente.
Il titolo mi pare un po’ fuorviante. Ci si aspetta una versione futuristica di Pinocchio (e questo non ispira) alla “L’uomo bicentenario” o “A.I. Intelligenza Artificiale”.
Cosa c’entra il burattino in questa storia? Poco a dir il vero, se non che ogni cosa si rivelerà essere una grande bugia e  che trai libri trovati dal nostro Cercatore c’è anche la favola di Collodi e sarà grazie a questa che farà amicizia con il boss degli abissi.
Prima però incontrerà un bambino, solo e bisognoso d’aiuto e d’affetto. Sarà lui a ridargli la voglia di vivere, prima di innamorarsi proprio della donna del ferocissimo boss. Ma non vorrei dir altro.
A.I. Intelligenza artificiale Segnalo solo che quando arriva l’amore, che sia quello verso un bambino o verso una donna, tutto cambia e la vita si colora, la speranza rinasce. Come l’uomo e il bambino di McCarthy vivono l’uno per l’altro e l’uno grazie all’altro, così il Cercatore di Donà e il bambino soprannominato Lucignolo (in omaggio al personaggio collodiano) trovano la gioia di vivere l’uno nell’altro e un cuore arido riuscirà a far fiorire in sé la più piena generosità.
Se questa distopia non raggiunge i livelli inarrivabili della prosa asciutta di McCarthy (che descrive e nulla racconta), con cui ingiustamente mi viene da paragonarla, rimane comunque un ottimo romanzo, ben scritto, scorrevole e coinvolgente, in cui non mancano passaggi da segnarsi a margine come l’iniziale:
Non so se quello in cui lei era ancora viva fosse un tempo migliore o se fossi io a esserlo o se  sono i ricordi a essere meglio di qualsiasi presente; quello che so è che ho estinto la voglia di sognare.” (pag. 11).
Insomma un altro autore poco noto ma degno di ben maggior fama.

 
Firenze, 19/05/2011

IL LABIRINTO DEL CUORE

Il labirinto d'acqua - Annalisa FracassoDi
Annalisa Fracasso avevo già letto e commentato “Bucce d’acino” e “Cuor di Briossshhh.
Ho letto ora anche “
Il labirinto d’acqua”, edito nel 2009 da Cinquemarzo. In prefazione si dice che è la rielaborazione di uno dei racconti di “Tre di me”, opera prima della Fracasso, che non ho letto e con cui non posso far paragoni per capire quanto il testo sia stato rimaneggiato.
Devo dire che di quelli suoi che ho letto questo mi è parso il romanzo più maturo e articolato.
Anche qui non manca un certo pessimismo di fondo che porta verso finali non lieti alcune delle storie che qui si susseguono, ma la conclusione drammatica è forse il suggello ideale di un amore appassionato e straordinario.
Interessante è l’idea (ma cosa mi ricorda?) della vita di una coppia di sfortunati amanti che si ripete a distanza di secoli in quella di altre due coppie.
Complice dunque la magia di una collana e il gorgo misterioso e labirintico di una fontana, l’incanto dell’amore travolge letteralmente le coppie moderne, che ripetendo inconsciamente i gesti dei loro precursori, scivolano inesorabilmente  verso il dramma.
La bella villa che fa da sfondo alle vicende arricchisce la scena, dando spessore all’ambientazione.
Sebbene alcuni quesiti rimangano aperti, credo volutamente (il sub è il marito di Alison? E come è finito nella fontana? È un caso  o no che Dessié stia per urtare Kamila con la moto? Perché Luca scopre che Dessié è morto – o morirà -, se non è vero?), la storia, pur surreale, trova una sua logica e i personaggi prendono forma e rilievo, imprimendosi nella mente del lettore come solo delle storie un po’ speciali riescono a fare.
Annalisa Fracasso con una copia di Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale di Carlo Menzinger
Firenze, 7/6/2011

BASTASI COLPISCE ANCORA

La gabbia criminale - Alessandro BastasiDi
Alessandro Bastasi avevo già apprezzato molto il romanzo “La fossa comune” (ne ho scritto qui). Con “La gabbia criminale” questo autore migliora ulteriormente. Sarà forse che, sganciandoci un po’ di più dalla politica internazionale che nel precedente romanzo aveva un ruolo centrale, e calandosi in una realtà più ristretta, riesce a trovare maggiormente la misura umana del ricordo, della costruzione dei personaggi, della ricerca interiore, realizzando un prodotto più facilmente apprezzabile.

Qualcuno consigliava agli autori di scrivere di ciò che conoscono e hanno vissuto. Non sono totalmente d’accordo con quest’affermazione. A volte, soprattutto nella letteratura fantastica, è possibile svincolarsi da questa regola, a patto però di aver studiato bene il mondo, reale o immaginario, che si va a descrivere. L’expertise si compone di conoscenza e esperienza. Per scrivere non sempre occorrono entrambe. Basti pensare alle ricostruzioni salgariane di mondi esotici da lui mai visitati o alla Terra di Mezzo di Tolkien.
Credo però che scrivere di Treviso a un autore come Bastasi che in questa città c’è nato e vissuto, possa averlo aiutato a ritrovare una vena più sentita e sincera, facendo emergere ancor più l’ottima stoffa che già avevamo apprezzato ne “La fossa comune”, ambientato in Russia ai tempi di Eltsin.Alesandro Bastasi 
Quello che si snoda è un giallo il cui disvelamento è soprattutto riscoperta di memorie perdute, di vite passate di questa provincia italiana così per bene ma anche così carica di veleni e falsità.
E come da noi spesso accade è la famiglia, con i suoi vincoli e obblighi, a costruire intorno a ciascuno gabbie sempre più strette, al punto da divenire “criminali”.
È il familismo amorale che vi divora, che fa scomparire solidarietà, legami sociali, senso comune, questa gabbia criminale dalla quale sono scappato appena ho potuto. Questo intreccio di falsità contrabbandate per decoro, buon nome, reputazione, questo cazzo di legame del sangue in nome del quale si possono compiere le azioni più vigliacche” dice saggiamente il protagonista  verso la fine del romanzo (pag. 229), e a noi verrebbe da aggiungere che è da Il padrinoquesto familismo che sono nate mafia, camorra e ndrangheta, è di questo familismo che si è nutrita la Chiesa e con essa certa politica per decenni, è da questo familismo che nasce la diffusione epidemica della raccomandazione, del favore e del favoritismo, è da tutto ciò che nasce la debolezza del nostro Paese, incapace di concepire un sistema sociale in cui il merito, la capacità, l’impegno, l’onestà prevalgano sui legami di sangue, di amicizia, di cordata, di schieramento, di partito.
Se dunque qui Bastasi rinuncia a parlare della politica fatta dai politici, ci parla però, tra le righe, della politica vera, della vita della città, in particolare di quella della sua Treviso (ma certi comportamenti sono comuni da nord a sud).
Se apprezziamo però questa lettura è soprattutto per il calore sincero dei suoi personaggi, che sembrano davvero prender vita e muoversi davanti ai nostri occhi.
Altro pregio di questo volume è un editore, Eclissi, che sembra in grado di confezionare un prodotto di qualità quanto meno migliore di quello delle 0111 Edizioni della precedente pubblicazione.
Auguro dunque ad Alessandro Bastasi tutto il successo che si merita e consiglio sicuramente la lettura.


Firenze, 12/07/2011

Come uscire dall'eterna adolescenza

 Adolescenza - DoltoIl volume di Françoise Dolto Adolescenza” (letto in Oscar Mondadori Saggi) non è un libro recentissimo, dato che la prima edizione francese credo risalga al 1988 e questo un po’ si sente, perché ogni generazione di giovani è diversa da quella successiva e venti anni non sono pochi in tal senso. Diversi sono i linguaggi, diversi i miti e i passatempi.
Inoltre il volume fa riferimento alle realtà di vari Paesi, ma la Francia vi ha un ruolo centrale e questo si sente soprattutto quando si parla delle leggi e del sistema scolastico, che può essere interessante conoscere anche se non si è francesi, per puro interesse culturale, ma che perdono di interesse se si cercano riferimenti concreti.
Premesso ciò, dato che l’adolescente ha certe caratteristiche che permangono a distanza di secoli, buona parte del volume rimane attuale e degno di lettura.
Si parte, infatti, addirittura con un secondo capitolo dedicato ai Miti, seguiti da un terzo e quarto capitolo con interessanti riferimenti storici, che potrebbero essere letti anche tra altri cent’anni.
Vi sono poi parti che parlano del rapporto tra adulti e figli adolescenti e non, che può essere utile anche a chi svolge il difficile mestiere del genitore.
L’analisi sociologica finale, ancorché incentrata sul vissuto francese, mi è parsa particolarmente stimolante, facendo riferimento al fatto che il modello scuola-famiglia non sembra essere la soluzione ottimale per educare un ragazzo.
La Dolto fa notare come spesso si confonda educazione con istruzione e come la scuola   F. Dolto(nel caso francese soprattutto quella pubblica, da noi non vedrei differenze) stia divenendo sempre più luogo deputato alla seconda funzione, mentre la prima viene sempre più trascurata.
Mi ha incuriosito anche l’osservazione che i giovani che vogliono allontanarsi da una famiglia in cui si sentono oppressi o in cui comunque vivono male non abbiano altri spazi in cui rifugiarsi, non offrendone la scuola e non essendo ammesso il lavoro minorile, cosa apprezzabile per altri aspetti ma che priva il giovane dell’autonomia economica e quindi della libertà di scelta. Questo mi ha incuriosito, avendo letto di recente alcuni testi sulla vita a Sparta, dove i ragazzi a sette anni venivano staccati dalla famiglia per avviare una vita comunitaria di formazione e crescita.
La Dolto già in questo volume lamentava, infatti, il fatto che i giovani spesso non abbiano modo di vivere veramente assieme ad altri coetanei (oggi che le famiglie sono ancor più piccole, il fenomeno si va accentuando). Il modello spartano, di cui serbiamo un vago ricordo scolastico come di qualcosa di negativo, forse potrebbe invece offrire qualche suggerimento per migliorare il modo in cui i giovani possono essere educati in un mondo in cui le famiglie sono ambiti sempre più ristretti e i vicini perfetti sconosciuti con cui non c’è relazione.
 
 AdolescentiIl volume, prima delle appendici, si chiude con una proposta di riforma della legislazione francese volta a sostituire il limite d’età per l’obbligo scolastico a sedici anni con un obbligo a imparare a leggere e a scrivere e un’autorizzazione  a studiare senza limiti d’età (studiare come diritto e non come dovere), la possibilità di stage retribuiti in azienda a partire da 15 anni, per rendere presto i giovani economicamente indipendenti dalle famiglie, valorizzare il mestiere d’insegnate, riequilibrando anche il rapporto trai sessi, possibilità di lavorare da 14 anni per chi lascia la scuola, maggiore età abbassata a sedici anni per i ragazzi e quindici per le ragazze, abolizione del carcere per i minori, depenalizzazione ma non legalizzazione delle droghe leggere, soppressione del tribunale d’Assise per i minori, possibilità di abitare a scuola, parificazione delle scuole nell’Unione Europea con introduzione di due ore di attività manuali, dagli undici anni un trimestre in altro Paese UE, da sedici anni volontariato in Africa.
 
Offrire ai ragazzi la possibilità di crearsi una vita autonoma quanto prima è forse ciò  adolescentiche serve al nostro Paese (e non solo) per uscire da quest’assurda situazione di un’adolescenza prolungata all’infinito, con “ragazzi” di trenta e più anni che ancora vivono con i genitori e che non si assumono la responsabilità di creare una famiglia.
Rimandare sempre più il momento della paternità e della maternità porta a una società con sempre meno bambini, che non si rinnova e in cui il distacco generazionale tra genitori e figli si allarga in modo preoccupante.
Senza necessariamente seguire tutti i suggerimenti della Dolto, alcuni dei quali opinabili, però forse solo una seria riforma della struttura sociale, partendo dal modello della scuola, della famiglia e del lavoro e ridisegnandoli in modo da creare nuove intersezioni e nuovi ambiti per ciascuno, potrebbe consentire di rinnovare l’Italia e l’Occidente, dandoci nuovo fiato per affrontare le sfide del futuro. 

Quattro libri di autori poco noti

 DEA-GATTA DACCI IL NOSTRO FANTASY QUOTIDIANO
 
Il Libro dei Misteri - Roberto ReIl Libro dei Misteri”, il romanzo d’esordio del piemontese Roberto Re (classe 1976), è un fantasy in cui si mes Roberto Re -  Il libro dei Mistericolano piccoli momenti di vita quotidiana che condiscono l’universo fantastico da lui creato, attimi non dissimili da quelli che vive ciascuno di noi nel ben più prosaico mondo reale, qui vissuti da re, principi e, addirittura, Dei. Stupisce un po’, in effetti, vederli mangiare marmellata, leggere libri di favole, e chiacchierare del più e del meno, persino con questi Dei, persino più umani di quelli del Pantheon greco-romano.
La vicenda narrata si allunga così e dilata in lunghe premesse, intermezzi, intervalli che ci mostrano i personaggi nella loro vita comune, aldilà della trama, aldilà della loro missione avventurosa.
Qualche ripetizione e le numerose divagazioni fanno dunque protrarre la lettura, continuando a cullare il lettore in questo mondo magico e ritardandone il rientro nella realtà.

 IL RAP DELLA VERITÀ TRADITA
 
Miriam Mastrovito scrivendo “L’ultimo rapL'ultimo rap - Miriam Mastrovito” (autorinediti) si è ripromessa di scrivere qualcosa che stimolasse la voglia di leggere dei giovani (così scrive nella Nota finale). La soluzione trovata è quella di parlare di musica (rap), con personaggi adolescenti. Quella che ne è nata è una fiaba metropolitana che mescola fantascienza (la Macchina della Verità) con il giallo (la scomparsa del rapper Rancore) e il sentimento (l’amicizia tra Sara e il grafitaro Basquiat – non quello famoso, però). Una storia piacevole, che scorre via veloce e che, in effetti, un ragazzo potrebbe leggere volentieri. Già in precedenza avevo espresso dei dubbi sul fatto che il rap sia rappresentativo del nostro tempo o anche solo di una generazione, ma queste sono considerazioni personali.
L’ultimo rap” è una delicata satira/ metafora dei nostri giorni, della nostra politica, con quel Presidente Volponi, quel capo dei Servizi Segreti Talpetta e quell’insano desiderio di manipolare la Verità, che tanto è caro anche ai nostri governanti. Singolare è che questo romanzo non sia stato scritto nel 2010 ma prima, essendo stato pubblicato nel giugno 2007. Sembra quasi che la satira abbia anticipato i tempi e che ci parli della “legge bavaglio” con cui si sta cercando di nascondere agli elettori la Verità, con la scusa ridicola della privacy, come se un personaggio pubblico possa davvero averne diritto, quando si lede il diritto dei cittadini ad essere informati e a conoscere i propri rappresentanti.
Miriam MastrovitoLa questione del rapporto dei giovani con la lettura posta nella Nota dell’autrice  è  complessa e interessante. Mi chiedo se sia sufficiente scrivere qualcosa di adatto ai ragazzi per indurli a leggere. Certo qualcuno come la Rowlings, la nostra Troisi o altri ci riesce (e anch’io c’ho provato), ma il nocciolo del problema credo sia che questa generazione ha troppe distrazioni per amare davvero la lettura (televisione,  web, ipod, sport e mille attività) . La letteratura ha fatto grandi passi avanti nell’offrire prodotti sempre più vicini ai reali gusti dei ragazzi, ma la concorrenza degli altri media è spietata.
Non penso che l’e-book, i tablets e altri strumenti possano aiutare più di tanto a superare il gap d’attrazione  rispetto  al cinema, ora arricchito dal 3D se non dal 4D.
Romanzi pensati per i ragazzi possono però aiutare. Ben venga, dunque chi ci prova. Comunque non è mai male pensare ai lettori potenziali quando si scrive. Spesso si scrive per noi stessi, ma se vogliamo essere letti, bisogna pensare anche alle persone cui, idealmente, ci rivolgiamo, siano essi giovani o no.

 HARMONY-SOFT-SCIENCE FICTION
 
L'erede di Vitar - Federica RamponiL’erede di Vitar”, il romanzo d’esordio di Federica Ramponi, edito dalla 0111 è una storia di fantascienza con una trama sentimentale, la storia di una principessa aliena  (come in un vecchio Star Trek, ha ingenue sembianze quasi umane) che  costretta a sposare un principe che non le piace (che si scoprirà più cattivo di quel che sembrava all’inizio), decide di fuggire sulla Terra e di cercare lì il vero amore (ma a differenza di Fiona, quando incontra Shrek, non si trasformerà, trovandolo, in un’orchessa!) volando verso un inevitabile lieto fine.
Il mondo alieno, Vitar, è tratteggiato nelle sue pecualirità, ma allFederica Ramponia fine la protagonista poteva anche essere una principessa araba fuggita in Francia come in classico romance e la trama sarebbe cambiata di poco.
Direi, dunque che il rosa predomina sulla fantascienza e questo farà forse più felici le lettrici femminili dei “maschietti”. La scrittura è comunque pulita e scorrevole e il libro scorre via, accompagnandoci in un pomeriggio di piacevole lettura (io l’ho letto per intero sul volo Parigi-Washington).
Un grosso bocca in lupo a Federica per il suo prossimo libro, che sono certo riuscirà a trarre profitto dall’esperienza di questa prima prova.
 
NELLE ITALICHE PALUDI
 
Le Verità di Fango - Pietro AtzeniIncredibilmente in Italia c’è ancora qualcuno che non crede che la nostra classe politica ha ormai raggiunto livelli di corruzione (in senso lato) aldilà dell’accettabile per qualsiasi Paese civile. Queste persone farebbero bene a leggere il nuovo romanzo di Pietro AtzeniLe verità di fango”.
Leggo su Wikipedia, a conferma di quanto già sapevo che “la locuzione anni di fango è a volte adoperata per designare il periodo di storia italiana che coincide con gli anni ottanta del secolo scorso.
Si tratta di un'evidente imitazione della più diffusa espressione anni di piombo. In essa è contenuto un palese giudizio negativo su un decennio in cui la società italiana, malgrado il raggiunto benessere economico e l'inizio dello sviluppo tecnologico culminato negli anni novanta e duemila, soffre pesantemente a causa di una classe politica particolarmente corrotta, e talvolta collusa con organizzazioni malavitose come la mafia. Da segnalare, in questo periodo, la scoperte dell'esistenza della P2 (Propaganda Due), una loggia massonica con fini di sovversione dell'assetto socio-politico-istituzionale dell'Italia.
L'espressione deve il suo successo soprattutto al giornalista italiano Indro Montanelli, che intitolò L'Italia degli anni di fango il volume della sua Storia d'Italia dedicato agli anni 19781993, un periodo che inizia pressappoco con l'elezione di Sandro Pertini a Presidente della Repubblica e si conclude con la scoperta di Tangentopoli e l'avvio dell'inchiesta mani pulite. Il libro è il seguito de L'Italia degli anni di piombo (19651978), dedicato agli anni settanta. Entrambi i volumi sono stati scritti in collaborazione con il giornalista Mario Cervi.
L'espressione è entrata nel linguaggio comune a designare un lungo periodo di tempo contrassegnato da eventi particolarmente negativi.”
Il romanzo di Pietro Atzeni intitolandosi  “Le verità di fango” sì riferisce chiaramente proprio alla corruzione della nostra classe politica, fenomeno purtroppo tutt’altro che limitato ai soli anni ’80 del secolo scorso.
Il libro che ha scritto sebbene abbia il filo conduttore di una trama gialla, a volte assume i toni del saggio, per parlarci di quest’Italia, senza mai usare nomi veri o spesso omettendoli proprio. Per chi legge un po’ i giornali è però assai facile indovinare di quale politico si parli di volta in volta.
Quello che ne esce è dunque un libro di denuncia, anche se non arriva mai ad accusare veramente qualcuno, tranne, a un certo punto il Fondo Monetario, con una tesi – che mi pare discutibile – in base alla quale il Debito Pubblico sarebbe stato alimentato a tutto vantaggio di questo.
È dunque un libro da leggere per riflettere sul nostro tempo, sorvolando magari su alcune debolezze narrative (non amo ad esempio quando i personaggi vengono introdotti con una loro descrizione fisica, ma è una questione di gusti personali, immagino, e mi è parso superfluo lo stratagemma delle 99 tavolette d’argilla rossa da tradurre per giustificare la storia) e accogliendo le parentesi economico-politiche non come digressioni ma come vera sostanza del volume.

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