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L’ESPERIENZA SI TRASMETTE CON I GENI

Risultati immagini per Epigenetica il DNA che imparaTra i volumi che ho acquistato all’ultima Fiera del Libro di Firenze (Firenze Libro Aperto) c’è il saggio di Ernesto Di MauroEpigenetica – Il DNA che impara”, sottotitolo “Istruzioni per l’uso del patrimonio genetico”. Tra i tanti volumi in Fiera, mi è caduto lo sguardo su questo, perché speravo di poterci trovare qualche traccia su un concetto che ho utilizzato nel mio romanzo “Via da Sparta” e di cui ho letto qualcosa, ma mai nulla di organico: la possibilità di costruire computer che utilizzino la codificazione genetica.

Sapevo che probabilmente il volume non ne avrebbe parlato affatto e così è. Speravo, però, che, ugualmente, potesse essermi in qualche modo d’aiuto per capire se questa sia pura fantasia o abbia un qualche senso.

Devo dire che dopo la lettura, la mia comprensione e conoscenza in merito non è progredita di molto, ma non importa, perché il volume si è rivelato ugualmente molto interessante per un profano come il sottoscritto.

La prima cosa che vi ho appreso è che Lamarck non si sbagliava poi del tutto quando diceva che sono gli individui stessi ad adattarsi all’ambiente e a trasmettere le modifiche apportate alla propria discendenza. La soluzione della selezione della specie di Darwin, appare, infatti, troppo drastica. Ci sono cambiamenti che avvengono da una generazione all’altra che, però, non comportano la sopravvivenza dei portatori delle variazioni o la loro selezione sessuale.

Ernesto Di Mauro è Professore di Biologia Molecolare all’Università “Sapienza” di Roma. Ha sempre studiato il materiale ereditario, la sua forma e la sua struttura, la sua capacità di codificare segni e significati, l’eleganza e il rigore della trasmissione dei messaggi genetici.

Quello che mi è parso di capire è che si ormai appreso che alcuni caratteri genetici restano latenti ed emergono all’occorrenza, restando poi attivi nelle generazioni successive, finché ve n’è bisogno.

Tra gli esempi riportati quello di una popolazione umana, mi pare dell’Olanda, che per effetto della carestia si era ridotta di altezza, trasmettendo la nuova altezza media anche alle due generazioni successive, per poi tornare a quelle precedenti la carestia. Altro esempio è quello degli insetti stecco, categoria che comprende migliaia di specie diverse, in cui alcune hanno un gene recessivo delle ali, ovvero a volte, a distanza di anni l’evoluzione dota questi animali di ali, poi, arrivano nuove generazioni senza e quindi altre di nuovo dotate di ali. Questo a secondo dell’ambiente. Sono, infatti, insetti mimetici, che si confondono con rami e foglie. Il volo può rappresentare un ostacolo, in quanto li rende più visibili, ma anche un vantaggio, per spostarsi, per esempio su un ramo alto.

Insomma, l’evoluzione non funziona solo a grandi salti, per effetto della morte degli individui meno adatti all’ambiente, ma anche per apprendimento.

Un esempio è la capacità degli uccelli di cantare in un certo modo. Gli individui imparano a cantare in modo diverso, ma ogni specie acquisisce il suo modo di cantare che si trasmette di generazione in generazione.

Tra le cose che s’imparano “epigeneticamente” c’è persino la paura. Se oggi abbiamo paura di serpenti, topi o insetti, non è perché rappresentano un pericolo nel mondo in cui viviamo, ma lo erano in passato. Ne abbiamo paura non tanto per conoscenza appresa dalla comunità, ma per “istinto”. Mi pare di capire che molto di quello che chiamavamo istinto, sia, in realtà, epigenetica.

Come scrive Di Mauro “siamo il prodotto di accumulo di energia”, “siamo eredi di scelte evolutive fatte in tempi lontani” (pag. 14.)

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Insetto stecco

Persino Cicerone scriveva “Una chiara prova, poi, che gli uomini posseggono la più parte delle cognizioni prima ancora di nascere è che sin da fanciulli, imparando difficili discipline, essi si impadroniscono di innumerevoli cognizioni con tanta prontezza, da far pensare che non le apprendano per la prima volta, ma che esse riaffiorino nella loro memoria!” (pag. 114).

E Socrate non usava forse la maieutica: insegnava cercando di far riemergere le conoscenze dalla mente dei suoi allievi.

Insomma, persino nell’antichità s’intuiva già alcuni concetti di epigenetica.

Già ho avuto occasione di scrivere che la risposta all’entropia è la vita, che non ha senso studiare le leggi della fisica senza includervi la vita, che ne è una forza.

Di Mauro scrive: “Contrario all’entropia è l’organizzazione, la vita, l’informazione” e “Vita è impedire la disgregazione”.

Il volume si conclude con alcune considerazione sull’etica della genetica e Di Mauro fa rilevare come l’uomo abbia due grossi problemi che ne inficiano la sopravvivenza: “la grande capacità di modificazione di quanto lo circonda, la dimostrata incapacità di prendere decisioni programmate di sopravvivenza” (pag. 101).

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Insetto stecco

Insomma, l’umanità ha modificato e continua a modificare in modo drastico l’ambiente in cui vive. La variazione dell’ambiente comporta forti capacità adattative nella specie. L’umanità rischia, insomma, di estinguersi per aver modificato essa stessa l’habitat in modo dannoso e così drastico da non riuscire poi ad adattarsi al nuovo contesto.

Una di queste pericolose modificazioni consiste nel fatto che sia “sempre maggiore l’estensione (in milioni di ettari) dei terreni nei quali le uniche specie viventi sono quelle monocolture non sviluppate attraverso selezione avvenuta lungo il filo delle stagioni, create in laboratorio con lo scopo ovvio di essere più efficienti dei loro predecessori” (pag. 103). “Migliore è la pianta geneticamente modificata e sviluppata secondo criteri esclusivamente produttivi, maggiore sarà la tendenza a perdere tutte le altre varietà” (pag. 104).

Un mondo a bassa biodiversità è un mondo a rischio, più fragile, in cui la rottura di un anello può far saltare l’intera catena.

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IL FASCINO SURREALE DELLE NEUROLOGIA

Eccomi alla seconda lettura fatta alla ricerca di un testo da proporre a mia figlia, che il prossimo anno dovrà scegliere la facoltà universitaria, per mostrarle cosa voglia dire fare il medico.

La precedente (“Appunti di un giovane medico” di Bulgakov) si era rivelata appassionante, ma poco idonea a descrivere questa professione come è oggi, essendo ambientato ben un secolo fa, nella Russia della Rivoluzione Sovietica, con medici decisamente troppo avventurosi e abbandonati a se stessi.

Tutt’altra cosa, devo dire, de “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” del neurologo appena scomparso Oliver Sacks(Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015), opera più recente (pubblicato nel 1986, raccoglie alcuni casi esaminati nel corso degli anni precedenti), che descrive una serie davvero affascinante di casi clinici affrontati dal celebre medico. Molti mi fanno venir voglia di svilupparli e scriverci su un romanzo e magari un giorno lo farò.

Il primo racconto che dà il titolo al saggio, può dare un’ottima idea dell’intera impostazione del volume, mi permetto dunque di dire qualcosa solo di questo episodio, per non togliere il piacere della lettura, evitando di anticipare altro in merito agli episodi (sarebbe più corretto dire “casi”) successivi.

Sebbene si tratti di un saggio medico, infatti, è scritto come una raccolta appassionante di racconti e rivelare la “trama” potrebbe essere un non gradito spoiler.

Oliver Sacks

Il primo racconto ci mostra l’insolito caso di un uomo, socialmente ben inserito, con una regolare professione (musicista e insegnante), eppure affetto da una gravissima sindrome neurologica: l’incapacità di riconoscere le immagini o, se preferite, una visione delle immagini per schemi, che potrebbe ricordare quella di un automa. Egli, infatti, non ha nessuna difficoltà a riconoscere le figure geometriche, le immagini stilizzate, i disegni, ma appena ha a che fare con immagini più complesse (non schematizzate) perde la capacità di riconoscerle. Non riconosce le persone in fotografia o quando stanno ferme. Appena si muovono capisce chi sono dal modo di muoversi o dalla voce. Arriva a non distinguere un piede da una scarpa o un cappello dalla testa della moglie, tentando di infilarla in capo. Non riconosce una rosa senza annusarla o un guanto senza indossarlo. Nei suoi movimenti si aiuta con la musica, canticchiando. L’interruzione della melodia lo mette in crisi. Insomma, un esempio affascinante di come la mente possa funzionare in modi davvero diversi dal consueto.

René Magritte

Affascinante è il caso della donna che perde la propriocezione, ovvero la capacità di percepire il proprio corpo, ma anche tutti gli altri casi descritti nel volume sono interessanti senza eccezioni e forieri di numerose riflessioni sul nostro sistema nervoso, sulla natura dell’arte (quale il confine con la malattia?), sulle potenzialità della mente umana.

Insomma, una lettura piacevolissima come una raccolta ben scritta di racconti al limite del fantastico e del surreale, eppure incredibilmente veri e reali, essendo tutti casi clinici serissimi e direi anche un’ottima lettura per chi voglia decidere se fare il medico nella propria vita: come si potrebbe desiderare fare altro dopo aver visto quante situazioni stranissime e misteriose possono essere determinate dal nostro sistema nervoso. Come ci si potrebbe mai annoiare studiandole o curandole?

LA MEDICINA UN SECOLO FA

Mia figlia sta per cominciare l’ultimo anno di Liceo e presto dovrà scegliere come proseguire i propri studi. Tra le possibili Facoltà sta considerando anche Medicina. Scelta con luci e ombre, ma che sto valutando se caldeggiare.

Vorrei farle leggere qualcosa sulla professione medica, così ho individuato alcuni titoli che potrebbero aiutarla a capire cosa possa voler dire occuparsi di questa disciplina.

Tra i possibili volumi ho individuato gli “Appunti di un giovane medico” (tradotto anche come “I racconti di un giovane medico”), scritti da uno dei miei autori preferiti, Mikhail Bulgakov, il genialissimo autore de “Il Maestro e Margherita”, “Cuore di cane” e “Le uova fatali” nonché de “La Guardia bianca” e “Romanzo Teatrale”.

Essendo uno dei miei autori preferiti, l’ho letto anche io, prima di proporlo a lei.

Sebbene sia lettura appassionante e interessante oltre che veloce, non sarei dell’idea di suggerirla a chi sia in procinto di decidere tra gli studi medici e altre strade.

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Jon Hamm e Daniel Radliffe nella miniserie TV “Appunti di un giovane medico”

Il protagonista è un medico giovanissimo (23 anni!) appena laureato che svolge il suo primo incarico in totale isolamento in uno sperduto villaggio della campagna russa, affrontando in un anno migliaia di casi diversissimi l’uno dall’altro e molti anche piuttosto complessi. Armato delle sue conoscenze teoriche e di un notevole coraggio, affronta un clima inclemente, con tormente e bufere di neve, contadini ignoranti, che non seguono le sue prescrizioni, e mezzi scarsi. Ne esce quasi sempre vittorioso e sempre più esperto e sicuro. In questo il volume è senz’altro una buona lettura per chi debba affrontare per la prima volta la professione, perché mostra come con impegno e, lo ripeto, coraggio, si possa risolvere ogni situazione, ottenendone poi una grande soddisfazione personale e un immenso riconoscimento sociale.

Perché allora non consigliarlo a una moderna studentessa? Perché i casi narrati sono difficili e cruenti e gli strumenti per affrontarli del giovane medico sono totalmente diversi da quelli moderni. Il romanzo si svolge, infatti, nel 1917, l’anno della Rivoluzione Russa, e ormai si parla di un secolo fa! La medicina oggi è cosa molto diversa, i pazienti non sono più gli sprovveduti contadini della campagna russa, ma, soprattutto, in nessun caso un medico moderno opererebbe nell’assoluto isolamento del personaggio di Bulgakov, se non altro perché potrebbe consultare internet, contattare colleghi telefonicamente, spostarsi rapidamente in luoghi più adatti all’intervento o far arrivare ambulanze, eli-ambulanze, altri medici e medicinali in modi impensabili un secolo fa.

Mikhail Bulgakov

Far credere dunque a un ragazzo che la medicina oggi si eserciti nei modi in cui la praticavano ai tempi della Rivoluzione Russa, significherebbe ingannarlo, nel bene e nel male. Lo si ingannerebbe, perché la medicina non è più eroica, fantasiosa, creativa come allora ma anche perché difficilmente un solo medico deve oggi assumersi tutte le responsabilità e prendere tutte le decisioni completamente da solo.

La medicina descritta potrebbe forse somigliare piuttosto a quella pratica dal mio trisnonno Carlo Ruata (da cui indirettamente ho preso il nome), che a quanto raccontava mio zio, anche egli medico, si era trovato ad affrontare nella sua attività di medico situazioni che potrebbero ricordare quelle narrate da Bulgakov, tipo operazioni fatte con le posate!

Il romanzo, comunque, rimane una lettura quanto mai gradevole e mostra già la nascita di un grande autore, che qui racconta episodi probabilmente tratti dalla propria esperienza personale, essendosi egli stesso laureato in medicina a Kiev nel 1916 ed essendo poi stato inviato a Nikol’skoe nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico dell’ospedale del circondariato.

L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE ALL’INZIO DEL XX SECOLO

Quanti libri scrive Cristina Contilli? Faccio fatica a starle dietro (la sua pagina su anobii è questa), ma ne ho letti ormai vari: “Dalla prigionia nello Spielberg al ritorno alla vita: la vita dentro e fuori dal carcere di Alexandre Andriane, Federico Confalonieri, Piero Maroncelli, Silvio Pellico”, “Il Porto di Calais: amori, cospirazioni e duelli nella Francia del 1804 e “Il duello: Costanza Arconati tra Giovanni Berchet e Pietro Borsieri. “The Countess Julia and her Lovers” e forse anche altri!

Si tratta di un’autrice sempre molto attenta all’indagine storica e alla ricerca storiografica, che correda i propri volumi con ampie note esplicative e bibliografiche. I suoi sono romanzi, ma forse farebbe bene a scrivere direttamente dei saggi o delle biografie. In fondo ci sono tante persone le cui vite sono già un’avventura senza bisogno che si metta in forma romanzesca e anche la forma del saggio potrebbe presentarsi quanto mai interessante.

È questo anche il caso della mia nuova lettura, uno degli ultimi lavori della Contilli, “Sono nata con cento anni di anticipo” che, come recita il sottotitolo, narra la “Storia di Constance Pascal e Madeleine Pellettier femministe e psichiatre nella Parigi di inizo ‘900”.

La trama sta tutta nel sottotitolo, senza bisogno che io aggiunga molto altro! Quest’autrice ama titoli e sottotitoli quanto mai lunghi.

Cristina Contilli

Cristina Contilli

I personaggi mi hanno molto interessato e incuriosito, forse anche per una questione familiare, dato che qui si parla delle prime donne medico d’Europa e delle loro difficoltà ad affermarsi in ambienti fortemente maschili e, tra le leggende della mia famiglia c’è anche quella che riguarda la mia bisnonna Teresita Ruata Menzinger, che fu una delle primissime donne a laurearsi in medicina in Italia. Leggendo queste pagine, dunque, mi è parso di riviverne un po’ la vita.

Ho chiesto a Cristina Contilli se ne sapesse nulla e lei, velocissima e gentilissima, mi ha sommerso di citazioni dell’opera della mia antenata e di suo padre, anche egli medico (ne ho potuto così leggere un testo in cui si opponeva strenuamente alla vaccinazione antivaiolosa).

Dunque ringrazio due volte l’autrice, per la lettura di questo interessante testo e per avermi fatto riscoprire parte della mia stessa storia familiare.

Firenze, 23/06/2013

Teresita Ruata in Menzinger con il pronipote Carlo Menzinger - Novembre 1964

Carlo Menzinger con la sua bisnonna, la dott.ssa Teresita Ruata Menzinger – Novembre 1964

I CLONI DISTOPICI DI ISHIGURO

Kazuo Ishiguro - Non Lasciarmi

Kazuo Ishiguro – Non Lasciarmi

Non lasciarmi” (“Never Let Me Go) (2005) è un romanzo dello scrittore britannico di origini giapponesi Kazuo Ishiguro, da cui nel 2010 è stato tratto l’omonimo film diretto da Mark Romanek, con protagonisti Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield.

Si tratta di una storia distopica, basata su un’ucronia, in cui è, però, prevalente la ricostruzione dei rapporti tra i tre protagonisti nel singolare ambiente creato mediante la divergenza ucronica.

Vi s’immagina che dopo la Seconda Guerra Mondiale la genetica evolva rapidamente e che contemporaneamente si diffonda la tecnica dei trapianti d’organo. Da questo nasce un’intensa “produzione” di cloni destinati a diventare donatori d’organi. Questi sono e si sentono dei veri esseri umani, ma il resto del mondo non li percepisce come tali e li isola, facendoli crescere in ambienti appositi.

I tre giovani cloni protagonisti della storia hanno il privilegio di crescere in una sorta di college, Hillsham, in cui alcuni tutori particolarmente sensibili cercano di dar loro una parvenza di vita normale. I ragazzi crescono con una percezione imprecisa e distorta ma sostanzialmente felice del mondo, della loro natura e del proprio destino.

La protagonista Kathy racconta la propria vita e come scopre a poco a poco l’amara verità. Centrale è il rapporto con l’antipatica Ruth, che nonostante tutte le sue moine e i dispetti che le fa, continua a considerare la sua migliore amica e con Tommy, il maldestro ragazzo che diventerà il fidanzato di Ruth, pur restando fortemente legato a Kathy.

I protagonisti di "Never Let Me Go"

I protagonisti di “Never Let Me Go”

La storia scorre piacevolmente, quasi come un racconto per ragazzi, con le tipiche indecisioni e i classici dubbi dell’adolescenza, se non fosse che su tutto incombe la stranezza del mondo in cui vivono e la tristezza disperata del loro destino senza scampo: una morte certa dopo un numero variabile di donazioni. Affascinante rimane la sensazione di magico mistero con cui questi ragazzi imparano a conoscere la vita e, in particolare, la strana natura delle loro esistenze di sterili cloni senza futuro, con tutti gli affetti, le amicizie e le speranze che comunque riescono a conquistarsi.

Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro

Questo è stato il terzo e-book che ho letto, il secondo mediante un e-reader e il primo utilizzando il sistema di lettura con voce sintetica e sto già cominciando a diventare dipendente dall’ebook reader. Trovo eccezionale la possibilità di ascoltare il testo (in qualunque formato sia scritto, dal epub, al pdf, al doc) mentre guido, cosa che mi fa guadagnare alcune ore di lettura settimanali, che avevo perso dovendo rinunciare agli spostamenti in autobus. Ottima è anche la possibilità di avere più testi sempre con me. L’altro giorno, per esempio, ero in treno e avendo finito di leggere questo romanzo ho potuto scegliere tra alcuni titoli e iniziare subito il successivo.

Certo la voce elettronica del mio Leggo IBS non è il massimo e sbaglia svariati accenti, ma non è poi un gran problema, anche se ora immagino Kathy con la voce impersonale della lettrice sintetica, cosa forse piuttosto azzeccata, essendo la voce narrante di questo libro un clone!

Firenze, 23/09/2011

 

Leggi anche:

–           Tutte le Ucronie di Carlo Menzinger

–            La mia esperienza come autore ucronico

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