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LA CITTÀ DELLA FAME DIGNITOSA

Risultati immagini per la città della gioiaLa città della gioia” di Dominique Lapierre, pubblicato nel 1985, è già un classico, ma ancora oggi, che ci illudiamo di sapere tutto sull’India, si legge con interesse e grande partecipazione. Ci parla dell’India degli anni ’60 del secolo scorso e pur essendo un romanzo, con personaggi inventati, si riferisce a esperienze reali.

Uno dei protagonisti è il contadino Hasari Pal, che, giunto nello sterminato formicaio di Calcutta, riesce a diventare un “uomo-cavallo”, ovvero un guidatore di risciò, e a mantenere così la sua famiglia, che vive in strada. Un altro protagonista è il missionario francese Paul Lambert, che francescanamente rinuncia a tutto per venire a vivere da povero tra i più miseri dei derelitti, riuscendo a entrare in profonda armonia con la popolazione locale e a esserne rispettato se non venerato per il suo grande amore verso Dio e gli uomini.

Compare più avanti, dopo oltre duecento pagine, il terzo protagonista, il medico americano Max Loeb, reclutato dallo stesso Lambert per dare assistenza medica a questa sterminata popolazione di senza tetto (eppure dalla quarta di copertina parrebbe lui il protagonista principale).

Tra le pagine compare persino Madre Teresa.

Quello che è evidenziato maggiormente è il grande spirito di questo popolo, che pur colpito dalle più atroci malattie o sprofondato oltre i limiti Risultati immagini per la città della gioiaimmaginabili di povertà, continua non solo a resistere e a sopravvivere, ma lo fa con serenità e persino con gioia.

Leggendo queste pagine ci si cala veramente in questa situazione di totale carenza di tutto, tranne che di voglia di vivere, di accettazione, di pace interiore. Persino gli ultimi di noi occidentali, così abituati ad agi che per quella gente parrebbero principeschi, non potranno non stupirsi di scoprire una miseria tanto profonda.

In questi giorni in cui tanto si parla di migranti e di come “arginarli”, leggere queste pagine ci fa capire meglio, da cosa molti di costoro davvero fuggono. Se queste persone vengono da privazioni simili a quelle de “La città della gioia”, quale tragica traversata in barcone potrà mai apparire loro difficile o dolorosa? Alcuni di loro forse si lasciano alle spalle una vita in cui, giorno per giorno, non si sa, come in questa Calcutta, se si vedrà l’alba successiva. Un piccolo aiuto per loro può fare la differenza tra la vita e la morte. Eppure, in un mondo in cui i poveri aumentano continuamente, quando l’equilibrio si spezzerà? Quando la nostra economia non sarà più in grado di sostenere nuovi sbarchi?

I movimenti demografici sono come i venti che si muovono in basse alla bassa e alta pressione. Dalla miseria la gente defluisce inarrestabile verso zone in cui questa è minore. “Sacche” di ricchezza non tossono che generare “tornado migratori” che nessuna barriera potrà fermare a lungo. I moti dei popoli si arrestano solo con l’uguaglianza, tutto il resto sono solo palliativi davanti a simili moti.

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Dominique Lapierre

Lapierre non ci parla, però, di migranti verso l’Europa, ma semmai di contadini, come Hasari Pal, che rimasti in povertà, cercano nelle grandi città dell’India stessa un tentativo di rinascita, dando vita alle grandi urbanizzazioni di questo continente in continua crescita demografica e, ora, anche economica. Lapierre non ci parla, se non indirettamente, del desiderio di questa gente che vive di nulla, di raggiungere la qualità di vita occidentale, dell’immane bomba economica rappresentata da un miliardo e trecento milioni di indiani. Ci parla, invece, della grande dignità di lebbrosi e altri malati, di gente senza casa e senza lavoro, che riesce a trovare in sé la gioia di vivere, la forza non solo di tirare avanti, ma di essere generosi e solidali con chi ha poco come loro.

Un libro importante, che fa riflettere e che ti resta dentro.

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LA SOCIETÀ DEI CIECHI

José Saramago - Cecità

José Saramago – Cecità

Di José Saramago, Premio Nobel portoghese per la letteratura nel 1998, avevo già molto apprezzato i romanzi “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” e gradito “L’anno della morte di Riccardo Reis”;

Cecità”, romanzo dalla struttura articolata e dal modo originale di presentare la storia, anche grazie ad alcuni accorgimenti stilistici, mostra gran parte del suo fascino nel trattare la capacità dell’uomo di affrontare le più grandi difficoltà, genere letterario trasversale che si ritrova spesso nelle vicende post-apocalittiche come “Io sono leggenda” di Matheson o “La Strada” di McCarthy, tanto per citare due ottimi esempi tra quelli che ho letto più di recente o nelle storie di naufraghi o persone disperse come “Robinson Crusoe” di Defoe, “Darwinia” di Wilson, “La bambina che amava Tom Gordon” di King o il telefilm “Lost”.

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è stato l’approccio al tema. Saramago non si limita a descrivere la situazione dal punto di vista di un solo protagonista, ma ci mostra, uno dopo l’altro, alcuni personaggi e ci fa vedere, presentandoceli, il loro diverso modo di reagire all’improvvisa cecità. Incipit interessante ma proprio nel momento in cui mi sono trovato a pensare “il meccanismo funziona bene ma non può andare avanti”, ecco che Saramago, da ottimo autore quale è, cambia struttura e fa riunire dalle autorità spaventate tutti i suoi ciechi in un ex-manicomio, in cui vengono letteralmente rinchiusi.

Di nuovo, proprio quando la vicenda nel ex-manicomio pareva diventare collaudata e senza sbocchi, Saramago si libera di questo palcoscenico e fa uscire i suoi ciechi in un mondo devastato in cui ormai non esiste più una sola persona che ci veda, a parte la moglie del medico, che abbiamo conosciuto nell’ex-manicomio in cui si era fatta rinchiudere per seguire il marito, fingendosi cieca. Il finale ottimista è la quarta svolta. Una simile struttura tiene sempre alta l’attenzione e l’interesse del lettore.

Stilisticamente la cecità viene rappresentata con l’assenza di nomi propri, non solo dei personaggi ma anche dei luoghi, come a dire che per un cieco un uomo equivale a un altro, un posto a un altro. Questo non toglie spessore ai protagonisti, che appaiono ben delineati anche se si parla di loro come del primo cieco, del medico, del ladro, della donna con gli occhiali neri, del bambino strabico, del vecchio con la benda nera, della moglie del medico e così via.

Nella prima parte del romanzo, quando la cecità si manifesta, Saramago ci mostra come questa possa essere accolta: sventura, evento inevitabile, destino, punizione quasi divina. Nel dipingere i suoi personaggi ce ne mostra così le sfumature psicologiche e sociali.

Nella seconda parte ci fa vedere tutto l’abbrutimento di cui può essere capace l’essere umano privato di una struttura organizzativa. I ciechi, la cui malattia si è rivelata contagiosissima, vengono rinchiusi nell’ex-manicomio, quasi a simboleggiare la somiglianza tra cecità e follia, metafora dei nostri tempi in cui la vera pazzia sta nel non voler vedere le atrocità del mondo. Qui non hanno altro rapporto con l’esterno che attraverso le guardie spaventate che portano loro da mangiare e che si tengono sempre alla massima distanza possibile. L’assenza di un’organizzazione sociale porta la piccola comunità alla barbarie se non all’imbestialimento e ben presto prevale la legge del più forte, con tutte le violenze possibili, mentre la paura semina morte.

L’ottimismo di Saramago lo porta, però, a immaginare forme di solidarietà spontanea e di aggregazione, come a voler confermare che anche nelle situazioni più confuse la nostra natura di animali sociali deve emergere. La presenza dell’unica vedente dell’intero manicomio consentirà al gruppetto dei protagonisti di ribellarsi ai soprusi dei violenti, pur senza confermare il detto “nel paese dei ciechi l’orbo è re” ma mostrando che la vista è, quanto meno, un vantaggio evolutivo non indifferente.

L’autore portoghese fa un gran ricorso a proverbi, forse per mostrare che il mondo da cui nascono, quello popolare e popolaresco, istintivo e spontaneo ma organizzato in nuclei di natura familiare, è il mondo naturale cui l’essere umano tende.

José Saramago

José Saramago

Quando tutto fuori crolla, i primi ciechi fuggono dalla quarantena e si aggirano in un mondo post-apocalittico, con bande di orridi ciechi che brancolano alla ricerca di cibo in una città devastata e spogliata di ogni ricchezza fisica e morale. Eppure anche lì sta sorgendo un nuovo ordine sociale. La proprietà non esiste più. I ciechi non riescono quasi mai a ritrovare la casa da cui provenivano, percui appena ne trovano una vuota la occupano per poi abbandonarla partendo di nuovo alla ricerca di cibo. Il cibo è di chi lo trova per primo. I gruppi si aggregano e disgregano continuamente. I ciechi si muovono reggendosi l’uno all’altro ma talora uno si stacca, per un po’ brancola da solo e poi, come trova un nuovo gruppo, vi si attacca e viene accolto come se ci fosse sempre stato, in un movimento che fa pensare a quello delle processionarie, quegli insetti velenosi che si muovono in fila indiana.

Cecità” insomma non è solo una distopia fantascientifica, ma è soprattutto una riflessione sulla natura sociale dell’uomo (certe digressioni in tal senso appesantiscono forse un po’ il testo, il cui senso era evidente anche senza le osservazioni morali dell’autore) e un grande romanzo sull’amicizia e la solidarietà come forza aggregante.

Firenze, 01/10/2011

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