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UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Risultati immagini per per le foreste sacreHo appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

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Paolo Ciampi

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Carlo Menzinger con alcuni libri scritti da Paolo Ciampi

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

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Paolo Ciampi

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

 

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

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ESISTE UNA TEORIA UNIFICATRICE CHE SPIEGHI TUTTI I FENOMENI DELL’UNIVERSO?

La “Storia del tempo – Dal Big Bang ai buchi neri” del fisico Stephen Hawking è un trattato divulgativo che affronta i grandi dilemmi della fisica, offrendoci una carrellata dei suoi sviluppi, dalle prime teorie sulla forma e la struttura dell’universo a quelle più recenti (la mia edizione del volume è della fine degli anni ’90), parlando dei tentativi di trovare una legge unificatrice per tutti i fenomeni fisici, dall’immensamente piccolo all’immensamente grande, mostrandoci, secondo le conoscenze attuali, quali sono le componenti più microscopiche della materia, le loro caratteristiche e quali quelle dello spazio intergalattico che ci circonda. Ampio spazio viene dato a buchi neri e warmhole e alla teoria dello spazio a più dimensioni, esaminando la possibilità di effettuare viaggi nel tempo, ipotesi che non può essere esclusa dalle più recenti teorie sulla struttura dell’universo. Chiudono il volume, un po’ off-topic, le biografie “politiche” di Einstein, Galileo e Newton.

Una cosa non viene detta però in questo libro ed è un quesito che, da profano, talora mi pongo: perché cercare di unificare le varie teorie “fisiche” e dimenticarsi della vita, delle regole che ne determinano lo sviluppo e l’evoluzione?

Come noto, sono state individuate dagli studiosi quattro forze o interazioni fondamentali: l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, l’interazione nucleare debole e l’interazione nucleare forte. Per energie dell’ordine dei 100 GeV la forza elettromagnetica e la forza debole si presentano come un’unica interazione, definita elettrodebole. Il grande tentativo della scienza di questi anni è trovare una forza o regola che spieghi ciò che ora si spiega con le quattro forze.

Hawking ci fa capire che l’universo, man mano che lo si studia appare sempre più complesso, quindi mi chiedo se davvero possa bastare una sola regola generale per spiegare ogni cosa. Il desiderio di razionalizzare e semplificare, trovando delle sintesi, delle regole unitarie è tipico del modo di ragionare della mente umana, ma non è detto che corrisponda a come è fatto l’universo. Questo forse è molto più caotico di quanto vorremmo. Mi pare che questa ricerca di una forza unica, sia un po’ come nell’antichità si credeva nelle sfere celesti e nelle orbite circolari dei pianeti. Cerchiamo di ricondurre il complesso a modelli facilmente comprensibili e con una loro dignità ed eleganza, che gli deriva dall’essere forme “perfette”. Come le orbite planetarie non sono circolari, forse così non esistono leggi unificanti. Eppure le teorie che si sono succedute nel tempo, pare che trovino, sempre di più, man mano che da una si passa a un’altra più sofisticata, una rispondenza nella realtà.

Se però cerchiamo una legge che spieghi al contempo l’esistenza e il movimento delle particelle subatomiche e dei corpi spaziali, perché questa non dovrebbe spiegare anche come la vita si evolve da forme semplici a forme complesse e il perché dell’esistenza di una razza tecnologica come la nostra?

Hawking, nel testo, a volte accenna alla formazione della vita sulla terra e alla sua evoluzione, ma è fondamentalmente concentrato nello spiegare la natura di quark, galassie e buchi neri, come del resto è giusto aspettarsi da un fisico.

Fa comunque un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

Eppure, da ignorante della materia, continuo a non capire come sia possibile un fenomeno come la vita, che va nel verso opposto alla seconda legge della termodinamica e che sostanzialmente, nel suo piccolo in termini delle dimensioni dell’universo, contribuisce a ridurre l’entropia.

Stephen Hawking: nonostante fosse colpito dalla Sla, aveva voluto provare anche il volo in assenza di gravità

Stephen Hawking: nonostante fosse colpito dalla Sla, aveva voluto provare anche il volo in assenza di gravità

Probabilmente pecco della classica visione antropocentrica del passato, considerando la vita un fenomeno importante, mentre nell’economia dell’universo potrebbe essere un accidente inessenziale tipico di questo granello di polvere che è il nostro pianeta. Eppure, se è vero quel che scrive Hawking in merito al fatto che l’universo, su grande scala è omogeneo e che in qualunque direzione lo osserviamo è uguale a se stesso, mi parrebbe anomalo e singolare che la vita si sia sviluppata solo sulla Terra. Condizioni uguali dovrebbero presumere lo sviluppo di fenomeni simili. Non mi aspetto di trovare omini verdi nella Galassia, ma fenomeni che contrastino la seconda legge della termodinamica, creando ordine ed espandendolo, cioè forme di vita, che crescono, si riproducono e evolvono verso forme sempre più complesse. Mi aspetterei anzi che, con tempistiche diverse, la vita (magari non a base di carbonio, magari senza ossigeno, magari in forme non riconducibili né al mondo animale né a quello vegetale e neppure a quello micotico) compaia in quasi tutti i sistemi solari. Oppure siamo una rarissima eccezione? Mi parrebbe improbabile. Mi chiedo, quindi, se la comparsa della vita è un evento frequente, ci sarebbe allora una legge fisica da cui la sua comparsa e sviluppo dipende? Una formula matematica che ne spieghi il fenomeno? Una formula che leghi la vita alle altre forze generali? Qualcosa di correlato al secondo principio della termodinamica, di cui costituisce l’opposto?

Il propagarsi della vita segue regole matematicamente e fisicamente prevedibili? Lo sviluppo di civiltà tecnologiche rientra in questa regola? La nascita di una civiltà tecnologica è un “trucco” dell’evoluzione per consentire il diffondersi della vita su pianeti dove non è nata spontaneamente? Se così fosse potrà esistere una civiltà in grado di muoversi da una stella all’altra? Potremo mai sfruttare, se esistono, i warmhole di cui parla Hawking per spostarci da una parte all’altra dell’universo?

warmhole

warmhole

Queste sono domande che il saggio di Hawking non si pone e alle quali non mi risulta ci siano risposte. Forse sono domande sciocche, in quanto viziate dal solito antropocentrismo da cui fatichiamo a liberarci, ma mi piacerebbe che qualcuno, debitamente competente, se le ponesse. Non potranno, infatti, spiegare il senso della nostra esistenza, ma almeno il suo perché.

Storia del tempo” si interroga invece su quark e antiquark, materia e antimateria e sulla natura dei buchi neri. Sentir parlare di cose che vanno oltre ogni nostra forma di percezione mi fa pensare alle antiche discussioni teologiche, pare, insomma, un po’ come parlare del sesso degli angeli, eppure senza la meccanica quantistica, per esempio, non penso che saremmo mai riusciti a circondarci di tutti quei magici manufatti che chiamiamo, non a caso, elettronici. Gli studi della fisica possono apparire quanto mai astratti, ma è grazie alle loro scoperte e teorie che la nostra civiltà si è evoluta sempre più rapidamente negli ultimi anni. Sarà, un giorno, la fisica a farci capire la biologia e il senso della vita?

 

 

 

 

 

HAIKU CLASSICI

Avendo da poco pubblicato una piccola antologia di haiku (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), mi è venuta voglia di leggerne alcuni del periodo classico.

Il volume “Haiku”, sottotitolo “Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento”, curato da Elena Dal Pra ed edito negli Oscar Mondadori faceva al caso mio.

L’introduzione, scritta dalla curatrice, è stata un utile ripasso, soprattutto della terminologia legata a questo breve componimento giapponese.

Si scopre (o ricorda) così che i poeti che scrivono haiku si chiamano haijin, che già nel IX secolo d.c. in Giappone fossero d’uso delle contese poetiche  dette uta-awase, che nel Manyōshū, la prima antologia poetica giapponese (VIII secolo), il tanka è la forma poetica prevalente. Come noto, l’haiku deriva in un certo senso dal tanka, assumendo una composizione sillabica più semplice (5-7-5), rispetto a quella di cinque versi (5-7-5-7-7) del tanka, assecondando una tendenza tipica giapponese verso la “miniaturizzazione”.

Fu quando in Giappone nasceva il romanzo moderno con Ihara Saikaku e fiorivano i teatri kabuki e jōruri con Chikamatasu Monzaemon, che l’haijin Bashō pone le basi dello haiku (io avrei messo l’apostrofo ma Elena dal Pra lo omette regolarmente).

Non conoscere il giapponese e dover leggere haiku tradotti è senz’altro un peccato, perché la vaghezza di questa lingua, che non possiede generi, numeri, declinazioni (che si devono desumere dal contesto), dona allo haiku, con la sua brevità e decontestializzazione, il mistero e l’indeterminatezza che lo caratterizzano.

Il volume riporta anche il testo originale (in caratteri latini), così che c’è almeno possibile tentare di apprezzarne gli effetti fonici, tanto favoriti da una lingua ricchissima di omofoni. Altra cosa che si perde nella traduzione è la struttura della poesia, dato che in giapponese l’ordine  dei vari elementi della frase è praticamente inverso rispetto all’italiano.

Grati alla curatrice per tante utili notizie, affrontiamo quindi l’antologia, che si snoda in ordine cronologico, presentando una breve biografia di ciascun autore, seguita da una snella scelta di versi.

Si parte da Itō Shintoku, haijin vissuto nel XVII secolo, per chiudere infine la carrellata con Masaoka Shiki, autore scomparso nel 1902, passando per i tre grandi del genere: Bashō, Issa e Buson.

Tra i versi voglio ricordare quelli di Tan Taigi:

ad una ad una

si affacciano nel freddo

le stelle

di Miura Chora

fiori di ciliegio caduti

in questo giorno

che tramonta

sono caduti i fiori di ciliegio

gli splendidi versi di Kobayashi Issa

in questo mondo

frenesia anche nella vita

della farfalla

o anche

ad ogni cancello

la primavera comincia

dal fango sui sandali

 

allodola

del mio villaggio: non la vedo,

ma so che canta

 

villaggio di montagna:

il plenilunio d’autunno arriva

nella mia zuppa

 

o la modernità di Masaoka Shiki

giorno di primavera:

si perde lo sguardo in un giardino

largo tre piedi

 

di me scrivete

che ho amato i versi

e i kaki

 

ombre d’alberi –

e la mia ombra che si muove

nella luna invernale

 

(per quanto ovvio, ricordo che ogni terzina è un componimento autonomo).

 

Firenze, 11/10/2013

IL VECCHIO E LA NATURA

Risultati immagini per il vecchio e il mare hemingwayIl Vecchio è solo. Il Vecchio lo nutre il mare. Il Vecchio sono ottantacinque volte che esce con la sua barca senza tornare con un pesce. Uno vero, uno con cui ripagarsi della fatica e del tempo. Il Vecchio ha un solo amico, il Ragazzo. Il Ragazzo pesca con lui da quando aveva cinque anni, ma il Vecchio ha il malocchio, pensano i suoi genitori, e l’hanno costretto a cambiare barca. Il Vecchio ora è solo. Solo con il mare. Parla da solo. Rimpiange il Ragazzo.

Come il Capitano Acab aspetta il grande pesce. Quello vero. Quello importante. Qualcosa abbocca al suo amo. Un pesce enorme che trascina la barca per giorni.

È una battaglia quella del Vecchio con il Pesce, che ammira e che rispetta, ma che deve uccidere. Non è la grande balena bianca di Melville, ma il vecchio è solo e le forze non sono più quelle di una volta. Il pesce è più grande della sua barca. Il Vecchio combatte con la fame, la sete, la fatica, i crampi, il sonno, ma resiste.

È vita quotidiana, ma è una battaglia epica, immortale, indimenticabile. È la più grande e bella delle imprese, quella di un Uomo con poche risorse contro la Natura. Di un Uomo che vive nella Natura, con la Natura.

Ho appena riletto “Il Vecchio e il Mare” di Ernest Hemigway. “Il Vecchio e il Mare” è tutto questo. Dico di averlo riletto, perché ero convinto di averlo già fatto molti anni fa, ma ora non ne sono convinto. Se l’avessi fatto davvero non avrei potuto dimenticarlo così. Oppure sì. La nostra sensibilità cambia con il tempo. Ho letto questo libro perché ci sono alcuni autori classici, pochissimi, forse solo due (Dostoevsji e Hemingway) che non sono mai riuscito a farmi piacere.

Del russo ho letto di recente un paio di cose (“I Demoni” e “Le Notti Bianche”) e proprio non sono riuscito a digerirlo. Dell’americano conservavo un ricordo negativo, risalente a letture giovanili, e una profonda antipatia per quest’uomo dall’aria arrogante, che non faceva che scrivere di caccia e battaglie. Sapevo di sbagliarmi, che non era giusto ricordarlo così e che dovevo riaffrontarlo: leggerlo ancora, dopo tanti anni dall’ultima volta. Visto le recenti pessime esperienze con l’autore de “I Demoni”, pensavo fosse un tentativo inutile, ma un nome così qualche ora dovevo dedicarla e credo di aver fatto bene a sforzarmi di superare il mio pregiudizio.

Ne “Il Vecchio e il Mare” si parla di pesca. Siamo dunque dalle parti dell’Hemigway che ricordavo: uomini che uccidono. Eppure quella che viene descritta è una lotta per la sopravvivenza. Il Vecchio non è un naufrago, costretto a pescare per estrema necessità, ma la pesca è il suo mestiere, è il solo modo che conosce per procurarsi da vivere, per nutrirsi. È povero e sfortunato. Nonostante la sua abilità ed esperienza il Mare non lo ricompensa più con i suoi frutti. Pesca solo piccoli animali di cui nutrirsi sul momento, con cui placare i morsi della fame. Conosce il Mare e le sue creature. Le ama, le capisce, le rispetta. Questo rende la sua impresa una vera impresa, una lotta epica, una grande storia.

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Ernest Hemingway

Il Vecchio e il Mare” è un buon libro. È scritto bene, in modo moderno, essenziale, diretto, senza inutili fronzoli. Il protagonista è intenso, vero, concreto, vibrante. La trama è semplice ma non meno vera e coinvolgente. La storia è una di quelle che ti rimane dentro (o che dovrebbe farlo!).

Sarà ora, dunque, di scoprire meglio questo autore. Forse gli altri romanzi torneranno a deludermi, ma, a questo punto, glielo devo, a quest’altro vecchio, al vecchio Ernest.

Certo “Il Vecchio e il Mare” ha una storia di quelle che sono particolarmente nelle mie corde e gli altri libri  potrebbero non avere questo vantaggio. Amo questo tipo di sfide.

Leggendolo non ho pensato solo al grande “Moby Dick” di cui è, in un certo senso, una versione in miniatura, ma a tutte le altre belle storie in cui un uomo (o pochi uomini) affrontano le forze più grandi di loro della Natura, da, ovviamente il “Robinson Crusoe” di Defoe, a “Nelle Terre Estreme” di Krakauer, a (sebbene sia anche altro) “Hunger Games” della Collins, a “La Bambina che amava Tom Gordon” di King, ad “Ayla Figlia della Terra” (e romanzi successivi) della Auel, a Verne, a Salgari, ma anche a vicende fantascientifiche come “Io sono Leggenda” di Matheson, “Darwinia” di Wilson, “La Strada” di McCarthy, a film come “127 Ore”, “Frozen”, “In the Wild”. In particolare, ho pensato che McCarthy, forse, debba qualcosa a questo romanzo per il suo splendido “La Strada”, se non altro per lo stile, per questa solitudine e, più palesemente, per l’anonimato universale dei personaggi (il Vecchio e il Ragazzo qui, l’Uomo e il Bambino là).

Firenze, 07/07/2013

Ernest Hemingway

Ernest Hemingway

 

 

SOPRAVVIVENZA STEAMPUNK

Ho scoperto lo steampunk analizzando le correnti della letteratura ucronica. Con questo genere di opere si intendono, generalmente, quelle che descrivono il protrarsi sino ai giorni d’oggi della cultura vittoriana inglese e, soprattutto, della civiltà industriale ottocentesca, con le sue grandi macchine a vapore, i suoi ingranaggi, i suoi motori a carbone.

ragazza steampunk

ragazza steampunk

Il volume “Guida steampunk all’Apocalisse” dà una diversa definizione del genere. In realtà, mi pare più una non-definizione.

L’Introduzione comincia così:

Come il cyberpunk un quarto di secolo fa, lo steampunk è oggi soprattutto negli Stati Uniti e nella rete, un movimento culturale in sboccio, una tendenza estetica, uno stile di vita che prende le mosse dalla moderna fantascienza di Gibson, Sterling (La macchina della realtà) e Stephenson (L’era del diamante”) per citarne solo alcuni, ma si spinge molto più indietro nella storia della letteratura, attingendo ai mondi immaginati da Verne e da H.G. Wells.”

Insomma, lo steampunk, pur fortemente connesso alla letteratura, è anche “una tendenza estetica, uno stile di vita”.

La guida scritta da Margaret Killjoy, in effetti, ha poco a che fare con l’ucronia (dato che parla di un mondo futuro) e molto con lo “stile di vita”. Scritto in tono umoristico, fornisce dei consigli molto concreti e pratici per sopravvivere in un mondo post-apocalittico secondo i principi dello steampunk.

Gli steampunk non sono per un ritorno alla natura, ma per un ritorno alla meccanica essenziale, quella in cui chiunque, con un buon manuale e un po’ di intelligenza, può riparare una macchina guasta. Amano gli ingranaggi, ma odiano l’elettronica.

ragazza steampunk

ragazza steampunk

Il volumetto della Killjoy è simpatico ma non comico (ne penso intenda essere diverso). Se dovessi sopravvivere a una qualche apocalisse, lo infilerei in borsa. Non risolve certo tutti i problemi, ma dà suggerimenti utili su come distillare l’acqua e renderla potabile, come difendersi da alcune malattie, procurarsi e conservare cibi, trovare alloggio e altre cose utili in un mondo devastato.

Una lettura piacevole, soprattutto per chi come me ama questo tipo di scenari, i trapper, per gli amanti della vita alla Robinson Crusoe o i sopravvissuti a qualche apocalisse.

Firenze, 23/06/2013

macchina steampunk

macchina steampunk

INDAGINE SULLA VITA D’UN RAGAZZO MORTO

Ci sono casi, sebbene rari, in cui i film tratti da un libro sono migliori della versione scritta.  Uno di questi è senz’altro il volume “Nelle Terre Estreme” pubblicato nel 1997 da John Krakauer e il relativo film “Into the Wild” realizzato dieci anni dopo da Sean Penn, protagonista Emile Hirsch nel ruolo di Christopher McCandless (alias Alexander Supertramp).

Il volume è una strana cosa a metà tra il romanzo, la raccolta di racconti e un saggio biografico. Narra la vita di un ragazzo nato nel 1968 e morto nel 1992 durante l’ultimo e forse il più temerario dei suoi viaggi solitari attraverso l’America, in Alaska.

Il film, per come lo ricordo ad anni di distanza, ci mostra il viaggio di questo ragazzo attraverso l’Alaska e le sue difficoltà di sopravvivenza fino alla morte, presumibile ma ancora da scoprire fino all’ultimo, consentendo al film di avere una certa suspance. È una bella storia emozionante come possono esserlo quelle in cui c’è in ballo la sopravvivenza di una persona che lotta da sola contro le forze immensamente superiori della natura.

Il libro, invece, parte subito annunciandoci la morte del ragazzo e dicendoci persino come è avvenuta. Si snoda poi come una sorta di indagine sulla sua vita precedente e sulle sue precedenti peregrinazioni, dando uno spazio relativo all’avventura finale, la sola veramente emozionante.

John Krakauer

John Krakauer

Krakauer, poi, affrontando il volume come una sorta di studio, ci presenta anche alcuni altri esempi di persone avventuratesi da sole nella natura, con finali spesso altrettanto tragici. Inserisce nella narrazione persino la descrizione di alcune sue peripezie da alpinista solitario, a riprova della comunanza che prova verso il defunto.

Il risultato è un libro disomogeneo e discontinuo sebbene interessante, ma non emozionante come il film e come avrebbe ben potuto essere se solo l’autore si fosse concentrato maggiormente sulla storia principale e avesse seguito un diverso ordine degli eventi. Peccato.

 

Firenze, 2/6/2013

Into the wild

QUANDO È IL MOMENTO

Che cosa vi aspettate da un romanzo intitolato “Il Peso della Farfalla”? Prima di iniziare a leggere questo libro di Erri
De Luca
non avevo pensato molto a quel che stavo per leggere, però, in linea di massima mi aspettavo qualcosa che potesse avere a che fare con quella teoria storiografica secondo la quale il battito d’ali di una farfalla può provocare un terremoto al lato opposto del mondo o, comunque, mi aspettavo una storia che parlasse di uomini, con qualche metafora sulle farfalle.

Mi sono trovato, invece, subito proiettato in un mondo di animali. Orsi, stambecchi, farfalle e, soprattutto, camosci. I protagonisti sono proprio loro, i camosci e la farfalla sembra solo una fugace comparsa. Poi, entra in scena l’uomo, il cacciatore. Un vecchio cacciatore stanco, che punta il Re dei Camosci, un camoscio grande e vecchio come pochi, uno che è sopravvissuto a molti inverni e molte caccie.

Il camoscio è padrone dei monti e prende il cacciatore di sorpresa. Potrebbe schiacciarlo o farlo precipitare, ma lo risparmia e lo fissa immobile. L’istinto dell’uomo è feroce. Imbraccia il fucile e spara. Capisce subito di aver superato un limite. Quella sua insensibilità sarà l’ultima. Decide che non caccerà più. Si carica il pesante camoscio in spalla, ma è già un uomo diverso, svuotato. Basta allora una farfalla, che si posa sul suo fardello, per farlo crollare. Il peso della farfalla è il peso della coscienza o forse no, ma è comunque il peso sotto cui muore. Perché quello era il momento. Lo sapeva il camoscio. Lo sapeva il cacciatore. Se il Destino è scritto, basta una farfalla per realizzarlo. Saranno sepolti assieme, perché il camoscio ormai è parte di lui.

Questo racconto lungo è una piccola favola, densa di natura, che si lascia assaporare come un paesaggio di montagna. Qui la scrittura di De Luca, sebbene si lasci un po’ andare nel confondere la narrativa con la poesia, riesce a mantenersi più saldamente nei canoni della prosa che non in “Tre Cavalli”, dove l’uso delle frasi a effetto mi era parso davvero eccessivo.

Erri De Luca

Erri De Luca

Completa il volumetto un altro racconto, ancora più breve, sull’incontro tra un uomo e un albero, al momento dell’arrivo del fulmine.

Due racconti, dunque, dove l’uomo, solitario, affronta una natura che sa essergli maestra, in cui ogni cosa segue il suo corso e l’uomo poco può fare per mutarlo. Una prova di scrittura più felice di “Tre Cavalli” per De Luca, anche se la difficoltà di riempire delle pagine con trame così esili, un po’ si sente.

 

Firenze, 22/02/2013

 

 

 

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