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PERCHE' SCRIVERE DI VAMPIRI E LICANTROPI NEL TERZO MILLENNIO?

FilostratoIl romanzo gotico, che vede trai suoi protagonisti vampiri e licantropi, sta avendo ultimamente un rinnovato successo, ma le sue origini sono tutt’altro che recenti.
Il mito del vampiro nasce dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti potrebbe avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi sembra riconducibile alla medesima paura.
Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri, sia una tavoletta babilonese su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.
Di simili esseri parlano anche gli antichi geci e romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.
Sarà però tra il XIX e il XX secolo che il vampiro, con Polidori, Le Fanu, Presket Prest, Bram Stoker, Connell e altri, diverrà soggetto letterario di romanzi di successo.
Anche per la licantropia le origini si perdono nelle tradizioni popolari e persino nella Nabucodonosor Bibbia si legge che Nabucodonosor fu trasformato in lupo. Gli egizi veneravano il Dio-sciacallo Anubi e il Dio-lupo Ap-uat che traghettava i morti nell’Aldilà.
La leggenda più diffusa vuole che il lupo mannaro assuma sembianze animalesche con la luna piena. Invenzione più moderna è che possa essere ucciso solo da una lama d’argento. In epoche più recenti si è sviluppata la credenza che la licantropia fosse una vera e propria malattia.
In letteratura i  licantropi fanno la loro comparsa in alcuni romanzi ottocenteschi come quelli di Baring-Gould, Maturin, Reynolds e Dumas.
  
 Dopo due secoli che i romanzi ne trattano, perché parlare ancora di vampiri e licantropi al giorno d’oggi, all’inizio di questo terzo millennio?
Scrivere romanzi gotici poteva avere un senso nel XIX secolo e le motivazioni degli autori e dei lettori di allora penso possano essere solo in parte le stesse di quelli odierni.
Con questo genere di storie in passato si mirava soprattutto a sorprendere e spaventare o a esorcizzare la paura della morte. Erano storie che, sebbene avessero radici culturali assai più antiche, avevano ancora una freschezza e originalità sufficienti a suscitare stupore, ansia e, spesso, paura.
Questo oggi avviene in maniera assai minore, ma rimane, soprattutto per  i lettori più giovani, una componente importante.
Parrebbe difficile allora che una storia di vampiri o licantropi si discosti troppo da una Anne Rice trama ormai collaudata. Nulla di nuovo sotto la luna, dunque? Sarebbe un genere ormai “esaurito”? A quanto pare no, dato il successo di romanzi come quelli della Meyer e di autrici più canoniche come la Rice o la Kalogridis e l’attenzione generale per questo genere narrativo.
Non sono un sociologo e non voglio certo cercare di dare una risposta universale al quesito, che rimando ad altri più competenti.
Penso però di poter qui presentare la mia testimonianza di autore, che, dopo aver scritto romanzi ucronici e thriller, si è trovato a scrivere, assieme ad altri due autori (Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei) un romanzo popolato dalle creature della notte, IL SETTIMO PLENILUNIO
 
Realizzare un romanzo a più mani è un processo diverso dalla scrittura “in solitario” e anche i processi decisionali connessi sono diversi: per certi aspetti meno coscienti e per altri più sistematici.
 Il Settimo Plenilunio - Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Sergio CalamandreiLa scelta del genere narrativo, nel nostro caso, credo sia stata in buona parte incosciente, nel senso che ci siamo trovati a scrivere di vampiri e licantropi quasi per caso. Le scelte casuali, però, nascondono sempre motivazioni meno apparenti ma forse più profonde di quelle delle scelte consce.
La parte sistematica della scelta, certo, ci ha orientati verso un terreno già battuto, verso cioè la letteratura cosiddetta “di genere”, per rendere più facile raggiungere un linguaggio e delle strutture comuni trai vari autori, senza la necessità di reinventarle. Che i personaggi dovessero essere creature della notte, però, è venuto quasi da sé, come se qualcosa inconsciamente ci avesse spinto in quella direzione. Il segno, mi pare, che anche in noi si fosse risvegliata una certa attenzione verso il romanzo gotico. Quando abbiamo cominciato a scrivere, all’inizio del 2006, il fenomeno “Twilight” ancora non era arrivato in Italia ma il mondo del sovrannaturale, con la saga di Harry Potter, aveva già trovato ampio spazio e dunque parlare di non-morti stava tornando attuale. Il fenomeno non sembrava essere solo motivato dal marketing. C’era probabilmente qualcosa di diverso nella nostra società e nel nostro modo di vivere che riportava in auge il romanzo gotico.
Perché l’avevamo adottato anche noi? Sicuramente non ci interessava spaventare: quello che abbiamo realizzato è stato qualcosa di diverso da una classica storia del genere. Vampiri e licantropi sono divenuti, per noi, metafora del nostro mondo globalizzato, del conflitto tra più razze o popoli presenti sullo stesso territorio. Siccome oggi i conflitti si svolgono soprattutto sul piano economico, la storia è diventata anche, in parte, una satira del consumismo. Se un tempo si esorcizzava la paura della morte, nel nostro romanzo, forse, si esorcizza piuttosto la paura del diverso, dello straniero tra di noi.New Moon - Licantropi - Meyer

Ebbene, la mia ipotesi è che in questo sia, in parte, il senso del ritorno al successo di queste figure: rappresentano il conflitto tra civiltà diverse che convivono nello stesso spazio, fenomeno molto attuale.  Vampiri e licantropi sono dei “diversi”, degli “stranieri”  che popolano però lo stesso spazio fisico degli umani. Sono gli extra-comunitari della porta accanto. Ma sono anche una presenza più antica. Esseri con una profonda dignità, con una propria nobiltà, che gli altri non riconoscono loro ma che sanno di possedere. Perché ogni popolo reca con sé una propria cultura e una storia che si perde indietro nei secoli e questa storia è la sua ricchezza. E non è detto che gli umani siano i migliori, i “buoni”, solo perché sono la razza dominante. Ne “Il Settimo Plenilunio”, infatti, si rivelano non meno spietati dei propri antagonisti. Nel nostro romanzo la globalizzazione si presenta su due livelli: sul primo abbiamo quella metaforica, con vampiri, licantropi e umani; sul secondo abbiamo un vero mondo umano multiculturale, con personaggi che vengono dalla Cina, dal Medio Oriente e dal resto del mondo.
Questo, forse meno marcatamente, è anche evidente in storie come “Twilight”: i vampiri Cullen sono, in fondo, una famiglia di “immigrati”, che non si integra con i vicini, e i licantropi addirittura vivono in una riserva indiana! Una razza antica scacciata dalla propria terra. L’Uomo che vince sul Lupo e sulla Natura. Il Licantropo (come i Na’Vi di “Avatar"), simbolo di una natura violata.
  
Dracula di Bram StokerCi sono altri motivi che rendono interessanti e attuali, in un romanzo, questo tipo di figure?
Un’altra ragione forse è la loro natura violenta. Sono esseri che portano in sé questo germe. Esseri che anche quando si fingono “buoni” o cercano di essere più “umani”, come nelle storie della Meyer, si ritrovano a non dominare i propri sensi e a lasciarsi andare alle passioni.
Forse anche questa è una caratteristica del nostro tempo: viviamo in un mondo in cui la violenza, pur non mancando, non riesce a trovare canali naturali per esprimersi e viene repressa. L’uomo moderno è come un vampiro che vorrebbe azzannarti sul collo ma che si trattiene… almeno fino a quando cala la notte e le inibizioni vengono meno.
Parlare di vampiri e licantropi significa allora parlare di un mondo in cui l’uomo cerca di non essere il lupo di Hobbes, quello del plautino homo homini lupus, ma che in questo costantemente fallisce, ritrovando la propria natura selvaggia al primo plenilunio, alla prima minima sollecitazione.
Parlare di vampiri oggi significa parlare di uomini che si nutrono e arricchiscono a spese di altri, succhiandone le risorse. Significa parlare di un mondo ineguale in cui alcuni sono le vittime da sfruttare e altri sono i potenti che traggono ricchezze anche dalle sventure altrui. È allora letteratura da tempi di crisi economica, di recessione, di disoccupazione, di speculatori che accumulano grazie al mancato rispetto delle regole sociali e civili.
 
Credo, poi, che la forte carica di emotività che ciascuno cela in sé (allo stesso modo in cui il vampiro o il lupo mannaro celano la propria schizofrenia fisica) possa essere l’elemento che suscita la simpatia dei giovanissimi verso gli emuli di Dracula: l’adolescente sente un altro se stesso che gli cresce dentro, non capisce cosa sia, come sia e dove lo stia portando. Ha inconsciamente paura del sé adulto, lo vede come qualcosa di separato dal proprio io attuale, di mostruoso, e quindi si identifica nel vampiro o, meglio, nel licantropo: ora sono così, mi vedi così, ma dentro sono diverso, domani potrei essere un altro.
Questo è qualcosa che vale sempre, perché l’adolescenza è sempre esistita. Quello che al giorno d’oggi forse manca sono i processi d’iniziazione che un tempo sancivano il passaggio all’età adulta, quello che forse oggi manca è un supporto della società ai giovani, per accompagnarli nella loro muta, oppure, e credo sia qui il punto, mancano dei modelli adulti accettabili.
Il giovane un tempo sapeva cosa sarebbe diventato, perché vedeva i propri genitori, gli altri parenti e i loro amici e questi erano qualcosa di definito. Un figlio di contadini sarebbe stato un contadino e un figlio di professionisti probabilmente un professionista. Ma non solo. Non è solo la mancanza di certezza di un ruolo sociale a mancare ai giovani, è carente soprattutto il modello morale. L’adulto non esprime più principi morali e culturali certi e il giovane deve trovare o costruirsi i propri. E i modelli esterni alla famiglia e al circolo degli amici, i modelli della politica e persino della religione non sono più esempi di perfetta moralità, anzi.
Il giovane rimane dunque prigioniero della propria schizofrenia: mezzo bambino e mezzo adulto. Mezzo uomo e mezzo lupo o mezzo vampiro.
La paura di questo futuro, allora, striscia nella notte, con volto pallido e lunghi canini affilati e sanguinolenti.
 
Un’altra ragione del rinnovato successo di questo genere, credo sia da ricercare nella magia. In questo vampiri e licantropi sono imparentati con Harry Potter (i licantropi sono trai personaggi della saga, del resto, sebbene secondari), con il mondo di Narnia e con quello del Signore degli Anelli.
In questi anni in cui la scienza tutto spiega e la tecnologia somiglia sempre più alla magia, il desiderio di fantastico, di eccezionalità, si sfoga nella riscoperta di figure che la razionalità non spiega e non accetta. Sembra finito il tempo della fantascienza, capace ormai di raccontare con successo solo apocalissi, piuttosto che futuri di crescita e progresso tecnologico e sociale. La scienza non riserva più sorprese e meraviglie, questo può farlo solo il sovrannaturale.
Questa magia si esprime in superpoteri, nella gran velocità e forza, che rende questi esseri odiabili e invidiabili al contempo. Dei modelli negativi irraggiungibili, di cui il lettore sogna di poter imitare le doti e magari la stessa malvagità, vissuta come forza interiore, come capacità di affrontare un mondo che ci delude e irrita e contro il quale vorremmo poter schierare la nostra indifferente potenza. Il vampiro e il licantropo diventano dei supereroi, anche se meno patinati e buonisti di quelli del passato.
 
I vampiri poi hanno in sé un ulteriore componente che li rende sempre attuali, dal Carmilla - Le Fanufascino omosessuale di Carmilla a quello ambiguo di Dracula, fino al moderno bravo ragazzo alla Edward Cullen, il vampiro ha in sé una fortissima carica erotica, che gli deriva prima di tutto dal mistero, dal proprio essere anomalo e, poi, dalla violenza passionale con cui si rapporta agli umani.
Se poi analizziamo i romanzi che parlano di lupi mannari, ci accorgiamo che, spesso, sono romanzi essenziali, che ci parlano dell’amore nella sua forma più forte e antica: l’amore della Bella per la Bestia. In fondo, il senso di ogni storia d’amore dovrebbe essere questo. Forse è questa una delle ragioni delle storie sui licantropi, antiche e moderne.
La Bella s’innamora della Bestia e l’allontana dal suo essere selvaggio. L’uomo non è forse così: abitante delle selve, delle foreste, e dunque selvaggio? E compito della donna non è forse di addomesticarlo, di renderlo adatto alla vita di casa, alla domus, alla vita urbana e civile?
Il fascino femminile addomestica la bestia selvaggia che è in ogni uomo e che anela a vivere nei boschi e nella natura. Per amore il maschio si lascia incatenare e finisce per accettare come sua questa vita domestica.
Sarà questo un bene per l’Uomo e per l’Umanità? Questo forse potrebbe essere uno dei grandi interrogativi di questo Terzo Millennio: la civiltà domestica in cui viviamo sarà il modello anche per le generazioni venture?
Questo, io credo, può essere uno dei grandi quesiti che sono dietro una storia di licantropia. La risposta, nel passato, è stata quella che la Bella vince sulla Bestia. Il romanzo gotico nasce infatti da un’epoca di industrializzazione e forte urbanizzazione. Fiona e ShreckQuesto genere di storie servivano a incanalare pulsioni che portavano l’uomo a rifiutare il nuovo status, l’addomesticamento. E oggi? Forse nel XXI secolo queste stesse storie portano nella direzione opposta. Spesso è la Bella che accetta di diventare Bestia, come la principessa di Shreck che diventa, ironicamente, un’orchessa verde o la protagonista di Twilight, che mira a diventare vampiro, più che a “redimere” il suo mostruoso amato.
 
Dunque il romanzo notturno cessa di essere romanzo gotico, perché più non interessano le piccole paure che ci attendono nei vicoli deserti o in chiese abbandonate, i sepolcri violati, le fiere acquattate in campagne ormai abbandonate per città pullulanti e diviene romanzo del multiculturalismo e della globalizzazione, delle passioni e  delle violenze represse, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e, magari, sulla natura, dell’incapacità di convivere con gli altri e con sé stessi, con il diverso che è in ciascuno di noi, con l’emotività che celiamo dentro, con le nostre schizofrenie quotidiane, ma anche esprime il desiderio di tornare alla natura, a sentimenti liberi e “selvaggi”.
  

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Questo articolo è stato pubblicato anche su Vampiri – N. 5 di IF – Insolito & Fantastico

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"Bestiario stravagante" di Massimiliano Prandini
"Werewolf" di Francesca Angelinelli

CREATURE INQUIETANTI

Bestiario stravagante - Massimiliano PrandiniChe piacere quando si scopre un bel libro. Il piacere è doppio quando il libro è edito da una casa editrice minore e l’autore è poco conosciuto. Da un besteseller o da un classico mi aspetto, infatti, sempre il massimo ma a volte vengo deluso. Da un autore che vende le copie a decine e non a migliaia o milioni ci si aspetta forse meno, ma spesso i suoi libri sono degni di quelli più celebri.
Un esempio di bella sorpresa è stato per me “Bestiario stravagante” di Massimiliano Prandini, edito da Damstar.
Devo dire che il titolo mi aveva tratto un po’ in inganno. Mi aspettavo un libro che parlasse di animali buffi o al più mitologici o magari un “bestiario” di uomini stravaganti, di tipi strani, eccentrici, bizzarri (secondo il senso etimologico del termine).
Non è questo il caso. Forse un titolo più appropriato sarebbe stato “Creature inquietanti”. Protagonisti di questa raccolta di tredici racconti sono, infatti, vampiri, licantropi, zombie, alieni e altri esseri mostruosi.
Nulla di nuovo sotto il sole, dirà qualcuno, ma non è così. Il bravo Prandini si dimostra capace di muoversi con disinvoltura nei cliché di genere, creando delle storie che hanno una loro originalità.
Sarà che le storie con finale a sorpresa e paranormale mi stimolano sempre, ma questi racconti sono stati per me come delle ciliegie: uno tirava dietro l’altro e appena avevo finito di leggerne uno, mi chiedevo subito: “chissà cosa avrà inventato questo Prandini per il prossimo”.

Si comincia con un racconto apocalittico ambientato in uno scenario che mi ricorda “IlVampira. Illustrazione di Luca Oleastri - www.innovari.it per Il Settimo Plenilunio  deserto dei Tartari” di Buzzati, con un fortilizio nel deserto da cui si attende un arrivo misterioso. Solo che qui, a differenza che nel romanzo di Buzzati, qualcuno arriva e il finale fa sorridere per la sua arguzia.
Il secondo racconto ha i toni di un vero horror, con equilibrati messaggi iniziali che preparano l’atmosfera e un agghiacciante mostro alieno degno del miglior horror.
Nel terzo, nell’ottavo e tredicesimo racconto, Prandini gioca con la realtà e l’illusione.
Nel quinto racconto gli intrighi amorosi di tre coppie mal mescolate si trasformano in un preparato finale da zombie.
Eccezionale la quinta prova, per come riesce a innovare il canone dei racconti sui licantropi e per la bella ambientazione.
Il sesto racconto mi fa quasi pensare a un prequel del nostro “Il Settimo Plenilunio” (romanzo collettivo illustrato di cui sono coautore e curatore) con la guerra economica dei vampiri e il progetto di realizzare un sangue alternativo.
Inquietante il cassonetto infernale della settima storia, che sembra quasi uscito dalla penna di Stephen King.
La nona, quasi una storia di fantasmi, ci parla della debolezza delle nostre percezioni.
Il decimo mostro che ci regala Prandini è finalmente un animale, un tenero cucciolo che si rivela essere l’emissario di un fantomatico e inquietante “Stato”, dai connotati leggendari e quasi infernali, creatura che, in base alle mie conoscenze, mi pare di totale invenzione dell’autore.
Licantropo. Illustrazione di Luca Oleastri - www.innovari.it per Il Settimo PlenilunioDavvero stravagante è l’undicesimo personaggio, che si cimenta in una buffa storia con un’agghiacciante sexy-doll futuristica.
Al dodicesimo capitolo affrontiamo l’ossessione e la follia umana negli affetti familiari.

Insomma 140 pagine da leggersi tutte d’un fiato, se ancora ce ne rimane dopo la lettura delle prime pagine, e un autore da tenere d’occhio.

Una curiosità: ho notato spesso i ringraziamenti finali nei bestseller, in cui vengono citate decine di nomi, facendo la considerazione che con un ampio staff, scrivere un buon libro sia più facile.
Anche Prandini, cosa insolita per un autore “poco noto”, fa i suoi ringraziamenti a ben una decina di persone e a un intero gruppo, quello del laboratorio di scrittura collettiva Xomegap, di cui è uno dei fondatori. Insomma, anche qui l’unione fa la forza, a quanto pare e si conferma che le esperienze di scrittura collettiva aiutano di sicuro la maturazione di ogni autore.

Firenze, 03/04/2011

LA MIA COLLABORAZIONE CON NICCOLÓ PIZZORNO

 La lupa assassina vista da NiccolòPizzornoQuando il 19 marzo 2007 mettemmo la parola fine alla stesura del romanzo “IL SETTIMO PLENILUNIO” scritto assieme a Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei, mi venne in mente che, trattandosi di un libro per ragazzi, popolato da vampiri e licantropi e con un’ambientazione fantascientifica, potesse essere molto adatto a essere illustrato.
Ci rivolgemmo allora al vasto e profondo web alla ricerca di qualcuno disponibile a darci una mano, dato che nessuno di noi era ed è un esperto disegnatore.
Già frequentavamo tutti e tre la community Splinder e fu lì che incontrai il blog di  Esharhamat. Illustrazione di Niccolò Pizzorno per IL STTIMO PLENILUNIONiccolò Pizzorno http://chinaccia.splinder.comed ebbi modo di apprezzare i suoi disegni.
Lo invitai così a collaborare al nostro progetto. Più o meno in quegli stessi giorni era maturata l’idea di trasformare il romanzo in una “gallery novel”. Volevamo cioè trovare vari artisti che contribuissero con la propria opera d’interpretazione grafica alla descrizione della storia della rossa licantropa Esharhamat, trasformandola in una sorta di galleria di illustrazioni, in un romanzo iperillustrato, ovvero in quello che qualche tempo dopo avrei definito, appunto, “gallery novel”, parafrasando il più comune “graphic novel”.
Niccolò Pizzorno aderì entusiasticamente, contribuendo con oltre cinquanta immagini, tra le più vivaci e le meglio rispondenti al testo. Assieme a lui il progetto ha visto riuniti, oltre ai tre autori, diciassette artisti molto diversi: pittori, illustratori e persino fotografi. Il volume, con quaranta pagine a colori, è stato felicemente pubblicato da Liberodiscrivere all’inizio del 2010.
 Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale - copertina Pizzorno 
Nel frattempo avevo in corso l’illustrazione del romanzo di fantascienza “JACOPO FLAMMER IL POPOLO DELLE AMIGDALE  ”. Essendo destinato a un pubblico ideale dagli otto anni in su, ritenevo, infatti, necessario presentarlo all’editore corredato da un certo numero di disegni. Collaborava già con me il bravo Ludwig Brunetti, ma vista la sua abilità, la sua velocità e il suo grande rispetto del testo illustrato, chiesi a Niccolò Pizzorno di affiancarlo nel lavoro.
Hanno prodotto così entrambi numerose tavole, diverse per stile, ma coerenti tra loro e con la storia narrata, rendendo il volume particolarmente ricco e piacevole.
Liberodiscrivere è stato così ben lieto di pubblicare anche questo libro alla fine del 2010 (anche la copertina è di Pizzorno).
 
Nel frattempo una delle migliori autrici di quella folta schiera di scrittori “poco noti” che gravitano attorno agli editori minori pur producendo opere degne della vetta delle classifiche letterarie, Erasmo Forntini - Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale - Niccolò Pizzorno Laura Costantini, mi chiese se conoscessi un illustratore per il suo romanzo “La lunga guerra”. Le suggerii Pizzorno, che apprezzò subito, adottandolo per il suo libro, con risultati, davvero invidiabili, che sono stati via via presentati su Facebook.
 
Ora Pizzorno è alle prese con il sequel del mio romanzo sui Guardiani dell’Ucronia: “JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI” e sono certo che il risultato sarà ancora migliore, perché questo ragazzo, nato nel 1983, continua a migliorare e a stupirmi 

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§    Jacopo Flammer sta arrivando!

§ Jacopo Flammer: una nuova frontiera per la fantascienza.

§ Il Settimo Plenilunio è cominciato!

§ La mia collaborazione con Simonetta Bumbi 

§ La mia collaborazone con Sergio Calamandrei

§ La mia collaborazione con Andrea Didato
  autoritratto Niccolò Pizzorno 

 

SCRIVERE A PIÚ MANI: la mia collaborazione con Simonetta Bumbi

 
 Simonetta BumbiConobbi Simonetta Bumbi alcuni anni fa sul sito del mio editore www.liberodiscrivere.it. All’epoca compariva con il nickname simy* e i suoi messaggi erano pieni di svolazzanti farfalline viola.
Era una poetessa che scriveva con grande libertà, senza vincoli metrici o l’ingabbiamento delle rime, abbinando le parole tra loro con uno stile tutto suo.
Io mi sono sempre considerato più un romanziere che un poeta, ma qualche poesia l’ho scritta anch’io, soprattutto in “gioventù”.
Quando un giorno, dunque, pensammo, di scrivere qualcosa assieme, non poteva che trattarsi di una poesia.
Avevo già sperimentato la scrittura a più mani già in diverse occasioni, in particolare con il romanzo “Se sarà maschio lo chiameremo Aida” scritto con Andrea Didato. Scrivere un racconto o un romanzo in due è qualcosa di molto diverso dallo scrivere assieme una poesia, essendo questa qualcosa di assai più personale e, spesso, intimo.
Risolvemmo la cosa realizzando una vera e propria storia in versi. L’idea non era quella Parole nel web - Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Andrea Didato, Sergio Calamandrei di scrivere un’opera lunga, ma il gioco c’è piaciuto e siamo andati avanti a lungo, scambiandoci numerose e-mail.  Il risultato è stato l’e-tragicommedia in versi “Cybernetic love”, quasi un soggetto teatrale in più atti, pubblicato in seguito da Liberodiscrivere nel volume “Parole nel web”, in cui Simonetta ha potuto esprimere la sua grande sensualità narrativa.
“Cybernetic Love” si basa su due o tre idee fondamentali:

  1. è scritto parafrasando i classici della letteratura;
  2. è scritto utilizzando termini informatici e, specificamente, del web;
  3. è ambientato in una chat.

La trama è abbastanza semplice: descrive un triangolo amoroso con relative gelosie e finale tragico.
Credo che l’abbinamento dei versi aulici della letteratura antica (Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Omero e altri, tanto per intenderci), riscritti utilizzando termini come mainframe, chat, link, firewall, abbia un effetto strano, quasi comico, che contribuisce a evidenziare il sapore ironico di questa storia pur altamente tragica.
Alla fine abbiamo strutturato il racconto in alcuni “Atti”, come una tragedia greca.
Quando lo pubblicammo per la prima volta (a puntate) sul sito www.liberodiscrivere.it, raccogliemmo discreti consensi e alcuni ci suggerirono di farne una rappresentazione teatrale. Idea che ancora mi frulla in testa.
 
Un giorno poi, decisi di mettere su carta le cose principali che avevo scritto “a quattro mani”.
Realizzammo così il volume “Parole nel web”, che, come detto sopra, è stato pubblicato nel 2007 da Liberodiscrivere.
Per completarlo pensai potesse essere carino scrivere un racconto con tutti gli autori della raccolta. Avrei voluto cioè che potesse essere scritto da Sergio Calamandrei, Andrea Didato, Simonetta Bumbi e me. Scoprii però, con mio grande dispiacere, che Andrea Didato era morto!
 Il Settimo Plenilunio - Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Sergio CalamandreiDecidemmo di andare avanti lo stesso e così cominciammo a scrivere il racconto a sei mani. Come già era successo le altre volte il racconto diventò un romanzo! Credo che sia quasi inevitabile per le opere scritte da più autori. È qualcosa che deriva dalla tecnica stessa di scrittura: ognuno aggiunge sempre qualcosa, corregge sempre qualcosa e il lavoro stenta a vedere una fine. È solo nella dimensione del romanzo breve (o della rappresentazione teatrale come nel caso di “Cybernetic Love”), che si riesce a dire: bene, qui c’è abbastanza di tutti noi, qui tutti noi siamo riusciti a dire quello che volevamo.
Il romanzo che abbiamo scritto Sergio, Simonetta ed io si chiama Il Settimo Plenilunio. Scrivere in tre, comunque, è ancora più complesso che scrivere in due, perché ognuno vorrebbe portare la storia in una certa direzione. Nel Settimo Plenilunio, Simonetta era più orientata agli aspetti descrittivi e sensuali, Sergio alla satira di costume ed io al mito e agli aspetti fantastici della trama. Questo è stato sicuramente motivo di arricchimento per il libro, ma ha reso, ovviamente, più difficile seguire una trama comune.
 
Arricchito da 117 illustrazioni realizzate da 17 artisti Il Settimo Plenilunio è stato pubblicato autonomamamente a fine febbraio 2010 da Liberodiscrivere, senza inserirlo in “Parole nel web”, come pensato all’inizio.
Dunque il volume comprende solo “Cybernetic Love”, questa e-tragi-commedia d’amore e morte, il romanzo breve scritto con Didato e a un racconto scritto con Calamandrei, “Lei si sveglierà”. La copertina di "Parole nel web" l’ha realizzata la figlia di Didato, Rosanna, assieme a un suo amico, Pietro Vaglica.
 
Credo che l’esperienza di scrittura collettiva sia qualcosa che ti arricchisce molto, perché ti consente di confrontarti con diversi approcci e diverse idee di scrittura. Scrivere con Simonetta Bumbi, poi, è un’esperienza particolarmente interessante per la sua carica di umanità, la sua sensibilità poetica e la sua inventiva.
Ricordo sempre con grande piacere l’intenso scambio di corrispondenza con Simonetta (che ho potuto incontrare solo molto tempo dopo in occasione della presentazione di un suo libroa Firenze).
 
In merito alla mia collaborazione con Sergio Calamandrei ho scritto qualcosa qui.
24 marzo 2010 Sergio Calamendrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger 

Quando la fantasia anticipa la realtà

 Su "La Repubblica" di oggi (1611/2010) c'è un articolo intitolato "Tutti i Mohammed d'Europa" che comincia così:
"<<Pronto sono Mohammed, anzi volevo dire Alexandre>>. La crisi di identità è un effetto collaterale da mettere in conto  quando sei un ragazzo francese con un nome strano e lavori in un call center. <<Per vendere al telefono, il tuo nome non va be>> gli aveva detto il direttore dell'azienda. Mohammed, 19 anni, nato a Parigi da genitori marocchini, ha accettato di fingersi Alexandre per qualche settimana."

Qualcosa del genere avevamo immaginato già qualche anno fa scrivendo il romanzo collettivo  "Il Settimo Plenilunio",  pubblicato poi a febbraio da Liberodiscrivere.
A dir il vero, se non ricordo male, la situazione del call center l'aveva pensata Sergio Calamandrei, anche se poi sul capitolo ciascuno aveva messo del suo.

Ecco qui alcune parole tratte dal capitolo intitolato appunto "Call center":
 Piero De Mastris - illustrazione di Niccolò Pizzorno per Il Settimo Plenilunio - Cap. 3  "Call center"

 – Silvio, Lei mi pare un bravo ragazzo – lo blandì spudoratamente il cliente.
– La ringrazio – rispose l’addetto. “Dove vuole arrivare, questo?” si chiese.
– Ha un accento romano.
– Sì, sono di Trastevere.
– Ah. Un romano verace? Romano de’ Roma, eh?
– Beh…sì. In un certo senso.
– E da quale zona viene? EUR, Prati…
– A metà strada… – azzardò il ragazzo.
– A metà strada? Ma a quale zona abita più vicino?
– Prati – tentò.
– Davvero? Proprio davanti all’Isola Tiberina, bello!
– Eh sì. Da casa vedo il mare.
– E anche il Monte Bianco, magari? Ragazzo, tu sei romano come Abramo Lincoln. A Roma non ci sei neanche mai stato. I Prati non sono a Trastevere e non stanno certo davanti all’Isola Tiberina e, soprattutto, questa non sta in mezzo al mare, ma sul fiume. Dimmi la verità, Silvio, di che nazionalità sei? E da dove parli? – l’aIl Settimo Plenilunio - Menzinger, Bumbi, Calamandreiverlo colto in castagna sembrava autorizzare il De Mastris a passare da quell’ostentato “Lei” ad un confidenziale “tu”.
– Questi sono segreti aziendali, Signore. Non posso dirglielo.
– Dimmelo.
– Non so perché glielo dico, Signore, ma mi chiamo Borat Vinokourov, sono kazako e lavoro ad Aktau.
– Bene, Borat. Tu sai che se questo maledetto tecnico non viene da me entro stasera, io ti raggiungo lì sul Mar Caspio e ti squarcio la gola… Lo sai che lo farò, vero?
– Sì, Signore. Ho perfettamente compreso la situazione. Contatterò subito, di persona, il tecnico, solo che è un italiano, e ci ha dato parecchi problemi negli ultimi tempi…
– Questo non mi interessa. HO BISOGNO del collegamento psycoweb immediatamente. NON POSSO attendere oltre.
– Sì, Signore.
 
Borat Vinokourov riattaccò, si tolse la cuffia e si mise la testa tra le mani, curvo sul suo banco di sessanta centimetri per quaranta. Dopo un paio di minuti rialzò il capo e osservò attorno l’immenso capannone dove lavorava con i suoi tremilaseicento colleghi. Compose poi un numero italiano e, mentre attendeva che il tecnico rispondesse, alcune lacrime gli scorsero lungo le gote. E non erano di nostalgia per il ponentino di Roma.

Buon Halloween!


 

Buon Halloween dai vampiri e dai licantropi de
"Il Settimo Plenilunio".

 

Il Settimo Plenilunio - Menzinger, Bumbi e Calamandrei

Si avvicina la battaglia finale della guerra millenaria tra licantropi e vampiri.
Che cosa sarà del mondo dopo il Settimo Plenilunio? Potrà l’amore di una donna per un vampiro e per un licantropo spezzare per sempre l’antichissima maledizione che condanna queste due razze alle tenebre e al sangue?”

 

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SCRIVERE A PIÚ MANI: la mia collaborazione con Sergio Calamandrei

24 - 25 maggio 2008 Carlo Menzinger e Sergio CalamandreiSono arrivato a scrivere a quattro mani con Sergio Calamandrei, dopo aver fatto quest’esperienza già in diverse occasioni. Mi riferisco in particolare alla stesura del romanzo “Se sarà maschio lo chiameremo Aida” con Andrea Didato e dell’e-tragicommedia in versi “Cybernetic love”, quasi un soggetto teatrale in più atti, scritto con Simonetta Bumbi. Entrambi i lavori sono stati pubblicati da Liberodiscrivere nel volume “Parole nel web”. Un altro tentativo interessante, ma fallito, era stato la scrittura di un romanzo da scrivere in venti autori, sulla comparsa ai giorni d’oggi di un gruppo di personaggi famosi del XV secolo (ognuno ne “gestiva” uno).
 
Con Sergio, dapprima, ragionammo sulla possibilità di scrivere un romanzo assieme e ne delineammo scenari, ambientazione, personaggi, trama, target di lettori, poi decidemmo che l’impresa era troppo impegnativa e che ognuno aveva i propri progetti da portare avanti e non ne facemmo niente. Forse avevamo programmato troppo e, alla fine, ci siamo un po’ spaventati per la mole di lavoro che c’aspettava.
In effetti, sia con Andrea, sia con Simonetta avevamo scritto dei lavori piuttosto lunghi, ma partendo semplicemente dall’idea di scrivere un racconto (con Andrea) e una poesia (con Simonetta), poi la cosa c’aveva preso la mano e eravamo arrivati a scrivere cose molto più complesse di quanto pensassimo all’inizio.
 
Con Sergio pensammo, allora, di scrivere un racconto ed è così che è nato “Lei si sveglierà”. Questa volta la cosa non si è trasformata in un romanzo, sebbene il finale aperto sarebbe tale da consentirne almeno un sequel ma anche, sicuramente di svilupparlo in un romanzo. Chissà!
L’idea base era di Sergio. Voleva descrivere una storia vista dalla parte del “cattivo”. Se non ricordo male, anche l’idea che si trattasse di una storia d’amore fu sua, poi, cominciammo a scrivere, passandoci il file avanti e indietro per e-mail.
Sebbene si sia trattato solo di poche pagine, comunque le e-mail attorno a questo racconto non furono poche. Perché, sebbene si viva nella stessa città, questa storia l’abbiamo scritta tutta usando la posta elettronica.
Un giorno poi, decisi di mettere su carta le cose principali che avevo scritto “a quattro mani”.
Realizzammo così il volume “Parole nel web”, che, come detto sopra, è stato pubblicato nel 2007 da 24 marzo 2010 - Simonetta Bumbi, Carlo Menzinger e Sergio CalamandreiLiberodiscrivere e riuniva tre testi scritti a quattro mani da me con, rispettivamente, Andrea Didato, Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei.
Per completarlo pensai potesse essere carino scrivere tutti assieme un racconto. Avrei voluto cioè che potesse essere scritto da Sergio, Andrea, Simonetta e me. Scoprii però, con mio grande dispiacere, che Andrea Didato era morto!
Decidemmo di andare avanti lo stesso e così cominciammo a scrivere il racconto a sei mani. Come già era successo le altre volte il racconto diventò un romanzo! Credo che sia quasi inevitabile per le opere scritte da più autori. È qualcosa che deriva dalla tecnica stessa di scrittura: ognuno aggiunge sempre qualcosa, corregge sempre qualcosa e il lavoro stenta a vedere una fine e cresce. È solo nella dimensione del romanzo breve, che si riesce a dire: bene, qui c’è abbastanza di tutti noi, qui tutti noi siamo riusciti a dire quello che volevamo.
Il romanzo che abbiamo scritto si chiama “Il Settimo Plenilunio”. Come sempre avviene avremmo potuto continuare a lavorarci ancora molto, ma ad un certo punto ci parve di aver scritto tutto quello che volevamo. Scrivere in tre, comunque, è ancora più complesso che scrivere in due, perché ognuno vorrebbe portare la storia in una certa direzione. Nel “Settimo Plenilunio”, Simonetta era più orientata agli aspetti descrittivi e sensuali, Sergio alla satira di costume ed io al mito e agli aspetti fantastici della trama. Questo è stato sicuramente motivo di arricchimento per il libro, ma ha reso, ovviamente, più difficile seguire una trama comune.
24 - 25 maggio 2008 Sergio CalamandreiSebbene Sergio abbia lavorato moltissimo sul volume, dando grandi apporti di razionalità, analisi, studi di approfondimento linguistico e grammaticale, alla fine non si è riconosciuto totalmente nel lavoro e c’ha chiesto di poter figurare solo come collaboratore esterno.
Indubbiamente, credo che nessuno possa riconoscersi mai totalmente in un lavoro collettivo. È questo l’ovvio risultato della mediazione continua che occorre fare per realizzarlo. Più sono gli autori e meno di noi stessi ritroviamo nell’opera. Del resto, molti autori (forse tutti), me compreso, non sono mai pienamente soddisfatti del proprio lavoro. Questo aspetto aumenta se il 50% o, come in questo caso, il 66% del libro è frutto della fantasia altrui.
Credo, comunque, che l’esperienza di scrittura collettiva sia qualcosa che ti arricchisce molto, perché ti consente di confrontarti con diversi approcci e diverse idee di scrittura. Scrivere con Calamandrei, poi, è un’esperienza particolarmente arricchente per la grande cura che presta ai suoi scritti, per l’attenzione al dettaglio, per la capacità di organizzare e strutturare il lavoro, per la correttezza formale e per la sua disponibilità ad accettare i punti di vista altrui.
 
Dopo la stesura de “Il Settimo Plenilunio”, ho, infine, avuto il piacere di poter ospitare un racconto di Sergio (Caput mundi) nell’antologia di allostorie “Ucronie per il terzo millennio” da me curata (Ed. Liberodiscrivere – 2007).
Sergio e Carlo a Castel dell'Ovo a Napoli nel 2006L’avventura de “Il Settimo Plenilunio”, però non si era ancora conclusa, infatti, dato che la storia era molto “visiva”, quasi un grande fumetto, pensai che potesse essere bello illustrarla.
Venendo dall’esperienza di “Ucronie per il terzo millennio”, in cui avevo messo assieme diciotto autori, mi parve possibile riunire nella pallida luce de “Il Settimo Plenilunio” altrettanti illustratori. La cosa non è stata ne facile, né veloce, ma alla fine abbiamo ricevuto numerosissime immagini (foto rielaborate, dipinti, disegni, schizzi) e di queste ne abbiamo selezionate ben 117, di 17 autori, trasformando così “Il Settimo Plenilunio” in qualcosa di veramente nuovo e originale: un romanzo collettivo (tre autori), illustrato da una vera e propria galleria di immagini. Per definire questo genere di libro ho pensato a due nomi “visual group book” e “gallery novel”, ma alla fine ho optato per la seconda definizione, che accosta il prodotto alle “graphic novel”, cui è in qualche (vago) modo imparentato.
 
Sono, dunque, assai lieto di aver potuto scrivere assieme a Sergio Calamandrei, perché penso che assieme abbiamo realizzato alcune cose interessanti e spero che questa nostra collaborazione possa avere ulteriori sviluppi.
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