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VIAGGIO AL CENTRO DI UN’ANTARTIDE ALIENA

Immagine trovata per le montagne della folliaSono arrivato alla mia quarta lettura di Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937) e, forse, alla migliore “Le montagne della follia” (1931), sebbene non possa certo definirsi un romanzo moderno, al punto che mi ha fatto molto pensare a Jules Verne (Nantes, 8 febbraio 1828 – Amiens, 24 marzo 1905) e questo viaggio attraverso l’antartide, spingendosi nelle profondità del ghiaccio e della terra, mi ha subito richiamato alla mente il suo “Viaggio al centro della terra” (1864). Come nella pre-ucronia verniana incontriamo nelle più profonde viscere della Terra esseri preistorici sopravvissuti allo scorrere del tempo, così, infatti, ne “Le montagne della FolliaLovecraft ci fa scoprire sotto i ghiacci dell’antartide, i resti di una civiltà antecedente addirittura alla nascita della vita sul nostro pianeta. Non solo i resti, a dir il vero, sono sopravvissuti al passaggio di milioni di anni!

Lo stile di Lovecraft qui è quanto mai ottocentesco, scritto in forma di diario, con il protagonista che si rivolge direttamente al lettore. Non si può non notare poi una sovrabbondanza di aggettivi e frasi volti a creare nel lettore aspettativa e meraviglia e un girare attorno alle cose sorprendenti a lungo annunciate prima di mostrarle.

Abbondano, insomma, frasi come:

Ci parlò dell’ineffabile grandiosità della scena e delle straordinarie sensazioni”.

Le sensazioni che Pabodie e io provammo all’arrivo di questi rapporti sono indescrivibili”.

“Il sistema nervoso era così complesso e sofisticato da lasciare sbalordito Lake”.

“Molti ci giudicheranno pazzi”.

“Lo shock provocato dalla visione”.

E aggettivi o avverbi quali “incommensurabile”, “sorprendentemente”, “sconcertanti”, “strane”, “mostruosa”, “incredibile”, “inumana”.Immagine trovata per le montagne della follia

Non sempre, purtroppo, a tale preparazione, segue l’evento grandioso che uno potrebbe aspettarsi. L’uso di tali espressioni, del resto valse a Lovecraft le sue prime stroncature (ogni scuola di scrittura, oggi, insegna a non abusare di aggettivi e, soprattutto, avverbi). Eppure ora possiamo leggere in queste esagerazioni lovecrtaftiane proprio l’impronta del suo stile immaginifico.

La descrizione del loro viaggio attraverso la perduta città degli Antichi conserva il gusto ottocentesco dell’esplorazione scientifica che tanto bene si può vedere in Jules Verne. Dall’analisi dei reperti antichi e dei corpi riescono (e questa è la cosa davvero sorprendente) a ricostruire in breve con grande precisione la storia di milioni di anni di questa razza per due terzi animali e per un terzo vegetale che, giunta sulla Terra da mondi alieni vi portò per la prima volta la vita, creandola per i propri fini, che sulla Terra combatté contro altre creature aliene e che, infine, decadde fino a ritirarsi nel solo antartide, dove fu sopraffatta da degli esseri mostruosi da loro stessi creati, gli shoggoth.

 

Quel poco che ho letto sinora di Lovecraft, mi pare confermare la rilevanza del tema di creature intelligenti vissute prima dell’uomo.

Ne “La casa stregata” gli esseri primordiali che popolarono un tempo la Terra sono detti Vecchi, qui sono chiamati Antichi. Non sono le stesse creature, ma sono comunque esseri alieni, diversi dall’umanità. Anche ne “L’ombra venuta del tempoLovecraft immagina esseri arcaici e arcani vissuti prima di tutti i tempi, solo che in questo romanzo hanno la capacità di reincarnarsi in altri corpi e di attraversare a piacere il tempo, per cui alcuni di loro assumono sembianze umane.

Ne “Le montagne della follia” compare il celeberrimo pseudobiblion “Necronomicon”, un antico testo immaginario che parlerebbe di creature primordiali che avrebbero abitato la Terra prima dell’uomo, opera più volte citata da H.P. Lovecraft e che già avevo incontrato leggendo la raccolta di racconti “Il guardiano dei sogni”, ma che qui trova una centralità assai maggiore e, i protagonisti, con la loro esplorazione, ne convalidano la fondatezza.

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Howard Phillips Lovecraft

La presenza del Necronomicon e degli Antichi fa collocare il romanzo all’interno del Ciclo di Cthulhu, nome citato anche in queste pagine. Necronomicon e Antichi appaiono anche nelle Storie Oniriche, ma la chiave fantascientifica meglio identifica il Ciclo di Cthulhu rispetto a queste altre più “weird fiction” (come Lovecraft definiva la propria opera).

Grandioso e geniale è comunque il mondo creato, con esseri così diversi da noi, e con questo romanzo Lovecraft si pone di certo ai primissimi tra i grandi “creatori di universi” e di sicuro un precursore di tutti costoro.

Se le mie precedenti letture mi avevano fatto dubitare sulla collocabilità di Lovecraft nel filone della fantascienza, quest’opera dimostra invece che, pur con un gusto dell’horror e del magico suoi propri, Lovecraft può ben porsi accanto, per esempio, a Jules Verne e Herbert George Wells (Bromley, 21 settembre 1866 – Londra, 13 agosto 1946) e Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851) come uno dei fondatori di questo genere, oltre, che ovviamente, come uno degli autori più interessanti del XX secolo.

Se numerosi sono i suoi racconti i principali romanzi sono:

 

Il primo e il più lungo dei racconti de “Il guardiano dei sogni” si chiama “Alla ricerca dello sconosciuto Kadath” e credo sia il primo di questo elenco con diverso titolo. Penso che proverò a leggerne presto qualcun altro.

Immagine trovata per le montagne della follia

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LE AVVENTURE DI UN SOGNATORE

Il Guardiano dei sogni - LovecraftFinalmente (nel aprile del 2010) sono riuscito a leggere un libro del mitico H.P. Lovecraft! Si tratta della raccolta di racconti che riunisce, come dice il sottotitolo, “Le avventure di Randolph Carter”. Il titolo del volume è “Il guardiano dei sogni” (Tascabili Bompiani) ed è stato curato da Gianfranco De Turris (che come me collabora alla rivista IF – Insolito & Fantastico).
L’aspettativa era tanta verso questo autore di cui molto bene avevo letto (avendo intere schiere di fan accaniti), la cui immaginifica fantasia mi aveva tanto incuriosito, e di cui avevo sentito parlare anche per aver creato uno dei più celebri Peudobiblion, il “Necronomicon”, che viene citato anche in queste pagine.
Ebbene devo dire che il primo approccio è stato un po’ deludente o forse “difficile”. Il volume si apre, infatti, con il lungo (138 pagine) racconto “Alla ricerca dello sconosciuto Kadath”, in cui la fantasia dell’autore di Providence si scatena mostrandoci mondi onirici da incubo, quali difficilmente altri autori sono stati in grado di creare. Il difetto di questo primo racconto però mi è parso nell’esilità della Gianfranco De Turris trama (sostanzialmente riducibile al titolo) e sebbene vi fossero alcune pagine d’azione, tutta la narrazione è concentrata nella descrizione di un viaggio tra esseri e luoghi di totale fantasia.
Pur avendo apprezzato l’incredibile capacità creativa di Howard Philps Lovecraft, devo dire di aver tirato un sospiro di sollievo leggendo il secondo, veloce, racconto “La Testimonianza di Randolph Howard Philps LovecraftCarter” assai più concreto e assimilabile a un classico horror cimiteriale.
Quando le peregrinazioni di Carter sono riprese con l’”Innominabile” ero già più preparato a perdermi in interminabili descrizioni ma Lovecraft mi ha sorpreso con una storia nuovamente più concreta, che comincia addirittura con alcune disquisizioni sulla letteratura fantastica, volte forse a difendere la precedente immaginifica creazione. Ci parla, infatti, di chi “sebbene avesse molta più fede di me nel sovrannaturale, negava che fosse un tema sufficientemente ordinario da meritarsi un posto nella letteratura”. In questa frase c’è tutta la contrapposizione tra due opposte concezioni della letteratura: da una parte chi crede che debba rispecchiare il reale e dall’altra chi, come Lovecraft sembra pensare che debba invece creare mondi fantastici e alternativi. Assurdamente la letteratura ufficiale sembra, infatti, dare maggior peso ad autori che descrivono “l’ordinario”, sebbene le capacità creative di chi descrive il “fantastico” siano indubbiamente maggiori.
mostro lovecraftianoLovecraft però sembra voler andare ancora oltre nel racconto successivo “La Chiave d’Argento”, in cui riesce ad affermare addirittura (ovviamente lo fa ai fini del racconto e non come affermazione a se stante) che “Carter aveva dimenticato che la vita è soltanto un a teoria d’immagini nella mente: che non c’è differenza tra quelle nate da esperienze reali  e quelle generate dai sogni più intimi, e che non c’è motivo di ritenere le prime più importanti  delle seconde”.
In questo racconto troviamo, infatti, un Randolph Carter invecchiato che non riesce più a essere un Sognatore capace di viaggiare negli universi onirici come da giovane, un Carter piegato, come tutti noi, al grigiore del quotidiano, orfano dei suoi fantasmagorici viaggi di sogno.
Troverà però la mitica Chiave d’Argento che apre le porte del sogno ed è capace di annullare il tempo e lo spazio e si perderà (o ritroverà?) nel suo amato mondo di sogno.
Sarà solo nell’ultimo racconto “Attraverso le Porte della Chiave d’Argento” che riuscirà incredibilmente a fare ritorno, per poco, dalle profondità dello spazio-tempo onirico ma non sarà più lo stesso Randolph Carter, essendo ormai stato privato della propria “unicità” e statua Lovecraft avendo imparato la magnifica e grandiosa schizofrenia di molteplici esistenze contemporanee.
È questa insomma una lettura in cui bisogna calarsi con attenzione e disponibilità per poterla apprezzare. Non ci si deve dunque far spaventare dalle 138 pagine del primo racconto ma andare avanti, perché queste sono in realtà essenziali per farci davvero capire i racconti successivi, per farci immedesimare con l’increbibile capacità immaginativa di questo irripetibile navigatore del sogno. Letti i racconti successivi si riesce poi a tornare indietro con la mente e ad apprezzare maggiormente anche il dettagliatissimo “Alla ricerca dello sconosciuto Kadath”.

Firenze, 24/04/2010

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