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ALLUCINOGENI, FANTARELIGIONE E LA GRAN TESTA DI DICK

Risultati immagini per le tre stimmate di palmer eldritchPhilip K. Dick non è certo il più classico degli autori di fantascienza, pur essendo uno dei grandi nomi della fantascienza di epoca classica. La sua grande creatività e la sua capacità di guardare il mondo con occhi diversi lo hanno portato a scrivere romanzi e racconti che si muovono oltre i confini del genere. Non per nulla una delle opere pioneristiche dell’ucronia (“La svastica sul sole”) ha la sua firma.

Con “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (The Three Stigmata of Palmer Eldritch – 1965) pur portandoci attraverso cliché del genere, come i viaggi spaziali, la colonizzazione di altri mondi e le invasioni aliene, Dick ci offre un contesto ben diverso. Ci parla di droghe come Wallace in “Infinite Jest” non sa fare, inventandone di nuove, con nuovi effetti. Le immagina legate a dei Progetti (come il Can-D), dei sistemi per favorire dei viaggi guidati in altri mondi o addirittura come strumenti per il controllo dell’umanità e veicoli di invasioni aliene (come la Chew-Z). La diffusione di queste droghe hanno effetti non solo sulle menti e i corpi di chi le assume, ma sull’intera società e diventano metafora di un consumismo dilagante, di un sistema di controllo e assuefazione delle masse che fa pensare a un certo uso dei media.

Eppure “Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch” sono anche altro: sono analisi e riflessione sui confini del reale, anticipando la moderna confusione con il virtuale e l’odierna manipolazione dell’informazione mediatica. Sono riflessione su Dio, sull’unicità dell’Uomo nell’universo, sul rapporto con il diverso e l’alieno. Sono, in fondo, un raro esempio (e certo uno dei primi) di fantareligione. Mi chiedo persino se avremmo potuto avere un Simmons con il suo ciclo di “Hyperion” senza quest’opera dickiana.

La visione della droga e degli alieni, pur muovendosi sui piani dell’allucinazione, non ci porta verso i mostri ancestrali di Lovecraft, né a un’analisi delle paure umane come negli scritti di Stephen King, ma, nel guidarci in viaggi nel tempo e nello spazio, mantiene una profonda razionalità, quasi asimoviana, per quanto il russo-americano sia agli antipodi rispetto a Dick.

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Philip K. Dick

L’opera si nutre di un’ambientazione articolata.

Ci ritroviamo in un mondo in cui il surriscaldamento globale è andato così avanti che a New York ci sono 80 gradi centigradi e quando il sistema di refrigerazione delle case si guasta, chi ci rimane dentro si cuoce, in un mondo in cui, secondo la visione romantica della fantascienza di epoca classica l’umanità ha colonizzato Marte, Venere, Ganimede e altri luoghi del sistema solare e riesce a viaggiare fino a Proxima Centauri, ma in cui alcune cose sono andate avanti ma non troppo, abbiamo per esempio degli “omeogiornali” ma non internet, dei medici-valigetta che somigliano a personal computer, ci sono individui con capacità precognitive, dei veggenti detti Precog, utilizzati per prevedere la moda futura, c’è una droga, la citata Can-D, assunta assieme a dei programmi onirici detti Progetti, ci sono tecniche “evolutive” che permettono di trasformare le persone per adattarle ad ambienti alieni, trasformandoli nelle cosiddette “Teste a bolla”, ci sono ancora i transistor e c’è chi pensa di trovare Dio su Proxima Centauri.

Il romanzo riprende degli elementi di un precedente racconto di Dick, “I giorni di Perky Pat” (The Days of Perky Pat), pubblicato nel dicembre 1963. Chi assume la Can-D si trova nel mondo della bambola Perky Pat, una sorta di barbie, che nella visione allucinata diviene forse più una sexy-doll.

Leggo su wikipedia che “In medicina le stimmate sono le variazioni palesi e manifeste al fenotipo che possono essere segno distintivo rispetto alla condizione comune.Risultati immagini per le tre stimmate di palmer eldritch

A un approccio semplicistico alla diagnosi sono i segni caratteristici che indirizzano per la loro sola presenza in maniera evidente, a essere elementi qualificanti per indurre l’attribuzione a determinate condizioni patologiche.

Le stimmate di Palmer Eldritch sono la sua bocca dai denti d’acciaio, la sua mano meccanica e i suoi occhi artificiali, che lo connotano come una sorta di cyborg. Ma chi è Palmer Eldritch? E dov’è veramente? Come una sorta di Dio (e qui le stimmate alludono a quelle di Cristo, ovviamente, le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato), grazie al diffondersi della droga Chew-Z, Palmer Eldritch è ovunque e ambisce a essere ciascuno di noi: Dio è in ciascuno di noi, no? Ma Palmer Eldritch procede per gradi: all’inizio ambisce solo a “essere un pianeta”, ovvero ogni abitante di Marte.

Qualcosa si nasconde dietro Palmer Eldritch? Non voglio rivelare oltre, perché l’opera è più complessa di quello che potrebbe sembrare a un lettore superficiale e merita di essere affrontata con attenzione.

 

Di Dick leggi anche:

Tempo fuor di sesto

Ubik

La svastica sul sole

Noi marziani

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

L’OSSESSIONE PER IL TEMPO DI DICK

Dick - Tempo Fuori Sesto

Philip K. Dick – Tempo Fuori Luogo

Tempo fuor di sesto è un romanzo di fantascienza dello scrittore americano Philip K. Dick. Il titolo originale “Time Out of Joint è una citazione dell’Amleto di William Shakespeare. In Italia il libro, che negli Stati Uniti è stato pubblicato nel 1959, è stato tradotto con titoli diversi: “Il tempo si è spezzato, “L’uomo dei giochi a premio e “Tempo fuori luogo.

Nell’edizione che ho letto, il titolo era “Tempo fuori luogo”.

Quest’opera anticipa di un buon decennio il più famoso (e direi maturo) “Ubik” pubblicato nel 1969, di cui ha in sé molti elementi, che saranno poi sviluppati nell’opera successiva.

In “Ubik è il tempo stesso a venire alterato. Qui ci troviamo invece semplicemente su un palcoscenico in cui il tempo è stato riportato indietro da un 1998 futuro agli anni ’50 a beneficio di una persona sola, Raggle Gum, un po’ come avviene nel film “The Truman Show” (guarda caso uscito nel 1998 reale).

Nel film di Peter Weir, Truman Burbank, impersonato da Jim Carrey, vive in questo mondo immaginario a beneficio del pubblico di una sorta di Grande Fratello televisivo (mi riferisco all’orrenda trasmissione, non al capolavoro di Orwell).

Il Raggle Gum di Dick vive risolvendo quiz su un giornale, ma facendo così, senza saperlo, salva il mondo. Dick immagina che nel 1992 la Luna sia stata colonizzata e si sia già ribellata alla Terra.

Raggle Gum è un genio delle previsioni balistiche, ma troppo stressato dalla responsabilità di dover salvare il mondo tutti i giorni. Per tranquillizzarlo gli hanno cancellato la memoria e si sono inventati un gioco che lui continua a risolvere, prevedendo così l’arrivo dei missili dei “lunatici”.

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Philip K. Dick

Raggle, come Truman, comincia a sospettare che qualcosa non torni in quel suo mondo perfetto, e decide di andarsene, scoprendo come stanno realmente le cose.

Quello che Dick comincia a fare in questo romanzo è mostrarci la progressiva alterazione del tempo, delle falle che lasciano entrare, come in “Ubik, nell’epoca in cui vive il protagonista elementi di un’altra.

Il concetto di alterazione del tempo, riveste dunque per Dick un’importanza cruciale. Direi che ne è ossessionato quasi quanto me! Non per nulla anche lui arriverà a scrivere un’ucronia come “La Svastica sul Sole”. Il tempo lineare non lo soddisfa. Sembra una visione troppo semplicistica. Con questo romanzo si prepara a riflessioni più approfondite sul tema. Mentre gran parte della fantascienza esplora, con i viaggi interplanetari, soprattutto i confini dello spazio, Dick, segue le orme di Wells, avventurandosi a mostrare le alterazioni del tempo.

 

Firenze, 10/03/2012

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