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L’ASSASSINO SOLITARIO CON LA VIOLENZA NEL CUORE

Lester Ballard non è davvero un tipo raccomandabile. È un fannullone che molesta le donne e vive di espedienti. Le sue reazioni sono sempre più violente del normale. Cormac Mc Carthy, in “Figlio di Dio” ci mostra crescere questa violenza in lui, fino a trasformarlo nel serial killer che forse è sempre stato. Ci stupisce la prima volta che lo vediamo approfittare del sesso di una morta, quindi portarsela in casa, rivestirla con abiti nuovi, solo per spogliarla di nuovo a suo uso e consumo. Sembra un gesto inconsulto e improvviso, ma scopriamo che lui vive così, che uccide senza rimpianti o rimorsi e approfitta dei morti come se non ci fosse nulla di strano.

Quando lo beccano, si porta dietro gli inseguitori nel suo cimitero tra le grotte e lì fa perdere le sue tracce, per trovarsi poi morto, quasi per caso, in ospedale e poi dissezionato per le lezioni di anatomia.

Cormac McCarthy

Cormac McCarthy

Non siamo ai notevoli livelli narrativi del romanzo di Cormac McCarthyLa Strada”, ma se ne respirano atmosfere simili. Se lì, ad attraversare un paese violento, c’erano due solitudini legate tra loro, quella dell’Uomo e quella del Bambino, anche qui quello che colpisce è la solitudine di questo serial killer. L’Uomo e il Bambino portavano il Fuoco dentro di loro e cercavano di sfuggire al gelo di un mondo violento. Lester Ballard sembra portare il ghiaccio della violenza dentro di sé. Non fugge da un mondo violento, ma è lui stesso quel mondo. In un certo senso, ha persino meno possibilità di salvezza.

Anche in “Non è un Paese per Vecchi”, forse il più celebre dei romanzi di McCarthy, ritroviamo l’abbinamento di solitudine e violenza. Moses è persino più solo dell’Uomo de “La Strada”, ma accanto alla sua storia seguiamo quella del killer che lo insegue e quella dello sceriffo che insegue entrambi. Tre solitudini che si danno la caccia. Anche il “Figlio di Dio” Lester, per poco, sarà inseguito. Si muove tra la gente, la incontra, la incrocia, ci parla, ma per avere una donna questa deve essere morta. Se non lo è, ci pensa lui a ucciderla. La morte sembra quasi, per assurdo, l’antidoto alla solitudine e al vuoto di un’esistenza senza senso.

Di questi tre romanzi, “La Strada” continua a essere per me il migliore, mentre preferisco “Figlio di Dio” a “Non è un Paese per Vecchi”, se non altro per l’unitarietà del protagonista, che supplisce a una certa frammentarietà della trama, che è soprattutto un succedersi di eventi, tutti legati dal fine di descrivere la vita di Lester Ballard, ma non necessariamente da rapporti di causa ed effetto.

Ho scelto di leggere questo romanzo, non solo per l’autore, di cui considero “La Strada” uno dei migliori libri degli ultimi anni, ma anche per il titolo. Dopo aver letto, infatti, “Angelology” di Danielle Trussoni, in cui, citando la Genesi, definisce gli Angeli (e in particolare gli Angeli Caduti e i loro discendenti) come Figli di Dio, in contrapposizione ai Figli dell’Uomo, ero – e sono – curioso di leggere qualcos’altro sull’argomento. Vorrei, infatti, scoprire la fondatezza di questa contrapposizione, che, con il Vangelo e la Chiesa abbiamo perso.

McCarthy non affronta temi teologici, ma scegliendo questo titolo credo volesse dire che Lester è, come tutti noi un figlio di Dio. Visto però il suo comportamento, non saprei se si possa escludere che avesse in mente anche l’altra interpretazione del termine: Lester Ballard è un Figlio di Dio, nel senso che un angelo caduto, cioè un demone, la personificazione del Male. Forse è un po’ così, ma il modo in cui ne descrive gli atti violenti, come se fossero normali momenti del quotidiano, mi fa propendere per la prima interpretazione: siamo tutti uguali, davanti a Dio e non solo. Lester è un violento, ma, ognuno lo è a suo modo, lo siamo tutti noi.

 

Firenze, 27/02/2013

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NON È UN PAESE PER BAMBOCCIONI

Tra gli ultimi cento libri che ho letto uno dei migliori (forse il migliore in assoluto) è stato “La Strada” (vincitore del Pulitzer per la narrativa) di Cormac McCarthy.

Cormac McCarthy - Non è un Pese per Vecchi

Cormac McCarthy – Non è un Pese per Vecchi

Non potevo dunque non leggere anche “Non è un Paese per Vecchi”, che mi pare abbia avuto persino più successo dell’altro, sia come romanzo che come film, essendo stato il romanzo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico.

Ne ho ottenuto impressioni molto differenti.

Ci sono autori poliedrici capaci di scrivere cose molto diverse, per cui non stupisce se un romanzo piace ad alcune persone e un altro ad altre che non hanno apprezzato il primo.

La Strada” e “Non è un Paese per Vecchi” però non sono così diversi tra loro. Si tratta, in fondo, di due distopie, anche se il primo è una distopia apocalittica, fantasiosa e futuristica e il secondo descrive un presente reale e crudele, un’America precisa e attuale, un Texas e un Messico come si possono leggere sui quotidiani.

Quello che cambia tra i due libri è soprattutto il numero di personaggi.

La Strada” è il viaggio solitario di un uomo e un bambino. “Non è un Paese per Vecchi” narra, come il primo, una fuga verso una meta imprecisa. Moses è persino più solo dell’Uomo de “La Strada”, ma accanto alla sua storia seguiamo quella del killer che lo insegue e quella dello sceriffo che insegue entrambi. Sembra quasi la trama di un western, ma leggendolo non si pensa a cowboy e banditi.

Tutti e tre sono dei solitari, uomini pronti a tutto. La caratteristica principale di questo libro credo sia qui. Credo che questo sia uno dei suoi pregi e, per me, forse il suo maggior difetto: i tre personaggi rappresentano tre mondi diversi, ma sono tra loro così simili, che all’inizio li confondevo tra loro.

Cormac McCarthy

Cormac McCarthy

Questo perché? Perché forse rappresentano la distopia del nostro mondo contemporaneo, il suo gelo, il suo non essere un paese per uomini deboli, per “bamboccioni” o per vecchi. È un mondo così cupo e violento che solo uomini dal sangue freddo come loro sono in grado di sopravvivere e morire. Sì, anche morire, dato che persino loro muoiono, nella carneficina che si spande attorno a loro. I loro tre mondi sono, in realtà, lo stesso: il nostro.

Se “La Strada” mi aveva appassionato, questo libro faccio più fatica a inserirlo in una graduatoria. I personaggi minori, mi paiono troppi. I percorsi dei tre personaggi principali si intrecciano, ma rimangono distinti, togliendo, in qualche modo unità alla storia.

Il quadro disegnato è realistico e inquietante nella sua spietatezza e questo non si può non apprezzare, ma se non avessi letto prima “La Strada”, forse avrei capito e apprezzato meno questo romanzo e sarebbe passato molto più tempo prima di riprendere in mano un romanzo di McCarthy.

Stando così le cose, invece, penso che gli darò ancora una chance e che proverò presto qualcos’altro di suo, forse “Suttree” che i critici considerano la sua opera migliore.

Firenze, 06/08/2012

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