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QUANDO IL METAROMANZO PARLA DI UNO PSEUDOBIBLION CHE È L’ABORTO DI UNA BELLA STORIA

Kurt Vonnegut avrebbe voluto scrivere un romanzo in cui si raccontasse di come il tempo, alla fine del XX secolo, si sia fermato, sia tornato indietro di circa dieci anni e da lì tutto sia ricominciato ma esattamente allo stesso modo, con tutte le persone del mondo consapevoli di rivivere dieci anni della propria vita e nella totale impossibilità di dire o fare nulla di diverso da quanto avessero fatto prima, pur sapendo che magari qualcosa che stavano per fare li avrebbe portati al disastro. Arrivati alla fine dei dieci anni, riacquistavano il libero arbitrio e ne restavano sconvolti, incapaci oramai di fare qualcosa che non fosse già scritto e preordinato dal destino.

L’idea mi pare ottima e di sicuro una variante interessante sui viaggi nel tempo e i paradossi connessi. In un certo senso, sarebbe una non-ucronia, dato che il tempo diverge dal suo percorso naturale, ma gli effetti rimangono gli stessi. Non si genera un’allostoria. Quello che cambia è solo il futuro, dato che le persone, consapevoli di aver rivissuto per dieci anni gli stessi eventi, sono diventate diverse da come sarebbero state senza questo evento.

L’idea c’era e Kurt Vonnegut c’ha lavorato per vari anni, ma alla fine il risultato, a quanto scrive lui stesso è stato disastroso. Aveva un libro, ma questo non funzionava. Ha dunque deciso di salvarne alcune parti. Ha deciso di chiamare l’aborto di romanzo “Cronosisma 1” e il nuovo libro nato dalle sue ceneri “Cronosisma”.

Ho dunque cominciato a leggere “Cronosisma”, trovandomi immerso nella descrizione di come l’autore avesse fatto a scrivere e smontare “Cronosisma 1” aspettandomi che prima o poi avrei potuto leggere il romanzo “Cronosisma” o, se preferite “Cronosisma 2”. Lo vorrei chiamare “Cronosisma 2”, per distinguerlo dagli altri due, dato che di questo romanzo non ho, alla fine, trovato traccia. “Cronosisma” continua fino alla fine a parlarci di come sarebbe potuto essere “Cronosisma 1”, dandocene alcuni assaggi. Il risultato non si può neppure definire una raccolta di racconti commentati: mi sembra più un commento a un libro immaginario intervallato da racconti. Viene allora in mente Borges con la sua letteratura immaginaria, anche se qui “Cronosisma 1” più che immaginario è un aborto di libro. Si può però dire che siamo dalle parti del metaromanzo, di un romanzo (una sorta di autobiografia parziale) che parla di un altro romanzo, lo pseudobiblion “Cronosisma 1”.

Kurt Vonnegut

Gli stralci di racconti a volte mi sono parsi banali, altre trovate invece sono stimolanti, ma la capacità narrativa di Vonnegut è buona e quindi il volume si riesce a leggere nonostante la sua discontinuità e c’è persino chi lo considera geniale (in effetti alcune frasi lo sono), ma si rimane con l’amaro in bocca per non essere riusciti a leggere una storia con una trama molto promettente. Mi toccherà scriverlo io, questo “Cronosisma 2”!

 

In attesa vi lascio qualche citazione, dato che alcune definizioni sparate lì sono forse la cosa migliore del libro e ciò che lo ha fatto amare:

 

La mia compianta prozia Emma Vonnegut disse disse di odiare i cinesi. Suo genero le rispose che era cattivo odiare così tanta gente in una volta sola.”

 

” Riguardo al declino e alla caduta della civiltà romana c’è una teoria secondo cui si trattò di una conseguenza delle loro tubature in piombo. L’avvelenamento da piombo rende la gente pigra e ottusa.

Qual è la VOSTRA SCUSA?”

 

Dirò anche che fare l’amore, se sincero, è una delle migliori idee che Satana abbia ficcato nella mela che poi diede al serpente per passarla a Eva. In quella mela, comunque, l’idea migliore in assoluto è quella del jazz.”

 

“Nel sistema solare c’è un pianeta i cui abitanti sono talmente scemi da non accorgersi, per un milione di anni, dell’esistenza dell’altra metà del pianeta. Se ne sono accorti solo cinquecento anni fa! Solo cinquecento anni fa! E dire che si danno reciprocamente dell’homo sapiens!”

 

“Nelle conferenze sostengo sempre che minimo il 50% dei matrimoni americani va a rotoli perché la maggior parte di noi non ha famiglie allargate. Oggi, quando ci si sposa, ci si becca una persona soltanto.”

 

“La cosa principale a proposito di Van Gogh e me” disse Trout “è che egli dipingeva quadri che sbalordivano lui stesso per la propria importanza, anche se nessun altro pensava che valessero una cicca. Io scrivo racconti che mi sbalordiscono, anche se nessun altro pensa che valgano una cicca”.

 

“I raccontatori di storie a mezzo inchiostro e carta – non che ancora contino qualcosa – si dividono in due categorie: quella degli “incursori” e quella dei “rifinitori”. Gli incursori scrivono la loro storia in fretta, a capofitto, alla brutto dio, come viene viene. Poi ci tornano sopra instancabilmente per sistemare tutto ciò che è venuto male o che non funziona. I rifinitori vanno avanti frase dopo frase, lavorando il periodo finché diventa esattamente come lo volevano, poi passano al successivo. Scritta l’ultima frase, il racconto è terminato.”

 

“Non è possibile che un cervello umano non assistito – cioè nientaltro che poltiglia, un chilo e mezzo di spugna imbevuta di sangue- possa aver scritto Stardust, per non parlare della nona di Beethoven.”

 

“E’ chiaro che capisco che la ripugnanza ispirata persino adesso, e forse per sempre, della parola <comunismo> è una degna risposta alla crudeltà e all’ottusità dei dittatori dell’URSS, che si erano definiti comunisti con lo stesso disinvolto arbitrio con cui Hitler si definiva cristiano”.

 

“Mi hai detto che avevo qualcosa.”

“Eri malato, ma adesso stai di nuovo bene, e c’è un sacco di lavoro da fare.”

“Voglio sapere cos’hai detto che avevo.”

“Ho detto che avevi il libero arbitrio.”

“Libero arbitrio, libero arbitrio… Me l’ero sempre chiesto cos’avevo. Ora so come si chiama.”

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L’INGANNO DEL NOBEL INCIPIT

Orhan Pamuk

Orhan Pamuk

La nuova vita” di Orhan Pamuk ha un incipit che penso sia in grado di affascinare non pochi lettori, soprattutto quelli che amano particolarmente i romanzi:

Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò. Fin dalle prime pagine ne percepii a tal punto la forza che mi parve quasi che il mio corpo si staccasse dalla sedia e dal tavolo a cui sedevo per allontanarsene. Ma nonostante avessi sentito il mio corpo staccarsi e allontanarsi, io ero più che mai su quella sedia e davanti a quel tavolo, con tutto il mio essere e tutto il mio corpo e il libro mostrava i suoi effetti sulla mia anima come su tutto ciò che mi apparteneva”.

Chi di voi non vorrebbe un libro così? Quale lettore non vorrebbe un libro che possa cambiargli la vita? Chi più di un lettore sogna un’altra vita?

Ebbene, con una simile premessa ci aspetteremo che quel libro sia proprio quello che stiamo leggendo o che almeno ci si avvicini. Purtroppo segue un centinaio di pagine di astrattezze, continue riflessioni e osservazioni personali del protagonista Osman, fastidiosi elenchi, nella quasi totale assenza di azione, a meno di non considerare tale la descrizione di banali gesti quotidiani. Neppure questo pseudobiblion al centro della narrazione prende forma. Non ne conosciamo la trama e per molte decine di pagine neppure il titolo!

Poi, finalmente, qualcosa in questo metaromanzo si muove. Il protagonista incontra il Dottor Narin, padre dell’evanescente Mehmet dai molti nomi, scopre che questo faceva sorvegliare il proprio figlio e tutti gli altri lettori del Libro da una squadra di agenti segreti, ognuno soprannominato come la marca di un orologio (la migliore o forse l’unica trovata simpatica del libro). Le loro relazioni cominciano a dare un po’ di vivacità alla storia, a farci vedere un po’ di avventura. Capiamo anche la filosofia del padre di Mehmet e, pian piano dell’autore del Libro. I personaggi e, forse anche l’autore, combattono il diffondersi del pensiero occidentale in Turchia, la morte dell’anima turca.

Poi, il giovane protagonista risprofonda nelle sue elucubrazioni, Pamuk ci elargisce numerosi altri inutili elenchi, finché l’amata Canan non si allontana e allora Osman la cerca. Poi scopre che l’autore del Libro è suo zio Rifkin. Ogni tanto si perde in nuove tediose elucubrazioni, poi riprende l’indagine su perché fu scritto il Libro e da chi e cosa fu ispirato. Scopriremo quindi che lo zio ferroviere si è ispirato a numerose opere letterarie occidentali tra cui, più volte citata, la “Vita Nova” di Dante Alighieri, eppure il titolo del Libro, che scopriremo infine essere proprio “La nuova vita” (stesso titolo del romanzo di cui stiamo parlando), sembra sia stato ispirato a una marca di caramelle con un angelo effigiato sulla carta e che Osman mangiava da bambino.

Ho letto questo libro nel tentativo di conoscere un altro degli autori insigniti del Premio Nobel che non ho ancora letto.

Purtroppo, sebbene tra i Nobel ci siano scrittori che ho apprezzato molto come Thomas Mann, Luigi Pirandello, Herman Hesse, André Gide, Ernest Hemingway, Albert Camus, John Steinbeck, Pablo Neruda, William Golding, Gabriel Garcia Marquez, Toni Morrison, Dario Fo (per il teatro), José Saramago e Mo Yan (che ne dite di questo elenco? Noioso come quelli di Pamuk?), ultimamente, sarà perché sono autori che sto leggendo solo per il fatto che hanno vinto il Premio e non per un interesse particolare, sto rimanendo molto deluso da questi scrittori.

Dopo Doris Lessing e Alice Munro, ora anche Orhan Pamuk mi delude, scrivendo un romanzo come mi sarei aspettato da un qualunque dilettante, al quale, se mi avesse chiesto un parere spassionato prima di proporre il volume a un editore, avrei detto di cuore di riscrivere il tutto, di inserire dei dialoghi, di mostrare e non raccontare, di non perdersi in riflessioni, di far agire di più i personaggi, di essere più concreto, di creare un ambientazione più credibile, di non creare false aspettative nel lettore e, poi, se non mi avesse mandato a quel paese, avrei provato a dargli consigli su come migliorare le singole parti, per esempio eliminando i continui elenchi. Visto però che a scrivere non è un esordiente alle prime armi, ma uno dei massimi lumi della letteratura mondiale, mentre io non sono nessuno, mi chiedo se non sia io a sbagliare tutto. Eppure, chiuso questo libro, ne ho iniziato uno di Stephen King e per me, queste prime pagine, sono state come tornare a respirare aria di montagna dopo un’apnea sottomarina.

Ho letto di recente il saggio “Scrivere un libro (e farselo pubblicare)”, incentrato soprattutto su incipit e scelta del titolo. “La nuova vita” credo, come scritto all’inizio, che abbia un buon incipit e credo che debba a questo, soprattutto, il suo successo, anche se ha un difetto: delude il lettore (o almeno me!). Crea delle aspettative che non trovano soddisfazione nelle pagine successive. Quanto al titolo, sono incerto se considerarlo buono. In un certo senso lo è, perché è semplice ed essenziale, fa riferimento a un’ispirazione comune a molti: avere una vita diversa. La nuova vita cela in sé anche aspettative trascendentali di vita oltre la morte, di vita spirituale. Eppure mi pare un titolo troppo comune, troppo banale, troppo usato. Del resto il nostro Dante lo usava già nel 1300! Allora poteva avere un senso. Oggi mi suona vecchio. E difficile da assimilare. Non da ricordare. Una volta imparato non si dimentica, ma non è qualcosa che ti entra in testa. Non nella mia almeno. Sarà per questo che Pamuk ha vinto il Nobel e io neanche l’orsacchiotto al tirassegno?

TRE FIABE

I RACCONTI CELATI NEL LIBRO NASCOSTO NEL GIARDINO DELLA BELLA ADDORMENTATA

Ciro Comini - Il Giardino Nascosto di Lilith

Ciro Comini – Il Giardino Nascosto di Lilith

Chi era Lilith? Come ci ricorda Ciro Comini nel suo meta-romanzo “Il Giardino Nascosto di Lilith”, costei era la prima compagna di Adamo. Come lui plasmata dalla terra e a lui pari in tutto. Adamo però ne era insoddisfatto, poiché Lilith era troppo autonoma per i suoi gusti. Dio allora, da una costola del primo uomo, creò Eva, che i più credono fosse la prima donna biblica. Deriva da tale visione, la soggezione e l’inferiorità di tutte le donne all’uomo. Se Lilith avesse potuto generare la discendenza di Adamo, il futuro della donna nel mondo semitico (e non solo) sarebbe stato diverso.

Il mito ebraico di Lilith è poco conosciuto, ma non privo di fascino per le implicazioni sociali che comporta.

Ciro Comini

Ciro Comini

Ciro Comino ha giocato con questa storia, inserendola nell’ultimo dei racconti di quest’antologia che, forse un po’ impropriamente ho appena definito “meta-romanzo”. In un cero senso lo sarebbe. È infatti un romanzo (direi un racconto, considerata l’esilità della trama e il piccolo numero di pagine) che contiene al suo interno una raccolta di novelle il cui legame tra loro e con la storia principale, mi pare, in realtà troppo esile perché si possa davvero parlare di meta-romanzo, sebbene “Il Giardino Nascosto di Lilith” contenga persino uno pseudobiblion. Questo testo senza titolo è a sua volta il meta-romanzo (con gli stessi limiti di cui sopra) che contiene i racconti che dicevo.

Lilith

Lilith – la prima donna

La trama del romanzo principale di questa matrioska letteraria è un semplice viaggio in treno in cui un ragazzo fa un duplice incontro: con un libro “misterioso” (ma neanche tanto, per i miei gusti) e con due ragazze straniere, una delle quali dorme per quasi tutto il viaggio. Il ragazzo legge il libro prima da solo e poi con l’altra viaggiatrice.

Il vecchio manoscritto è scritto da un tale che narra le sue vaghe pene d’amore per una misteriosa Lei, intervallandole con alcuni racconti. Con l’ultimo dei quali, che dà il titolo all’opera, ci svela che il nostro “misterioso” autore era innamorato nientemeno che della mitica Lilith.

Alla fine ragazze e libro scompaiono e il giovane si trova, non saprei bene dire perché, considerato il contenuto della lettura, più maturo.Firenze, 10/03/2012

LA MAGICA CACCIA AL TESORO

Luca Ventura - Il Libro della Vita

Luca Ventura – Il Libro della Vita

Luca Ventura è nato a Roma nel 1982. Da sempre interessato alla scrittura, di recente ha ritrovato le bozze di un racconto ideato a 13 anni e ha deciso di trasformarlo in un libro: nasce così Il Libro della Vita”. Questo è quanto si legge nella quarta di copertina di questo romanzo edito da 0111 Edizioni, nella collana Fantasy dedicata ai ragazzi.

In queste informazioni, mi pare ci siano molte indicazioni sulla natura di questo libro. Innanzitutto il target giovanile cui si rivolge, ma anche l’origine dell’idea che nasce da un periodo della vita dell’autore assai vicino a quello dei suoi lettori ideali, cosa che, nonostante un evidente rimaneggiamento in età più matura, si sente soprattutto nella trama, in sostanza una caccia al tesoro di un gruppo di ragazzi, il cui numero cresce progressivamente, in una sorta di rovesciamento della storia dei dieci piccoli indiani. Il loro è il tentativo di ricomporre un puzzle, andandone a ricercare le parti nei cinque continenti, che raggiungono magicamente e disinvoltamente grazie al potere magico di volare, donato loro da cinque misteriosi libri, che ciascuno di loro possiede e che contengono il sunto della vita degli abitanti di ciascun continente, di tutti tranne che del proprietario del libro.

Partono così in volo, lasciando genitori solo moderatamente preoccupati (forse lo sono un po’ di più quelli della ragazza, Jessica) di vedere i figli sparire e mandare loro cartoline un giorno da un continente e il giorno dopo da un altro.

La fiaba, come ogni favola, ha la sua morale e i ragazzi, giunti finalmente alla metà, sapranno rinunciare a quello che dovrebbe essere il
loro premio in nome della libertà dalla forza del Destino, che vivono come una gabbia da cui doversi liberare.

Firenze, 26/02/2012

LE VOCI DEL  TEMPO

Silvia Damiani - Le Voci di Nike

Silvia Damiani – Le Voci di Nike

Quante volte muore Nabil? Non saprei dirlo. Leggendo “Le voci di Nike” di Silvia Damiani, più volte ho dato per spacciato il principe zio della protagonista Nike e più volte l’ho ritrovato ancora vivo, a volte era lui, altre volte no. A volte era buono, più spesso cattivo.

Questo è uno degli effetti del tempo contorto in cui si muove la principessa Nike. Un tempo che muta per magia, perché è nella magia la chiave di questo racconto dal gusto fantasy, ma senza elfi o gnomi.

Silvia Damiani

Silvia Damiani

È una storia familiare. Un conflitto per il potere all’interno di una famiglia reale di un mondo immaginario, con voci sussurrate dal vento, parenti che da amici si fanno nemici, amori indissolubili che invece si spezzano, dolori intensi come le passioni da cui sono nati.

Si tratta del primo romanzo della giovane Silvia Damiani (nata a Milano nel 1987) e l’editore è ExCogita. Le pagine sono 136.

Firenze, 13/02/2012

 

IL GIOCO DELLE PARTI del politico, dello storico e del poeta

L'antiico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituitoÈ raro assistere alla presentazione di un libro in una piazza gremita di gente. Mi è capitato ieri sera e la piazza non era quella di qualche località di villeggiatura ma Piazza della Repubblica a Firenze, il cuore sabaudo del capoluogo toscano, « L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ, DA SECOLARE SQUALLORE A VITA NUOVA RESTITUITO ».
Anche il pubblico non era dei più comuni, dato che dal palco sono stati salutate e ringraziate per la loro presenza varie personalità del mondo culturale e politico fiorentino, tra cui il neo-sindaco della città Matteo Renzi, del quale era atteso un intervento, che, però, non c’è stato.
Il libro capace di catalizzare tanta attenzione si chiama “L’imperfetto assoluto” ed Matteo Renzi, sindaco di Firenzeè edito da “Mauro Pagliai Editore”, la casa editrice fiorentina nata, con grandi propositi, dalla costola di Polistampa.
La serata, organizzata con la collaborazione della prospiciente libreria Edison, ha potuto disporre di simili spazi e di simile pubblico, perché l’autore, sebbene non trai più noti in campo letterario è invece una personalità di spicco nel panorama politico fiorentino essendo il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana Riccardo Nencini, nonché Segretario del Partito Socialista.
Riccardo Nencini, autore de L?imperfetto assolutoIntroduceva poi uno dei più celebri e autorevoli storici non solo di Firenze, ma d’Italia, Franco Cardini, autore, tra le altre cose di un bel saggio su Giovanna D’Arco, che è stato una fonte importante per la stesura del mio romanzo “Giovanna e l’angelo” (Edizioni Liberodiscrivere).
Era poi presente come coautore del libro l’ex-enfant prodige Federico Berlincioni, che a tredici anni già pubblicò una raccolta di poesie. A lui si devono quindici sonetti inseriti all’interno del romanzo di Nencini.
La singolarità della serata è stata nella curiosa inversione delle parti che hanno giocato questi personaggi.
Il Professor Cardini, infatti, ha fatto un intervento, pur dotto e ricco di riferimenti storici e letterari, ma che ricordava molto un discorso politico, con riferimenti all’amministrazione della città e l’esaltazione del nuovo sindaco Matteo Renzi, la cui elezione ci ha presentato come un evento storico, per le qualità della persona, immagino, più che per i suoi meriti effettivi, essendo il mandato appena iniziato. Affermazione che in cuor mio sento come possibile e che mi auguro si realizzi, ma di cui non vedrei i presupposti “storici”.
Quando poi è intervenuto il politico Nencini, nel presentare il suo libro, che è un romanzo storico, ha Franco Cardini, storicosoprattutto parlato della geografia di Firenze nel 1300, delle sue famiglie e dei giochi di potere di quel secolo, delle ragioni dell’affermarsi di Firenze nel panorama internazionale.
Un po’ perplessi ci ha lasciati l’affermazione che ogni re (o sindaco) ha bisogno di qualcuno che, come il Musciatto protagonista del romanzo, faccia il lavoro “sporco” per lui, che sarà anche vero, ma suona davvero male, soprattutto detto da un politico, anche se in quel momento indossava la casacca dello storico ancor più che la camicia dello scrittore!
Federico Berlincioni, poetaHa poi passato la parola al ventiduenne Berlincioni che ci ha spiegato d’aver impiegato ben 5 anni a scrivere i 15 sonetti del volume, dunque, iniziando a 17 anni, età alla quale era già sufficientemente “celebre” da esser scelto da Nencini come coautore. Il “giovin poeta” si è, dunque, dilettato, per completare il gioco delle parti, a mutarsi in professore e critico letterario spiegando al pubblico cosa siano i sonetti e quale grande poeta sia Dante (quasi che a Firenze pensasse ci possa esser qualcuno che l’ignori) e spiegando quanto sia difficile cercare di scrivere nel XXI secolo come se si fosse Dante (ciò che lui ha cercato di fare, non ho ben capito con quale esito, perché il contesto di piazza e la lunghezza del suo intervento non mi hanno consentito di apprezzare e valutare appieno la sua opera poetica un po’ “retrò”, se così si potesse dire).
Intervento il suo, a detta di molti presenti, alcuni dei quali si sono defilati mentre parlava, che ha purtroppo abbassato l’alto livello e l’interesse che erano riusciti a raggiungere Cardini e Nencini con significativi contributi culturali.
A tal punto, ci aspettavamo l’intervento del Sindaco, che non c’è stato. Forse, visto il gioco delle parti degli altri oratori, si sarà detto "e ora io cosa dovrei fare, visto che ognuno copre ruoli diversi dai propri? Presentarmi da poeta o magari da cantante?" e alla fine deve aver rinunciato a parlare (se mi permettete la battuta).
 
Quanto al romanzo, per come è stato presentato, parrebbe di notevole interesse storico, dato che, pur strutturato come un metaromanzo con al centro un testo che parrebbe uno pseudL'imperfetto assoluto di Riccardo Nenciniobiblion (come ci fa notare Cardini, pur senza citare tali termini), tratta invece di un realissimo testo storico (come afferma l’autore), su cui Nencini ha costruito la sua narrazione.
Protagonista sarebbe un tal Musciatto Franzesi, che inizia la propria carriera come garzone in una banca e quindi diviene mercante e banchiere tra i più grandi e compare persino in una novella del Decameron, prima di essere vituperato e sepolto dai Guelfi neri vincitori. Con un simile nome ho subito pensato si trattasse di personaggio inventato, ma non è così. Pare sia personaggio storico.
Musciatto diviene Cavaliere del re di Francia, Filippo il Bello, e consigliere di suo fratello Carlo, tra il 1301 e il 1306, e incrocia i propri passi con eventi che segneranno la storia: l’esilio di Dante, lo schiaffo di Anagni e i tradimenti di Bonifacio VIII, la nascita dello stato nazionale in Francia e l’avvio dell’attacco ai Templari, la guerra civile che insanguinò Firenze all’arrivo del Valois e con il rientro di Corso Donati, la supremazia del fiorino in tutta la Cristianità e l’ingegno travolgente di Giotto, di Arnolfo, del Sommo Poeta (come si legge nella scheda dell’editore).
Chi avesse voglia di sentire altre presentazioni può consultare il sito dell’editore, che ne elenca varie altre.
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Il metaromanzo di Claudio Martini

Claudio Martini, il Presidente della Regione ToscanaChi in Toscana non ha mai sentito il nome di Claudio Martini? Certo in pochi non conoscono, almeno di nome il Presidente della Regione.
Ma il Claudio Martini che questo venerdì presenterà il suo romanzo presso la libreria Chiari di Firenze è un’altra persona, e sembra quasi che con quest’omonimia già l’autore ci voglia trasportare in un mondo di illusione e fantasia.
Claudio Martini, quello di cui vi voglio parlare, è un autore che hanno già detto essere poliedrico e caleidoscopico interprete della realtà e che è alla sua terza prova narrativa pubblicata dal 2004 a oggi,Diecimila e cento giorni - Claudio Martini la seconda per la Besa Editrice, con cui nel 2005 era uscito il fortunato “Diecimila e cento giorni”. In rete Martini è conosciuto con lo pseudonimo di Writer o anche Writer54 e il suo blog personale, “Altre latitudini(ospitato sulla piattaforma di Libero), è uno dei più seguiti.
Claudio Martini, nato nel 1954, residente a Torino ma di origini tarantine, è anche autore di diversi tra saggi e interventi relativi al suo mestiere di psicologo e ricercatore sociale, pubblicati in Italia e in America Latina.
 
Leggere I racconti del ripostiglio di Claudio Martini è un po’ come fare un viaggio nella letteratura. Un viaggio fatto di fantasia e immaginazione. Un viaggio che comincia con una citazione esplicita, quella di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino e con una doppia citazione implicita. La storia ha, infatti, inizio quando il protagonista varca la soglia di un ripostiglio, chiuso da uno specchio: in un colpo solo stiamo attraversando lo specchio di Alice di Lewis Carroll e entrando nell’armadio delle Cronache di Narnia di C.S. Lewis. Dietro c’è il mondo della fantasia.
I racconti del ripostiglio di Claudio MartiniMoltissime altre sono le citazioni esplicite o implicite in tutta la narrazione. Nella prima riga si parla già di Pratt, l’ideatore di Corto Maltese. Poi incontriamo Rayuela, il romanzo di Julio Cortázar che può essere letto in diverse sequenze (non necessariamente dall’inizio alla fine delle pagine), quindi il Necronomicon di Lovercraft, uno pseudobiblion, cioè un libro mai scritto ma citato come vero in libri realmente esistenti. Un altro esempio di pseudobiblium lo troviamo nel classico ucronico di Dick, La svastica sopra il sole in cui si cita un altro romanzo ucronico, immaginario, La cavalletta non si alzerà più. Il Necronomicon, infatti, è un espediente letterario creato da Lovecraft per dare verosimiglianza ai propri racconti.
 
Citazione esplicita è quella di Sulla strada di Kerouac, il classico della letteratura “itinerante”. Quando poi si cita  Saramago l’autore strizza l’occhio anche a Borges e alla sua biblioteca. Quando parla del tempo perduto, poi, non si può non pensare a Proust. Ci sono poi anche Ballard, Mishima e Burroughs e molti altri in questo viaggio nella letteratura. Ma non mancano le citazioni cinematografiche come quella del Cielo sopra Berlino di Wenders.
 
Molti di questi riferimenti hanno un significato preciso, c’aiutano a capire cosa stiamo leggendo: innanzitutto la raccolta di racconti trovata nel ripostiglio è anch’essa quasi uno pseudobiblion come il Necronomicon, poi essendo il romanzo di Martini composto (o meglio, forse, “integrato”) da vari racconti, può anche essere letto in maniera non lineare, come Rayuela, ad esempio leggendo prima i racconti e poi il romanzo in cui sono inglobati o viceversa. L’ultimo capitolo ci fornisce poi la chiave per una lettura circolare e senza fine.
Il riferimento a Kerouac ci riporta all’idea del viaggiare. Il viaggio qui però è cosa Jack Kerouacassai diversa, dato che il protagonista di ben poco s’allontana dal suo ripostiglio e di quel tipo di viaggi on the road dice “tanti anni fa qualcuno ha scritto un romanzo che narrava di spostamenti continui su macchine vocianti ubriacone obesodall’Atlantico al Pacifico (…) Vent’anni dopo chi scrisse quelle parole era diventato un ubriacone obeso che viveva a rimorchio dei ricordi a casa di una mamma anziana”. Il suo è, invece, un viaggio soprattutto mentale, anche se continuano a esplodere tra le pagine frasi che esprimono il desiderio di partire, di fuggire, di allontanarsi, di cercare altri luoghi: “vorrei andar via dalla piazza, dalla città, dal paese, dalle mie abitudini”, “la vita è a Sud”, “mi piacerebbe tanto andare lì… Grecia, Marocco, Tunisia”, “licenziarsi e partire per l’Australia”, “a volte vorrei imbattermi in qualcosa di inconsueto” o addirittura scopriamo il masochistico annichilimento di “correre a perdifiato su sentieri innevati desiderando di essere inseguito da un branco di lupi”.
Questo desiderio di partire è, in fondo, “aspirazione di vivere altre storie”, cosa che il protagonista riesce a fare leggendo e scrivendo. Perché i due ruoli, quello dello scrittore e quello del lettore, sono in realtà mescolati, ogni lettore contribuisce a creare la storia che legge e ogni scrittore è sempre lettore, se non altro di se stesso e della propria anima.
 
Il romanzo è dunque un contenitore da cui scaturiscono, uno dietro l’altro una serie di racconti. L’atmosfera e l’amore per i libri ci ricordano molto L’ombra del vento di Ruiz Zafon (di cui ho scritto qui), con questo costruire una storia intorno ad altre storie (un romanzo, uno pseudobiblion, per Ruiz Zafon, dei racconti per Claudio Martini).
L’autore cita, però, espressamente Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, che è un romanzo sul piacere di leggere romanzi, in cui protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Il romanzo ha la struttura di un metaromanzo, dove all’interno della storia principale si inseriscono altre storie, pressoché slegate dal contesto generale. I racconti del ripostiglio segue uno schema simile, anche se al posto degli incipit dei romanzi qui ci sono dei racconti.
 
matrjoskaIl romanzo di Martini parte come una sorta di matrioska: il protagonista trova una raccolta di racconti e legge il primo di questi che, a sua volta parla di due personaggi, Marco e Giovanna, che trovano un antico libro, al cui interno si parla del Necronomicon, il libro immaginario di Lovercraft. Dunque un libro dentro un altro libro, dentro un racconto, dentro un romanzo!
I racconti sono apparentemente autonomi e si svolgono nel passato, nel presente e persino nel futuro, eppure appaiono sempre elementi ad unirli, quali il nome dei personaggi (quante volte compare una Giovanna?). A volte questi cambiano nome ma il loro carattere e le loro vicende ci ricordano figure già incontrate in racconti precedenti. E poi ci sono i personaggi del romanzo, della storia-contenitore, che a volte entrano o escono dai racconti e incontrano il protagonista. Lui stesso pare spesso essere attore delle storie che legge, al punto che spesso ci si chiede se certi racconti non descrivano proprio lui.
E c’è una certa vena autobiografica che fa pensare ad un possibile immedesimazione dello stesso autore con l’io narrante o con i personaggi dei racconti. Il legame tra questi appare da frasi disseminate lungo il testo come “qualche indizio c’è, anche se non è detto che il protagonista debba essere lo specchio dell’autore”, detto dal protagonista nel cercare di scoprire chi possa essere la’utore dei misteriosi racconti che ha scoperto per caso, o la sua osservazione “mi è sembrato quasi che l’autore descrivesse, estremizzandoli, alcuni momenti della mia vita attuale”.
 
Com’è dunque questo protagonista (e nel contempo alcuni suoi alter-ego? Facciamo parlare ancora il libro: “un uomo introverso, a tratti cupo, poco incline ai rapporti e alle convenzioni sociali” per il quale c’è “solo lo scorrere di giorni identici come foss(e) morto da tempo”, un uomo che sente “il morso della noia”, in un tempo “vuoto e inessenziale”. Si capisce dunque il suo desiderio di cambiamento e di fuga.
 
Un altro elemento importante di questo libro articolato e ricco di sfumature è la memoria o la sua assenza (un racconto importante per la trama si chiama “amnesia”). La memoria qui sembra qualcosa di perduto ma che forse non si vuole neanche recuperare pienamente, perché “di questi tempi la memoria è un fardello”.
 
In questo romanzo, con le dovute diversità, ho ritrovato molti aspetti dei miei romanzi: la circolarità narrativa dei miei Giovanna e l’angelo e Ansia assassina, il gusto per la citazione di Giovanna e l’angelo, la pulsione a viaggiare de Il Colombo divergente. È, però, leggendo l’ultimo racconto della serie, quello denominato Ipertempo, che ritrovo gli elementi teorici alla base dell’ucronia, il genere letterario cui appartengono i miei due romanzi Il Colombo divergente e Rappresentazione grafica del tempo bidimensionaleGiovanna e l’angelo. Quando nel racconto si dice “proviamo a immaginare che il tempo, invece di essere una linea retta, che conosce solo una direzione, sia rappresentabile come un piano a due dimensioni” si sta immaginando la possibilità che il tempo segua percorsi alternativi a quelli reali, concetto alla base di ogni ucronia. Quando l’autore scrive di “una biforcazione che ti conduce a vivere nuovi eventi” altro non fa che parlare di una divergenza allostorica.
Saggiamente, però, uno dei personaggi si chiede: “ma perché pensare solo di tornare indietro? Non sarebbe meglio progettare vie nuove, almeno per vivere in modo migliore la seconda parte della vita?
Aldilà della suggestione storica e letteraria di immaginare diversi passati e diversi presenti, quel che conta veramente è, infatti, saper vivere il presente al meglio e prepararsi un buon futuro.
 
In conclusione, cosa dire di questo libro? È un romanzo interessante, ricco di suggestioni che è doveroso approfondire, scritto da una persona che ama i libri e la letteratura e ha il desiderio di trasmettere questa passione. Un libro complesso ma che si legge piacevolmente e volendo velocemente, salvo poi tornare sulle pagine lette più volte, a scoprirne i piccoli tesori più o meno nascosti. Un autore con un elevato potenziale narrativo.
 
 
Chi volesse approfondire, si ricordi che il 14 novembre alle ore 18,00, presenterò il romanzo di Claudio Martini "I RACCONTI DEL RIPOSTIGLIO" presso la Libreria Chiari (in Piazza Salvemini) di Firenze.

Cos’è uno pseudobiblion?


Uno pseudobiblion (plurale: pseudobiblia) è un libro mai scritto, ma citato come vero (con il titolo o addirittura con qualche estratto) in libri di narrativa realmente esistenti. Il termine fu coniato per la prima volta dall’autore di fantascienza
Lyon Sprague de Camp. Si tratta dunque di un libro immaginario, creato come artificio narrativo.

In un articolo dal titolo “The Unwritten Classics” (I classici non scritti), apparso il 29 marzo 1947 sulla rivista “The Saturday Review of Literature”, De Camp definisce pseudobiblia «libri incompiuti, libri persi, apocrifi e pseudoepigrafi (falsamente attribuiti)». Negli anni ’70, gli scrittori (e famosi curatori di antologie) Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco aggiungono a questa definizione anche quei libri inventati da autori di letteratura fantastica.

Nella loro appendice a “I libri maledetti” di Jacques Bergier, dal titolo “I libri che non esistono” (Edizioni Mediterranee, 1972), gli autori passano in rassegna quei libri che non esistono semplicemente perché inventati da degli scrittori come semplice escamotage letterario; al novero aggiungono anche quei libri che vengono citati come esistenti ma di cui non si hanno tracce.

Il termine pseudobiblia è l’unione di due parole greche: pseudo, “mentire”,
“ingannare”, e biblia, plurale di biblíon, “libro”. Va specificato che i greci distinguevano fra bíblos e biblíon: il primo è il libro fisico, il secondo è l’opera scritta che questo contiene. Gli pseudobiblia, quindi, sono “libri ingannevoli”, ma anche “libri falsi”…

Da ricordare, infine, che la parola deriva dal greco, non dal latino. Il singolare, quindi, non è pseudobiblium, come a volte erroneamente è attestato, bensì pseudobiblion. Però, perché non tradurlo direttamente in “pseudolibro”.

LovercraftNumerosi esempi se ne possono leggere su wikipedia, citerei qui, a titolo di esempio, il manoscritto del 1600 citato nei “Promessi sposi” di Manzoni, il Manoscritto di Adso di Melk citato ne “Il nome della rosa” di Eco, il “Necronomicon” diAbdul Alhazred (leggi anche qui) citato ne “Miti di Cthulhu” diHoward Phillips Lovecraft e, ovviamente, l’ucronico “La cavalletta non si alzerà più di Hawthorne Abendsen, citato nell’altrettanto ucronico “La svastica sopra il sole” diPhilip K. Dick (di cui ho parlato qui). Ricorderei, inoltre, il libro citato ne “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafon (di cui avevo scritto qui).

Le fiabe di Beda il BardoAnche “Le fiabe di Beda il Bardo” (The Tales of Beedle the Bard) nascono sotto forma di pseudobiblion (se ne parla nel romanzo Harry Potter e i Doni della Morte: Albus Silente regala questo antico libro, tutto scritto con le rune magiche ad Ermione Granger). Successivamente, Joanne Kathleen Rowling, ha scritto davvero tale libro, sottoforma di raccolta di racconti e lo ha stampato prima in sole sette copie. Il 4 dicembre 2008 ne uscirà in tutto il mondo l’edizione ufficiale con il titolo “Le fiabe di Beda il Bardo”.I racconti del ripostiglio di Claudio Martini
Lo pseudobiblion a volte può essere contenuto in un metaromanzo (ne ho parlato qui).
Mi permetteri poi di aggiungere quanto suggerito qui da Sergio Calamandrei, ovvero lo pseudoscrittore Kilgore Trout che compare in tanti libri di Vonnegut o, addirittura la pseudoletteratura descritta da Roberto Bolano in La letteratura nazista in America (manuale di letteratura che fornisce le biografie e commenta le opere realizzate dopo la fine della seconda guerra mondiale da ben trenta autori nazisti rifugiati nel Nuovo Continente. Il manuale analizza nel dettaglio i rapporti tra i vari autori, le correnti letterarie naziste presenti in Sudamerica, le polemiche letterarie, le riviste fondate, ecc. Tutto assolutamente falso).
Di metaromanzo e pseudobiblia parleremo ancora venerdì 14 novembre alle ore 18,00, presso la Libreria Chiari (in Piazza Salvemini 18) di Firenze (ingresso libero) presentando il romanzo di Claudio MartiniI RACCONTI DEL RIPOSTIGLIO“.

 

 
Fonti:

 

Leggi anche:

 

Cos'è un metaromanzo?

I racconti del ripostiglioIn attesa di poter presentare, venerdì 14 novembre alle ore 18,00, il romanzo di Claudio Martini "I RACCONTI DEL RIPOSTIGLIO" presso la Libreria Chiari (in Piazza Salvemini 18) di Firenze (ingresso libero), ho raccolto alcune informazioni sul metaromanzo (argomento di cui vorrei parlare in quell’occasione).

Anticipo qui alcune note trovate su internet:

Il metaromanzo è un romanzo in cui l’autore descrive l’operazione di stesura del romanzo stesso.
Il metaromanzo è una narrazione che assume come proprio oggetto l’atto stesso del Denis Diderotraccontare, così da sviluppare un romanzo nel romanzo.
All’interno di un metaromanzo l’autore introduce delle proprie considerazioni sullo scritto che sta producendo, ma anche degli avvisi o delle osservazioni rivolte direttamente al lettore. In questo modo l’autore stabilisce un rapporto con il lettore, creando con esso un dialogo continuo. A questo modo più che raccontare una storia, il narratore affronta questioni teoriche sul modo e sulle motivazioni dello scrivere: dall’auto osservazione nell’atto dello scrivere allo svelamento delle tecniche del racconto e delle scelte più profonde.
Nonostante il metaromanzo possa essere considerato una novità tipicamente novecentesca, e in particolare postmoderna, ne troviamo già autorevoli esempi nel Settecento, come ad esempio il Tristam Shandy di Laurence Sterne o Jacques il fatalista di Denis Diderot. Nella Italo Calvinonarrativa italiana contemporanea un esempio di metaromanzo può essere considerato Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) di Italo Calvino in cui il lettore stesso è presentato come un personaggio. Spesso la narrazione vede da una parte il racconto vero e proprio, dall’altra il racconto delle considerazioni dello scrittore; nel romanzo di John Fowles, La donna del tenente francese, ad esempio, a un certo punto lo scrittore dichiara di non sapere cosa farsene di un personaggio di nome Charles.
Altri esempi di metaromanzo potrebbero essere La vita fa rima con la morte di Amos Oz (romanzo che racconta come nasce un romanzo), Northanger Abbey di Jane Austen (parodia del romanzo gotico) e Sogno senza fine del Visconte di Lascano Tegui.
Una corrente narrativa che fa ricorso al meta romanzo come forma espressiva è il nouveau Claude Simonroman, una corrente narrativa affermatasi in Francia negli anni Cinquanta, sostanziata dagli scrittori Alain Robbe-Grillet, Michel Butor, Nathalie Sarraute, Claude Simon e, più avanti, Georges Perec, vuole invece esibirla provocatoriamente, andando alla ricerca della “testualità assoluta”.

Togliendo di mezzo ogni illusione referenziale, il romanzo si trasforma in metaromanzo: cioè va a parlare di se stesso, e diventa autoreferenziale. Anche la descrizione diventa metadescrizione, quindi un’analisi delle condizioni che rendono possibile una descrizione. Le parole smettono di attingere all’universo delle cose e si mettono a parlare di se stesse; e la descrizione tratta le parole come cose, ne cerca e ne esalta la materialità fonica: di qui la tipica insistenza sui giochi di parole e su certe imprevedibili assonanze. In pratica, sono le caratteristiche del significante a determinare la produzione del significato.

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