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VITA DEI MORTI DI PROVINCIA

Edgard Lee Masters - L'Antologia di Spoon River

Edgard Lee Masters – L’Antologia di Spoon River

Più che una silloge di poesie, la”Antologia di Spoon Riverdell’americano Edgard Lee Masters è una raccolta di 245 ritratti. Ogni ritratto è un piccolo racconto. Tutti i racconti, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. Nella storia di ogni abitante ritroviamo parti delle vicende di altri personaggi. Ne nasce quasi un romanzo corale.

Ognuno parla di se stesso, raccontando qualche evento rilevante della propria vita. Tutti i personaggi sono morti e i racconti sono come degli epitaffi sulle loro tombe.

La forte umanità che traspare da ogni racconto tocca, per la forte sensibilità espressa, toni poetici.

Edgar Lee Masters

Edgar Lee Masters

L’umanità che viene messa a nudo è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, nascondendo al contempo la propria umanità di piccoli peccatori. Una provincia, nonostante tutto e tutto sommato, più sana di questa lontana e malata provincia americana chiamata Italia.

Firenze, 27/04/2012

Contadini alieni

I LIMITI DELLA CATALOGAZIONE

IF - Insolito & Fantastico n. 11 - Mainstream

IF – Insolito & Fantastico n. 11 – Mainstream

Attribuire delle etichette ai libri è una tentazione forte per chi se ne occupa. Può essere utile a far capire, con una parola o poco più, con che tipo di romanzo il lettore avrà a che fare. Il problema è che, spesso, i romanzi non sono catalogabili o, quasi sempre, una loro etichettatura comporta gravi perdite informative.

Come autore, sono spesso tormentato da questa dicotomia.

Ho trovato comodo definire alcune mie opere ucronie, altre thriller, altre surreali o fantascientifiche, ma sono categorie a cui sento che nessuno dei miei scritti appartiene in toto, sia perché difficilmente ne rispetta i canoni, sia perché sempre dense di altri contenuti, che poco hanno a che fare con il genere.

Leggendo il numero 11 della forse ancora troppo poco nota rivista monografica “IF – Insolito & Fantastico”, edita da Tabula Fati e curata da Carlo Bordoni, che porta, nell’ottobre 2012, il titolo “Mainstream” e il sottotitolo “Quando la letteratura italiana incontra la fantascienza”, questo problema mi si è riaffacciato dolorosamente alla mente.

Forse il sottotitolo sarebbe dovuto essere più correttamente “Quando la letteratura italiana incontra il fantastico”, dato che di quest’ultimo vengono trattati oltre alla science-fiction, anche l’horror, il noir, la fantapolitica, la distopia, l’utopia, l’ucronia e… insomma, come vedete, anche qui le etichette si moltiplicano, proprio perché, soprattutto quando si parla di letteratura ufficiale, di mainstream, i confini sono assai difficilmente tracciabili.

Questo è un numero che trascina per le continue affascinanti scoperte che ogni articolo porta con sé, soprattutto chi, come il sottoscritto, fa della scrittura solo un hobby e quindi ha una conoscenza dilettantistica della letteratura.

Credo comunque che persino non pochi professori di letteratura di liceo (spero non gli accademici, ma non lo escluderei) magari possono sapere che Primo Levi, che era anche un chimico, è stato autore fantascientifico, che Italo Calvino con “Le Cosmicomiche” e “Ti con Zero” si muoveva nei pressi della fantascienza, che Anna Maria Ortese era autrice fantastica, che Paolo Volponi era autore apocalittico e certo non catalogherebbero Guido Morselli altro che come autore fantascientifico (sarebbe invece più corretto dirlo ucronico) e saprebbero della scrittura fantastica di Giorgio Manganelli. Magari però ignorano l’importanza di Curzio Malaparte come autore ucronico e fantapolitico o l’attività fantascientifica di Riccardo Bacchelli, non pensano a Giorgio Bassani come autore noir, a Mario Soldati o, addirittura, a Corrado Alvaro, come a scrittori utopico-fantascientifici o – udite udite – a Beppe Fenoglio come maestro dell’horror, che si ispira a Edgar Allan Poe.

Italo Calvino

Italo Calvino

Del resto, come è ben raccontato nell’articolo di Arielle Saiber “I Dischi volanti non sbarcano a Lucca” (a pag. 100), trovare il nome anche di un solo autore italiano importante che sia definito fantascientifico è quanto mai difficile.

Sul tema, mi viene, in mente la recente antologia “Vampiriana” curata da Antonio Daniele (anche lui ha scritto su IF), che cita tra gli autori di romanzi gotici persino l’avventuroso Emilio Salgari (di cui non va dimenticato il romanzo fantascientifico “Le Meraviglie del 2000”).

Se la commistione tra letteratura “ufficiale” e fantastico è senz’altro vera per la letteratura italiana del secolo scorso (di cui si occupa la rivista), quanto è più vero per la letteratura contemporanea internazionale, dato che oggi i confini tra i generi sembrano essersi persi. Mi basta pensare ad alcune mie letture recenti come “Il Supplizio del Legno di Sandalo” del Premio Nobel per la Letteratura nel 2012 Mo Yan, dove non mancano gli elementi soprannaturali e fantastici inseriti in un affresco storico, ai forti elementi fantastici delle opere di Haruki Murakami (che non credo sia di norma considerato autore fantasy o fantascientifico), anch’esso prossimo a prendere il Nobel l’anno scorso,  alla magia della narrazione di José Saramago (altro Nobel), alla rilevanza della scrittura di un autore apocalittico come il geniale Cormac McCarthy, agli angeli di Anatole France, ai mondi onirici o futuristici di Ian McEwan, al recente successo planetario di autrici fantastiche come J.K. Rowling o fantascientifiche come  Suzanne Collins (quanti dei loro lettori pensano a queste etichette?), alle distopie di Kazuo Ishiguro, al paranormale in Jorge Amado, ai viaggi psico-cronici della Niffenegger.

Beppe Fenoglio

Beppe Fenoglio

Insomma, una lettura che porta con sé riflessioni interessanti. Tra l’altro, da questo numero la rivista ha abolito la parte narrativa, che conteneva alcuni racconti, diventando solo una raccolta di brevi saggi e articoli, quasi tutti incentrati sul tema principale. Dunque, sempre più i volumetti di questa rivista (in formato libro tascabile) sono una sorta di piccola enciclopedia del fantastico, da conservare in libreria per future consultazioni.

 

Firenze, 19/12/2013

QUANDO IL TEMPO SI INGARBUGLIA

Carlo Bordoni - In Nome del Padre

Carlo Bordoni – In Nome del Padre

Carlo Bordoni è il curatore della bella rivista IF – Insolito & Fantastico di cui ho commentato spesso le varie uscite. Si tratta dunque di un professionista della scrittura sebbene si dedichi come autore solo saltuariamente alla narrativa.

Carlo Bordoni

Carlo Bordoni

Il suo “In Nome del Padre” è un interessante libro fantastico, che si muove tra romanzo contemporaneo di ambientazione italiana, romanzo gotico e paranormale.

Con mano esperta, di chi ben conosce i maestri del genere, Bordoni ci mostra le “allucinazioni”, le memorie e le paure del protagonista, che nel paese natale, Riccò sul Golfo, si ritrova brutalmente a dover fronteggiare il proprio passato, a volte come semplice ricordo, altre come spaventosa concretizzazione, come avviene con l’apparizione di un vecchio che somiglia al padre morto trent’anni prima e intorno al quale gira tutta la storia, mescolando abilmente incubo e realtà, in un gioco raffinato, che coinvolge anche per le attente descrizioni di un tempo passato, che stenta a morire e che sembra essere sempre dentro di noi, pronto a riaffiorare, con nostalgia o con orrore.

Insomma, un romanzo di qualità che merita la lettura, soprattutto se si amano le storie fantastiche. Peccato Bordoni ne abbia scritti così pochi!

Firenze, 31/12/2012

LA PIÙ GRIGIA DELLE DISTOPIE

Risultati immagini per La strada McCarthyLa Strada” di Cormac McCarthy è grigia di cenere. “La Strada” di Cormac McCarthy è deserta e priva di vita. “La Strada” di Cormac McCarthy è pericolosa e cupa. “La Strada” di Cormac McCarthy non arriva da nessuna parte. “La Strada” di Cormac McCarthy ti colpisce al cuore come una lama che poi non voglia più uscire. Lungo “La Strada” di Cormac McCarthy ci sono solo un uomo e un bambino, senza nome, senza volto e senza età. L’uomo e il bambino percorrono da soli la loro via verso sud, attraverso luoghi senza nome, in un’epoca futura ma senza date. Loro stessi non hanno bisogno di un nome, dato che non ci sono altri con cui confonderli. Certo ci sono anche i “cattivi”, ma i “cattivi” non sono più umani, non “portano più il fuoco”, sono esseri spenti e malvagi, che mangiano i bambini ma anche gli adulti. Sono pochi ma pericolosi. Il bambino è figlio dell’uomo e l’uomo è il padre del bambino. L’uno è il mondo dell’altro. Se uno dei due dovesse mancare, l’altro non potrebbe andare avanti o così crede.

Il mondo che attraversano è il più grigio dei mondi distopici che si possa immaginare. C’è stata un’apocalisse ma non sono morti tutti subito. Cosa l’abbia causata non lo sappiamo. L’autore non ce lo dice e non importa. Potrebbe essere stata una catastrofe nucleare, ma non si parla di radiazioni, solo di alberi bruciati, cenere, asfalto che si è sciolto. Più probabilmente è stato l’effetto di un enorme meteorite o magari di una colossale eruzione, che ha rilasciato le sue ceneri ovunque, nascondendo il sole. Ma non importa. Fa sempre freddo. Troppo freddo. Un freddo fisico ma anche morale. L’uomo e il bambino viaggiano verso sud, alla ricerca del calore, ma continuano a gelare.

L’apocalisse si è verificata tempo fa. I sopravvissuti hanno fatto il resto. Hanno devastato, depredato, distrutto. Il cibo è finito e sono divenuti cannibali e cattivi. Anche se la rovina forse è stata opera della natura, il vero pericolo è l’uomo. L’uomo senza umanità. Un uomo troppo moderno nella sua mancanza di ideali e morale.

L’uomo e il bambino vanno avanti, anche se non c’è nulla in grado di alimentare la speranza, il piccolo fuoco che si portano dentro. Eppure continuano a cercare. Non sappiamo cosa. Forse il calore del sud, forse i “buoni”, forse un’oasi. In realtà sopravvivono e basta. Malamente. A fatica. A volte sembra che non ce la facciano.

La Strada - Il Film

La Strada – Il Film

La loro è una storia essenziale e primitiva e per questo la più vera e forte e amara e penetrante che si possa immaginare. Una storia così basilare da poter diventare eterna. Un piccolo capolavoro del genere più intenso che la letteratura conosca: un romanzo sulla sopravvivenza, come “Robinson Crusoe” di Defoe, come “La bambina che amava Tom Gordon” di King, come “Io sono Leggenda” di Matheson, come il ciclo di Ayla della Auel. Qui però c’è in più l’aggiunta di un mondo distopico agghiacciante, più cupo di quello di “Blade Runner” o di “Matrix”, descritto con un linguaggio scarno, con dialoghi in cui le virgolette non compaiono, quasi forse un inutile vezzo in una storia di privazioni come questa, in cui i luoghi sono così privi di umanità che dar loro un nome sarebbe inutile: gli scivolerebbe via come pioggia sulla cenere. E non ci sono neppure i capitoli, ma non ci si fa caso, perché non vorremmo mai smettere di leggere, non vorremmo mai fermarci, per paura di gelare anche noi. “La Strada” di Cormac McCarthy va percorsa fino in fondo. Non importa che non conduca a nessun lieto fine o a nessun evento risolutivo. Ugualmente bisogna andare avanti. Chi si ferma è perduto. Chi apre il libro non può chiuderlo fino a quando l’avrà finito e dopo… dopo gli resterà per sempre dentro. L’uomo e il bambino non potranno morire, perché saranno nel cuore di chiunque abbia letto la loro storia fredda e tagliente e aspra.

Cormac McCarthy

Cormac McCarthy

Una storia in cui il passato è sconosciuto, il futuro misterioso, il presente ridotto al piccolo mondo di due corpi in movimento lungo una strada. Due corpi mossi da una piccola fiammella. Una fiammella quasi invisibile, ma sufficiente a sciogliere il gelo che li circonda. Una storia in cui il lettore può immaginare quasi tutto se vuole, le ragioni e le forme dell’apocalisse, lo stato del mondo, il suo futuro, la vita dell’uomo (di cui sappiamo pochissimo), il nome dei protagonisti, i loro pensieri. Cormac McCarthy non ci dice quasi nulla. Anche per questo ha scritto un capolavoro: un romanzo che si lascia sognare da chi lo legge.

Firenze, 18/05/2011

 

Questo articolo è comparso anche sul n. 10 (“Apocalisse”) della rivista IF – Insolito & Fantastico.

 

Tra tutti i libri che ho letto nel 2011 e 2012, credo che questo sia il migliore.

CARI VECCHI VAMPIRI DI UN TEMPO ANDATO

Nicole Kidman - Stoker

Nicole Kidman – Stoker

Gli autori più recenti ci hanno abituato a convivere con vampiri che frequentano i licei, dall’aria affascinante, a volte persino di animo buono (e non parlo solo della saga di “Twilight). Fu, del resto, forse “Dracula di Stoker il primo vampiro a presentarsi con aspetto da gentiluomo, pur essendo un essere la cui malvagità prevaleva su ogni caratteristica positiva.

Ci dimentichiamo, allora, le origini di questa figura letteraria e leggendaria assieme. Ci dimentichiamo l’orrore che suscitava nei lettori ottocenteschi. Ci dimentichiamo le sue origini animalesche, la sua parentela con il pipistrello e, in particolare, con quella razza detta, appunto, vampiro.

vampiro

Vampiro

Ben venga allora l’opera meritevole di Antonio Daniele, critico esperto di narrativa gotica e già curatore della nuova edizione de “Il Vampiro” di Mistrali, il primo romanzo italiano sull’argomento. Daniele ha riunito nel volume “Vampiriana”, edito da Keres, otto racconti di altrettanti autori italiani, scritti tra il 1885 e il 1917, tutti antecedenti “Dracula”, che è del 1922, ma successivi all’opera di Mistrali, del 1869.

Tra gli autori ritroviamo persino Emilio Salgari, che si associa comunemente a storie di pirati e corsari, ma che aveva invece allargato la sua opera anche ad altri generi, come la fantascienza (vedi Le Meraviglie del Duemila) e il romanzo gotico.

A dir il vero anche il suo “Il Vampiro della Foresta” ha un sapore molto salgariano, a partire dall’ambientazione, che non è un castello dei Carpazi, ma una foresta pluviale dell’Uruguay. I protagonisti non sono dei gentiluomini inglesi, ma due avventurieri siciliani in cerca di fortuna e il vampiro è proprio un pipistrello succhia-sangue, ammaestrato da un indigeno, che per opera dell’animale cerca di scacciare gli invasori del suo territorio. Per estensione, nel racconto anche l’indigeno verrà definito vampiro.

Vampiriana - a cura di Antonio Daniele

Vampiriana – a cura di Antonio Daniele

Vedete, insomma, come possa essere diverso l’approccio al tema, rispetto alla saga della Meyer.

In “Vampiriana” troviamo poi due esempi di storie narrate da un pazzo, quella di Francesco Ernesto Morando,Vampiro Innocente”, e quella di Giuseppe Tonsi, “Il Vampiro”. Nel primo il narratore vendica la morte di una fanciulla uccisa dal fratello, un bambino-vampiro. Nel secondo il narratore finisce in manicomio per l’omicidio del direttore di una scuola, che sospetta di aver ucciso, vampirescamente, la figlia.

Chi parla di vampiri, insomma, non può essere capito o creduto e la sua sorte è il manicomio. Il vampirismo è, ancora, un fenomeno misterioso, non accettato e non accettabile. Le vittime sono bambini, ad accentuare l’orrore.

No, non ridere!” sono le prime parole di “Un Vampiro” di Luigi Capuana. Chi parla di vampiri, se non è preso per pazzo, nel XIX secolo, viene infatti quantomeno deriso. Poi il personaggio aggiunge “vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione”. Il vampirismo, anche qui, è visto come follia di chi lo descrive, come orrore che devasta la vita. Quello che segue è un dialogo tra un uomo di scienza e un poeta, con i diversi punti di vista che ci si può ben immaginare dalle due figure. Il vampiro descritto hai i tratti del fantasma, se non dello zombie. Si tratta di un marito morto che torna a perseguitare la moglie e il figlio.

Antonio Daniele

Antonio Daniele

Daniele Oberto Marrama, con il suo “Il Dottor Nero”, ci offre una storia che fa quasi pensare a “Il Ritratto di Dorian Gray” con un vampiro che sembra riprender vita attraverso un ritratto antico per tornare a vendicarsi dell’amata, colpevole di non averlo atteso dopo che egli è morto, sposandosi con un altro.

In queste due storie, appare dunque già la figura del vampiro-amante, anche se, rispetto ai racconti moderni, nel momento in cui l’uomo cessa di essere amante o marito diviene vampiro e non c’è mescolanza dei due momenti. L’orrore nasce dal fatto che chi prima amavamo ora è causa di paura, dolore e morte.

Un’altra trasformazione la troviamo nel sacerdote che si muta in vampiro descritto da Vittorio Martella nel suo “Il Vampiro”. Qui non è l’amato che diviene mostro, ma una figura rispettata e ritenuta buona, per sua natura e per ruolo, che si muta in malefica. L’ambientazione, come per Salgari, è nuovamente nelle foreste del Sudamerica.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Ne “Il Vampiro” di Giuseppe De Feo siamo quasi dalle parti degli esseri notturni che riemergono dalle tombe.

L’ambientazione, sebbene si svolga in Tripolitania, è egizia, come egizio è il vampiro, che, di notte, sembra prendere vita da un’antica statua sepolcrale.

Con “Vampiro”, Enrico Boni, ci offre, infine, un bell’esempio di una delle prime cacce a questi morti-viventi. Un gruppo di uomini si unisce e con i consigli di uno di loro, si reca a piantare un chiodo nel cuore di uno stregone che, dopo tempo, giace integro nella sua bara.

Se le vittime sono talora donne, mai lo sono, in questa antologia, i vampiri. Carmilla (racconto del 1872) di Le Fanu, la donna-vampiro, non vi trova imitatori.

Che queste creature della notte in quegli anni fossero ancora una novità, lo si desume, io credo, anche dalla frequenza con cui il termine “vampiro” compare nei titoli di questi racconti. Gli autori, evidentemente, non sentivano l’esigenza di differenziare particolarmente i loro personaggi da quelli esistenti. D’altra parte, però, il termine doveva essere già ben noto ai lettori e sufficiente a far capir loro di cosa si parlasse.

IL MONDO INSPIEGABILE DI LEM

L'indagine del Tenente Gregory - Stanislaw Lem

L’indagine del Tenente Gregory – Stanislaw Lem

Di Stanislaw Lem, il geniale autore ucraino nato a Leopoli, avevo già letto “Solaris” la descrizione di un incredibile pianeta pensante.

Ho quindi letto “L’indagine del tenente Gregory”. Se definire “Solaris” fantascienza è semplicistico (ma sono lavori come questo che la fanno “grande”), essendo un’opera che indaga i limiti e le possibilità della mente, analogamente un lettore superficiale potrebbe commettere l’errore di considerare “L’indagine del Tenente Gregory” un giallo. Leggendo si scopre che l’indagine riguarda la scomparsa di alcuni cadaveri. Non solo. Anche i loro misteriosi movimenti notturni. Eppure non siamo davvero dalle parti del romanzo gotico.

Più personaggi indagano assieme al Tenente e ciascuno dà il proprio contributo. In primis lo scienziato Sciss, che scopre che i movimenti dei morti sembrano legati da una sorta di regola matematica, che connette tra loro variabili all’apparenza poco rilevanti. Passi per la distanza e il tempo, ma cosa c’entrano la temperatura e il numero di morti per cancro?

Stanislaw Lem

Stanislaw Lem

Il capo della polizia trova una spiegazione empirica per giustificare la logica statistica di Sciss, ma neanche lui sembra crederci veramente.

Perché? Perché quello che scopre il tenente non è, come lui vorrebbe, un vero colpevole, ma l’incommensurabile Mistero della Natura. Scopre, e noi con lui, la pochezza dell’intelletto umano per spiegare dei fenomeni che saremmo portati ad ascrivere al soprannaturale, proprio perché le costruzioni scientifiche per giustificarli appaiono, alla fine, alla nostra mente troppo astratte e poco plausibili.

Stanislaw Lem

Stanislaw Lem

Come in Solaris gli studiosi dopo decenni si devono arrendere e rinunciare a comprendere la natura del pianeta pensante, così qui, nel loro piccolo, il Tenente e il suo capo, devono accettare l’inesplicabile.

Importante è dunque il monito che ci offre Lem con queste sue opere: non possiamo illuderci che la scienza possa spiegare tutto, non possiamo illuderci che la nostra piccola mente di primati possa comprendere il senso ultimo dell’universo. Dobbiamo accettare il Mistero e rinunciare a inscatolarlo in teorie matematiche o filosofiche.

Firenze, 25/01/2011

Leggi anche:

Solaris: due film e un romanzo per un pianeta pensante

UN’ESORDIENTE DA UN MILIONE DI COPIE

Amabili resti - Alice Sebold

Amabili resti – Alice Sebold

Amabili resti” è il primo romanzo scritto da Alice Sebold e il secondo libro da lei pubblicato dopo “Lucky” il resoconto dello stupro che l’autrice subì nel 1981. L’autrice è nata nel Wisconsin nel 1963. Aveva allora circa diciotto anni. “Lucky” viene pubblicato nel 1999. Nel 2002 esce “Amabili resti” e fa un milione di copie nel primo mese di edizione.

Com’è possibile? Da autore “minore” e conoscendo vari esordienti, so bene che non è assolutamente possibile azionare, in autonomia, un passaparola che porti a simili risultati in un mese (salvo nelle leggende metropolitane). Non con le normali risorse di un autore e di un piccola casa editrice italiana. Certo il mercato americano è diverso, ma il meccanismo del passaparola sui libri presuppone che uno lo legga, gli piaccia, lo suggerisca a qualcun altro e questo legga e passi parola. Immaginando una settimana media per la lettura di un simile libro, due settimane tra la fine del primo ciclo di letture e il secondo ciclo attivato dal primo passaparola, quando il secondo gruppo di lettori avrà finito la lettura, sarà finito il mese (a essere ottimisti). Si può pensare che la storia personale dell’autrice, che viene ripresa nel romanzo, possa aver stimolato un primo gruppo di lettori, ma quanti possono essere quelli, che senza l’esperienza di lettori precedenti possono aver provato il libro per primi? In Italia forse mille (e credo di essere ancora una volta ottimista). Facciamo finta che ognuno di questi abbia convinto, mediamente, tre lettori a testa (a qualcuno non sarà magari piaciuto e l’avrà anche sconsigliato). Alla fine del mese saremmo a quattromila copie.

Alice Sebold

Alice Sebold

Evidentemente qui c’è stato molto di più che uno spontaneo passaparola, pur considerando che il mercato americano è molto più grande del nostro. Mi incuriosisce dunque sapere quale sia stato l’investimento iniziale dell’editore per questo romanzo e come abbia fatto a ottenere un simile risultato in così poco tempo.

Quanto a capire perché “Amabili resti” sia stato scelto per essere pubblicato, non mi è difficile: la storia di una violenza, dei mutamenti che questa apporta nella vita di una famiglia è già di per sé argomento che può attirare un certo numero di lettori. Se per giunta c’è un elemento autobiografico, alcuni lettori penseranno che questo aggiunge credibilità. Bisogna poi aggiungere che il Punto di Vista è quanto mai particolare, in teoria un po’ macabro, ma trattato con leggerezza: si narra di una violenza sessuale su una quattordicenne, culminata in un omicidio, il tutto narrato dalla vittima, Susie Salmon, ormai morta che osserva la vita dei propri familiari e amici, nonché del suo assassino, da un Cielo speciale, che non ha nulla dell’Aldilà cristiano o di altre fedi.

Trama dunque stimolante.

Come scrivevo, poi, il tocco narrativo non è quello dell’horror, come potrebbe essere, ma ha la leggerezza e l’allegria che può avere una vicenda descritta da una ragazzina, con ancora tanta voglia di vivere e amare, sebbene sia ormai morta. Sembra che io stia parlando della protagonista di una storia di vampiri. Non è così, ma forse si toccano corde simili: l’amore impossibile di una morta per i vivi.

Difficile, poi, leggendo, non lasciarsi emozionare dal dolore di questa famiglia cui è stato strappato via brutalmente un pezzo, dal triste stupore di questa morta, cui non basta la pace del suo bel Cielo.

Quello che mi è parso un po’ mancare è lo sviluppo della vicenda dell’assassino. Quel George Harvey, che sappiamo bene essere un maniaco e un pluriomicida e che continuiamo a veder sfuggire alla giustizia, ci fa un po’ rabbia. Verrebbe voglia di vedere un finalone in cui venga punito platealmente, non la sua morte casuale e naturale. Abbiamo qui invece una sorta di punizione divina, ma così blanda, che se fosse tale, allora dovremmo pensare che Dio punisce quasi tutti noi con la morte. Alice Sebold, del resto, di Dio non parla neppure nel Cielo di Susie Salmon, non sembra interessarle. La Giustizia umana fallisce e la Giustizia divina è assente.

Amabili resti - il film

Amabili resti – il film

Dato che si tratta di un bestseller vorrei fare anche qui la mia solita analisi degli ingredienti tipici dei libri di successo.

La trama: come già detto è avvincente, anche se poco adatta a svilupparsi tanto. Nella seconda parte diventa fiacca, perché alla fine ciò che conta (il delitto, le indagini e le reazioni dei parenti) lo abbiamo già visto all’inizio e andare tanto avanti negli anni, poco aggiunge alla lettura.

I personaggi: sono ben delineati, molti sono giovani e ispirano simpatia.

La paura: è neutralizzata dal fatto che sappiamo già quasi tutto e il narratore sta “in alto”, nel Cielo, lontano dai pericoli della terra.

Il mistero: idem come sopra. Il solo mistero è: “ritroveranno il corpo?” e “scopriranno l’assassino?” Ma all’autrice non interessa darci la soluzione.

Horror: la storia sarebbe anche un po’ macabra ma l’horror è annullato dal Punto di Vista.

La morte: qui ha un ruolo centrale, è la causa scatenante della narrazione e genera la voce narrante.

Il sentimento: non manca. C’è l’amore dei genitori verso la figlia, il loro amore reciproco in crisi, l’amore delle figlie per i ragazzini. Soprattutto c’è l’emozione per i sentimenti spezzati.

Conflitti minori trai personaggi con la presenza di “cattivi secondari”: pressoché assenti.

La magia: si parla di fantasmi e comunicazione tra vivi e morti.

Un mondo parallelo: è il Cielo in cui Susie “vive” la propria morte ovattata.

Un bambino isolato dal mondo: Susie è una ragazzina di quattordici anni che viveva in armonia con il mondo, ma che da questo è stata strappata via.

La lotta tra il Bene e il Male: c’è l’assassino e c’è il desiderio dell’amore, ma non c’è un vero conflitto trai due opposti. Sappiamo che Harvey è cattivo, ci sta antipatico o l’odiamo, ma nessuno lo combatte veramente e nessuno lo sconfigge. Né vince lui.

La spettacolarità: non molta, a parte forse la scena delle anime che di notte si sollevano dall’ospedale.

Rapporti parentali irrisolti: la morte di Susie mette in crisi il matrimonio dei genitori e porta la sorella a chiudersi.

La crescita: Susie vorrebbe crescere, ma il suo essere è congelato nel Cielo. Cresce allora attraverso la sorella, di cui segue la vita o attraverso Ruth, cui ruba persino il corpo.

La struttura: poco articolata.

L’ambientazione particolare: lo è il Cielo, ma il mondo terreno è comune e lì si svolge la maggior parte della scena

Un linguaggio speciale: assente.

L’amicizia: è importante.

Insomma ci sono alcuni degli “ingredienti magici” di un bestseller che avevo individuato qui parlando dei romanzi della Rowling. Siamo però piuttosto lontani dalla sua completezza.

Una cosa poi che mi lascia perplesso è che questo è un romanzo autobiografico, sebbene fortemente romanzato e reso fantastico da un tocco di sovrannaturale. Tendo infatti a dubitare un po’ degli autori che scrivono partendo da vicende personali. La paura è che esauriscano presto la vena creativa. La propria biografia (a meno che non si abbia una vita davvero straordinaria) è difficile che possa contenere troppe storie.

Aspetto dunque quest’autrice alla prova con qualcosa di completamente diverso.

Firenze, 13/10/2010

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