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QUATTRO STORIE D’AMORE

Ho conosciuto Evelyn Storm quando ha partecipato, come illustratrice alla “gallery novel” “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”. Quando ho scoperto che questa ragazza, oltre a disegnare, aveva anche scritto un libro, incuriosito dalla sua versatilità, ho voluto leggerlo.

 

Evelyn Storm nel volume intitolato “La voce del sentimento”, tramite quattro racconti lunghi, quasi con il respiro del romanzo breve, ci parla dell’amore sentimentale.

 

Il primo (“Ricominciare”) è una bella storia sui sensi di colpa. Una storia ambientata ai giorni nostri, prevalentemente in un bosco, luogo che trasporta la narrazione in una dimensione atemporale, in cui quello che conta non è il contesto ma, soprattutto, le emozioni dei personaggi, innanzitutto la protagonista che vediamo prima bambina alle prese con il senso di colpa per la morte del proprio gatto, quando comincia a stringere la sua amicizia con l’amato Roberto. La ritroveremo poi, anni dopo, sempre con Roberto durante un incidente nel bosco, che sarà causa per la ragazza di assai maggiori sensi di colpa. Questi affliggono anche un altro Roberto, del tutto uguale al primo, fino al punto di spingerlo a rivelarsi alla giovane, tre anni dopo, nel solito bosco. Chi è questo secondo Roberto? Stesso nome, stessa età, stesso aspetto, stesso profumo. È il primo Roberto morto nel bosco che ritorna? È un “regalo” del primo Roberto alla sua amata, come lei vorrebbe credere? È un pazzo psicotico che intende perseguitarla? È un nuovo amore che nasce dai sensi di colpa per superarli? È una proiezione di una memoria impazzita? Una metafora? Questa figura enigmatica, figlia del senso di colpa, penso, valga la lettura dell’intero volume e ci fa sperare in altre sorprese soprannaturali.

 

Non stupisce, dunque, che la seconda storia (“Patto di sangue”) narri di vampiri, demoni, streghe, fate, in una vicenda che inizia nel medioevo e si prolunga fino ai giorni nostri. Più che dalle parti del romanzo gotico alla Lord Byron, Polidori, Stoker, Le Fanu, Mistrali o magari della Rice siamo nel territorio delle avventure amorose dei vampiri della Meyer, nuovo filone romantico rosso sangue che da qualche anno imperversa e in cui le creature della notte non sono più apportatrici di orrore e angoscia come nel XIX secolo, ma amanti sanguinari e pericolosi. Qui non appare centrale l’amore di una mortale con un vampiro alla McCullen, ma quello di una vampira con un demone e ci si stupisce di vedere le prodezze di due amanti tanto immortali e feroci, consumarsi, dopo un classico corteggiamento, tra domestiche doccia e camera da letto, anziché su letti di lava infuocata o nel ribollir sulfureo di qualche solfatara, segno di una sempre crescente umanizzazione di queste creature la cui evoluzione letteraria ha ormai reso non più tanto oscure.

 

Anteprima. “La Voce del Sentimento” di Evelyn Storm

Evelyn Storm

Il terzo racconto (“Destini incrociati”) narra di un ragazzino, considerato un po’ effeminato, che si dibatte tra i suoi due grandi desideri: diventare un ballerino hip-hop e trovare l’anima gemella. Riuscirà a esaudire il secondo, grazie a una splendida ragazza russa che, solo per un attimo vedremo vacillare lasciandosi sfuggire una frase da pazza, che già ci fa immaginare il protagonista vittima di sue follie future, ma il ragazzino sorriderà, considerando questa piccola pazzia un segno di “umanità” della ragazza e in breve la storia scivolerà verso un inatteso lieto fine, seppure aperto verso un futuro che, si spera, potrebbe mostrarsi incerto. Attendiamo speranzosi un sequel dagli sviluppi horror!

 

Evelyn Storm

Il quarto racconto (“Amore, desiderio e… ghiaccio”) ci mostra una ragazzetta che viene aiutata nel corso di una lite con il fidanzato, di cui vorrebbe liberarsi, da un tipo prestante e dai suoi cinque amici. Il moderno cavaliere dall’armatura scintillante (metaforicamente parlando) ne catturerà subito il cuore, nonostante un atteggiamento un po’ tracotante, di uno che sembra guardrea il mondo dall’alto e con i suoi suggerimenti sembra quasi la leggendaria Maria Antonietta che consigliava al popolo senza pane di mangiare brioches. Eppure, questa figura comparsa dal nulla, si rivelerà per la ragazza l’amore della sua vita, oltre che, come lei, un amante del pattinaggio su ghiaccio. Sarà tramite un travestimento (guarda caso vampiresco) che riuscirà a rapirle il cuore.

 

Insomma, quattro storie che ci parlano della nascita dell’amore, un amore spesso adolescenziale (anche quando riguarda esseri immortali con centinaia d’anni alle spalle, ma aspetto da ragazzini), quattro storie che ci fanno credere, almeno per il tempo della lettura, che l’amore tra un ragazzo e una ragazza sia la cosa più importante del mondo.

Ricominciare” è, secondo me, il migliore in assoluto e avrebbe meritato di diventare un romanzo autonomo e spero che questo possa ancora essere fatto.

Peccato poi per il titolo della raccolta, che sembra più quello di una silloge di poesie e che, mi pare, si memorizza male. Avrei preferito qualcosa di più incisivo.

 

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FANTARELIGIONE E MITOLOGIA CRISTIANA

Anche quest’anno ho rinnovato, per la quinta volta, il mio abbonamento alla rivista “IF – Insolito & Fantastico” edita da Tabula Fati, ideata da Marco Solfanelli e diretta, per l’intero lustro da Carlo Bordoni.

Nata come un insieme di articoli letterari a tema e racconti, ultimamente aveva rinunciato alla parte narrativa, diventando una vera e propria enciclopedia monografica della letteratura fantastica, formula che sinceramente preferivo a quella originaria, anche perché solo alcuni dei racconti seguivano il tema della rivista.

Da questo numero si torna alla forma originaria, ma con una differenza importante: i racconti (tre in questo numero) devono essere dello stesso argomento dei saggi e vengono selezionati tramite un apposito concorso letterario. Il tema del n. 15 della rivista è la “Fantareligione” e i tre racconti vincitori sono:

Carlo Bordoni

Il primo ci mostra gli esperimenti alchemici di un ebreo ateo, il secondo i poteri messianici di un sopravvissuto a un grave incidente in un futuro in cui Marte è stato colonizzato, il terzo ci parla di ciberspazio, di giochi di guerra, ma anche di religione.

Nella parte saggistica troviamo un articolo di Gianfranco De Turris sulle profezie e i romanzi che parlano dell’ultimo papa, Walter Catalano ci parla della scrittura più ispirata di Philip K. Dick, del suo “Valis” e dell’esegesi del proprio pensiero. In queste pagine si legge anche un’interessante osservazione di J.L. Borges: la teologia non è che un sottogenere della letteratura fantastica. In effetti, non si può non notare la ricchezza di narrazioni fantastiche presente non solo nella mitologia delle religioni “pagane” ma persino nella Bibbia.

Riflettendo su questo, uno dei miei progetti sarebbe quello di sfruttare la mitologia cristiana per creare un nuovo genere fantasy e non parlo qui del simbolismo di C.S. Lewis o dello spirito cristiano di Tolkien, ma proprio di uno sviluppo di storie su angeli, demoni e santi, filone non ben delineato, ma che ha già prodotto alcune opere, come ho avuto modo di scrivere qui.

Andrea Scarabelli si occupa del maestro dell’horror H.P. Lovecraft, parlandoci della sua complessa teogonia e cosmogonia, con i suoi Elder Gods, i Grandi Antichi e Yog-Sothoth.

Della fede nella Forza e di “Star Wars”, ci parla invece Riccardo Rosati.

Mia Farrow in Rosemary’s baby

Più della fantascienza, il fantastico tocca temi religiosi quando assume le forme dell’horror. Di “Rosemary Baby” ci parla Annamaria Fassio e della possessione demoniaca in genere si occupa Vito Tripi.

Gian Filippo Pizzo ci riporta nei confini della fantascienza per parlarci di come questa abbia trattato Dio e il diavolo. Dalmazio Frau parla dell’esoterismo del ciclo di “Dune”.

Particolarmente interessante è il raffronto tra la diversa religiosità di due maestri del fantasy C.S. Lewis e Philip Pullman, il primo cristiano e il secondo materialista. Articolo cui fa da complemento quello di Errico Passaro su religiosità e paganesimo dell’altro gigante del fantasy, Tolkien.

Riccardo Gramantieri ci parla della nascita di un moderno messia nella società mediatica trattando l’opera di Gore Vidal intitolata appunto “Messiah”.

Dopo i tre racconti la rivista prosegue con la rassegna che vede un articolo di Giuseppe Panella su i quaderni dal carcere di Gramsci, uno del curatore Carlo Bordoni sui primi episodi della nuova inquietante serie teelvisiva “Black Mirror”, uno di Claudio Asciuti sul mito di Antigone. Segue poi una sezione dedicata a Renato Pestriniero, in occasione dei suoi ottanta anni.

Il volume si chiude con un articolo di Bordoni sulla trasformazione della fantascienza da letteratura di serie B a critica sociale, cui fanno seguito le consuete recensioni.

 

Cinquale 13/08/2014

C.S: Lewis

LA BIBBIA SECONDO SARAMAGO

José Saramago, Premio Nobel portoghese

Morte José Saramago, Premio Nobel portoghese

Potremmo considerare il Premio Nobel José Saramago un autore di “fanta-religione”? Forse sì, considerando i romanzi “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, “” e “Caino”.

Ci sono materie e argomenti che sono stati rappresentati per secoli e per i quali sembrerebbe che non possano esistere più variazioni. Se poi l’argomento in questione ha natura sacra o è comunque connessa alla religione, i limiti e i confini per queste variazioni appaiono ancor più angusti, a meno che non si voglia essere o apparire del tutto sacrileghi. Una di queste materie è la vita di Gesù di Nazareth, detto Il Cristo. Scriverne in modo alternativo o fantastico è opera sempre rischiosa.

Per narrare in modo nuovo la vita di un uomo, che si dice sia anche un Dio, dopo venti secoli dalla sua nascita durante i quali ogni episodio della sua esistenza terrena è stato raffigurato, esaminato e rappresentato in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili, ci vuole un grande autore. Questo potrebbe essere José Saramago, scrittore portoghese che, pochi anni dopo aver scritto “Il vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura (1998).

La principale novità di questa narrazione è nella descrizione della difficoltà di vivere con Dio, di essere suo figlio.

Nella letteratura non mancano esempi di personaggi che patiscono per la mancanza o lontananza di Dio (persino nella Bibbia ne troviamo). Io stesso ho affrontato il tema con il mio romanzo “Giovanna e l’angelo”, in cui quest’ultimo non riesce a comunicare con Dio, né con altri esseri celesti.

Ne “Il vangelo secondo Gesù Cristo” il Nazareno incontra Dio, ci parla, lo interroga e riceve la sua missione. Si tratta però di un compito, come sappiamo doloroso. Doloroso non solo per lui ma anche per tutti coloro che lo seguiranno. Dio stesso gli elenca, con dovizia di particolari, tutte le morti che saranno generate per causa sua o in suo nome.

il vero volto di Gesù Cristo

il vero volto di Gesù Cristo

Gesù vorrebbe liberarsi di tanto peso, vorrebbe essere uno come tanti, vorrebbe riuscire a fare ciò che fa nella storia immaginata, a esempio, da Nikos Kazantzakis, ne “L’ultima tentazione di Cristo, ma non può: cambiare il proprio Destino.

Altra novità della trama è la figura di Giuseppe, che vivrà con la colpa di non aver fatto nulla per salvare i bambini innocenti trucidati da Erode, essendosi solo preoccupato di salvare il proprio figlio. La colpa, nonostante il Fine elevato, lo tormenterà per tutta la vita e il desiderio di espiazione lo porterà a essere giustiziato, in croce, per una colpa non commessa. Il senso di colpa si trasmetterà come una sorta di peccato originale sul figlio, un po’ come pensavano gli antichi greci, e lo stesso Gesù ne sarà tormentato a lungo.

Nel complesso è un romanzo intenso, vibrante di umanità, con una Maria Maddalena passionale e innamorata, con un Gesù in conflitto con la propria famiglia come un qualunque adolescente un po’ ribelle, con gli apostoli semplici e diretti, con Gesù che stenta a capire veramente quel che sta facendo e quel che gli accade, che due volte tenta di ingannare Dio e due volte ne viene beffato, la seconda in modo definitivo. Belle, poi, le figure del Diavolo/Pastore e dell’Angelo/Mendicante.

Ci sono alcuni momenti ucronici, come quando Gesù non resuscita Lazzaro, perché la sua compagna, Maria Maddalena, gli dice che nessuno merita di morire due volte, neanche il fratello Lazzaro, e, certo, il romanzo non si presta a essere letto in Chiesa, ma non mi è parso particolarmente blasfemo, dato che comunque non nega la divinità di questo umanissimo Cristo, né del suo padre celeste. Interessante, anche se non canonica, mi parrebbe la descrizione della dualità Dio/Diavolo. Un prete, però, non credo la vedrebbe allo stesso modo. Pare anzi che i vescovi iberici e italiani lo abbiano condannato.

Tra le righe si percepisce il soffio dei vangeli apocrifi.

L’ipotesi da cui parte il romanzo “Le Intermittenze della morte” (del 2005) è quanto mai affascinante: cosa succederebbe se le persone, un giorno, smettessero di morire?

Il racconto si caratterizza per una visione forse un po’ troppo generale, mostrando gli effetti sulla Nazione (si direbbe il Portogallo, anche se non viene mai detto) piuttosto che calarsi con costanza sui singoli personaggi e questo, temo, rende la narrazione meno coinvolgente, seppur interessante nel suo sviluppo.

La vera protagonista è la morte (meriterebbe una maiuscola, ma Saramago non gliela concede), che a metà dell’opera si personifica in una bella donna di poco più di trent’anni.

Durante sette mesi di “sciopero” della morte, vediamo la conseguente crisi delle imprese di pompe funebri, costrette a far funerali agli animali domestici, degli ospedali sovraffollati, dove la gente non guarisce ma neppure muore, delle assicurazioni e delle istituzioni politiche.

La cittadinanza trova però un rimedio: portare i moribondi fuori confine, dove trapassano all’istante, perché all’estero la morte è sempre attiva. La cosa però trova l’interesse della Maphia (scritta con il ”ph”, forse per differenziarsi da quella siciliana), che prende il controllo del traffico di moribondi.

Finalmente la morte torna al lavoro, concludendo in una notte quel che non aveva fatto in sette mesi (una sorta di ecatombe). Al suo ritorno le regole per morire sono cambiate: ciascuno riceverà prima del decesso una lettera viola che lo avvertirà del prossimo trapasso.

L’idea però mostra presto i suoi difetti (non si dice, però, cosa questo potrebbe comportare alla vigilia di una battaglia, in cui si sapesse già da una settimana quanti e quali saranno i morti!).

Ciò che turba la morte e la induce a prendere le femminee fattezze che si diceva è una delle lettere viola che insistentemente torna indietro. La morte/ donna, per capire andrà allora a conoscere il violoncellista cinquantenne cui è destinata.

Insomma, una storia che affronta temi quanto mai importanti, ma che si perde in una sorta di satira di costume, senza mostrare veramente il dramma di tali mutamenti vissuti dai mortali dalla sorte sospesa, né i veri orrori che né potrebbero derivare. Non certo degna, a mio modesto parere, di un Premio Nobel o di altre sue opere, ma sicuramente un affascinante esempio di “fantareligione”.

Se Saramago non avesse già scritto “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”.

Caino”, una delle ultime opere dello scrittore portoghese scomparso il 18 giugno 2010, è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.

Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.

Caino e Abele

Caino e Abele

Caino è proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.

Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.

Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.

Ora questo nome, Lilith, ci porta già un’altra dimensione di questo romanzo.

Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.

Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l’origine verso il secolo VIII a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.

La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati! Insomma, come per il “Vangelo”, anche per questa Bibbia, l’autore mescola i testi ufficiali a quelli apocrifi, condendoli con la propria fantasia e creatività.

Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.

Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi a Dio era caro.

Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che, in combutta con Satana, manderà alla rovina il buon Giosuè per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.

Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo è Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).

Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.

Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?

Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrandone aspetti che non vengono certo messi in evidenza nei sermoni domenicali.

Firenze, 05/06/2013

LA MITOLOGIA ANGELICA

Quando si parla di mitologia si pensa subito a quella greco-romana, a quella nordica o addirittura a quelle cinesi e indiane, dimenticandosi magari che anche il cristianesimo ha ormai sviluppato i propri miti, che è stata la fonte per numerose opere letterarie e cinematografiche in cui non sempre si rispecchia una visione cristiana, ma in cui si attinge alla simbologia di questa religione per creare delle storie.

Numerosi sono i temi del mito biblico-evangelico, basti pensare agli angeli, i demoni, la personificazione della morte, l’apocalisse, i miracoli, i santi, babbo natale, la befana, il potere della croce (vampiri e altro), il mito del Graal, i re Magi, la resurrezione (vampiri, zombie e fantasmi), l’inferno, il paradiso, il limbo, solo per citare alcuni dei più trattati.

Tra le figure che caratterizzano maggiormente la mitologia cristiana, penso si possano porre gli angeli. Scelgo questo argomento, trai vari possibili, essendo un tema che ho avuto modo di affrontare anche come autore con il romanzo ucronico-onirico “Giovanna e l’Angelo”.

Gli angeli, come le altre figure mitiche, a volte, in letteratura, hanno comportamenti “cristiani”, altre volte no.

Spesso si tratta di angeli caduti, ovvero di demoni, come nel “Faust” o nelle sue derivazioni.

Il termine deriva dal greco  ἄγγελος (pronuncia: ánghelos), che significa messaggero. Nell’antichità il termine era attribuito soprattutto al Dio Hermes, il messaggero degli Dei e, a volte, anche degli Inferi o a Iride. Il termine viene abbinato anche ad Artemide-Ecate, per il suo rapporto con il mondo dei morti ed è forse soprattutto da queste figure che si sviluppa l’equivalente mitologico cristiano.

Non c’è però solo l’influsso greco-romano sul cristianesimo in questo campo. Si deve tenere conto della presenza di figure analoghe in aree geografiche più prossime alla zona d’origine della Bibbia. I babilonesi avevano dei messaggeri divini, i sukkal (o sukol) ma anche degli “angeli-custodi” (Shedu e Iamassu). In Mesopotamia troviamo anche il karibu (“colui che prega”), essere che intercede presso gli Dei a favore degli uomini, da cui il termine “cherubino”.

Nota è l’influenza dello zoroastrismo su ebraismo e cristianesimo. Per i fedeli di Zorohastro, l’unico Dio Ahura Mazdā è circondato da una serie di figure secondarie tra cui lo Spirito del Male Angra Mainyu, che si ribellò a Dio trascinando con sé una moltitudine di esseri celesti (Daēva, termine che ha qualche assonanza con devil o diavolo, anche se quest’ultimo termine deriva dal greco Διάβολος, diábolos, che significa “dividere”, “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”). Presumibile origine del mito di Satana. Altri spiriti rimasero invece fedeli a Dio, pre-configurando, insomma, il mito della divisione tra angeli e demoni.

Il libro sacro dello zoroastrismo menziona anche degli “angeli custodi” che proteggono gli uomini e le loro case (Fravašay).

Quelli che nella traduzione italiana della Bibbia vengono definiti angeli, spesso derivano da termini che significano alternativamente “messaggero” e “uomo forte”. Nella Genesi (III, 4) troviamo i Kerub (termine che pare connesso al mesopotamico karibu) nel passo:

«Scacciato l’uomo, collocò a oriente del giardino di Éden i Cherubini che roteavano la spada fiammeggiante, per custodire la via che portava all’albero della vita».

Nella Bibbia troviamo anche il diavolo Ashmedai, connesso allo zoroastriano Aēšmadaēva (demonio irato).

Gli stessi ordini celesti compaiono già nella Bibbia. Ognuna delle 70 Nazioni aveva un suo Principe Angelico, Israele aveva come Principi Michele e Gabriele, ma si riferiva, unica tra le nazioni, direttamente a Dio).

Gli angeli fanno parte della fede cristiana e il cattolicesimo accoglie le gerarchie angeliche  proposte dallo pseudo-Dionigi Areopagita nella sua opera De coelesti hierarchia, suddividendo gli angeli in nove “cori angelici“: Angeli, ArcangeliArchai o PrincipatiPotestàVirtùDominazioniTroniCherubiniSerafini. Sono tre serie di schiere angeliche composte ciascuna da tre tipologie di angeli, i quali avrebbero funzioni, regole e compiti precisi. Ci sarebbe, poi, l’Angelo dell’Apocalisse, che distruggerà il mondo.

Anche per l’Islam l’esistenza degli angeli è un atto di fede. Gli angeli servono Allah e ne cantano le lodi.

L’angelo dunque, pur affondando le sue origini nel mito antico, è oggi figura sacra delle tre principali fedi monoteiste, sorta di mitigazione dell’unicità della divinità.

Questo non toglie però che tali esseri siano stati trattati dalle arti figurative e in letteratura in modo da tale da sviluppare una sorta di mitologia parallela al dogma ufficiale.

In letteratura, parlando di angeli e demoni non si può non pensare alla La Divina Commedia, in cui Dante Alighieri, partendo da tradizioni consolidate, crea un vero e proprio mondo “fanta-religioso” che nell’immaginario popolare è stato quasi assimilato a un’estensione del credo ufficiale, ma le opere che ne parlano sono davvero molte e non occorre neanche citare nomi come quelli di Baudelaire (“I Fiori del Male”) o Milton (“Il Paradiso Perduto”).

Lascerei ad altri il compito gravoso di fare una disertazione completa e organica di tutte le opere che hanno trattato il tema angelico, limitandomi invece a parlare di alcune mie letture recenti in argomento.

Il tema della ribellione degli angeli a Dio, viene ripreso, tra gli altri, in un romanzo moderno di Anatole France.

Chi è che sconvolge l’intricato ordine dato dal meticoloso Julien Sariette ai volumi della biblioteca della famiglia d’Esparvieu e sparpaglia in giro i suoi amati libri, causandogli notti agitate e insonni?

Nessuna spiegazione naturale sembra possibile. Chi potrebbe penetrare in quella biblioteca così ben conservata?

Chi quell’uomo nudo che si nasconde nella camera dove Maurice d’Esparvieu si unisce di nascosto alla bella Madame des Aubels? Sarà lui stesso a rivelarsi: è Arcade, l’angelo custode di Maurice, il rampollo della famiglia d’Esparvieu, ed è sempre lui a materializzarsi all’interno della biblioteca per consultare i testi di teologia e cercare un modo per avviare la più grande delle rivolte. Quello che i cristiani venerano, egli dice, non è il vero Dio, ma l’usurpatore degli altri Dei, Ialdabaoth, e, grazie al sapere acquisito consultando febbrilmente i testi dei pensatori umani, Arcade si appresta ora a ripetere le gesta di Satana, ribellandosi a Dio.

Il potere è nella conoscenza e questa è nei libri. Solo i libri possono sconfiggere l’ignoranza, la credulità e le false fedi.

Forse “La Rivolta degli Angeli” che veramente Anatole France vorrebbe mostrarci è quella degli intelletti contro la superstizione.

Da un simile titolo, mi sarei aspettato qualcosa di modernamente più epocale, cinematografico, colossale: schiere di angeli in battaglia gli uni contro gli altri, inganni, tradimenti, complotti, repressioni, battaglie.

France ci mostra ben poco di tutto ciò. Il suo è un mondo delicato in cui sono in primo piano le manie del bibliotecario Sariette, le debolezze di Maurice, le illusioni giovanili di Arcade.

Una storia in cui il vero, grande messaggio, sembra essere nell’esaltazione del potere della cultura e dell’informazione, vera grande arma delle genti moderne, con cui persino un Dio può essere sconfitto.

Troviamo una biblioteca, con un angelo bibliotecario che colleziona libri antichi e versioni errate della Bibbia, anche in “Buon Apocalisse a tutti!” di Terry Pratchett e Neil Gaiman, un romanzo con un approccio particolare, tra l’umoristico e il metafisico, in cui spicca la simpatica amicizia tra l’angelo Azraphel e il diavolo Crowley (stesso nome del famoso occultista), che convivono sulla Terra per seimila anni e alla fine si sentono più legati tra di loro che con Paradiso e Inferno. Terry Pratchett, del resto è un vero maestro di “fantareligione”, avendo scritto una trentina di romanzi ambientato nel suo mitico Mondo Disco, una Terra piatta che poggia, come nella mitologia indù, su quattro elefanti che stanno a loro volta sul dorso di una tartaruga.

Ai giorni d’oggi, un po’ come filone alternativo all’esaurirsi del tema vampiresco, ampiamente esplorato da diversi autori, stiamo assistendo a un appropriarsi di questa figura da parte del fantasy.

Un esempio ne è “Angelology” di Danielle Trussoni, che non sarà un capolavoro della letteratura, ma di sicuro è un romanzo appassionante.

A renderlo trascinante è il susseguirsi ben dosato di eventi. A renderlo interessante sono i riferimenti a testi, eventi e luoghi reali in una storia di fantasia, dato che si parla di angeli – angeli caduti, a dir il vero, quindi, in sostanza, demoni. A renderlo piacevole sono la vivacità dei personaggi.

Il principale rischio nelle storie che parlano di creature soprannaturali, sono certe ingenuità che possono rendere un testo fantastico poco credibile. Qualcosa del genere, l’ho percepito nei primi capitoli, soprattutto quando s’immagina che gli angeli vivano in mezzo agli esseri umani, in una sorta di società parallela assai simile alla nostra, con genitori, nonni e zii, con poche differenze, come il fatto che vivono centinaia di anni (e vediamo un angelo secolare trattato dalla madre come un ragazzetto discolo!), però questo passa presto in secondo piano e la poca fantasia di una simile soluzione è compensata dalla trama che si dipana in un misto di thriller, caccia al tesoro archeologica e scontro di civiltà.

Stimolanti sono le citazioni bibliche. Non credo siano in molti a ricordare che la Genesi parla di Giganti! Anche il termine Nefilim (che compare nel romanzo), con cui vengono indicati i figli di donne e angeli nonché i loro discendenti, ha un’origine biblica ed è spesso tradotto proprio con Giganti.

Il passo è citato all’interno del volume, ma ho visto che corrisponde a quanto riporta la mia edizione della Bibbia, salvo che i Nefilim lì vengono detti, appunto, Giganti:

1 Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3 Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». 4 C’erano sulla terra i Nefilim a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

Chi sono i Figli di Dio? Secondo l’autrice sono Angeli e questa tesi è una delle tre ipotesi principali avanzate sull’interpretazione di questo passo, anche se per approfondirla si finirebbe per parlar del sesso degli angeli, espressione con cui solitamente si intende “parlar di cose vane”, ma come trascurare un simile interrogativo: gli angeli hanno avuto dei figli che popolano la terra? Chi dice che non erano angeli, si basa soprattutto sull’affermazione che gli angeli sono asessuati e quindi non potevano accoppiarsi con le Figlie degli Uomini. Che siano asessuati si dedurrebbe dal passo Matteo 22:30 in cui è scritto: “Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli”. Mi pare però una forzatura far discendere dall’unione di queste due frasi una simile conclusione.

Dunque, prendendo la Bibbia alla lettera, un tempo sulla terra sarebbe vissuti i Nefilim (o Giganti), figli di uomini e angeli! Ipotesi degna della più azzardata fanta-religione!

Una teoria che cerca di stabilire un legame tra la scienza e Bibbia sostiene che i Nephilim fossero neandertaliani sopravvissuti (oppure i loro resti ossei), o forse un ibrido tra Homo sapiens e uomo di Neanderthal. Ben miseri figli d’angelo, direi!

Nel romanzo si parla anche di Gibborim, intendendo degli angeli caduti combattenti, esseri un po’ ottusi, di cui si avvalgono i Nephilim, di razza superiore, per le loro azioni più violente. Ebbene anche questo termine compare nella Bibbia, per esempio nel lamento di Davide per la morte di Saul e Jonathan, in cui si legge: “Ek Naphelu Gibborim” (come guerrieri caddero).

Oltre ai riferimenti biblici, reale è anche la grande protagonista assente, la defunta Abigail Rockfeller. Recita Wikipedia: “Abby Aldrich Rockefeller, nata Abigail “Abby” Greene Aldrich (Providence26 ottobre 1874 – New York5 aprile 1948), fu una donna mondana e filantropa, appartenente alla seconda generazione matriarcale della celebre famiglia Rockefeller. È particolarmente nota per essere stata la forza trainante dietro la costituzione del Museo d’Arte Moderna di New York, situato sulla 53ª Strada, nel novembre del 1929”. Insomma, è proprio lei, la donna che ha nascosto l’arpa angelica!

Anche “I Diari dell’Angelo Custode” (2011), il romanzo d’esordio dell’autrice irlandese Carolyn Jess-Cooke, nonostante il titolo, non è un libro per vecchie signore che sgranano il rosario.

Che ne pensate di una vita così? Appena nati vostra madre muore di parto e vostro padre viene arrestato. Vi adottano e i genitori muoiono quando avete meno di quattro anni. Finite in un orfanatrofio che fa rimpiangere di non stare ad Auschwitz (la punizione “classica” è un soggiorno, nudi, in un buco fetido pieno di topi e insetti, ovviamente dopo essere stati picchiati e frustati). Scappate. La nuova madre adottiva muore dopo un anno e il padre qualche tempo dopo. Quando il vostro ragazzo scopre che siete incinta, vi picchia fino a farvi abortire. Vi sposate (con un altro tipo) e divorziate. Vostro figlio diventa un delinquente. Tanto per finire in bellezza, morite giovani.

Questa è, in sintesi, la vita di Margot. Sarebbe quasi uno spoiler, se non fosse che il romanzo comincia più o meno a questo punto, perché Margot, appena morta, diventa uno spirito. Come dice Sant’Agostino (citato all’inizio) “Ora gli angeli sono spiriti, ma in quanto spiriti non sono angeli: è quando sono inviati che diventano angeli”. Margot riceve una missione e viene inviata sulla terra. Il suo nome ora è Ruth. Diventa così un angelo. Un angelo custode. L’angelo custode di se stesso.

Il compito di un angelo custode è riassunto in 4 ordini: Veglia. Proteggi. Registra. Ama.

Gli angeli inventati dalla Jess-Cooke hanno alcune peculiarità: le loro ali sono fatte d’acqua che scorre e sono dei “banchi di memoria” con cui registrano tutto ciò che succede, attraversano il Tempo come visitatori, hanno una vista speciale.

Gli angeli custodi non sono soli nello spazio inventato dalla Jess-Cooke. Ci sono altri angeli e ci sono i demoni che li contrastano.

Di solito un angelo custode è qualcuno che è morto e che era stato vicino al suo protetto. Solo raramente angelo e protetto sono la stessa persona.

Immaginate allora di essere questo angelo che torna indietro nel tempo e si vede nascere, sapendo già tutte le disgrazie che patirà la sua protetta, ovvero lei stessa. Eppure tra i suoi quattro ordini (veglia, proteggi, registra, ama) non è previsto alcun “cambia la sua vita”.

La grande tentazione di Ruth sarà quella di mutare l’esistenza della sventurata della Margot che un tempo era lei stessa. I demoni ne conoscono la debolezza e la tentano.

Tutto ciò fa di questo romanzo una storia sulla crescita interiore, sulla ricerca del senso della vita, sulla relatività degli eventi, sulla fede. Non è, insomma, solo un semplice fantasy che si avvale di miti cristiani, ma una riflessione sull’importanza della Vita, dei rapporti familiari, delle scelte, del libero arbitrio. Se la fantascienza ci fa ragionare sulle conseguenze di ipotesi scientifiche alternative (magari improbabili), la fantareligione può essere un’occasione per riflettere sui grandi temi della fede.

Margot / Ruth, forse proprio grazie alla sua doppia personalità, è un personaggio di un certo spessore. Certo, si respira un’atmosfera da “christian fiction”, ma il romanzo ha una sua corposità e l’approccio religioso non è del tutto canonico. Merita, insomma, una lettura.

Personalmente, poi, ritrovo in questo romanzo il rapporto con una voce angelica che ho trattato in (“Giovanna e l’Angelo”)

Ruth è molto diverso dalla Voce che parla a Giovanna D’Arco nel mio romanzo, innanzitutto perché ha già avuto una vita terrena, mentre l’essere di “Giovanna e l’Angelo” viene dal nulla. Ruth dialoga con molti altri angeli e ne riceve consigli o minacce. La Voce è immensamente sola, al punto di ignorare persino l’esistenza di Dio. Ruth riesce spesso a farsi sentire, mentre la Voce è spesso frustrata nel suo desiderio di comunicazione.

Un altro parallelo tra i due romanzi è la ciclicità: in entrambi la protagonista umana vive prima la sua vita normale, poi rinasce per viverne una diversa. Nulla è certo. Non c’è alcun Destino immutabile e tutto può esser riscritto.

Tra i romanzi fantasy citerei anche “Angeldi L.A. Weatherly in cui dei ragazzini fronteggiano un invasione di angeli caduti, la serie paranormal romance “Lost Angelsdi Heather Killough-Walden, che racconta le vicende di quattro Arcangeli scesi sulla Terra per cercare le loro anime gemelle, cherubine create da Dio come ricompensa, ma, a causa di una rivolta in Paradiso causata dalla gelosia, da lui disperse sulla Terra per loro stessa protezione, “Daughter of Smoke and Bondi Laini Taylor, un urban fantasy che contrappone angeli e chimere, “Guild Hunter di Nalini Singh, in cui si scontrano invece angeli e vampiri.

Ne “Il dardo e la rosa di Jacqueline Carey incontriamo una complessa società discendente dagli angeli.

Credo che il grande potenziale della mitologia angelica sia quello di creare un fantasy alternativo in cui le gerarchie angeliche possono sostituirsi alle classiche divisioni tra le creature magiche del fantasy nordico fatto di elfi, gnomi, maghi, troll, giganti, nani, fate e così via.

Penso soprattutto alla varietà di poteri che differenziano tra loro i vari angeli, divisi in tre gerarchie e ciascuna in cori (prima gerarchia: serafinicherubinitroni; seconda gerarchia: dominazionivirtù, potestà; terza gerarchia: principati, arcangeliangeli – esistono anche altre suddivisioni).

Ogni coro ha compiti e poteri diversi. I serafini fanno la guardia al trono di Dio, muovono le sfere celesti e nessun occhio, se non divino, può vederli. I cherubini sono i guardiani della luce e delle stelle, hanno quattro ali e quattro facce. I troni sono angeli di forma mutevole e dagli infiniti colori, hanno infiniti occhi e portano il trono di Dio in giro per il Paradiso. Questo solo per parlare della prima gerarchia.

All’interno di ciascun coro, poi ci sono angeli con un proprio nome e proprie caratteristiche precise.

Insomma, basterebbe attingere a queste tradizioni per poter inventare storie alquanto articolate. Se poi a questo si aggiunge la connaturata contrapposizione tra Bene e Male tipica del conflitto tra gli Angeli fedeli a Dio e gli Angeli Caduti, si vedrà come non manchi la più forte caratteristica del fantasy.

Spesso però quando nei romanzi fantasy (paranormal romance) compare la parola “angelo” nel titolo, si parla invece di angeli caduti e il vero pretesto e quello di creare una storia d’amore con un essere soprannaturale (per esempio “Il bacio maledetto” di Lisa Desrochers, la saga “Hush, Hush” di Becca Fitzpatrick, “Baciata da un angelo” di Elizabeth Chandler, Fallen di Lauren Kate).

Carlo Menzinger - Giovanna e l'angelo

Carlo Menzinger – Giovanna e l’angelo

Ben altro approccio avevo tentato scrivendo il romanzo “Giovanna e l’Angelo(Carlo Menzinger – Edizioni Liberodiscrivere, 2007), anche se il titolo temo possa far pensare a una storia di questo genere. Si tratta, invece, di un romanzo ucronico-onirico che narra la vita e le vicende dell’eroina francese Giovanna D’Arco. Una delle sue peculiarità è che le gesta della pulzella d’Orléans sono viste attraverso gli occhi di uno strano essere. Come è noto, la tradizione vuole che Giovanna D’Arco fosse guidata nella sua missione di unificazione della Francia e di cacciata degli inglesi da delle Voci, che, secondo lei, appartenevano ad angeli o sante.

In “Giovanna e l’Angelo” s’immagina che questo essere, la fonte delle sue Voci, segua la vita dell’eroina fin dalla sua nascita. È una creatura isolata dal mondo terreno e celeste. Vive in assoluta solitudine e il suo solo tramite con il mondo è lei, Giovanna D’Arco, la sola in grado di sentirlo e di spezzare la sua drammatica solitudine. Riesce però a comunicare solo a tratti e difficilmente. Giovanna porta avanti la sua missione e infine, condannata al rogo, muore. Siamo a metà del romanzo. Comincia allora la parte ucronica, in cui la donna, tra le fiamme sogna una vita diversa, si trasforma, diventa uomo, conquista la Francia. Questo suo mutamento vede un parallelo cambiamento di altri personaggi e, in particolare, dell’angelo che le parlava, che muta identità.

La storia è incentrata sulle solitudini parallele dei due protagonisti Giovanna D’Arco e la sua Voce. Giovanna è isolata nel mondo, circondata da gente che la sfrutta per obiettivi politici e militari, ma non le è mai realmente vicina. La Voce vive in una sorta di limbo tra Cielo e Terra popolato da lui soltanto. Ha una sola finestra verso il mondo: Giovanna. Ne segue la vita, cerca di parlarle. Le rare volte che ci riesce viene frainteso. Capisce che Giovanna lo crede un essere mandato da Dio, ma non conosce Dio. Lo cerca. Vorrebbe incontrarlo, capirlo, ma non ci riesce. Attorno a lui c’è solo il vuoto, fino al momento in cui Giovanna muore. Solo allora miriadi di angeli cominciano a vorticargli attorno. È solo un istante. La vita di Giovanna riprende ucronicamente. Diversa da quella reale, oltre il rogo e lui stesso si trova mutato, non più angelo ma donna eterea, una santa. Rimane però pur sempre solo una Voce, ancora più isolata, con difficoltà ancora maggiori di farsi intendere da Giovanna ormai presa dal suo sogno transessuale, in cui, divenuta uomo, conquista, nell’arco di tempo di una fiammata del rogo, l’intera Francia e l’Inghilterra. La sua fine la riporterà all’inizio, con l’angelo che la guarda nascere di nuovo, forse all’infinito.

Il cielo sopra Berlino - Wim Wenders

Il cielo sopra Berlino – Wim Wenders

Gli angeli compaiono spesso anche al cinema. Come dimenticarsi allora dell’impareggiabile film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, ispirato alle poesie di Rilke, in cui si descrive la vita di due angeli, osservatori passivi della vita terrena, che sono tentati dall’esistenza dei mortali (minore è “City of Angels” di Brad Silbering, il suo remake americano, del tutto privo della poesia dell’originale).

Come non menzionare, poi, il celebre “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, tratto dal racconto “The Greatest Gift”, scritto nel 1939 da Philip Van Doren Stern. Narra di George Bailey, che, per tutta la vita con grandi rinunce, ha sempre aiutato il prossimo, ma arriva sul punto di suicidarsi la sera della vigilia di Natale. In suo soccorso, arriverà un angelo custode mandato da Dio. Sarà un angelo “di seconda classe”, uno che si deve ancora guadagnare le ali, impersonato da un goffo signore che si fa chiamare Clarence Oddbody, quanto di più lontano da superumani cui siamo soliti pensare.

La vita è meravigliosa - Frank Capra

La vita è meravigliosa – Frank Capra

Il tema de “L’inafferrabile signor Jordan” (“Here comes Mr. Jordan”), girato nel 1941 da Alexander Hall e ambientato nel mondo del pugilato, viene ripreso nel suo remake del 1978 “Il Paradiso può attendere” di Warren Beatty e Buck Henry, in cui è un angelo custode a commettere un errore e a far morire troppo presto il campione di football americano Joe Pendleton e dovrà quindi procurargli un nuovo corpo.

In “Appuntamento con un angelo” (1987) di Tom MCLouhlin, un aspirante musicista, prima di sposarsi incontra un angelo con le ali spezzate.

Tra i film, penso anche aGabriel, la furia degli angeli” in cui 7 arcangeli combattono contro i demoni per riportare la luce in un mondo distopico.

Non vorrei, invece, qui considerare tutta quella miriade di testi che potremmo definire “manuali angelici” in cui si spiega come entrare in contatto con loro, come pregarli, quali sono le loro virtù. Tali volumi, infatti, sebbene contribuiscano ad alimentare l’immaginario popolare in materia, a volte diffondendo idee poco ortodosse rispetto a quelle delle religioni ufficiali e contribuendo anch’essi alla creazione di una mitologia cristiana, non hanno scopo narrativo.

Firenze, 01/06/2013-24/07/2013 

PARLARE DEL SESSO DEGLI ANGELI

Forse “Angelology” di Danielle Trussoni non sarà un capolavoro della letteratura, ma di sicuro è un romanzo appassionante, che ti trascina pagina dopo pagina e che ti lascia orfano dopo che hai finito di leggerlo. E tutto ciò mi pare più che sufficiente per dedicargli qualche ora di lettura.

A renderlo trascinante è il susseguirsi ben dosato di eventi. A renderlo interessante sono i riferimenti a testi, eventi e luoghi reali in una storia di fantasia, dato che si parla di angeli – angeli caduti, a dir il vero, quindi, in sostanza, demoni. A renderlo piacevole sono la vivacità dei personaggi.

Quello che temevo, in una storia che parla di creature soprannaturali, erano certe ingenuità che possono rendere un testo fantastico poco credibile. Qualcosa del genere, l’ho percepito nei primi capitoli, soprattutto quando s’immagina che gli angeli vivano in mezzo agli esseri umani, in una sorta di società parallela assai simile alla nostra, con genitori, nonni e zii, con poche differenze, come il fatto che vivono centinaia di anni (e vediamo un angelo secolare trattato dalla madre come un ragazzetto discolo!), però questo passa presto in secondo piano e la poca fantasia di una simile soluzione è compensata dalla trama che si dipana in un misto di thriller, caccia al tesoro archeologica e scontro di civiltà.

Come dicevo, mi hanno incuriosito i riferimenti culturali, la cui autenticità non riuscivo bene a comprendere. Ci sono, per esempio, delle citazioni bibliche che mi hanno stupito. Non ricordavo che la Genesi parlasse dei Giganti! Anche il termine Nefilim, con cui vengono indicati i figli di donne e angeli nonché i loro discendenti, ha un’origine biblica ed è spesso tradotto proprio con Giganti.

Il passo è citato all’interno del volume, ma ho visto che corrisponde a quanto riporta la mia edizione della Bibbia, salvo che i Nefilim lì vengono detti, appunto, Giganti:

Danielle Trussoni

Danielle Trussoni

1 Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3 Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». 4 C’erano sulla terra i Nefilim a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

Chi sono i Figli di Dio? Secondo l’autrice sono Angeli e questa tesi è una delle tre ipotesi principali avanzate sull’interpretazione di questo passo, anche se per approfondirla si finirebbe per parlar del sesso degli angeli, espressione con cui solitamente si intende “parlar di cose vane”, ma per chi crede nella Bibbia, alla luce di questo passo, l’argomento mi pare di gran rilevanza: gli angeli hanno avuto dei figli che popolano la terra? Chi dice che non erano angeli, si basa soprattutto sull’affermazione che gli angeli sono asessuati e quindi non potevano accoppiarsi con le Figlie degli Uomini. Che siano asessuati si deduce dal passo Matteo 22:30 in cui è scritto: “Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli”. Mi pare però una forzatura far discendere dall’unione di queste due frasi una simile deduzione.

Dunque, per chi crede nella Bibbia, un tempo sulla terra sarebbe vissuti i Nefilim (o Giganti), figli di uomini e angeli: una simile ipotesi non vi sembra sconvolgente!

La teoria prevalente per stabilire un legame tra la scienza e la Bibbia è quella che sostiene che i Nephilim fossero neandertaliani sopravvissuti (oppure i loro resti ossei), o forse un ibrido tra Homo sapiens e uomo di Neanderthal.

Nel romanzo si parla anche di Gibborim, intendendo degli angeli caduti combattenti, esseri un po’ ottusi, di cui si avvalgono i Nephilim di razza superiore, per le loro azioni più violente. Ebbene anche questo termine compare nella Bibbia, per esempio nel lamento di Davide per la morte di Saul e Jonathan, in cui si legge: “Ek Naphelu Gibborim” (come guerrieri caddero).

Oltre ai riferimenti biblici, reale è anche la grande protagonista assente, la defunta Abigail Rockfeller. Recita Wikipedia: “Abby Aldrich Rockefeller, nata Abigail “Abby” Greene Aldrich (Providence26 ottobre 1874 – New York5 aprile 1948), fu una donna mondana e filantropa, appartenente alla seconda generazione matriarcale della celebre famiglia Rockefeller. È particolarmente nota per essere stata la forza trainante dietro la costituzione del Museo d’Arte Moderna di New York, situato sulla 53ª Strada, nel novembre del 1929.Insomma, è proprio lei: la donna che ha nascosto l’arpa angelica!

Firenze, 21/02/2013

LE RIVOLUZIONI NASCONO IN BIBLIOTECA

biblioteca

Chi è che sconvolge l’intricato ordine dato dal meticoloso Julien Sariette ai volumi della biblioteca della famiglia d’Esparvieu e sparpaglia in giro i suoi amati libri, causandogli notti agitate e insonni?

Anatole France - La Rivolta degli angeli

Anatole France – La Rivolta degli angeli

Anatole France – La Rivolta degli angeliNessuna spiegazione naturale sembra possibile. Chi potrebbe penetrare in quella biblioteca così ben conservata?

Chi quell’uomo nudo che si nasconde nella camera dove Maurice d’Esparvieu si unisce di nascosto alla bella Madame des Aubels? Sarà lui stesso a rivelarsi: è Arcade, l’angelo custode di Maurice, il rampollo della famiglia d’Esparvieu, ed è sempre lui a materializzarsi all’interno della biblioteca per consultare i testi di teologia e scoprire un modo per avviare la più grande delle rivolte. Quello che i cristiani venerano, egli dice, non è il vero Dio, ma l’usurpatore degli altri Dei, Ialdabaoth, e, grazie al sapere acquisito consultando febbrilmente i testi dei pensatori umani, Arcade si appresta ora a ripetere le gesta di Satana, ribellandosi a Dio.

Il potere è nella conoscenza e questa è nei libri. Solo i libri possono sconfiggere l’ignoranza, la credulità e le false fedi.

File:Anatole France1.jpg

Anatole France, all’anagrafe Jacques François-Anatole Thibault (Parigi, 16 aprile 1844 – Saint-Cyr-sur-Loire, 12 ottobre 1924), è stato uno scrittore francese, Premio Nobel per la letteratura nell’anno 1921.

Forse la vera “La Rivolta degli Angeli” che Anatole France vorrebbe mostrarci è quella degli intelletti contro la superstizione.

Da un simile titolo, mi sarei aspettato qualcosa di modernamente più epocale, cinematografico, colossale: schiere di angeli in battaglia gli uni contro gli altri, inganni, tradimenti, complotti, repressioni, battaglie.

France ci mostra ben poco di tutto ciò. Il suo è un mondo delicato in cui sono in primo piano le manie del bibliotecario Sariette, le debolezze di Maurice, le illusioni giovanili di Arcade.

Una storia in cui il vero, grande messaggio, mi pare sia nel potere della cultura e dell’informazione, vera grande arma delle genti moderne, con cui persino un Dio può essere sconfitto.

Firenze, 17/07/2012

angelo armato

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