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FRAMMENTI CORALI DI DONNE IN UN INTERNO

All’apparenza, sfogliandolo, “La specialità di Dio” potrebbe sembrare un libro di poesie. Forse lo è, ma mi è parso più che altro una galleria di ritratti. Ritratti, però, non a tutta persona né a mezzo busto.  Piccoli particolari, dettagli, presi qua e là, che non mostrano la figura per intero, ma, non di meno, la descrivono e caratterizzano. Se l’artista che li ha realizzati si sofferma da qualche parte, più che sul volto, mi pare sia sui genitali. Nel senso che questi quadretti ci parlano spesso di sesso o quanto meno di rapporti tra uomini e donne.

La specialità di Dio”, opera scritta di Riccardo Olivieri, non è però soltanto poesia, né soltanto ritratti. Il ritratto presuppone, infatti, l’isolamento della figura o, come qui, del particolare della figura ritratto.

Olivieri, invece, ci dona un libro che ha la sua unitarietà corale nell’ambientazione, mai descritta ma che traspare dal narrato.

Si ha, infatti, la sensazione (e credo di non sbagliarmi nel pensare che questo fosse l’intento dell’autore) di trovarci all’interno di qualcosa di simile a un centro anziani, o meglio un pensionato per vecchie signore. L’autore è nato nel 1963, dunque troppo giovane per simili luoghi, ma vi colgo qualcosa di autobiografico, presumo legato a vicende familiari.

La figura cui le anziane ospiti si rivolgono potrebbe essere proprio lui. Spesso insistono nel notare il suo modo un po’ sciatto di vestire, e soprattutto Risultati immagini per riccardo olivieri specialitàl’uso ripetuto della solita giacca consunta. L’autore, per il poco che lo conosco, mi pare assai meno trasandato di così, ma tale qui si dipinge o dipinge il personaggio che questo luogo di riposo attraversa.

Sono, dunque, queste che udiamo le voci di donne che ricordano un passato più o meno vivace, ma certo più del presente, o che descrivono il proprio stato attuale.

Lo fanno con questa lievità che sa di piccola chiacchiera ma che sfocia nel poetico. L’effetto complessivo è di un coro che si solleva, non irruento o imponente, ma leggero e fragile, come deve essere in quanto fatto da voci che hanno ormai vissuto la maggior parte del proprio tempo.

Lettura veloce e piacevole, che tocca temi delicati di vita con garbata noncuranza.

 

 

Il volume sarà presentato lunedì 20 Maggio alle 17,00 all’ASD Laurenziana, in via Magellano 13R – Firenze Nova.

FANTASCIENZA RETRÒ O UCRONIA FANTASCENTIFICA

Risultati immagini per invasione atto terzoQuando alcuni anni fa lessi il primo volume della doppia saga di romanzi “Invasione” e “Colonizzazione” di Harry Turtledove, lo feci in quanto questi libri mi erano stati segnalati come un interessante esempio di ucronia, genere cui appartengono molte delle mie opere. In effetti, si tratta di un genere particolare di ucronia, se vogliamo prendere alla lettera la definizione che ne fa wikipedia “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

A voler essere rigorosi se si parla di “eventi ipoteticamente possibili”, tra questi le invasioni aliene dovrebbero avere un grado di probabilità piuttosto basso, ma possiamo davvero considerarle impossibili?

Nel mondo della narrativa credo che si possa anche accettare l’ipotesi ucronica di Turtledove che la Seconda Guerra Mondiale sia interrotta da un’invasione aliena, come avviene in “Invasione”.

Inoltre, questi alieni sono piuttosto plausibili, la loro tecnologia è piuttosto simile a quella nostra attuale e non giungono sino a noi attraverso varchi spazio-temporali o viaggiando più veloci della luce, ma con un viaggio di secoli attraverso lo spazio.

Il loro problema è che la sonda che avevano inviato sulla Terra per valutare le condizioni del pianeta arriva da noi nel Medioevo e le navi che la Risultati immagini per invasione atto terzoseguono impiegano alcuni secoli, ritrovandosi così a incontrare un’umanità tecnologicamente assai più evoluta e per giunta in pieno assetto di guerra, come nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale.

La Razza (così si autodefiniscono gli alieni), è abituata a lenti mutamenti e non si aspettava che la storia umana evolvesse così in fretta. Del resto se fossero arrivati sulla Terra cinquecento anni prima e lo stesse avesse fatto la loro sonda, le differenze non sarebbero state così marcate neanche da noi.

Oltre che un bell’esempio di ucronia, queste storie sono anche un esempio quasi unico di qualcosa che oserei definire “fantascienza retrò”, se non “vintage”. Innanzitutto, per la scelta di ambientare l’invasione aliena nel passato, ma anche per il tipo di alieni, dei lucertoloni scagliosi che tanto ricordano, in piccolo, i Godzilla di certa fantascienza del secolo scorso, con armamenti in cui le bombe atomiche, i radar e i missili sono ancora tecnologia futuristica.

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Harry Turtledove

Questi romanzi, poi, sono anche un gran bell’esempio di opera corale, dove il protagonista è l’Invasione, più che un singolo personaggio, ma dove ognuno di questi ha comunque sufficiente spessore da ricavarsi un posto nel cuore e nell’immaginario del lettore. Personaggi, poi, presi da ogni parte del conflitto, che possiamo così osservare con gli occhi degli americani, dei nazisti tedeschi e degli ebrei tedeschi o polacchi, dei polacchi, dei cinesi, dei giapponesi e, soprattutto, dei Maschi della Razza, poiché il punto di vista degli alieni, siano essi semplici combattenti, scienziati o comandanti, ha un ampio spazio. Ogni tanto compare, persino, qualche accenno alla nostra piccola Italia (in questo terzo volume si accenna a Mussolini, a Pio XII, Enrico Fermi e si sente parlare con disprezzo di noi dai greci, che, vittime della nostra recente aggressione fascista, ci considerano “tiranni da operetta”).

Ho ora completato la lettura del terzo volume “Invasione – Atto Terzo” (1996) e, sebbene, anche questo tomo sia alquanto voluminoso con le sue oltre seicento pagine che si aggiungono alle altrettanto numerose dei precedenti “Invasione – Anno Zero” (1994) e “Invasione – Fase Seconda” (1994) , e le descrizioni di scontri militari non manchino, devo dire che i momenti di noia sono stati davvero pochissimi e la lettura è proceduta spedita e piacevolmente, creando una buona empatia con i numerosi personaggi, di cui si desidera sapere sempre di più. Interessante, poi, come i nemici di poco prima, riescano a trovare un modo per allearsi e combattere assieme.

Non potrò quindi che leggere, prima o poi, anche il quarto volume della quadrilogia (“Invasione Atto Finale”) e quindi iniziare anche il ciclo successivo sulla “Colonizzazione”, che, visto la sempre più serrata resistenza dei Toseviti (così ci chiama la Razza), davvero ci si chiede come sarà mai possibile.

FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

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Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

L’ANTOLOGIA DI PAGFORD RIVER

Il Seggio Vacante - J.K. Rowling

Il Seggio Vacante – J.K. Rowling

Ho affrontato la lettura de “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowlings con grande curiosità, essendo scritto dall’autrice di maggior successo di questi anni. Ho avuto modo di leggere in precedenza tutti e sette i romanzi del ciclo di Harry Potter e di averne apprezzato la grande qualità. Di fatto, però, finora la Rowling aveva scritto un unico, lungo romanzo, diviso in sette capitoli, con qualche appendice tipo “Le Fiabe di Beda il Bardo”. Aspettavo dunque di vederla all’opera con qualcosa di diverso.

Harry Potter, come noto è un ciclo di romanzi fantasy per ragazzi, sebbene dai toni progressivamente più cupi.

Il Seggio Vacante” è invece presentato come un romanzo per adulti.

I quesiti che mi ponevo iniziando la lettura erano essenzialmente:

1)      In cosa differisce veramente la celebre saga dalla nuova opera e quali elementi ci sono in comune?

2)      La Rowling è davvero una scrittrice di qualità e sa quindi scrivere romanzi di genere e sostanza tra loro diversi?

Iniziando la lettura, mi hanno colpito subito due somiglianze, non con l’opera precedente della scrittrice inglese, ma, innanzitutto, con il mio piccolo romanzo “Ansia Assassina” e con la raccolta di poesie “L’Antologia di Spoon River” dell’americano Edgard Lee Masters.

Prima di rispondere alle domande, vorrei ora chiarire queste sensazioni.

Nello scrivere “Ansia Assassina”, la mia idea principale era scrivere una storia sull’assenza del protagonista. Vi si narra della scomparsa di un ragazzo, la cui scomparsa crea una serie di altri incidenti e problemi.

Ebbene, la Rowling ha fatto lo stesso. Nel suo romanzo tutto ruota attorno alla morte del Consigliere Locale Barry Fairbrother. All’inizio questo non comporta nessun dramma particolare, a parte il generale stupore e dolore per la scomparsa di un uomo di poco più di quarant’anni, ma poi, in un crescendo che mi ha ricordato l’incupirsi della trama di Harry Potter, si consumano alcuni drammi. “Ansia assassina” è un romanzo breve, mentre “Il Seggio Vacante” è un romanzo lungo, quindi il respiro di tutto è assai diverso e la Rowling ha lo spazio per farci conoscere con precisione i suoi forse un po’ troppo numerosi personaggi.

J.K Rowling

J.K Rowling

Come molti sapranno “L’Antologia di Spoon River” è una raccolta di 245 ritratti – racconti, che, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. L’umanità che viene messa a nudo da Lee Masters è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica, in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, celando al contempo la propria umanità di piccoli peccatori.

Ebbene, “Il Seggio Vacante” non è una raccolta di poesie, ma un romanzo, eppure quello che fa è qualcosa di molto simile: descrive, attraverso i ritratti dei suoi abitanti, le piccolezze, debolezze e peccati degli abitanti dell’altrettanto immaginaria cittadina inglese di Pagford.

Veniamo dunque alle due domande iniziali. Quali sono le somiglianze e le differenze tra le due opere della Rowling?

A parte l’evidente assenza della magia, la principale differenza è che mentre le avventure di Harry Potter, riguardano soprattutto un personaggio, il piccolo maghetto, sebbene circondato da una miriade di amici e nemici, “Il Seggio Vacante”, invece, scegliendo un protagonista morto, finisce per essere, come la raccolta di Lee Masters, un’opera corale, dove protagonista è, accanto al morto assente, l’intera città. Certo, tra tutti i personaggi, ne spunta una, cui è andata gran parte della mia attenzione e simpatia, la sfortunata pupilla del defunto Fairbrother, Krystal Weedon, figlia un po’ disadattata di una tossica. Emerge, ma non è certo protagonista. Guarda caso, come l’Harry Potter degli ultimi episodi, anche lei è un’adolescente (16 anni) e adolescenti sono una parte dei personaggi, dal suo compagno di scopate Ciccio, all’amico di questo Andrew, alla bistrattata asiatica Sukhvinder. Assieme a loro, però, ci sono, in primo piano, assai più che in Harry Potter, i loro genitori e altri adulti.

Un’altra differenza è la totale assenza di magia, sebbene a un certo punto comparirà “Il Fantasma di Fairbrother”, ma sarà solo il nickname, dietro cui, uno dopo l’altro, si nasconderanno i ragazzi per denunciare anonimamente, in rete, le bassezze dei propri genitori. La centralità del morto riprenderà, tramite i suoi emuli virtuali, nuova vita. Saranno queste denunce anonime, nate nel cuore delle famiglie, dove i genitori sconvolti non pensano di cercarne la fonte, immaginando invece intrighi e bassezze politiche connesse alla lotta per occupare il seggio lasciato vacante dall’improvvisa morte di Fairbrother. Con questo stratagemma, la Rowling mostra la potenza della chiacchiera nell’era del web, quando il pettegolezzo malvagio si trasforma in post e assume una strana ufficialità, un mondo in cui finiamo per credere a qualcosa solo per averlo letto in rete, dove chiunque può scrivere, senza nessuna certezza di verità. Mostra un mondo in cui i ragazzi usano, un po’ inconsciamente, la rete come un’arma letale contro i propri genitori, che, come l’amministratrice del sito su cui si scatena “Il Fantasma di Fairbrother”, non riescono a fermare o arginare e, soprattutto, a capire.

Si potrebbe poi dire che qui non troviamo la netta dicotomia tra Bene e Male che caratterizzava il ciclo fantasy. Eppure anche in Harry Potter, alcuni buoni si rivelavano malvagi e dei malvagi si mostravano buoni.

A Pagford, tutti sembrano all’apparenza brave persone, ma ognuno ha in sé qualcosa se non di malvagio, di un po’ marcio.

Pagford

Pagford

Se Harry Potter era il riscatto di un ragazzo sfortunato e maltrattato in famiglia, “Il Seggio Vacante” ci mostra il riscatto della “scimmiesca” Sukhvinder, la rivalutazione della disprezzata ragazza proveniente dal brutto quartiere dei Fields, Krystal Weedon. Questo riscatto, però, non ha la stessa centralità.

Entrando un po’ più in dettaglio vorrei esaminare quelli che avevo chiamato “i magici ingredienti della Rowling”, alcuni elementi narrativi, che, secondo me, caratterizzano e danno forza alla saga di Harry Potter:

Trama: articolata e finemente intrecciata, consente di seguire le vicende di numerose famiglie di Pagford, tra loro legate, ognuna con la sua storia, che si sviluppa in modo strettamente correlato con quelle degli altri.

Ambientazione: se con Hogwarts e Diagon Alley abbiamo un mondo immaginario, ma costruito sulla falsariga dell’Inghilterra, Pagford potrebbe essere qualunque cittadina inglese e, come Hogwarts, appare all’inizio un luogo accogliente, ma rivela insidie.

Riti: non abbiamo le ritualità di Hogwarts, ma quelle tipiche della provincia inglese, con le elezioni e le messe, come momenti di incontro e confronto.

Magia: come detto, è, volutamente, assente, immagino soprattutto per l’esigenza di differenziarsi dal ciclo sul maghetto, proprio nel suo elemento più caratteristico.

Mondi paralleli: anche senza magia ci sono? In un certo senso sì. C’è il mondo delle apparenze sociali e quello delle realtà familiari. L’approccio, però, è ben diverso.

Linguaggio: le storie sulla scuola di magia usavano termini appositamente inventati, qui il linguaggio è quello comune, perché si vuole descrivere un mondo comune. Pagford è una qualunque cittadina dell’Inghilterra e del Mondo, ma, mi dicono, nella versione inglese c’è anche un interessante uso dello slang.

Amicizia: quella tra Harry, Ron e Hermione era un’amicizia forte e sincera, sebbene con i suoi dissapori. A Pagford ci sono molti amici, ma poche amicizie vere e quella tra Ciccio e Andrew si rompe irrimediabilmente, come quella tra le gemelle Fairbrother (anche qui una coppia di gemelli come i Wesley!) e Sukhvinder.

Isolamento: se il contrario dell’amicizia era l’isolamento patito da Harry nella casa degli zii, a Pagford, pur in seno alle famiglie e alla comunità, molti personaggi sono in realtà soli con se stessi.

Nemici: se il maghetto affronta nemici grandi piccoli, a Pagford ognuno ha il suo nemico personale e l’occasione politica della corsa al seggio vacante acuisce le inimicizie, facendole sfogare in sordida acrimonia.

Lotta tra Bene e Male: qui forse il contrasto tra Maghi buoni e cattivi potrebbe essere rappresentato dal contrasto politico tra coloro che vorrebbero liberarsi del quartiere popolare dei Fields e del centro di recupero dei tossicodipendenti e chi li difende. A voi scegliere dove sia una parte e dove l’altra.  Per il resto, però, la dicotomia si sfuma, come si diceva, e ognuno si mostra portatore di un poco di entrambi.

Scoperta di doti nascoste: se Harry, da sfigato, scopre di essere un grande mago, qui abbiamo la rivalsa di Sukhvinder e la rivalutazione dei Weedon, ma non sono così drastiche e complete e, soprattutto, non hanno la stessa centralità narrativa.

Spettacolarità: qui non abbiamo partite di Qiddich, draghi, grifoni e altri mostri, ma con gli intrighi e le vicende della gente del villaggio inglese si potrà di certo fare un bel film corale, ricco di numerosi attori.

Sport: anche qui non manca, con il canottaggio di cui era allenatore lo scomparso consigliere e che praticano Krystal e le sue amiche, però non assistiamo, tranne che in alcune memorie a nessuna scena sportiva.

Competizione: la lotta per la corsa al seggio scatena una corsa forse con non poi così tanti colpi bassi ma con molti cattivi pensieri. Certo per noi italiani, abituati a politici che si fregiano dei più pittoreschi delitti, i furti di computer, gli amorazzi segreti e i sogni pedofili fanno solo sorridere e non c’è facile capire come possano mutare il corso di un’elezione.

Mistero e suspance: non mi pare ce ne siamo un gran che per il lettore. Per i protagonisti c’è il mistero de “Il Fantasma di Fairbrother” e di come faccia a sapere cose tanto intime delle sue vittime. Scoprire chi vincerà le elezioni non mi pare sia, invece, motivo di particolare suspance e neppure l’evento più drammatico, la scomparsa del fratellino di Kriystal, è occasione per crearne.

Horror e paura: non direi che siano elementi di questo libro.

Avventure: sono quelle del quotidiano, assai meno spettacolari di quelle con maghi e draghi, ma non mancano i drammi.

Crescita: se mancano i tempi (i sette anni del ciclo) per vedere una vera maturazione dei personaggi, però assistiamo al cambiamento e alla maturazione di vari di loro, indotti dalle accuse del Fantasma e dal precipitare degli eventi che li costringe a confrontarsi con se stessi.

Morte: questo ingrediente fondamentale della celebre saga apre e chiude il nuovo romanzo e lo pervade dall’inizio alla fine, con la presenza ossessiva del defunto consigliere.

Veniamo quindi alla seconda domanda che mi ponevo all’inizio: quanto vale questo romanzo?

Credo che non potrà avere il successo planetario del ciclo fantasy, per la mancanza o la ridotta presenza di alcuni degli “ingredienti” che sottolineavo sopra, ma la robustezza della trama, la costruzione dell’ambiente, la descrizione, seppur non nuova, di un mondo borghese con le sue piccolezze, il dramma di alcuni personaggi (per quanto sesso e droga non siano certo elementi innovativi in un romanzo), l’affresco corale e l’innegabile capacità narrativa della Rowling fanno de “Il Seggio Vacante” un romanzo maturo, denso e intenso che, se troverà certo detrattori nell’indicarne alcune debolezze (non eccessiva originalità, un certo uso commerciale di alcuni cliché, per esempio), anche sull’onda del precedente successo, non potrà che portare questo libro in cima alle classifiche e a essere letto ancora per vari anni.

Vi lascio, infine, con due citazioni (non è trovate in effetti molte altre degne di esser ricordate):

Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? pensò, guardando il cielo notturno; c’è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte?

 

che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi”.

 

In conclusione, mi è piaciuto? Direi di sì. Penso che si potrà facilmente collocare tra i migliori libri letti nell’anno (ma siamo solo all’inizio), non direi però di riuscire a considerarlo un capolavoro, soprattutto perché non è riuscito a stupirmi. Mi ha fatto però riflettere e ragionare molto e questo è senz’altro un punto importante a suo favore. Inoltre, credo che sarà un romanzo di cui non mi dimenticherò troppo presto.

 

Firenze, 26/01/2013

VITA DEI MORTI DI PROVINCIA

Edgard Lee Masters - L'Antologia di Spoon River

Edgard Lee Masters – L’Antologia di Spoon River

Più che una silloge di poesie, la”Antologia di Spoon Riverdell’americano Edgard Lee Masters è una raccolta di 245 ritratti. Ogni ritratto è un piccolo racconto. Tutti i racconti, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. Nella storia di ogni abitante ritroviamo parti delle vicende di altri personaggi. Ne nasce quasi un romanzo corale.

Ognuno parla di se stesso, raccontando qualche evento rilevante della propria vita. Tutti i personaggi sono morti e i racconti sono come degli epitaffi sulle loro tombe.

La forte umanità che traspare da ogni racconto tocca, per la forte sensibilità espressa, toni poetici.

Edgar Lee Masters

Edgar Lee Masters

L’umanità che viene messa a nudo è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, nascondendo al contempo la propria umanità di piccoli peccatori. Una provincia, nonostante tutto e tutto sommato, più sana di questa lontana e malata provincia americana chiamata Italia.

Firenze, 27/04/2012

Contadini alieni

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