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I MONDI ASIMOVIANI A RITROSO VERSO LA GRANDE UTOPIA

Con “Fondazione e Terra” si conclude l’esalogia del Ciclo della Fondazione, il terzo e ultimo dei cicli asimoviani che descrivono la storia della Galassia e dunque anche tale insieme di romanzi e racconti. Si tratta del sequel pubblicato nel 1986, vari decenni dopo la trilogia originale della Fondazione, e dato che purtroppo ormai Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) non potrà scriverne altri, “Fondazione e Terra” è davvero il volume conclusivo di questi cicli che coprono due o tre decine di migliaia di anni di vicende.

Con “Fondazione e Terra” lo scrittore russo-americano Isaac Asimov ci fa rivedere, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo incontrato nelle opere precedenti.

In questo romanzo incontriamo Golan Trevize e il professor Pelorat, già conosciuti nel precedente “L’Orlo della Fondazione” intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Golan Trevize spera di trovare una spiegazione alla scelta da lui fatta nel precedente romanzo, tra il modello di Galassia fornito dalla psicostoria di Hari Seldon, con le sue Fondazioni, e il modello (Galaxia) preconizzato dal pianeta senziente Gaia: una Galassia in cui tutti i milioni di mondi popolati dall’umanità siano uniti come in un unico organismo autocosciente, dove ogni individuo, animale, pianta o minerale sia una cellula di un immenso organismo. Trevize, nel precedente volume, ha scelto il modello Galaxia al Secondo Impero verso cui tendono le Fondazioni e la psicostoria, eppure non si dà pace, incerto sulla validità della propria scelta.

Con l’aiuto del mitologo Pelorat cercano di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possano poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione e centro del Secondo Impero in formazione (visti nel Ciclo della Fondazione) in un viaggio a ritroso per i luoghi già conosciuti nelle opere precedenti, per sfiorare Trantor, il pianeta d’acciaio ormai decaduto, che fu capitale del Primo Impero ed è la sede segreta della Seconda Fondazione (conosciuto nel Ciclo dell’Impero), per arrivare a Baleyworld (ora ridenominato Comporellen), il primo pianeta di Coloni della Seconda Ondata, fondato da Ben Baley, il figlio di Elijah Baley (conosciuto ne “I robot e l’Impero” romanzo di congiunzione dei primi due Cicli), quindi su Aurora, ormai un mondo abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali (quelli che furono colonizzati dalla Prima Ondata), il solo ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra (mondi entrambi incontrati nel Ciclo dei Robot). Grazie alle informazioni raccolte i due amici, accompagnati da Bliss, un’abitante di Gaia, in continuo collegamento telepatico con il mondo pensante di cui è parte integrante e (dopo l’atterraggio su Solaria) da Fallon, un/a bambino/a ermafrodita solariano.

Isaac Asimov

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che lo considerano il mondo ideale e vivono in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più contatti sessuali, sono assistiti da centinaia di robot e dispongono di enormi appezzamenti di terreno. Il loro isolazionismo e la loro totale mancanza di altruismo sono l’aspetto distopico.

Dopo una tappa sul desertico mondo spaziale Melpomenia, dove saranno aggrediti dalla forma di vita locale più evoluta, le muffe arrivano così sulla stella più vicina alla Terra, Alpha Centauri e scoprono che un suo pianeta ricoperto di acqua è stato terraformato dall’Impero per consentire agli ultimi abitanti della Terra di emigrarvi per abbandonare il pianeta d’origine dell’umanità ormai morente.

Alfa rappresenta, come altri pianeti asimoviani, un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e il clima e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita semplice e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta. Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare ci deve essere un motivo. I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo l’anello mancante dei tre cicli asimoviani e la risposta a tutti i quesiti. (CHI NON VUOL CONOSCERE IL FINALE SI FERMI QUI.) Per l’appunto mentre leggevo e commentavo “L’Orlo della Fondazione” mi ero chiesto se nella creazione di Gaia, il “pianeta pensante” da cui viene Bliss, che si dice creato dai robot, non ci fosse per caso lo zampino di quel A. Daniel Olivaw che era scomparso così repentinamente, cedendo il ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia a Hari Seldon in “Fondazione Anno Zero”. Da allora ne attendevo la ricomparsa, pur sapendo che nella Trilogia originale difficilmente sarebbe potuto comparire essendo l’idea di collegare i tre Cicli successiva e non prevedendo, all’inizio, i due Cicli finali la presenza di alcun robot. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la psicostoria era guidata da questo robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica che gli impone di fare il bene dell’umanità e come nei due prequel della Fondazione lo abbiamo visto fingersi umano, con altro nome e guidare l’Impero come consigliere dell’imperatore, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daniel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte si muova per il bene comune, sia essa umana, animale, vegetale o minerale. A. Daniel Olivaw è esso stesso parte dell’utopia: un robot telepate ultraintelligente, guidato da delle leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

Fondazione e Terra”, come alcuni dei romanzi scritti da Asimov nella seconda fase (quando, negli anni 1980-90 cioè creava delle storie di collegamento tra i vari cicli scritti negli anni 1940-50) si presenta più spigliato e unitario dei romanzi “classici”. Occorre dire che la mancata unitarietà delle storie originarie nasceva dal fatto di essere state concepite per le pubblicazioni a puntate sulle riviste di fantascienza dell’epoca sotto forma di racconti e solo in seguito riunite in romanzi, mentre i nuovi romanzi nascono già come tali e forti di un progetto ormai chiaro e delineato.

Come tutti i romanzi e i racconti della storia della galassia anche “Fondazione e Terra” è leggibile autonomamente dalle altre opere, ma caratterizzandosi come opera conclusiva ed esplicativa, è quella che maggiormente aiuta a comprendere la visione di Asimov della storia dell’umanità nei prossimi 20-30.000 anni. Troppi sono i presupposti (salti nell’iperspazio che fanno superare il limite della velocità della luce, una Galassia piena di pianeti abitabili ma priva di altre razze intelligenti, telepatia) su cui si basa che ci fanno capire che le cose non andranno mai come il grande maestro della fantascienza le ha sognate, ma fa comunque piacere che esista un’opera così ampia che tenti di raccontare il futuro come una grande avventura o meglio come un’imponente raccolta di avventure.

L’UTOPIA DELLA COMUNIONE GALATTICA

Se Isaac Asimov ha impiegato circa 40 anni a completare la stesura della sua storia futura della Galassia (dal 1948 quando cominciò a pubblicare a puntate i primi racconti che furono poi riuniti nella Trilogia della Fondazione, al 1986, quando ha pubblicato “Fondazione e Terra”), temevo di impiegare più o meno altrettanto tempo a rileggere tutti i romanzi e i racconti che lo compongono, quando nel settembre del 2010 lessi “La fine dell’eternità” o quando, nel novembre del 2012, decisi di proseguire nella lettura in ordine cronologico di tutte queste opere e, in particolare, dei tre cicli dei Robot, dell’Impero e della Fondazione in cui la maggior parte di queste storie sono raccolte. In effetti, con i primi volumi me la sono presa comoda, ma ora ho deciso di accelerare e così negli ultimi giorni ho letto gran parte del Ciclo della Fondazione e ora ho appena completato il penultimo libro di questo ciclo “L’orlo della Fondazione” (“Foundation’s Edge).

L’orlo della Fondazione” fu pubblicato nel 1982, ben tre decenni dopo l’ultimo volume della Trilogia della Fondazione originaria (“Seconda Fondazione” – 1952) e rappresenta il primo dei quattro nuovi volumi aggiunti da Isaac Asimov per formare il nuovo Ciclo della Fondazione e collegarlo ai precedenti due cicli, quello dei Robot e quello dell’Impero.

Nel precedente volume la Prima Fondazione pensava di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre, e quindi il progetto psicostorico di Hari Seldon per fondare un Secondo Impero nel giro di mille anni, continua ad andare avanti.

Ne “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra.

Il Ciclo della Fondazione, infatti, come molti sanno bene, è ambientato in una Galassia in cui l’umanità si è espansa popolando, in circa 22.000 anni di viaggi spaziali, centinaia di milioni di mondi.

La cosa assurda è che su nessuno di questi mondi è mai stata trovata alcuna civiltà o intelligenza aliena (a parte quella “fuori ciclo” di Nemesis)! L’altra cosa strana è che tutti i milioni di miliardi di abitanti parlano la medesima lingua, il Galattico Standard e hanno le medesime usanze e cultura, eppure nessuno ricorda più che tutto ciò deriva da un unico pianeta madre comune, la Terra, del tutto dimenticato o, al massimo, considerato come una leggenda.

Anche qui notiamo alcune incongruenze, come lo storico che sale per la prima volta su una nave spaziale e si fa spiegare come sia in grado di fare i suoi salti nell’iperspazio: dopo 22.000 anni di viaggi spaziali, in una Galassia in cui abbiamo persino visto una ragazzina di 14 anni viaggiare da un sistema solare all’altro comprando i biglietti per il volo da una macchinetta automatica. Pare strano che una persona di discreta cultura, come un accademico, sebbene non di formazione tecnica, abbia bisogno di simili spiegazioni (che sembrano messe lì più che altro per il lettore). Sarebbe come se oggi, dopo migliaia di anni che navighiamo per mare, un professore di storia (che forse dovrebbe sapere qualcosa di battaglie navali e storia della navigazione!) si mettesse a chiedere se davvero quella barca non andrà a fondo e come farà mai a tracciare la rotta!

In questo romanzo, assai più integrato e omogeneo dei volumi della trilogia originaria, assistiamo alla missione di un consigliere della Prima Fondazione, Golan Trevize, alla ricerca della Seconda Fondazione, alla cui scomparsa non crede, assistito dal professore di storia Pelorat, che a sua volta è alla ricerca del mitico pianeta d’origine dell’umanità. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore (una sorta di equivalente politico su Trantor, sede di questa organizzazione, del titolo di consigliere di Trevize) Stor Gendibal, alla ricerca, invece, di un’altra entità che come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Isaac Asimov

Si ritroveranno tutti su Gaia, un pianeta non privo di sorprese, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca, ma che si rivelerà altro. Non vorrei togliere la sorpresa a chi non l’abbia ancora letto (se siete tra costoro interrompete qui la lettura), ma quello che Gaia si rivela essere è qualcosa che ricorda in qualche modo quel che abbiamo letto essere Nemesis. Il romanzo che porta lo stesso nome del pianeta si colloca temporalmente agli inizi della storia galattica, narrando della colonizzazione del primo pianeta al di fuori del sistema solare. Sebbene ci siano alcuni richiami reciproci tra Nemesis e il Ciclo della Fondazione, Asimov pare abbia detto che questo romanzo non è parte della sua storia futura. Eppure, se su Nemesis troviamo dei microrganismi connessi tra loro, a costituire un grande cervello planetario (tipo Solaris di Lem), su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità di Gaia.

Nemesis era, però, un prodotto naturale dell’evoluzione, Gaia, invece, è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità, una nuova utopia asimoviana, un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro. Eppure, scopriamo, fu da Gaia che partì Il Mulo, il grande mutante nemico delle Fondazioni e distruttore del Primo Impero, la più grande minaccia alla psicostoria, la scienza inventata da Hari Seldon, usata per preparare l’avvento del Secondo Impero, grazie all’opera delle due Fondazioni.

Se furono i robot a plasmare Gaia, con poteri telepatici simili agli ultimi modelli realizzati prima che l’umanità decidesse di fare a meno di loro, se in “Preludio alla Fondazione” e “Fondazione Anno Zero” Hari Seldon fu aiutato nel suo progetto di realizzazione delle due Fondazioni dal robot telepate A. Daniel Olivaw, lo stesso protagonista decenni prima del Ciclo dei Robot, sopravvissuto all’avvento e alla decadenza dell’Impero, se A. Daniel Olivaw a un certo punto rinuncia al suo ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia per andare a fare altro, ci si chiede se Gaia non sia, almeno in parte opera sua, anche se Gaia sembra più antica dell’Impero.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, questo pianeta intelligente, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon e nata prima di lui, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata”, una sorta di “Gaia interstellare”, una Galassia in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione universale (o quantomeno galattica).

In queste pagine, Asimov cita, oltre a Nemesis, un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Racconta cioè una leggenda secondo cui sul pianeta d’origine vivevano gli Eterni, esseri umani in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo, tra tanti “universi divergenti” (come li definisco nei miei romanzi). In ognuno di essi tutto era possibile. In alcuno la civiltà si era sviluppata sulla Terra, in altri su Gaia, in altri su Terminus o altrove. Gli Eterni scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra e per questo l’umanità vive in una Galassia dove tutti i pianeti abitabili non sono abitati da esseri intelligenti! Una spiegazione, direi, un po’ debole, ma plausibile, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

Se nelle opere precedenti abbiamo visto nascere e morire varie utopie, da un’umanità assistita da robot simili ad angeli custodi, dalle colonie spaziali ultracontrollate, da una storia regolata dalla matematica della psicostoria, qui scopriamo un altro sogno, un altro modello sociale, ma già nelle ultime pagine del romanzo intuiamo che Asimov non crede veramente neanche in quest’utopia, come non sembra davvero credere che il sogno dell’umanità sia un Impero Galattico. Certo, scrive che il Secondo Impero sarà migliore del Primo e qualcosa di simile a un Unione di mondi, qualcosa che ricorda troppo alla versione galattica degli Stati Uniti d’America, eppure lo stesso Trevize, che alla fine sceglierà il futuro migliore per l’umanità, nel momento stesso in cui sceglie, già teme di aver sbagliato. Anche quest’utopia sta già morendo nel momento stesso in cui nasce. Cos’hanno in comune tutte le utopia asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi sono tutti entità che vegliano (e controllano) l’umanità. Saranno anche utopie, ma Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. Non vediamo Dei, non vediamo nulla di soprannaturale, ma la Galassia è piena di miti e di entità dai grandi poteri, come se Asimov sentisse l’esigenza di colmare questa sua Galassia atea con qualcosa di sovrumano che facesse, almeno in parte, le veci del suo Dio latitante. Sono però angeli custodi a tempo, utopie a scadenza, che si annullano secolo dopo secolo, romanzo dopo romanzo.

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